martedì 3 marzo 2026

... Buon Compleanno! ...

Festeggiamo oggi a Roma i magnifici novant'anni di Achille Occhetto, animo ribelle che non smette di studiare ed impegnarsi al fianco di chi lotta per trasformare il mondo. Sapendo che libertà e potere non vanno mai in coppia; e che per sentirsi davvero libero un individuo deve poter contare su una comunità accogliente. Appuntamento con l'ultimo segretario del Pci al Tempio di Adriano in piazza di Pietra, ore 17. Buon compleanno Achille! Gad Lerner.

... un'opinione ...

LA FESTA è FINITA 


C'è una questione piuttosto sottovalutata nelle cronache contemporanee I soldi sono finiti Il flusso copioso e ininterrotto di finanziamento per le cause anti-occidentali, messo in campo da un asse consolidato Russia-Iran-Cina si è ridotto in un modo inimmaginabile. Negli ultimi 10 anni il solo IRAN con il suo sogno di cancellare Israele dalle cartine geografiche ha speso assai (16Mld di $) così ripartiti: 

1️⃣Hezbollah (Libano) – Il beneficiario principale, il proxy più costoso e strutturato. 8 miliardi di dollari per mantenere circa 100.000 effettivi, e il massiccio arsenale missilistico. 

2️⃣Hamas e Jihad Islamica (Gaza) Sebbene il sostegno sia oscillato durante la guerra civile siriana, è tornato ai massimi livelli prima del 2023, con ben 2 miliardi di dollari. Gran parte del supporto è arrivato sotto forma di tecnologia per la produzione locale di missili e droni. 

3️⃣Houthi (Yemen) - Inizialmente il proxy "più economico", è diventato un investimento prioritario dal 2020. negli ultimi 10 anni ben 3 miliardi di dollari. 

4️⃣Milizie in Siria e Iraq - Include gruppi come Kata'ib Hezbollah e il mantenimento delle basi in territorio siriano. Circa 2-3 miliardi di dollari totali nel decennio, inclusi i costi logistici per il "corridoio sciita" che collega Teheran al Mediterraneo. Gli effetti degli strike del 22 giugno scorso e del 28 febbraio sul territorio iraniano hanno prodotto risultati devastanti e oggi gli effetti diventano palesi. 

La situazione si è ribaltata in: Siria Libano  Gaza Yemen Venezuela Iran con un effetto Domino che travolge gli anni d'oro dei finanziamenti alle forze che, con ogni mezzo, si opponevano all'occidente, favorendo regimi islamici dittatoriali o peggio ancora, teocratici. 

🔸Oggi Assad è a Mosca in una villetta dignitosa e i suoi Shabiti alawiti sono stati smantellati o eliminati. 

🔸Hassan Nasrallah è defunto e gli Hezbollah adesso sono sotto allo stivale di Aoun-Salam, dopo vent'anni (dalla eliminazione di Rafic Hariri - 2005) non sono più, finalmente, al potere. 

 🔸Yahya Sinwar e Ismail Haniyeh sono con 146 vergini complessive e Hamas è priva di qualunque forza residua in grado di minacciare la sopravvivenza di Israele. L'eliminazione del 50% dei miliziani e dell'80% degli armamenti (sono rimaste solo le armi leggere) li pone nella zona dell'irrilevanza strategica 

🔸Ahmed al-Rahaw è stato dissolto insieme a 8 membri del suo Quartier generale lo scorso agosto e da qual giorno le attività di disturbo degli Houti in Yemen sono praticamente cessate. Sono sotto attacco da parte dei governativi di Rashad al-Alimi, e non hanno più tempo e risorse per le sortite contro le navi in transito nel Golfo Persico piuttosto che per quelle contro il sud di Israele. 

🔸Maduro é in una cella di isolamento del Metropolitan Detention Center di Brooklyn mentre Diosdato Cabello (che ha preso il suo posto operativamente) esegue quanto viene "suggerito" amichevolmente, incluso il blocco delle spedizioni di greggio a prezzi calmierati a Cina, Russia e Cuba. 

