martedì 17 marzo 2026

... schiaffi meritati! ...

Gli Stati Uniti prendono schiaffi dalla NATO e dalla Cina. Trump chiede aiuto nello sblocco dello stretto di Hormuz. Mentre qualche ora fa invitava le petroliere alla disobbedienza, oggi è costretto a chiedere aiuto militare agli alleati e non solo. Nessun comandante di nave sano di mente, ovviamente, ha accettato l’invito a suicidarsi in acque iraniane solo perché a dirlo è il capo dell’America. La risposta del mondo occidentale, finalmente, è stata dura: la guerra l’hai causata tu, riveditela tu. Nessuna nave sarà inviata a supporto americano. Trump ha avvertito che la NATO rischia “un futuro molto brutto” se gli alleati non aiuteranno a proteggere la rotta petrolifera più importante del pianeta. Ma le capitali occidentali hanno rispedito le accuse al mittente. L’Unione Europea ha ricordato che lo Stretto di Hormuz non rientra nell’area operativa della NATO. La Germania è stata ancora più netta: “Questa guerra non è la guerra della NATO.” Il Giappone pure picche. Non se ne parla di inviare navi da guerra. L’Australia ha fatto sapere che non manderà alcun supporto nello stretto. La Cina, manco a dirlo, invita tutti a fermarsi immediatamente e ad evitare un’escalation che potrebbe colpire l’economia globale. Il risultato è evidente. Mentre Washington chiede una coalizione militare, molti degli alleati storici degli Stati Uniti hanno preso le distanze. E lo stanno facendo pubblicamente. Sebbene Spagna, Germania, Gran Bretagna, Francia, Ungheria, Giappone, Cina, Canada e Australia abbiano chiaramente preso le distanze dalla guerra di Trump, solo l’Italia continua a restare in silenzio in evidente imbarazzo perché sempre prona ai voleri americani. E così, nel silenzio interessato, continuiamo a subire danni militari ed economici dall’Iran il cui avvertimento è più che chiaro. Si stimano già circa 50 milioni di euro di danni a preziose apparecchiature militari italiane presenti nel Golfo ed ora non più funzionanti. 
La domanda ora è inevitabile: quanto è disposto davvero il resto del mondo a seguire gli Stati Uniti in questo suicidio collettivo? 

 Manuele Martelli.

... indegno benito!! ...

𝐔𝐭𝐢𝐥𝐢 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐝𝐞𝐬𝐭𝐫𝐚 𝐟𝐢𝐧𝐨 𝐚𝐥 𝟐𝟑 𝐦𝐚𝐫𝐳𝐨 

Il #buongiorno di Giulio Cavalli 

 Palazzo Madama, sede della seconda carica dello Stato, aprirà le porte a Nathan Trevallion e Catherine Birmingham il 25 marzo: tre giorni dopo il referendum sulla giustizia. Ignazio La Russa lo ha confermato in un video, specificando di essersi «divertito molto» a leggere le polemiche. Divertito, appunto. Il caso è noto. La famiglia anglo-australiana che dal 2021 viveva nei boschi di Palmoli, in provincia di Chieti, senza allacci alle reti né scuola obbligatoria per i tre figli. A novembre 2025 il Tribunale per i Minorenni dell'Aquila ha disposto l'allontanamento urgente dei bambini. Da lì, il centrodestra ha costruito la sua narrativa: magistratura fuori controllo, genitori vittime dello Stato. Giorgia Meloni ha detto che «i figli non sono dello Stato». Matteo Salvini ha promesso di andare a Palmoli, poi non ci è andato. Il ministro Carlo Nordio ha inviato gli ispettori al Tribunale tre mesi e mezzo dopo aver chiesto le carte. L'incontro in Senato chiude il cerchio. La riforma della giustizia in votazione domenica e lunedì non avrebbe cambiato nulla per i bambini di Palmoli, come hanno ricordato i pentastellati in commissione Giustizia. Del resto, il governo che si erge a difesa della famiglia ha approvato il decreto Caivano, che prevede fino a due anni di carcere per i genitori che non mandano i figli a scuola: esattamente la scelta che Nathan e Catherine avevano fatto. La Russa ha detto di non voler chiedere «scusa o il permesso» a nessuno. Ha ragione su questo: il permesso non lo chiede mai. Lo prende, insieme alla vicenda altrui, e la usa. Quando il referendum sarà passato, la famiglia nel bosco tornerà nel bosco. Come succede sempre ai derelitti trasformati in clava.

... il Bullo ha problemi? ...

