domenica 11 gennaio 2026

... 11 gennaio 1944 ...

11 GENNAIO 1944 
 LETTERA DI GALEAZZO CIANO AL RE PRIMA DELLA SUA ESECUZIONE 


 Maestà, 

mi voglia permettere, giunto all'ora estrema della mia vita di rivolgere un pensiero devoto alla Maestà Vostra. Adesso, da tre mesi, sono nel carcere di Verona, sempre affidato alla martoriante custodia delle SS., e attendo un giudizio che non è altro che un premeditato assassinio. Né sulla monarchia, né sul popolo, né sullo stesso governo può cadere la minima colpa del dolore che attanaglia oggi la Patria. Un uomo, un uomo solo, per torbide ambizioni personali, per sete di gloria militare, usando le sue autentiche parole, ha premeditatamente condotto il Paese nel baratro. Ho disposto che non appena possibile, dopo la mia morte, vengano resi pubblici un mio diario e una documentazione che getteranno molta luce di verità su tanti fatti sconosciuti. 
Credo così di rendere un estremo servigio. 

Galeazzo Ciano
11 GENNAIO 1944 🇮🇹 FUCILAZIONE DI GALEAZZO CIANO 


La Repubblica sociale, appena nata, vive fra l'ebbrezza di un potere effimero e il presagio della morte. Mussolini è un fantasma, l'ombra dell'uomo che fu. Una sola forza sostiene i fedelissimi: la lotta ai traditori, la vendetta. Catalizzatore degli odi è Ciano. E Ciano deve morire. La scarica fatale La mattina dell'11 gennaio 1944 vento e morte si danno appuntamento a Verona. Galeazzo Ciano lascia il carcere degli Scalzi: la sua vita sta per coniugarsi all'imperfetto. Le colline attorno alla città sono bianche di neve, l'aria che si leva spazza via la cortina opaca delle nuvole e quel filo di nebbia che filtrava le immagini in dissolvenza. I capelli arruffati, l'impermeabile beige di Caraceni gonfio di un'insolente tramontana, Ciano va a morire. La vita che gli ha dato tutto sta per togliergli tutto. Poco dopo, al Poligono di Porta Catena, l'esecuzione: una scarica rabbiosa di fucileria, il colpo di grazia, il corpo disteso a braccia larghe come un crocefisso, il riscatto di una morte coraggiosa. Il "più bello del reame" muore meglio di come era vissuto. Il «delfino» del Duce Era stato il "delfino" di Mussolini, il secondo uomo più potente del fascismo, ministro degli Esteri, marito di Edda, grande seduttore, la stella mondana del regime, uno Scott Fitzgerald senza gin, tutto spalmato di snobismo, protagonista indiscusso di una corte da basso impero. Aveva fatto il portaborse di lusso del duce, poi, tardivamente, si era opposto ai nazisti, anche se a modo suo, con buone intenzioni e modesti risultati; si era esposto, aveva votato contro Mussolini al Gran Consiglio del 25 luglio 1943, si era messo contro la Germania e Hitler, che lo odiava di un tenace odio austriaco, aveva giurato di saldargli il conto. In carcere Ospite-prigioniero dei tedeschi, Galeazzo è consegnato alla Repubblica sociale il 19 ottobre 1943. Incarcerato a Verona, è un uomo che vive a prestito. Il processo è una farsa, la condanna a morte un copione già scritto. Edda si batte per lui, gioca la carta dei Diari, ma tutto è inutile. Mussolini, che potrebbe salvargli la vita, non lo fa: non vuole (né può) contrastare Hitler e gli estremisti "neri". E l'11 gennaio 1944 l'ex ministro degli Esteri fascista viene fucilato dai fascisti. «Muoio senza odiare nessuno», sono le sue ultime parole. Un anno dopo, nell'anticamera della fine, rievocando la morte del genero, Mussolini scaricherà il suo dolore represso: «Quel giorno - dirà - con Galeazzo sono morto anch'io». Il vino della Mosella Battuto dalle agenzie di stampa, l'annuncio della fucilazione di Verona scavalca le frontiere e si ferma sulle scrivanie di ambasciatori, ministri e capi di governo alleati e nemici. Molti, fra i notabili della politica, avevano avuto il conte Ciano come gradito commensale alla loro tavola e ricordavano i capelli pettinati con cura, le unghie impeccabilmente tagliate, la predilezione per i vini della Mosella, il fazzoletto di seta profumato nel taschino e il vezzo di portare il bicchiere alle labbra rizzando il mignolo per poi forbirsele delicatamente con il pizzo del tovagliolo ripiegato: un tocco di classe di un uomo che aveva lasciato una scia profumata nei salotti e nelle alcove, per poi finire disteso come un sacco di stracci sull'erba ghiacciata, nell'odore pesante di un terrapieno di periferia.

Nessun commento:

Posta un commento