🔸Khamenei ha raggiunto gli amici Yahya, Ismail, Hassan e Ahmed e insieme se la spasseranno in modo irreprensibilmente coranico. Colui che prenderà il suo posto avrà molto da fare con un quartier generale da rifondare. Insieme a Khamenei, hanno raggiunto il paradisi dei martiri anche, 45 generali e ministri della Repubblica islamica d'Iran. Tutti i programmi bellicosi si sono azzerati, dopo l'attacco a 47 obiettivi militari che hanno annichilito la capacità di difesa e attacco di quella che un tempo era la forza missilistica più potente del Medio Oriente. 

🔸Il Pakistan attacca le milizie TTP (Tehreek-e-Taliban) in Afganistan in modo frontale, solo 24 ore prima dell'attacco combinato USA-ISRAELE e 24 ore dopo la visita del presidente dell'India Modi a Netanhyau. Le milizie TTP sono (nei fatti) un fedele alleato dell'Iran che li ospita nel Belucistan per le loro sortite contro il governo di Islamabad. 

🔴Nel frattempo la Russia è alle prese con il suo "Vietnam" da 4 anni che ne drena le risorse, consumandone le riserve e distruggendone economia e interscambio commerciale un tempo florido. Unica eccezione il Dragone Cinese che però si ritrova con una serie cambi al vertice difficilmente in linea con le precedenti propensioni anti-occidentali. Il mercato delle influenze geopolitiche si restringe, per loro, considerevolmente. C'è molto movimento e bisognerà attendere che la polvere si depositi per intravvedere un panorama geopolitico più chiaro. Unica considerazione certa è quella che il mondo attuale rispetto a quello di cinque anni fa è un posto dove le minacce si sono ridotte in modo considerevole, grazie a un diversa postura che è passata dalla INAZIONE dell'ONU, su ogni fronte possibile, a una INIZIATIVA concreta volta a fermare le ostilità crescenti innescate da Khamenei con il supporto taciti di Russia e Cina. Un supporto venuto a cadere in modo inesorabile. 

 Giulio Galetti.

... assassini applauditi!! ...

𝐆𝐥𝐢 𝐚𝐬𝐬𝐚𝐬𝐬𝐢𝐧𝐢 𝐚𝐩𝐩𝐥𝐚𝐮𝐝𝐢𝐭𝐢 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐥𝐢𝐛𝐞𝐫𝐚𝐭𝐨𝐫𝐢 


Il buongiorno di Giulio Cavalli 


La guerra agghinda le parole, da sempre. Ogni volta qualche aggettivo si svuota un po’ di più del suo significato originale per ammansire la realtà finché non bastano più gli occhi per osservarla. L’attacco israeliano in combutta con gli Stati Uniti che ha incendiato il Medio Oriente viene definito su alcuni giornali come “legittimo”. Legittimo lo dice anche il dizionario, dovrebbe voler dire che è fatto seguendo la legge eppure qui non c’è nessuna norma che sancisce il diritto di ammazzare anche il peggiore dei tiranni. Ogni volta nella storia una guerra non è mai chiamata guerra: è sempre una risposta a un pericolo o a una provocazione. Se la minaccia non è dimostrabile allora la si chiama attacco preventivo, una sorta di legittima difesa senza bisogno nemmeno dell’offesa. Il segretario di Stato americano Marco Rubio ieri si è addirittura superato: ha spiegato che l’attacco Usa era preventivo perché Israele aveva intenzione di bombardare l’Iran e l’Iran “avrebbe immediatamente reagito contro di noi, e non avremmo potuto restare fermi ad assorbire il colpo prima di rispondere”. Che agli Usa spettasse scongiurare l’attacco israeliano è un’ipotesi che non ha nemmeno sfiorato la Casa bianca. A proposito, certi spudorati giornaletti stanno versando litri di inchiostro per invitare all’esultanza. Dicono che un’eventuale liberazione dall’oppressione di donne e bambini. La liberazione degli oppressi è il claim anche dei liberali e di qualche infiltrata nel Partito democratico. Tutto bello, tutto vero, se non fosse che i presunti liberatori dovrebbero essere quel governo di Israele che verrà condannato dalla storia e dal loro dio per la sistematica strage proprio di donne e di bambini che ha perpetrato (e perpetra ancora) nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania. 

 Senza vergogna, i signori della guerra.

lunedì 2 marzo 2026

... EFFETTO TRUMP ...