𝗧𝗥𝗨𝗠𝗣 𝗖𝗢𝗡 𝗟'𝗔𝗖𝗤𝗨𝗔 𝗔𝗟𝗟𝗔 𝗚𝗢𝗟𝗔 (𝗺𝗮 𝗻𝗼𝗻 𝗲̀ 𝗮𝗰𝗾𝘂𝗮..) 𝗗𝗢𝗣𝗢 𝗟𝗔 𝗚𝗨𝗘𝗥𝗥𝗔 𝗔𝗟𝗟'𝗜𝗥𝗔𝗡, 𝗨𝗟𝗧𝗜𝗠𝗢 𝗔𝗨𝗧𝗢𝗚𝗢𝗟 𝗖𝗛𝗘 𝗟𝗢 𝗦𝗧𝗔 𝗠𝗔𝗡𝗗𝗔𝗡𝗗𝗢 𝗔 𝗣𝗜𝗖𝗖𝗢: - 𝗟𝗲 𝘁𝗲𝗹𝗲𝗳𝗼𝗻𝗮𝘁𝗲 𝗮 𝗧𝗿𝘂𝗺𝗽 𝗲 𝗹𝗮 𝗰𝗮𝘁𝗮𝘀𝘁𝗿𝗼𝗳𝗲 𝗲𝗽𝗼𝗰𝗮𝗹𝗲 - 𝗧𝗿𝘂𝗺𝗽 𝗳𝗮 𝗶𝗹 𝗯𝘂𝗹𝗹𝗼 𝗱𝗮𝘃𝗮𝗻𝘁𝗶 𝗮𝗹𝗹𝗲 𝘁𝗲𝗹𝗲𝗰𝗮𝗺𝗲𝗿𝗲 𝗺𝗮 𝗱𝗶𝗲𝘁𝗿𝗼 𝗲̀ 𝘀𝗲𝗺𝗽𝗿𝗲 𝗮𝘁𝘁𝗮𝗰𝗰𝗮𝘁𝗼 𝗮𝗹 𝘁𝗲𝗹𝗲𝗳𝗼𝗻𝗼. 𝗛𝗮 𝗽𝗮𝗿𝗹𝗮𝘁𝗼 𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲 𝗰𝗼𝗻 𝗣𝘂𝘁𝗶𝗻, 𝘃𝗼𝗿𝗿𝗲𝗯𝗯𝗲 𝗺𝗲𝗱𝗶𝗮𝘀𝘀𝗲 𝗽𝗲𝗿 𝗳𝗮𝗿 𝗳𝗶𝗻𝗶𝗿𝗲 𝗶𝗹 𝗽𝗮𝗻𝗱𝗲𝗺𝗼𝗻𝗶𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗵𝗮 𝘀𝗰𝗮𝘁𝗲𝗻𝗮𝘁𝗼 𝗺𝗮 𝗶𝗹 𝘃𝗲𝗰𝗰𝗵𝗶𝗼 𝘇𝗮𝗿 𝗴𝗹𝗶 𝗵𝗮 𝗳𝗮𝘁𝘁𝗼 𝗶𝗹 𝗴𝗲𝘀𝘁𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗼𝗺𝗯𝗿𝗲𝗹𝗹𝗼, 𝗮𝗹𝗺𝗲𝗻𝗼 𝗽𝗲𝗿 𝗮𝗱𝗲𝘀𝘀𝗼. 𝗖𝗼𝗻 𝗹𝗮 𝗰𝗵𝗶𝘂𝘀𝘂𝗿𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗦𝘁𝗿𝗲𝘁𝘁𝗼 𝗹𝗲 𝗿𝗶𝘀𝗼𝗿𝘀𝗲 𝗿𝘂𝘀𝘀𝗲 𝘃𝗮𝗻𝗻𝗼 𝗮 𝗿𝘂𝗯𝗮 𝗲 𝗮 𝗠𝗼𝘀𝗰𝗮 𝗻𝗲𝘃𝗶𝗰𝗮𝗻𝗼 𝗿𝘂𝗯𝗹𝗶. 𝗣𝗿𝗲𝘇𝘇𝗶 𝗺𝗶𝗴𝗹𝗶𝗼𝗿𝗶, 𝗻𝘂𝗼𝘃𝗶 𝗰𝗹𝗶𝗲𝗻𝘁𝗶 𝗺𝗲𝗻𝘁𝗿𝗲 𝗴𝗹𝗶 𝗮𝗺𝗲𝗿𝗶𝗰𝗮𝗻𝗶 𝗿𝗶𝘀𝗰𝗵𝗶𝗮𝗻𝗱𝗼 𝘂𝗻𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗲 𝗱𝗶𝘀𝗳𝗮𝘁𝘁𝗲 𝗽𝗲𝗴𝗴𝗶𝗼𝗿𝗶 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗹𝗼𝗿𝗼 𝗰𝗼𝗹𝗹𝗲𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲. 𝗟𝗮 𝗽𝗲𝗿𝗱𝗶𝘁𝗮 𝗱𝗲𝗹 𝗚𝗼𝗹𝗳𝗼 𝗺𝗮 𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲 𝗱𝗶 𝘂𝗻𝗮 𝗱𝗶𝘀𝗮𝘀𝘁𝗿𝗼𝘀𝗮 𝗹𝗲𝗮𝗱𝗲𝗿𝘀𝗵𝗶𝗽 𝗴𝗹𝗼𝗯𝗮𝗹𝗲. 𝗣𝘂𝘁𝗶𝗻 𝗵𝗮 𝗽𝗮𝗿𝗹𝗮𝘁𝗼 𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲 𝗮 𝗻𝗼𝗺𝗲 𝗱𝗲𝗶 𝗰𝗶𝗻𝗲𝘀𝗶 𝗰𝗵𝗲 𝘀𝗶 𝗴𝗼𝗱𝗼𝗻𝗼 𝗹𝗼 𝘀𝗽𝗲𝘁𝘁𝗮𝗰𝗼𝗹𝗼 𝗮𝗽𝗽𝗼𝗹𝗹𝗮𝗶𝗮𝘁𝗶 𝘀𝘂𝗹𝗹𝗮 𝗴𝗿𝗮𝗻𝗱𝗲 𝗺𝘂𝗿𝗮𝗴𝗹𝗶𝗮 𝗺𝗲𝗻𝘁𝗿𝗲 𝗹𝗲 𝗹𝗼𝗿𝗼 𝗽𝗲𝘁𝗿𝗼𝗹𝗶𝗲𝗿𝗲 𝗽𝗮𝘀𝘀𝗮𝗻𝗼 𝘀𝗲𝗿𝗲𝗻𝗲 𝗱𝗮𝗹𝗹𝗼 𝗦𝘁𝗿𝗲𝘁𝘁𝗼 𝗲 𝗶𝗹 𝗺𝗼𝗻𝗱𝗼 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝗼 𝘀𝘁𝗮 𝗰𝗮𝗽𝗲𝗻𝗱𝗼 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝗶𝗹 𝗹𝗼𝗿𝗼 𝗺𝗼𝗱𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗻𝗼𝗻 𝗲̀ 𝗽𝗼𝗶 𝗰𝗼𝘀𝗶̀ 𝗺𝗮𝗹𝗮𝗰𝗰𝗶𝗼. 