giovedì 2 aprile 2026

... meglio le bionde!! ...

Ai ministri della destra piacciono le bionde. Meglio ancora se molto più giovani di loro. Ai sistenitori della famiglia tradizionale (per gli altri) piacciono le amanti e soprattutto amano particolarmente garantire loro posti di potere, incarichi pagati con i nostri soldi. È la doppia morale della destra italica. Senza dignità, senza vergogna, prepotente per natura. Ed a noi tocca osservare questo circo indegno fatto di potere e raccomandazioni. E tutto questo mentre ci parlano di meritocrazia e i nostri giovani annaspano fra un futuro lontano da casa e concorsi che sembrano sempre più miraggi. Una destra incapace di governare ma molto ben capace di gestire il potere a proprio favore. Uno schifo immenso che merita che quei 15 milioni di No diventino al prossimo voto politica la bocciatura più sonora della storia mai uscita dalle urne per decretare la fine definitiva di questa indegna classe di governo che purtroppo ci siam meritati. 

 Mario Imbimbo.

... la Giusi "blindata"! ...

Non è tutela, è copertura: i partiti di maggioranza in parlamento contro i magistrati 


L’operazione è limpida nella sua logica politica, molto meno in quella istituzionale. Intorno alla figura di Giusi Bartolozzi si sta costruendo un perimetro di protezione che ricalca, quasi sovrapponendola, la tutela prevista per i membri del governo. Il passaggio chiave è arrivato dall’Ufficio di presidenza della Camera, che con uno scarto minimo ha deciso di proporre all’Aula un conflitto di attribuzione davanti alla Corte costituzionale contro la Procura di Roma. Il punto è semplice: per i magistrati, Bartolozzi avrebbe fornito dichiarazioni non veritiere nell’ambito dell’indagine sul caso Almasri. Per la maggioranza, invece, la sua posizione sarebbe inscindibilmente legata a quella del ministro della Giustizia Carlo Nordio e dunque meriterebbe lo stesso trattamento riservato ai reati ministeriali. Una forzatura interpretativa, più che un principio giuridico. L’argomento utilizzato dal centrodestra – la cosiddetta “attrazione” nell’ambito dei reati ministeriali – trasforma un’ipotesi accusatoria in uno scudo preventivo. Se Bartolozzi avrebbe agito per coprire presunte responsabilità governative, allora – sostengono – deve essere giudicata nello stesso perimetro dei ministri. Ma questa costruzione rovescia il senso del diritto: non si stabilisce prima la competenza e poi si accertano i fatti; si piega la competenza per impedire che i fatti emergano. Nel frattempo, il precedente è già scritto. L’indagine che coinvolgeva la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, insieme ai ministri Matteo Piantedosi e Nordio e al sottosegretario Alfredo Mantovano, è stata fermata dal Parlamento con il diniego dell’autorizzazione a procedere. Una scelta politica legittima nella forma, ma che ha già segnato un confine netto tra responsabilità politica e accertamento giudiziario. Ora quel confine viene ulteriormente spostato. Perché qui non si tratta più di proteggere chi esercita una funzione di governo, ma di estendere quella protezione a figure tecniche, trasformando l’immunità in una zona grigia sempre più ampia. È un salto qualitativo: non si difende un principio, si difende un sistema. E c’è un altro elemento che pesa. Se il procedimento dovesse andare avanti, emergerebbe inevitabilmente il nodo centrale della vicenda: il mancato arresto dell’ufficiale libico richiesto dalla Corte penale internazionale e il suo rientro in patria tramite un volo di Stato. Un passaggio che potrebbe portare in aula testimoni eccellenti, esponendo il governo a un contraddittorio pubblico difficilmente controllabile. Meglio allora fermare tutto. Il conflitto davanti alla Consulta congelerà l’indagine per mesi, forse un anno. Un tempo che non è neutro: coincide perfettamente con il calendario politico. E nel frattempo, non è affatto peregrina l’ipotesi di una candidatura “blindata”, utile a rafforzare ulteriormente quella cintura di protezione che oggi si tenta di costruire sul piano istituzionale. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: il Parlamento che dovrebbe garantire l’equilibrio tra i poteri diventa strumento per sottrarre alcuni soggetti al controllo della magistratura. Non è più una dialettica tra istituzioni, è una sovrapposizione. E quando la maggioranza usa i numeri per ridefinire le regole a proprio vantaggio, non sta difendendo la politica dalla giustizia: sta difendendo se stessa dalla verità. Perché qui non è in gioco una persona. È in gioco l’idea stessa di responsabilità. 
E quando la responsabilità viene sospesa, la democrazia smette di essere un sistema di regole… e diventa un sistema di protezioni. 