EFFETTO TRUMP 


l’elefante nella cristalleria mondiale 

Sergio Fabbrini ( Il sole 24 Ore ) 


Tocca ora all’Iran. Con l’aiuto del governo israeliano, Trump ha deciso di “annichilire” l’Iran perché non ha fermato i suoi progetti nucleari, progetti che pure aveva detto di aver “annichilito” nel giugno del 2025. Come nel caso del Venezuela il 3 gennaio scorso, Trump interviene unilateralmente, senza curarsi di avere il sostegno delle Nazioni Unite o di una qualche coalizione internazionale. Ma, soprattutto, di cosa succederà dopo. A Teheran vi è una delle più crudeli dittature al mondo. Una teocrazia che ha ucciso, qualche settimana fa, più di 30.mila persone che protestavano contro il carovita, proteste che erano seguite ad altre, come quelle per la difesa della dignità delle donne, anch’esse represse nel sangue. Anche il Venezuela era (e continua ad essere) un regime dittatoriale, dove gli oppositori del dittatore Maduro venivano uccisi o fatti morire in carcere. Tuttavia, nel sistema internazionale che la stessa America aveva contribuito a costruire dopo la Seconda guerra mondiale, nessun Paese può intervenire nella sovranità di un altro Paese, che sia l’America in Iran, la Russia in Ucraina o la Cina a Taiwan. In quel sistema vi sono istituzioni e procedure per contenere una minaccia o per regolare una contesa o per liberare una popolazione oppressa dai suoi governanti. Per Trump, quel sistema è roba del passato. L’esito è guerra e caos. Secondo Stephen Miller, uno dei più ascoltati consiglieri di Trump, la politica estera americana è ritornata, finalmente, «ai suoi fondamenti realistici», dove conta solamente il potere «brutale» della forza militare. Per Miller l’America è ritornata ad agire come una grande potenza (meglio, come la grande potenza) che persegue i suoi interessi al di fuori dei vincoli della legalità internazionale. Tuttavia, Trump va oltre il realismo. Come hanno scritto Daniel Drewzner ed Elizabeth Sauders (su Foreign Affairs), Trump persegue una visione hobbesiana, non realista, del mondo. Trump, come Thomas Hobbes (1588-1679), ritiene che il mondo sia un’arena “in cui tutti sono contro tutti”, dove l’America deve esercitare la sua forza senza considerare altro. Ma i realisti non pensano questo. Per loro, uno Stato, specie se potente, deve considerare le conseguenze delle sue azioni. Facendo ciò, anche se il mondo è anarchico, l’esito non è necessariamente la guerra. Come ha sostenuto il principale studioso realista del Secondo dopo guerra, Kenneth Waltz (1924-2013), in condizioni di anarchia internazionale, un grande potenza è spinta ad esercitare forme di auto-controllo, dato che un conflitto con un’altra potenza potrebbe condurre alla reciproca distruzione. Tali considerazioni sono assenti in Trump, il quale ritiene che la forza militare e tecnologica dell’America sia tale da renderla invulnerabile alla reazione delle altre potenze. Il risultato è il caos, dove non vi sono vincoli né esterni né interni al comportamento del più forte. Il caos è inevitabile con Trump anche per come “fa” la politica estera. Quest’ultima è altamente personalizzata. È gestita da lui e da un gruppo ristretto di amici e familiari (come Steve Witkof e Jared Kushner). Questi ultimi hanno sostituito i funzionari di carriera (diplomatici, militari, consiglieri), dotati di competenze professionali e conoscenze internazionali. Una politica estera personalizzata è imprevedibile e incompetente. Come abbiamo visto nella guerra delle tariffe, prima introdotte, poi sospese, quindi rilanciate. Oppure, nella rivendicazione di prendersi la Groenlandia da un Paese (la Danimarca) alleato con l’America. Una politica personalizzata vive necessariamente dei media. Per Trump, i media sono la politica. I media veicolano la sua immagine ed esaltano il suo ego. Non solo. La sua politica estera è anche estrattiva, se non estorsiva. Trump si muove sempre sulla base di convenienze economiche. Nel bombardamento dell’Iran non ci sono in gioco principi umanitari, tanto meno l’idea neoconservatrice di esportare la democrazia come nell’occupazione dell’Iraq da parte dell’allora presidente George W. Bush nel 2003. In Iran come in Venezuela, in gioco vi sono gli interessi petroliferi di cui lui e il suo gruppo di amici vogliono avvantaggiarsi. L’aiuto militare americano all’Ucraina deve essere pagato dagli europei, oltre che dagli stessi ucraini concedendo agli americani gran parte dei profitti della vendita delle terre rare (come stabilito dall’ “Ukraine-United States Mineral Resources Agreement” firmato il 30 aprile 2025). La stabilità del Medio Oriente è perseguita come condizione per realizzare futuri e giganteschi progetti immobiliari in quell’area. L’incremento delle tariffe varia in relazione alle negoziazioni individuali con i singoli Paesi relativamente alla loro disponibilità ad investire in America o ad aprire i loro mercati all’America. Una politica basata sul presidente e i suoi interessi è inevitabilmente caotica. Insomma, contrariamente a ciò che aveva promesso durante la campagna elettorale del 2024, Trump non ha affatto ridotto l’intervento militare americano nel mondo, ma lo usa in modo idiosincratico e unilaterale. L’America di Trump si comporta come un rogue State, uno Stato canaglia. Trump si è liberato delle regole del liberalismo, ma rifiuta anche l’autocontrollo del realismo. È un elefante nella cristalleria, che genera guerre e caos, insieme ai piccoli elefanti che lo seguono, come Benjamin Netanyahu. 
Si può essere amici di chi agisce in questo modo?