𝗡𝗼𝗻 𝘂𝗻𝗼 𝘀𝗰𝗲𝗿𝗶𝗳𝗳𝗼 𝗺𝗮𝗻𝗲𝘀𝗰𝗼 𝗲𝗱 𝗶𝗽𝗼𝗰𝗿𝗶𝘁𝗮, 𝗺𝗮 𝘂𝗻𝗮 𝗰𝗼𝗺𝘂𝗻𝗶𝘁𝗮̀ 𝗺𝘂𝗹𝘁𝗶𝗽𝗼𝗹𝗮𝗿𝗲. 𝗡𝗼𝗻 𝘂𝗻𝗮 𝗴𝗶𝘂𝗻𝗴𝗹𝗮 𝗱𝗶 𝗺𝗲𝗿𝗰𝗮𝘁𝗼, 𝗺𝗮 𝗹𝗮 𝗽𝗼𝗹𝗶𝘁𝗶𝗰𝗮 𝗮𝗹 𝘁𝗶𝗺𝗼𝗻𝗲. 𝗡𝗼𝗻 𝗰𝗵𝗲 𝗹𝗮 𝗖𝗶𝗻𝗮 𝘀𝗶𝗮 𝗶𝗹 𝗽𝗮𝗿𝗮𝗱𝗶𝘀𝗼, 𝗺𝗮 𝗮𝗹𝗺𝗲𝗻𝗼 𝗻𝗼𝗻 𝗶𝗻𝘀𝗮𝗻𝗴𝘂𝗶𝗻𝗮𝗻𝗼 𝗶𝗹 𝗺𝗼𝗻𝗱𝗼 𝗮 𝘃𝗮𝗻𝘃𝗲𝗿𝗮 𝗲 𝗴𝗲𝗻𝘁𝗮𝗴𝗹𝗶𝗮 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝗧𝗿𝘂𝗺𝗽 𝗹𝗮 𝗺𝗮𝗻𝗱𝗮𝗻𝗼 𝗶𝗻 𝘁𝗲𝗿𝗮𝗽𝗶𝗮 𝗰𝗼𝗴𝗻𝗶𝘁𝗶𝘃𝗼-𝗰𝗼𝗺𝗽𝗼𝗿𝘁𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗮𝗹𝗲 𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝘀𝘂𝗹𝗹𝗮 𝗽𝗼𝗹𝘁𝗿𝗼𝗻𝗮 𝗽𝗶𝘂̀ 𝗽𝗼𝘁𝗲𝗻𝘁𝗲. 𝗔𝗻𝗰𝗵𝗲 𝗱𝗮 𝗧𝗲𝗹 𝗔𝘃𝗶𝘃 𝘁𝗲𝗺𝗽𝗲𝘀𝘁𝗮𝗻𝗼 𝗧𝗿𝘂𝗺𝗽 𝗱𝗶 𝘁𝗲𝗹𝗲𝗳𝗼𝗻𝗮𝘁𝗲, 𝘃𝗼𝗴𝗹𝗶𝗼𝗻𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝗺𝗼𝗹𝗹𝗶 𝗹’𝗼𝘀𝘀𝗼 𝗲 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗶𝗻𝘂𝗶 𝗮 𝗯𝗼𝗺𝗯𝗮𝗿𝗱𝗮𝗿𝗲 𝗮 𝘁𝗮𝗽𝗽𝗲𝘁𝗼 𝗹’𝗜𝗿𝗮𝗻 𝗽𝗲𝗿 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗼 𝗹𝗼𝗿𝗼, 𝗼 𝗺𝗲𝗴𝗹𝗶𝗼 𝘃𝗼𝗴𝗹𝗶𝗼𝗻𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗹𝗮 𝗖𝗮𝘀𝗮 𝗕𝗶𝗮𝗻𝗰𝗮 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗶𝗻𝘂𝗶 𝗮𝗱 𝗼𝗰𝗰𝘂𝗽𝗮𝗿𝘀𝗶 𝗱𝗲𝗶 𝗹𝗼𝗿𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗶𝗿𝗶 𝗶𝗱𝗲𝗼𝗹𝗼𝗴𝗶𝗰𝗶 𝗶𝗻𝘃𝗲𝗰𝗲 𝗰𝗵𝗲 𝗱𝗲𝗶 𝗽𝗿𝗼𝗯𝗹𝗲𝗺𝗶 𝗱𝗲𝗶 𝗰𝗶𝘁𝘁𝗮𝗱𝗶𝗻𝗶 𝗮𝗺𝗲𝗿𝗶𝗰𝗮𝗻𝗶. 𝗗𝗶𝗻𝗮𝗺𝗶𝗰𝗵𝗲 𝗰𝗵𝗲 𝘃𝗲𝗿𝗿𝗮𝗻𝗻𝗼 𝘀𝘁𝘂𝗱𝗶𝗮𝘁𝗲 𝗻𝗲𝗶 𝗹𝗶𝗯𝗿𝗶 𝗱𝗶 𝘀𝘁𝗼𝗿𝗶𝗮 𝗻𝗲𝗹 𝗰𝗮𝗽𝗶𝘁𝗼𝗹𝗼 𝗱𝗲𝗱𝗶𝗰𝗮𝘁𝗼 𝗮𝗹𝗹𝗮 𝗽𝗲𝗿𝗶𝗰𝗼𝗹𝗼𝘀𝗶𝘁𝗮̀ 𝗱𝗲𝗹 𝗹𝗼𝗯𝗯𝗶𝘀𝗺𝗼 𝗶𝗻 𝗱𝗲𝗺𝗼𝗰𝗿𝗮𝘇𝗶𝗮. 𝗡𝗲𝗹 𝗳𝗿𝗮𝘁𝘁𝗲𝗺𝗽𝗼 𝗾𝘂𝗲𝗹 𝘀𝗮𝘁𝗮𝗻𝗮𝘀𝘀𝗼 𝗱𝗶 𝗡𝗲𝘁𝗮𝗻𝘆𝗮𝗵𝘂 𝗲̀ 𝗿𝗮𝗴𝗴𝗶𝗮𝗻𝘁𝗲 𝗽𝗲𝗿𝗰𝗵𝗲́ 𝗱𝗼𝗽𝗼 𝗱𝗲𝗰𝗲𝗻𝗻𝗶 𝗵𝗮 𝗿𝗲𝗮𝗹𝗶𝘇𝘇𝗮𝘁𝗼 𝗶𝗹 𝘀𝘂𝗼 𝘀𝗼𝗴𝗻𝗼 𝗶𝗿𝗮𝗻𝗶𝗮𝗻𝗼, 𝗽𝗲𝗰𝗰𝗮𝘁𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗽𝗲𝗿 𝗜𝘀𝗿𝗮𝗲𝗹𝗲 𝘀𝗶 𝘀𝘁𝗮 𝗿𝗶𝘃𝗲𝗹𝗮𝗻𝗱𝗼 𝘂𝗻 𝗶𝗻𝗰𝘂𝗯𝗼. 