G.S.

... morti in mare! ...

𝐓𝐫𝐞𝐧𝐭𝐨𝐭𝐭𝐨 𝐦𝐨𝐫𝐭𝐢 𝐞 𝐮𝐧𝐚 𝐦𝐮𝐥𝐭𝐚 

Il buongiorno di Giulio Cavalli 

Martedì nel Mediterraneo sono morti in trentotto. Diciannove a Lampedusa, partiti dalla Libia su un barchino trasformato dalla tempesta in una trappola: corpi accatastati uno sull’altro, bambini in condizioni disperate. Cinque i sopravvissuti, ancora incapaci di raccontare. Altri diciannove nell’Egeo, un gommone rovesciato davanti a Bodrum: fra le vittime un neonato, rifugiati afghani in fuga dall’Iran. Alla Sava, al confine tra Bosnia e Croazia, i dispersi non si contano ancora. Giornata nera, come si dice. Poi si gira pagina. Intanto Sea-Watch deve giustificarsi. Il 31 marzo Fratelli d’Italia ha pubblicato un post per celebrare la multa di diecimila euro e il fermo venti giorni comminati alla Sea-Watch 3 per aver attraccato in un porto diverso da quello assegnato. “Furore ideologico”, lo definiscono. Giorgia Linardi, portavoce dell’Ong, ha replicato che quel porto era il più vicino, raggiunto in stato di necessità dichiarato per sottrarre le persone soccorse a quello che chiama “un atto di tortura di Stato”: giorni inutili di navigazione a persone appena sopravvissute al rischio di morire in mare. Il diritto internazionale, per Sea-Watch, viene prima della legge italiana. Per Fratelli d’Italia è propaganda. Il partito che ha perso il referendum sulla separazione delle carriere, respinto dal 53,56% degli italiani il 23 marzo, si consola attaccando chi salva le persone. Scottato dall’esito del voto, usa il soccorso in mare per attaccare la magistratura che continua a dar torto alle sue politiche migratorie. I morti restano silenzio. E il silenzio, in questo Paese, si chiama normalità.

mercoledì 1 aprile 2026

... un mostro giuridico! ...

𝐈𝐬𝐫𝐚𝐞𝐥𝐞 𝐞 𝐥𝐚 𝐩𝐞𝐧𝐚 𝐝𝐢 𝐦𝐨𝐫𝐭𝐞. 𝐐𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐥𝐚 𝐝𝐢𝐬𝐮𝐦𝐚𝐧𝐢𝐭𝐚̀ 𝐬𝐢 𝐟𝐚 𝐒𝐭𝐚𝐭𝐨 