... due anacronismi ...

ETNOCRAZIA E TEOCRAZIA: I DUE ANACRONISMI CHE GENERANO IL FANATISMO CONTEMPORANEO 


Condivido la mia riflessione pubblicata su il manifesto di domenica 1 marzo Osceno è lo sguardo suadente rivolto da Bibi Netanyahu al popolo iraniano –“non siamo nemici”, “non perdete questo appuntamento”- nel video con cui annuncia questa ennesima guerra “preventiva”, pianificata e scatenata d’intesa con l’alleato Trump. Non manca il richiamo blasfemo alla festività ebraica di Purim per santificare i bombardamenti e, di nuovo, promettere agli israeliani l’impossibile: cioè che sarà la volta buona, la svolta definitiva. Tanto più menzognere risuonano le parole d’amicizia dedicate agli iraniani per sollecitarli all’insurrezione se ricordiamo che mai ne furono rivolte di simili ai vicini di casa palestinesi, cui si nega perfino di essere una nazione. Sono appena tornato da Israele con uno degli ultimi aerei decollati prima del blocco dei voli, portandomi dietro l’immagine di uno striscione esposto nella piazza del quartiere ebraico della città vecchia di Gerusalemme, sovrastante il Muro del Pianto. C’è scritto: Make Gaza jewish again, cioè “Facciamo tornare Gaza di nuovo ebraica”. Altro che ricostruzione , altro che Board of peace. Il culto della forza su cui si fondano i nazionalismi, insieme all’autoproclamazione di essere il popolo-vittima, ha bisogno di uno stato di guerra permanente. Radicare nella società israeliana l’idea che l’antisemitismo è eterno -A olam kulò negdenu, ovvero “il mondo è tutto contro di noi”- funge da alibi morale, e con ciò rivendica l’esenzione dal rispetto del diritto internazionale. Fino a ieri Netanyahu era in svantaggio nei sondaggi per le elezioni dell’autunno prossimo. Ora calcola che una vittoria sull’Iran lo riscatterebbe conservandogli il potere. Ma è davvero possibile una vittoria definitiva? Quand’anche l’operazione militare israeloamericana provocasse la caduta degli ayatollah, non è forse già visibile in campo il prossimo nemico esistenziale con cui battersi? Lo ha raccontato Michele Giorgio su questo giornale: Naftali Bennett, il principale concorrente di Bibi, sostiene che il problema per Israele non sia tanto l’Iran quanto il “muro sunnita” fondato sull’asse della Turchia di Erdogan con il Qatar, l’Egitto e sullo sfondo l’Arabia Saudita, potenze amiche degli Usa ma aspiranti all’egemonia regionale, cominciando da Gaza. Il partner militare dell’aggressione all’Iran, l’affarista mitomane e ondivago che siede alla Casa Bianca, già più di una volta ha imposto a un Netanyahu recalcitrante la sua necessità di non inimicarsi le petromonarchie del Golfo e la Turchia. L’ammirazione per la brutalità d’Israele e il pseudosionismo delle estreme destre suprematiste, compresa quella italiana, sono soggetti a voltafaccia tutt’altro che impensabili. Certo, ripensandolo un anno dopo, fa impressione l’abbaglio di chi ha tifato Trump contro i democratici Usa in quanto un isolazionista punterebbe a chiudere le guerre anziché scatenarle. Ammettere di essersi sbagliati talvolta gioverebbe alla credibilità dell’informazione. Comunque vada a finire l’attacco all’Iran, ormai sappiamo che le guerre-lampo non esistono più. Se pure durasse pochi giorni, estende lo stato di guerra all’intera regione mediorientale e rende precarie alleanze considerate strategiche, come gli accordi di Abramo. I nodi vengono al pettine. Pur nella loro evidente diversità i due contendenti -la Repubblica islamica dell’Iran e lo Stato d’Israele- sono accomunati dall’essere due imprevisti storici del Novecento che degenerano rivelando il proprio anacronismo: l’uno come teocrazia, l’altro come etnocrazia. Nemici ideologici che non confinano ma si attaccano da duemila chilometri di distanza. Un assurdo generato dallo sconquasso della contemporaneità. 