𝗗𝗶 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗼 𝗽𝗮𝘀𝘀𝗼 𝗳𝗶𝗻𝗶𝘀𝗰𝗲 𝘁𝘂𝘁𝘁𝗼 𝗶𝗻 𝗺𝗮𝗰𝗲𝗿𝗶𝗲 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝗮 𝗚𝗮𝘇𝗮 𝗰𝗼𝗹 𝗺𝗼𝗻𝗱𝗼 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗯𝗹𝗼𝗰𝗰𝗮 𝗴𝗹𝗶 𝗮𝗶𝘂𝘁𝗶 𝘂𝗺𝗮𝗻𝗶𝘁𝗮𝗿𝗶 𝗳𝗶𝗻𝗰𝗵𝗲́ 𝗻𝗼𝗻 𝗱𝗶𝘀𝗮𝗿𝗺𝗮𝗻𝗼 𝗲 𝗰𝗼𝗻𝘀𝗲𝗴𝗻𝗮𝗻𝗼 𝗶 𝗰𝗿𝗶𝗺𝗶𝗻𝗮𝗹𝗶 𝗱𝗶 𝗴𝘂𝗲𝗿𝗿𝗮 𝗮𝗹𝗹𝗲 𝗰𝗼𝗿𝘁𝗶 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝗻𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝗹𝗶. 𝗜𝗹 𝗽𝗿𝗼𝗯𝗹𝗲𝗺𝗶𝗻𝗼 𝗲̀ 𝗹𝗮 𝗽𝗿𝗲𝘀𝘂𝗻𝘁𝗮 𝗱𝗼𝘁𝘁𝗿𝗶𝗻𝗮 𝗦𝗮𝗺𝘀𝗼𝗻 𝗲 𝗰𝗶𝗼𝗲̀ 𝗶𝗹 𝗯𝗶𝗯𝗹𝗶𝗰𝗼 “𝗺𝘂𝗼𝗶𝗮 𝗦𝗮𝗻𝘀𝗼𝗻𝗲 𝗰𝗼𝗻 𝘁𝘂𝘁𝘁𝗶 𝗶 𝗙𝗶𝗹𝗶𝘀𝘁𝗲𝗶”. 𝗖𝗵𝗲 𝘁𝗿𝗮𝗱𝗼𝘁𝘁𝗼 𝘀𝗶𝗴𝗻𝗶𝗳𝗶𝗰𝗮 𝘂𝗻 𝗺𝗮𝘀𝘀𝗶𝗰𝗰𝗶𝗼 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗿𝗮𝘁𝘁𝗮𝗰𝗰𝗼 𝗮𝘁𝗼𝗺𝗶𝗰𝗼 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝘂𝗹𝘁𝗶𝗺𝗮 𝗿𝗶𝘀𝗼𝗿𝘀𝗮 𝘀𝗲 𝗹’𝗲𝘀𝗶𝘀𝘁𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗱𝗶 𝗜𝘀𝗿𝗮𝗲𝗹𝗲 𝗳𝗼𝘀𝘀𝗲 𝗺𝗶𝗻𝗮𝗰𝗰𝗶𝗮𝘁𝗮. 𝗖𝗵𝗲 𝘁𝗿𝗮𝗱𝗼𝘁𝘁𝗼 𝘀𝗶𝗴𝗻𝗶𝗳𝗶𝗰𝗮 𝗮𝗽𝗼𝗰𝗮𝗹𝗶𝘀𝘀𝗲 𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲 𝘀𝗲 𝗱𝗶 𝗻𝗮𝘁𝘂𝗿𝗮 𝗻𝘂𝗰𝗹𝗲𝗮𝗿𝗲. 𝗘𝗱 𝗲̀ 𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲 𝗽𝗲𝗿 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗧𝗿𝘂𝗺𝗽 𝘃𝗶𝗲𝗻𝗲 𝘁𝗮𝗿𝘁𝗮𝘀𝘀𝗮𝘁𝗼 𝗱𝗶 𝘁𝗲𝗹𝗲𝗳𝗼𝗻𝗮𝘁𝗲 𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲 𝗱𝗮 𝗪𝗮𝘀𝗵𝗶𝗻𝗴𝘁𝗼𝗻, 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝗿𝗲𝗽𝘂𝗯𝗯𝗹𝗶𝗰𝗮𝗻𝗶 𝘁𝗲𝗿𝗿𝗼𝗿𝗶𝘇𝘇𝗮𝘁𝗶 𝗱𝗶 𝗱𝗼𝘃𝗲𝗿 𝘁𝗿𝗼𝘃𝗮𝗿𝘀𝗶 𝗽𝗿𝗲𝘀𝘁𝗼 𝘂𝗻 𝗹𝗮𝘃𝗼𝗿𝗼. 