Articolo di Massimo Lensi 


L'introduzione della pena di morte per atti di terrorismo da parte della Knesset (parlamento israeliano) segna un passaggio che interroga, prima ancora che la politica, la qualità giuridica dello Stato. Non si tratta solo del ritorno a una sanzione estrema, da tempo espunta dagli ordinamenti che si riconoscono nel costituzionalismo contemporaneo, ma della modalità con cui essa viene configurata: una pena potenzialmente applicabile senza richiesta dell'accusa, senza necessità di unanimità tra i giudici e, soprattutto, costruita su una definizione normativa che finisce per selezionare in concreto una sola categoria di destinatari. Il diritto penale, quando si piega a finalità identitarie o securitarie, smette di essere limite al potere e diventa suo strumento. In questo caso, la tipizzazione dell'illecito - «causare intenzionalmente la morte con l'obiettivo di negare l'esistenza dello stato» - appare meno come descrizione di un fatto e più come qualificazione politico-esistenziale dell'autore. Il rischio evidente è quello di un diritto penale del nemico, in cui la persona è giudicata per ciò che rappresenta, più che per ciò che ha fatto. La storia giuridica israeliana conosce un solo precedente di applicazione della pena capitale: nel 1962, nei confronti di Adolf Eichmann. Un caso eccezionale, legato a crimini di dimensione e natura tali da essere considerati fuori dall'ordinario. Proprio quell'eccezionalità aveva contribuito, nel tempo, a mantenere la pena di morte ai margini dell'ordinamento. La scelta odierna rompe quell'equilibrio e introduce una frattura ulteriore: tra diritto e uguaglianza, tra giurisdizione e politica, tra sicurezza e garanzie. In un sistema che già presenta anomalie - dall'assenza di una costituzione formale alla centralità di leggi fondamentali suscettibili di revisione politica - l'innesto della pena capitale, con tali caratteristiche, accentua una deriva in cui il diritto perde la sua funzione di contenimento e si espone al rischio di essere, esso stesso, veicolo di discriminazione.

... settimana corta? ...

𝐋𝐚 𝐬𝐞𝐭𝐭𝐢𝐦𝐚𝐧𝐚 𝐜𝐨𝐫𝐭𝐚 𝐞̀ 𝐛𝐫𝐮𝐭𝐭𝐚 𝐬𝐨𝐥𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐢 𝐠𝐥𝐢 𝐚𝐥𝐭𝐫𝐢 


Il #buongiorno di Giulio Cavalli 

 Venerdì 10 aprile Giorgia Meloni avrebbe dovuto presentarsi in Parlamento per rilanciare l'azione di governo. Lo ha comunicato il ministro Luca Ciriani (Fratelli d'Italia) nel pomeriggio di martedì. Poi qualcosa è cambiato: l'informativa è slittata al giovedì 9 perché i parlamentari di maggioranza non volevano restare a Roma il venerdì. La settimana corta, insomma, è brutta solo per tutti gli altri. È un copione già visto. A marzo la Camera ha bocciato la proposta di Pd, Avs e M5S per ridurre l'orario di lavoro a 32 ore settimanali a parità di salario: 132 voti a favore dell'emendamento soppressivo, 90 contrari. Costi insostenibili, ha spiegato il centrodestra. Già lo scorso giugno Ciriani aveva proposto di spostare le interpellanze al giovedì per allungare il weekend. Al Senato, del resto, si chiude il giovedì da anni. C'è una cosa che vale la pena scrivere per esteso. Gli stessi parlamentari che non volevano restare a Roma di venerdì hanno tutto l'interesse a tenere in vita questo governo almeno fino all'aprile del 2027. Per maturare il diritto alla pensione servono quattro anni, sei mesi e un giorno di mandato: la XIX legislatura ha iniziato il 13 ottobre 2022, la data scatta intorno alla metà di aprile del prossimo anno. Chi non ci arriva perde i contributi. Davvero c'è qualcuno che pensa che questi parlamentari faranno di tutto per non arrivare fino in fondo? Sostanzialmente questa è la cosiddetta "visione politica" della maggioranza: arrivare a fine mandato con le tasche in ordine. 
Il comando di Meloni è tanto autorevole che la sua agenda la decidono loro.

... calendario ...

... il lupo mannaro, nella sua ferocia, esprime tutta la mia rabbia per il mancato rinnovo della patente di guida, perdita che pregiudica anche i soggiorni nel nostro "buen retiro"!!!

... aprile ...

... si lo so, sono ripetitivo, ma è il periodo di MERDA che lo richiede, periodo che dura dal 2024!!!