Riprendo a scrivere su il Manifesto dopo più di quarant’anni, grato a chi mi accoglie. All’epoca, nel 1982, mi toccò fra l’altro raccontare il distacco degli ebrei italiani dalla sinistra avviatosi dopo l’attentato al Tempio Maggiore di Roma. Oggi è l’ebraismo stesso a doversi ripensare sviluppando pensiero critico, unico antidoto alla guerra continua. 

 Gad Lerner.

... tre scenari tra Usa e Iran ...

Articolo di Lucio Caracciolo del 02.03.2026 

Tre scenari per capire cosa succede ora tra Usa e Iran 

L’eliminazione di Khamenei moltiplica le incognite per una Persia malridotta. L’America di Trump agisce da cliente di Israele in Medio Oriente, giocando al buio una partita geopolitica rischiosa per sé e i partner regionali. Niente da fare. La guerra per l’America è tentazione irresistibile. Nevrosi. Anche quando tutto sembrerebbe invitare alla sobrietà, scatta la coazione a ripetere. Siamo i più forti, nessuno ci può battere. E se qualcuno lo pensasse gli faremo cambiare idea. L’attacco all’Iran combinato con Israele è guerra preventiva contro una potenza talmente malridotta che alla vigilia dell’attacco aveva accettato di rinunciare nei fatti all’atomica, come svelato dal ministro degli Esteri dell’Oman, mediatore fra Washington e Teheran.Trump e Netanyahu vogliono prevenire la pace. E mentre Israele già annuncia l’eliminazione di Khamenei, l’attacco rischia di volgere in conflitto regionale. Trump ama descriversi brillante pokerista. Sarà. Ma questa mano la sta giocando al buio. E senza nessuna urgenza né minaccia esistenziale all’orizzonte. Dopo avere frenato ma non spento il bellicismo fine a sé stesso di Netanyahu, Trump ne sposa lo stile: guerra per la guerra. Senza strategia. Meglio: la strategia è la guerra. Dettata da privati interessi di potere assai più che dalla salvaguardia della nazione. In perfetta contraddizione con quanto sostenuto finora dall’aspirante Nobel per la Pace. Dopo aver beffeggiato i suoi predecessori, da Bush figlio alla “scimmia” Obama e a “Sleepy Joe” Biden per le loro guerre invincibili in Medio Oriente, Trump ne inaugura l’ennesima versione. Fino a proclamare l’obiettivo che nessuno aveva mai osato azzardare: far fuori il regime iraniano. Come se l’Iran fosse una qualsiasi petrodittatura postcoloniale del Golfo e non la Persia. Al cui “nobile popolo” lui e Bibi si rivolgono per completare l’opera avviata dall’operazione militare. Ma chiunque venisse insediato da Stati Uniti e Israele sul metaforico (o effettivo?) Trono del Pavone parrebbe agente straniero a buona parte del “nobile popolo”. Soprattutto ai coraggiosi oppositori del regime che per rovesciarlo rischiano la vita. Colpisce il divario fra scopo e mezzi, propaganda e realtà. Il Pentagono avrebbe munizioni per 5-7 giorni di difesa missilistica sostenuta. E delle undici portaerei disponibili sulla carta solo quattro sono oggi utilizzabili: le due in teatro (Lincoln e Ford, quest’ultima frenata nei giorni scorsi da guasti al sistema fognario), più George Herbert Walker Bush in Atlantico e Theodore Roosevelt nel Pacifico. L’America arrischia questa guerra spaccata come mai e con gli apparati militari e di intelligence piuttosto scettici sulla possibilità di vincerla in tempi accettabili. Comunque non a costo zero, anzi. E allora? I casi sembrano tre. Primo, entro la settimana o poco più una parte ribelle dei pasdaran e di quel che resta di esercito regolare e polizia, in combutta con Mossad e Cia, prende il potere a Teheran (non per forza in tutta la Persia) in nome del “nobile popolo”. Secondo, il regime non crolla, la guerra si allarga in modo insostenibile e gli Stati Uniti d’intesa con Israele usano lo scalpo di Khamenei per dichiarare “missione compiuta”. Terzo, la scelta iraniana di rispondere colpendo le installazioni americane nei paesi arabi del Golfo e nell’intero Medio Oriente costringe Trump e Netanyahu a impantanarsi in un conflitto prolungato. Cadono le maschere e la guerra dei pochi giorni non ha più limiti. Né di tempo né di mezzi. Compresi stivali a stelle e strisce a calpestare il suolo persiano. All’ombra delle rispettive atomiche. In un clima di mobilitazione generale. Oggi l’America sta agendo da cliente di Israele, il quale a sua volta è impegnato dal 7 ottobre in una guerra infinita contro sé stesso. La fu superpotenza globale è agita da una potenza regionale impazzita — scenario ideale per Cina e Russia. Trump pare il ventriloquo di Netanyahu. Dice o fa dire dai suoi quel che Bibi pensa ma non può (vuole) esprimere. L’ambasciatore americano a Gerusalemme, Mike Huckabee, ha stabilito che Israele deve per concessione divina estendersi su tutto il Medio Oriente, dal Nilo all’Eufrate. Magari con un proconsole a vegliare sull’acrocoro iraniano? Follie, certo. 
Ma forse la vera follia è intravvedere una logica in questa America fuori sesto. 