𝗚𝗹𝗶 𝗦𝘁𝗮𝘁𝗶 𝗨𝗻𝗶𝘁𝗶 𝘀𝘁𝗮𝗻𝗻𝗼 𝘀𝗽𝗲𝗻𝗱𝗲𝗻𝗱𝗼 𝘂𝗻 𝗺𝗶𝗹𝗶𝗮𝗿𝗱𝗼 𝗮𝗹 𝗴𝗶𝗼𝗿𝗻𝗼 𝗽𝗲𝗿 𝘂𝗻𝗮 𝗴𝘂𝗲𝗿𝗿𝗮 𝗮𝗹𝘁𝗿𝘂𝗶, 𝗮𝘃𝗲𝘃𝗮𝗻𝗼 𝗽𝗿𝗼𝗺𝗲𝘀𝘀𝗼 𝗹𝗮 𝗽𝗮𝗰𝗲 𝗲 𝗵𝗮𝗻𝗻𝗼 𝘀𝗰𝗮𝘁𝗲𝗻𝗮𝘁𝗼 𝘂𝗻 𝗽𝗮𝗻𝗱𝗲𝗺𝗼𝗻𝗶𝗼, 𝗮𝘃𝗲𝘃𝗮𝗻𝗼 𝗽𝗿𝗼𝗺𝗲𝘀𝘀𝗼 𝗹𝗮 𝗺𝗼𝘁𝗼𝘀𝗲𝗴𝗮 𝗲 𝗶𝗻𝘃𝗲𝗰𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝗵𝗮𝗻𝗻𝗼 𝗳𝗮𝘁𝘁𝗼 𝘂𝗻𝗮 𝘀𝗲𝗴𝗮 𝗱𝗮𝘁𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗶𝗹 𝗱𝗲𝗯𝗶𝘁𝗼 𝗽𝘂𝗯𝗯𝗹𝗶𝗰𝗼 𝗯𝗮𝘁𝘁𝗲 𝗼𝗴𝗻𝗶 𝗿𝗲𝗰𝗼𝗿𝗱 𝗻𝗼𝗻𝗼𝘀𝘁𝗮𝗻𝘁𝗲 𝗮𝗯𝗯𝗶𝗮𝗻𝗼 𝘁𝗼𝗹𝘁𝗼 𝗱𝗶𝗿𝗶𝘁𝘁𝗶 𝗮𝗶 𝗽𝗼𝘃𝗲𝗿𝗶 𝗲 𝘁𝗮𝗴𝗹𝗶𝗮𝘁𝗼 𝗹𝗲 𝘁𝗮𝘀𝘀𝗲 𝗮𝗴𝗹𝗶 𝗼𝗹𝗶𝗴𝗮𝗿𝗰𝗵𝗶. 𝗢𝗿𝗺𝗮𝗶 𝗽𝗲𝗿𝗳𝗶𝗻𝗼 𝗶 𝗰𝗼𝘄-𝗯𝗼𝘆 𝗱𝗲𝗹 𝗧𝗲𝘅𝗮𝘀 𝘃𝗼𝘁𝗮𝗻𝗼 𝗮 𝘀𝗶𝗻𝗶𝘀𝘁𝗿𝗮 𝗮𝗹𝗹𝗲 𝘀𝘂𝗽𝗽𝗹𝗲𝘁𝘁𝗶𝘃𝗲 𝗲 𝗮 𝗻𝗼𝘃𝗲𝗺𝗯𝗿𝗲 𝗶 𝗿𝗲𝗽𝘂𝗯𝗯𝗹𝗶𝗰𝗮𝗻𝗶 𝗿𝗶𝘀𝗰𝗵𝗶𝗮𝗻𝗼 𝘂𝗻 𝗯𝗮𝗴𝗻𝗼 𝗱𝗶 𝘀𝗮𝗻𝗴𝘂𝗲. 𝗤𝘂𝗮𝗻𝘁𝗼 𝗮𝗹𝗹’𝗜𝗿𝗮𝗻, 𝘃𝗮 𝗯𝗲𝗻𝗶𝘀𝘀𝗶𝗺𝗼 𝘂𝗯𝗯𝗶𝗱𝗶𝗿𝗲 𝗮𝗶 𝗽𝗮𝗱𝗿𝗼𝗻𝗶 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗹𝗼𝗯𝗯𝘆 𝘀𝗶𝗼𝗻𝗶𝘀𝘁𝗮, 𝗰𝗶 𝗺𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲𝗿𝗲𝗯𝗯𝗲 𝗮𝗹𝘁𝗿𝗼 𝗱𝗼𝗽𝗼 𝗰𝗼𝗻 𝘁𝘂𝘁𝘁𝗼 𝗾𝘂𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗵𝗮𝗻𝗻𝗼 𝘀𝗽𝗲𝘀𝗼, 𝗺𝗮 𝘂𝗻𝗮 𝗴𝘂𝗲𝗿𝗿𝗮 𝗺𝗼𝗻𝗱𝗶𝗮𝗹𝗲 𝗮𝘁𝗼𝗺𝗶𝗰𝗮 𝗲̀ 𝘂𝗻 𝘁𝗮𝗻𝘁𝗶𝗻𝗼 𝘁𝗿𝗼𝗽𝗽𝗼 𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲 𝗽𝗲𝗿 𝗹𝗼𝗿𝗼 𝗲 𝘀𝗲 𝗮 𝗧𝗿𝘂𝗺𝗽 𝗱𝗼𝘃𝗲𝘀𝘀𝗲 𝗽𝗮𝗿𝘁𝗶𝗿𝗲 𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗮 𝘃𝗮𝗹𝘃𝗼𝗹𝗮, 𝗲̀ 𝗹𝗮 𝘃𝗼𝗹𝘁𝗮 𝗯𝘂𝗼𝗻𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝗹𝗼 𝗽𝗿𝗲𝗹𝗲𝘃𝗮𝗻𝗼 𝗮 𝗳𝗼𝗿𝘇𝗮 𝗱𝗮𝗹𝗹𝗼 𝗦𝘁𝘂𝗱𝗶𝗼 𝗢𝘃𝗮𝗹𝗲 𝗲 𝗹𝗼 𝗴𝗲𝘁𝘁𝗮𝗻𝗼 𝗻𝗲𝗹 𝗰𝗮𝘀𝘀𝗼𝗻𝗲𝘁𝘁𝗼 𝗹𝘂𝗻𝗴𝗼 𝗣𝗲𝗻𝗻𝘀𝘆𝗹𝘃𝗮𝗻𝗶𝗮 𝗔𝘃𝗲𝗻𝘂𝗲. 𝗠𝗮 𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲 𝗴𝗹𝗶 𝘀𝗰𝗲𝗶𝗰𝗰𝗵𝗶 𝗱𝗲𝗴𝗹𝗶 𝗲𝗺𝗶𝗿𝗮𝘁𝗶 𝗮𝗿𝗮𝗯𝗶 𝗱𝗶𝘀𝘂𝗻𝗶𝘁𝗶 𝘀𝘁𝗮𝗻𝗻𝗼 𝘁𝗲𝗺𝗽𝗲𝘀𝘁𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗧𝗿𝘂𝗺𝗽 𝗱𝗶 𝘁𝗲𝗹𝗲𝗳𝗼𝗻𝗮𝘁𝗲. 