domenica 4 gennaio 2026

... zone d'influenza ...

Se il grande cruccio dell’amministrazione Trump fosse stato il narcotraffico, allora gli Stati Uniti avrebbero dovuto bombardare il Messico, dov’è cucinato il fentanyl che piega in due la gioventù sui marciapiedi dei sobborghi di Filadelfia e San Francisco e Detroit. È di tutta evidenza, invece, come la questione sia piuttosto strategica - geopolitica, mi si passi la parolaccia - e come l’operazione militare che questa mattina ha portato alla cattura di Nicolás Maduro sia mossa da ragioni non del tutto dissimili da quelle che quattro anni or sono mossero la Russia verso la sciagurata invasione dell’Ucraina. La verità è che, in un mondo segnato da una competizione globale così intensa, così feroce, così bellicosa, tornano in auge vecchi concetti che si credevano estinti nei meandri del Novecento: le zone d’influenza, i cortili di casa, persino gli spazi vitali delle nazioni. • La dottrina Monroe, di recente ribattezzata dottrina Donroe da qualche commentatore statunitense che non ricordo, risale addirittura a due secoli fa: è l’asserzione dell’influenza incontrastata degli Stati Uniti nell’emisfero occidentale, l’America agli americani, fuori i coloni europei dal continente. Solo che ai tempi di Trump dover sloggiare è la Cina, che in un decennio e mezzo ha messo le radici in America Latina con la solita leva delle infrastrutture, dei prestiti e degli investimenti, dalla Terra del Fuoco fino al Canale di Panama. Il Venezuela, aggirando le sanzioni, esporta segretamente in Cina tra il 75 e l’85 per cento del petrolio che produce, ed è a ben vedere tassello cruciale di un mosaico che va pian piano a compimento: il Cile da quest’anno sarà governato da un presidente filo-americano, così come l’Argentina e l’Ecuador, il Paraguay ed El Salvador, la Bolivia e la Repubblica Dominicana. In Colombia si voterà nel 2026 e potrebbe uscire di scena il pittoresco Petro, a lasciare il solo Lula erede del contrasto all’egemonia degli Usa nel continente, con la trascurabile eccezione di Cuba. Non a caso il Brasile è gravato da dazi statunitensi del 50 per cento, tra i più pesanti al mondo. • Lungi da me far passare una qualsivoglia analogia tra il Venezuela e l’Ucraina. Quello di Maduro era (?) un regime oppressivo e odioso, che tra le altre cose utilizza(va) ostaggi stranieri (vedi il povero Trentini) come leva per guadagnarsi riconoscimento politico e potere negoziale con i governi occidentali. Negli ultimi anni aveva preso pure a rivendicare la propria sovranità sul Territorio Essequibo, governato dalla Guyana, al largo delle cui coste erano di recente state scoperte risorse petrolifere. Ciò detto, l’operazione della Forza Delta dell’esercito statunitense ha il merito di rivelare per intero la stupidità della cosiddetta operazione militare speciale di Putin, che avrebbe voluto far fuori Zelensky in maniera non dissimile da come Trump ha fatto fuori Maduro, e che tuttavia a quattro anni di distanza resta impantanato in una sanguinosissima guerra dalla quale, con buona pace dei proclami e delle percentuali della Casa Bianca, continua a non vedersi via d’uscita. • È ben possibile che l’azione statunitense sia stata assai facilitata da un negoziato con i Maduro. Lo fanno trapelare fonti dell’opposizione venezuelana, e in effetti le tempistiche e le modalità dell’operazione sono sospette. Tutto molto veloce, tutto - a quanto pare al momento - senza un colpo sparato dai militari fedeli al presidente venezuelano. Delle due l’una: o Maduro è stato tradito, oppure si è consegnato (in cambio di cosa?) a Trump. Sia come sia, né Trump, né Maduro ce lo diranno mai. • I fatti di Caracas segnalano pure come Marco Rubio, basso profilo, si stia ritagliando un ruolo sempre più centrale e decisivo all’interno dell’amministrazione Trump. Lui, latino, è stato il grande promotore dell’azione Usa in Venezuela: ne scriveva il New York Times addirittura in estate. È passato molto sotto silenzio il fatto che, oltre a quello di segretario di Stato, abbia mantenuto anche l’incarico di consigliere per la sicurezza nazionale, che aveva assunto temporaneamente dopo il licenziamento di Mike Waltz a seguito del caso Signalgate. In certe amministrazioni è un ruolo pure più importante di quello di segretario di Stato, perché ti garantisce una scrivania alla Casa Bianca. Rubio è riuscito evidentemente a imporre nei mesi il dossier venezuelano al centro dell’attenzione della squadra di politica estera dell’amministrazione, cosa che non sarebbe mai riuscito a fare se non avesse - lui che pure fu un feroce critico di Trump alle primarie repubblicane del 2016 - guadagnato la totale fiducia del presidente statunitense. Non darei per scontato che sia Vance il candidato in pectore del Partito repubblicano alle presidenziali del 2028. • Ho il sospetto che la reazione degli amici del Venezuela sarà poca cosa. Maduro è ormai andato. C’è da chiedersi, piuttosto, se la Cina non sia indotta ad accelerare i piani per l’invasione di Taiwan. Nell’ottica di Pechino non serve aspettare le mosse degli Stati Uniti per giustificare la conquista di quella che è considerata da sempre una provincia ribelle. Ma se gli Stati Uniti fanno fuoco e fiamme per mettere in sicurezza il proprio cortile di casa, la Cina ha buoni argomenti per rivendicare davanti alla comunità internazionale l’uso della forza come mezzo lecito per raggiungere la riunificazione. Taiwan, va pure detto, sarà un teatro di guerra ben più complesso del disastrato Venezuela e forse non è un caso che, poche settimane prima di entrare in azione a Caracas, l’amministrazione Trump abbia autorizzato la vendita di armamenti a Taipei per più di 11 miliardi di dollari. Ex post se ne è capita la ratio. 

 Gianmarco Volpe.

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