#LucioCaracciolo #Iran #Geopolitica

... Nuovo Ordine Globale ...

𝐈𝐥 𝐧𝐮𝐨𝐯𝐨 𝐨𝐫𝐝𝐢𝐧𝐞 𝐠𝐥𝐨𝐛𝐚𝐥𝐞: 𝐜𝐡𝐢 𝐜𝐨𝐥𝐩𝐢𝐬𝐜𝐞 𝐝𝐞𝐜𝐢𝐝𝐞 𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐞̀ 𝐠𝐢𝐮𝐬𝐭𝐨 


Il #buongiorno di Giulio Cavalli 


Hanno bombardato l’Iran e insieme hanno bombardato l’idea stessa di limite. Non è la prima volta che accade, però questa volta il silenzio pesa più delle esplosioni. L’articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite vieta l’uso della forza contro uno Stato sovrano. L’articolo 5 dello Statuto della Corte penale internazionale qualifica la guerra di aggressione come crimine. Sono norme scritte, vigenti, precise. E sono carta straccia mentre i missili sorvolano il Medio Oriente. Non è in discussione la natura del regime iraniano, ovvio. Ma il diritto internazionale non funziona a simpatia. Funziona per regole comuni, applicate a tutti oppure svuotate per chiunque. Se l’aggressione diventa strumento legittimo quando conviene alla potenza giusta, allora diventa legittima per tutti. Ieri l’Ucraina, oggi Teheran, domani Taiwan o Cuba. Il precedente è la più pericolosa arma di distruzione di massa. L’Europa, che per quattro anni ha ripetuto la distinzione tra aggressore e aggredito, ora balbetta. Anzi, è presa dall’irrefrenabile voglia di partecipare. Ma la coerenza selettiva erode credibilità più di qualsiasi sconfitta militare perché senza uniformità nell’uso delle categorie giuridiche, il lessico dei diritti diventa propaganda. Intanto il mondo resta armato fino ai denti: migliaia di testate nucleari, nove potenze pronte a invocare la sicurezza per giustificare ogni corsa agli armamenti. Si investe in arsenali. Ora ancora di più, mentre si dichiara di volere pace. Il diritto internazionale vive se qualcuno lo difende quando costa. Altrimenti resta un monumento visitabile, buono per le cerimonie e inutile quando serve. E quando il limite cade, la forza prende posto sul trono senza chiedere il permesso.