𝗦𝘁𝗿𝗶𝗹𝗹𝗮𝗻𝗼 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝘇𝗮𝗯𝗲𝘁𝘁𝗲 𝗶𝘀𝘁𝗲𝗿𝗶𝗰𝗵𝗲, 𝗽𝗲𝗻𝘀𝗮𝘃𝗮𝗻𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗰𝗼𝗻 𝗹𝗮 𝘀𝗲𝗰𝘂𝗿𝗶𝘁𝘆 𝗮 𝘀𝘁𝗲𝗹𝗹𝗲 𝗲 𝘀𝘁𝗿𝗶𝘀𝗰𝗲 𝗶𝗹 𝗹𝗼𝗿𝗼 𝗰𝗮𝗿𝗻𝗲𝘃𝗮𝗹𝗲 𝗰𝗮𝗽𝗶𝘁𝗮𝗹𝗶𝘀𝘁𝗶𝗰𝗼 𝗳𝗼𝘀𝘀𝗲 𝗲𝘁𝗲𝗿𝗻𝗼 𝗲𝗱 𝗶𝗻𝘃𝗲𝗰𝗲 𝘁𝗿𝗮 𝗱𝘂𝗻𝗲 𝗲 𝗺𝗮𝗿𝗰𝗶𝗮𝗽𝗶𝗲𝗱𝗶 𝗼𝗿𝗺𝗮𝗶 𝗴𝗶𝗿𝗮𝗻𝗼 𝗽𝗶𝘂̀ 𝘀𝗰𝗮𝗿𝗮𝗳𝗳𝗶 𝗰𝗵𝗲 𝗲𝘀𝘀𝗲𝗿𝗶 𝘂𝗺𝗮𝗻𝗶. 𝗔𝗹𝘁𝗿𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗯𝗮𝗹𝗹𝗲, 𝗧𝗿𝘂𝗺𝗽 𝘀𝘂𝗹 𝗽𝗶𝘂̀ 𝗯𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗴𝗹𝗶 𝗵𝗮 𝗽𝗲𝗿𝘀𝗶𝗻𝗼 𝗽𝗼𝗿𝘁𝗮𝘁𝗼 𝘃𝗶𝗮 𝗶 𝗾𝘂𝗮𝘁𝘁𝗿𝗼 𝗺𝗶𝘀𝘀𝗶𝗹𝗶 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝗰𝗲𝘁𝘁𝗼𝗿𝗶 𝗰𝗵𝗲 𝗮𝘃𝗲𝘃𝗮𝗻𝗼 𝗽𝗲𝗿 𝗱𝗮𝗿𝗹𝗶 𝗮 𝗧𝗲𝗹 𝗔𝘃𝗶𝘃 𝗲 𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲 𝗹𝗲 𝗯𝗮𝘀𝗶 𝗮𝗺𝗲𝗿𝗶𝗰𝗮𝗻𝗲 𝘀𝗶 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝗿𝗶𝘃𝗲𝗹𝗮𝘁𝗲 𝘂𝗻 𝗯𝗹𝘂𝗳𝗳 𝗰𝗼𝗻 𝘀𝗼𝗹𝗱𝗮𝘁𝗶 𝗲 𝘀𝗽𝗶𝗼𝗻𝗶 𝗶𝗻𝘀𝗲𝗴𝘂𝗶𝘁𝗶 𝗱𝗮𝗶 𝗱𝗿𝗼𝗻𝗶 𝗶𝗿𝗮𝗻𝗶𝗮𝗻𝗶 𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲 𝗮𝗹 𝗴𝗮𝗯𝗶𝗻𝗲𝘁𝘁𝗼 𝗲 𝗰𝗼𝘀𝘁𝗿𝗲𝘁𝘁𝗶 𝗮 𝗳𝘂𝗴𝗴𝗶𝗿𝗲 𝗮 𝗴𝗮𝗺𝗯𝗲 𝗹𝗲𝘃𝗮𝘁𝗲. 𝗚𝗹𝗶 𝘀𝗰𝗲𝗶𝗰𝗰𝗵𝗶 𝗻𝗼𝗻 𝘀𝗮𝗻𝗻𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗽𝗲𝘀𝗰𝗶 𝗽𝗶𝗴𝗹𝗶𝗮𝗿𝗲, 𝘀𝗲 𝗮𝗿𝗺𝗮𝗿𝘀𝗶 𝗳𝗶𝗻𝗼 𝗮𝗶 𝗱𝗲𝗻𝘁𝗶 𝗲 𝗺𝗮𝗻𝗱𝗮𝗿𝗲 𝗶 𝗹𝗼𝗿𝗼 𝘀𝗰𝗵𝗶𝗮𝘃𝗶 𝗮𝗹𝗹’𝗮𝗿𝗿𝗲𝗺𝗯𝗮𝗴𝗴𝗶𝗼 𝗼𝗽𝗽𝘂𝗿𝗲 𝗽𝗿𝗼𝘃𝗮𝗿𝗲 𝗰𝗼𝗻 𝗹𝗮 𝘀𝗲𝗰𝘂𝗿𝗶𝘁𝘆 𝗿𝘂𝘀𝘀𝗮 𝗲 𝗰𝗶𝗻𝗲𝘀𝗲 𝗰𝗵𝗲 𝘀𝗲𝗺𝗯𝗿𝗮 𝗽𝗶𝘂̀ 𝗮𝗳𝗳𝗶𝗱𝗮𝗯𝗶𝗹𝗲. 𝗖𝗼𝗻 𝗴𝗹𝗶 𝗲𝘂𝗿𝗼𝗽𝗲𝗶 𝗶𝗻𝘃𝗲𝗰𝗲 𝗧𝗿𝘂𝗺𝗽 𝗻𝗼𝗻 𝗮𝗹𝘇𝗮 𝗻𝗲𝗺𝗺𝗲𝗻𝗼 𝗹𝗮 𝗰𝗼𝗿𝗻𝗲𝘁𝘁𝗮, 𝘃𝗮𝗹𝗴𝗼𝗻𝗼 𝗺𝗼𝗹𝘁𝗼 𝗺𝗲𝗻𝗼 𝗱𝗲𝗹 𝗱𝘂𝗲 𝗱𝗶 𝗽𝗶𝗰𝗰𝗵𝗲 𝗾𝘂𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗯𝗿𝗶𝘀𝗰𝗼𝗹𝗮 𝗲̀ 𝗯𝗮𝘀𝘁𝗼𝗻𝗶 𝗲 𝘀𝗲 𝗱𝗲𝘁𝗼𝗻𝗮 𝗹𝗮 𝗰𝗿𝗶𝘀𝗶 𝗲𝗻𝗲𝗿𝗴𝗶𝗰𝗮 𝗿𝗶𝘀𝗰𝗵𝗶𝗮𝗻𝗼 𝗱𝗶 𝗱𝗼𝘃𝗲𝗿 𝘁𝗼𝗿𝗻𝗮𝗿𝗲 𝗻𝗲𝗹𝗹’𝗲𝗻𝘁𝗿𝗼𝘁𝗲𝗿𝗿𝗮 𝗮 𝗰𝗼𝗹𝘁𝗶𝘃𝗮𝗿𝗲 𝗽𝗮𝘁𝗮𝘁𝗲 𝗲 𝗽𝗮𝘀𝗰𝗼𝗹𝗮𝗿𝗲 𝗽𝗲𝗰𝗼𝗿𝗲 𝗰𝗵𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝘀𝗮𝗿𝗲𝗯𝗯𝗲 𝗻𝗲𝗺𝗺𝗲𝗻𝗼 𝗺𝗮𝗹𝗲 𝗰𝗼𝘀𝗶̀ 𝗮𝗹𝗺𝗲𝗻𝗼 𝗿𝗶𝘁𝗿𝗼𝘃𝗮𝗻𝗼 𝘀𝗲 𝘀𝘁𝗲𝘀𝘀𝗶. 