So che sei molto impegnato e che il tuo tempo, a differenza del mio, è denaro perciò andrò subito al sodo.
Ho ascoltato la tua intervista a Otto e Mezzo dell’altra sera.
Sai, io manco sapevo che esistevi. Lo sospettavo, ma non lo sapevo.
E sono proprio contento di averti scoperto.
Ti scrivo perché ci tenevo a dirti che è stata proprio una bella intervista.
Un’ora tutta per te.
Ma te la sei guadagnata Leonardo Maria. Come ti sei guadagnato tutto il resto.
Quant’eri bello Leonardo Maria, con la criniera lucente, la montatura degli occhiali da ottomila euro e il completo di sartoria. Parevi un apostolo, uno dei Borgia. Il Delfino di Luxottica.
Parevi ciò che sei: un uomo che gestisce con la stessa pragmatica disinvoltura il CDA straordinario e l’omissione di soccorso.
E come hai gestito bene anche l’intervista, come ti sei difeso astutamente dagli attacchi velenosi e le stoccate maligne di quella strega invidiosa di frau Gruber.
Ti scrivo per dirti che hai ragione, io e te non siamo così diversi Leonardo Maria.
Per dire, pure io li compro i giornali.
E mi piace questo tuo essere al di sopra delle critiche. Questo tuo non vergognarti di ciò che sei, di ciò che hai. Questa tua legittima necessità di mostrarti, di raccontarti in tutto il tuo splendore.
Lo sai bene, questo è un paese di serpi e lì fuori è pieno di gente ignorante e frustrata che non riesce proprio ad accettare l’idea che si possa diventare miliardari semplicemente nascendo.
Però devo confessarti una cosa, Leonardo Maria.
A un certo punto mi è scappato da ridere.
Non è mica colpa tua, eh.
Sono io, io che sono un miserabile, un regime forfettario giù in fondo a tutti gli scaglioni di reddito. Ecco, per questo a volte mi capita di riderci su.
Scusami se puoi Leonardo Maria, è solo un riflesso incondizionato.
Per dire, penso a te, classe ‘95, e ci rido su.
Alle future lauree honoris causa, e ci rido su.
Penso a te, che passi agile da destra a sinistra e ritorno, dimostrando che credere in qualcosa è roba per poveracci. E ci rido su.
Penso a te, che sfrecci con la Ferrari e ci rido su.
A te che sei a tre galassie di distanza da tutto quello che è il mio mondo eppure hai il potere di modificarlo in un modo che io non avrò mai.
Che non ti sei neanche preso la briga di risultare credibile prima di decidere di andare in televisione a ricordarmelo. E ci rido su.
Rido del fatto che a me un’ora in televisione non la daranno mai.
Che ti compri un giornale mentre mi parli di pluralismo e di informazione libera.
Che hai deciso di barrare ogni casella di quello che i film degli anni ‘80 ci hanno insegnato a riconoscere come un cattivo.
Rido del fatto che ereditare 7 miliardi di euro evidentemente non ti impedisce di volere ancora di più per te e ancora meno per gli altri.
Che sopra un certo reddito non ci proviate neanche più a fingere di volere il nostro bene.
Ci rido su. Che altro posso fare?
Una cosa però mi diverte più di tutte le altre. Che alla Bocconi non ci sia un corso di Storia. O, se c’è, che tu non lo abbia frequentato.
Perché altrimenti sapresti cosa succede quando smettiamo di riderci su.
sabato 31 gennaio 2026
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