𝗗𝗼𝗽𝗼 𝗲𝘀𝘀𝗲𝗿𝘀𝗶 𝘇𝗮𝗽𝗽𝗮𝘁𝗶 𝗶 𝗽𝗶𝗲𝗱𝗶 𝗱𝗮 𝘀𝗼𝗹𝗶 𝗰𝗼𝗻 𝗹𝗮 𝗥𝘂𝘀𝘀𝗶𝗮, 𝘀𝗲 𝗹𝗼 𝗦𝘁𝗿𝗲𝘁𝘁𝗼 𝗻𝗼𝗻 𝗿𝗶𝗮𝗽𝗿𝗲 𝘀𝘁𝗶𝗽𝗲𝗻𝗱𝗶 𝗲 𝗽𝗲𝗻𝘀𝗶𝗼𝗻𝗶 𝗻𝗼𝗻 𝗯𝗮𝘀𝘁𝗲𝗿𝗮𝗻𝗻𝗼 𝗻𝗲𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲 𝗽𝗲𝗿 𝗳𝗮𝗿𝗲 𝘂𝗻 𝗽𝗶𝗲𝗻𝗼 𝗱𝗶 𝗯𝗲𝗻𝘇𝗶𝗻𝗮. 𝗥𝗼𝗯𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝗹𝗲 𝗰𝗹𝗮𝘀𝘀𝗶 𝗱𝗶𝗿𝗶𝗴𝗲𝗻𝘁𝗶 𝗿𝗶𝘀𝗰𝗵𝗶𝗮𝗻𝗼 𝗱𝗶 𝗳𝗶𝗻𝗶𝗿𝗲 𝘁𝘂𝘁𝘁𝗲 𝗻𝗲𝗹𝗹𝗲 𝗶𝘀𝗼𝗹𝗲 𝗲𝗰𝗼𝗹𝗼𝗴𝗶𝗰𝗵𝗲 𝗺𝗲𝗻𝘁𝗿𝗲 𝗳𝗼𝗹𝗹𝗲 𝗲𝘀𝗮𝘀𝗽𝗲𝗿𝗮𝘁𝗲 𝗱𝗶 𝗽𝗼𝘃𝗲𝗿𝗶 𝗰𝗿𝗶𝘀𝘁𝗶 𝗮𝘀𝘀𝗮𝗹𝘁𝗮𝗻𝗼 𝗹𝗮 𝗕𝗮𝘀𝘁𝗶𝗴𝗹𝗶𝗮 𝘁𝗲𝗰𝗻𝗼𝗰𝗿𝗮𝘁𝗶𝗰𝗮. 𝗗𝗮𝗹𝗹’𝗜𝗿𝗮𝗻 𝗶𝗻𝘃𝗲𝗰𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝗰𝗵𝗶𝗮𝗺𝗮 𝗻𝗲𝘀𝘀𝘂𝗻𝗼 𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲 𝘀𝗲 𝗶𝗹 𝗳𝗶𝗴𝗹𝗶𝗼 𝗱𝗲𝗹𝗹’𝗔𝘆𝗮𝘁𝗼𝗹𝗹𝗮𝗵 𝗳𝗲𝗿𝗶𝘁𝗼 𝘃𝗼𝗿𝗿𝗲𝗯𝗯𝗲 𝗳𝗮𝗿𝗹𝗼. 𝗚𝗶𝗮̀, 𝗺𝗮 𝗽𝗲𝗿 𝗿𝗶𝗻𝗴𝗿𝗮𝘇𝗶𝗮𝗿𝗲 𝗧𝗿𝘂𝗺𝗽 𝗱𝗮𝘁𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗶𝗹 𝘀𝘂𝗼 𝗽𝗮𝗲𝘀𝗲 𝗻𝗼𝗻 𝗲̀ 𝗺𝗮𝗶 𝘀𝘁𝗮𝘁𝗼 𝗰𝗼𝘀𝗶̀ 𝘂𝗻𝗶𝘁𝗼 𝗲 𝘀𝗽𝗲𝗿𝗮𝗻𝘇𝗼𝘀𝗼 𝗱𝗶 𝗹𝗶𝗯𝗲𝗿𝗮𝗿𝘀𝗶 𝗱𝗮 𝗱𝗲𝗰𝗲𝗻𝗻𝗶 𝗱𝗶 𝗽𝗲𝗿𝘀𝗲𝗰𝘂𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗼𝗰𝗰𝗶𝗱𝗲𝗻𝘁𝗮𝗹𝗲. 𝗠𝗮 𝗮 𝗻𝗼𝗻 𝗰𝗵𝗶𝗮𝗺𝗮𝗿𝗲 𝗧𝗿𝘂𝗺𝗽 𝗲̀ 𝗮𝗻𝗰𝗵𝗲 𝗹𝗮 𝘀𝘂𝗮 𝗺𝗮𝗹𝗰𝗼𝗻𝗰𝗶𝗮 𝗰𝗼𝘀𝗰𝗶𝗲𝗻𝘇𝗮, 𝗻𝗼𝗻 𝘃𝗶 𝗿𝗶𝗲𝘀𝗰𝗲 𝗻𝗼𝗻𝗼𝘀𝘁𝗮𝗻𝘁𝗲 𝘀𝗮𝗽𝗽𝗶𝗮 𝗯𝗲𝗻𝗶𝘀𝘀𝗶𝗺𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗲̀ 𝗶𝗻𝗰𝗼𝗻𝗰𝗲𝗽𝗶𝗯𝗶𝗹𝗲 𝗿𝗶𝘀𝗰𝗵𝗶𝗮𝗿𝗲 𝘂𝗻𝗮 𝗴𝘂𝗲𝗿𝗿𝗮 𝗺𝗼𝗻𝗱𝗶𝗮𝗹𝗲 𝗻𝘂𝗰𝗹𝗲𝗮𝗿𝗲 𝗽𝗲𝗿 𝗶 𝘀𝘂𝗼𝗶 𝘁𝗿𝗮𝘂𝗺𝗶 𝗶𝗻𝗳𝗮𝗻𝘁𝗶𝗹𝗶, 𝗽𝗲𝗿 𝘀𝗰𝗼𝗻𝗰𝗶 𝘀𝗲𝗴𝗿𝗲𝘁𝗶 𝗲 𝗽𝗲𝗿𝗰𝗵𝗲́ 𝗵𝗮 𝗱𝗼𝘃𝘂𝘁𝗼 𝘃𝗲𝗻𝗱𝗲𝗿𝗲 𝗹’𝗮𝗻𝗶𝗺𝗮 𝗮𝗹 𝗱𝗶𝗮𝘃𝗼𝗹𝗼 𝗽𝗲𝗿 𝗴𝗿𝗮𝘁𝗶𝗳𝗶𝗰𝗮𝗿𝗲 𝗶𝗹 𝘀𝘂𝗼 𝗲𝗴𝗼. 𝗔𝗹 𝗽𝘂𝗻𝘁𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗽𝗲𝗿𝗳𝗶𝗻𝗼 𝗶𝗹 𝗣𝗮𝗱𝗿𝗲𝘁𝗲𝗿𝗻𝗼 𝘀𝘁𝗮 𝘃𝗮𝗹𝘂𝘁𝗮𝗻𝗱𝗼 𝘀𝗲 𝗰𝗵𝗶𝗮𝗺𝗮𝗿𝗲 𝗶𝗹 𝗽𝗿𝗲𝘀𝗶𝗱𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗮𝗺𝗲𝗿𝗶𝗰𝗮𝗻𝗼, 𝗴𝗶𝗮̀, 𝗺𝗮 𝗮 𝘀𝗲́ 𝗲 𝗽𝗲𝗿 𝘀𝗲𝗺𝗽𝗿𝗲 𝗶𝗻 𝗺𝗼𝗱𝗼 𝗱𝗮 𝗲𝘃𝗶𝘁𝗮𝗿𝗲 𝘂𝗻𝗮 𝗰𝗮𝘁𝗮𝘀𝘁𝗿𝗼𝗳𝗲 𝗲𝗽𝗼𝗰𝗮𝗹𝗲." 


[𝗧𝗼𝗺𝗺𝗮𝘀𝗼 𝗠𝗲𝗿𝗹𝗼]

lunedì 16 marzo 2026

... io voto no!! ...

L'America, supremo baluardo del mondo libero, scopre improvvisamente che il petrolio russo, sebbene sappia di rubli e tirannia, nei motori brucia che è una meraviglia. È il sacro dogma del libero mercato, bellezza. E da noi? Da noi si accendono le luci della ribalta. A destra (che poi è tutto a destra), va in scena il duello rusticano dei vicepremier. Da una parte Salvini, folgorato dal pragmatismo sulla via di Mosca, che applaude all'inchino americano. Dall'altra Tajani, avvolto come una mummia nella bandiera di Bruxelles, che difende la linea dura sanzionatoria, perché l'etica europea non si macchia (almeno finché non fa troppo freddo). E in mezzo? In mezzo c'è il vuoto pneumatico. Il silenzio cosmico della presidente del consiglio. Meloni tace. Si inabissa. D'altronde, la suprema arte di questo esecutivo è non prendere posizione per non scontentare nessuno. Un capolavoro di strategia dell’immobilità. Nel frattempo, il Paese, con la sua inesauribile vocazione al masochismo, di cosa discute? Si ribella forse per l'inflazione galoppante? Si interroga sul proprio destino energetico? Macché. Il popolo italiano si sta scannando sul Referendum della Giustizia! I bar, i salotti, i social pullulano di giuristi improvvisati. Tutti a sviscerare commi, separazioni delle carriere, intercettazioni. Un'ubriacatura di dibattito altissimo. Poi, una mattina qualunque, l'italiano medio si sveglia. Infila la pistola nella pompa di benzina e ha un mancamento. Apre la cassetta della posta, tira fuori la bolletta della luce, e vede la madonna e tutti i santi in processione. Ma cosa importa se il conto in banca piange di fronte al contatore che gira? L'importante – ed è fondamentale ricordarlo con solennità – è la Riforma della Giustizia! Vuoi mettere l'ebbrezza di pagare un pieno come un mutuo, ma con la consapevolezza che i membri del Csm sono stati sorteggiati in modo imparziale? È il trionfo dello Stato di diritto sulla povertà reale. 

Questi devono andare a casa. 

#IOVOTONO 

 Mauro David.

... Referendum ...

Referendum, questa non è la riforma dei miracoli 

 Concita De Gregorio 

Sarebbe molto utile che il popolo sovrano sapesse cosa sta decidendo, quando vota. Sarebbe necessario. Perché, esempio, se pensi di andare a votare al referendum sulla riforma della giustizia perché così poi gli zingari che rubano nella metro saranno tutti arrestati, nessun innocente sarà più condannato per errore, i processi dureranno un attimo è chiaro che la tua risposta sarà sì, certo: lo voglio. Ma anche se pensi che abbiamo bisogno di posti di lavoro e dunque di grandi opere ma i giudici si mettono sempre di traverso, quando c’è da costruire un ponte o un centro di detenzione in Albania, quando volevi tranquillamente rimpatriare un criminale di guerra in Libia perché così poi con la Libia si fluidificano gli affari, cioè anche se hai motivazioni più sofisticate, di natura politica o di categoria — mettiamo che tu sia un costruttore di ponti — la tua risposta sarà ugualmente sì, lo voglio. Purtroppo però niente di tutto questo è oggetto del referendum: niente, zero. Nonostante gli sforzi del governo di far credere agli elettori che se votano sì i bambini del bosco saranno restituiti ai loro genitori, i figli espatriati torneranno in Italia, gli imprenditori stranieri correranno a investire e quelli italiani aumenteranno a tutti gli stipendi. Non è vero. Non si sta parlando di questo. È comprensibile l’obiettivo di Giorgia Meloni: se gli elettori non sanno per cosa votano è meglio. Viviamo in un tempo e in un paese in cui se in un dibattito televisivo si parla di autonomia differenziata il tizio famoso invitato in quota pop a discuterne risponde che è giusto separare il vetro dall’umido. Se domandi chi sia il ministro dell’Ambiente non sa rispondere non dico la favolosa signora Franca del banco della frutta ma nemmeno voi che leggete, a bruciapelo. I ragazzi che vanno a votare si sono appena diplomati: provate a chiedere come si elegge il presidente della Repubblica. Ma anche solo: come si chiama. Quanti credete che sappiano, i cinquanta milioni di elettori, cos’è un referendum confermativo, la separazione delle carriere, il Csm? Le democrazie muoiono nell’ignoranza: è il morbo che le uccide. È un obiettivo programmato e con metodo perseguito da chi desidera non essere disturbato al comando. Smette di funzionare, il processo democratico, nell’ignoranza. Ci fu un filosofo, nel secolo scorso, che si raccomandò: istruitevi, abbiamo bisogno della vostra conoscenza. In che senso ne abbiamo bisogno? Chi? Tutti. La democrazia si fonda sul principio che la sovranità appartenga al popolo. Articolo 1, la Costituzione lo dice all’inizio. Il popolo comanda. Decide da chi farsi rappresentare, con il voto. Decide, nel caso di un referendum confermativo, se una legge va bene o no. Ora però. Bisognerebbe che chi vota sapesse di cosa tratta quella legge. Se no come fa a decidere? Bisognerebbe che sapesse, dico in disordine. Che un referendum confermativo si fa quando c’è da cambiare una legge che cambia la Costituzione. Per cambiare la Costituzione bisogna passare due volte dal voto del Parlamento. Doppia lettura, si dice. Cioè: i parlamentari, quelli che abbiamo votato per rappresentarci, devono essere proprio sicuri. Lo devono dire due volte, se vogliono cambiare l’architrave della casa. Se dicono sì ma non sono la stragrande maggioranza allora significa che c’è qualche dubbio e la parola torna al sovrano: il popolo. Devono essere gli italiani, tutti, i ventenni, la signora Franca del banco della frutta e tuo cognato, a dire se la legge così importante sia da approvare o meno. Però per decidere dovrebbero sapere di cosa stiamo parlando. Se no, cosa decidono? Non dico quanto Zagrebelsky, ma grosso modo. Che non si sta votando per mettere in galera i ladri e gli spacciatori, per evitare tragici errori giudiziari o per fare alla svelta in tribunale. Che non si parla di questo, dovrebbero saperlo. Dovrebbero anche sapere, tremenda illusione, cosa sia un quorum e che qui il quorum non serve. Non c’è bisogno che vada a votare la maggioranza degli italiani: chi va va, chi va decide, chi non va lascia che decidano gli altri. Interessante, no? Se lo sai capisci quanto vale il fatto di andare, difatti qualcuno insiste, andate, qualcun altro meno, tanto è uguale, tanto io non mi dimetto, a me cosa dite voi non mi cambia. Capisci meglio tutta questa cagnara su Sal Da Vinci, il tormentone di Sanremo: se anche solo un paio di persone dovessero votare per via della canzone, chi può dirlo, saranno due persone che decideranno per svariati milioni di altre. Nel merito hanno già detto i massimi esperti. Ma a nessuno interessa del merito, temo, che è complicato difatti Meloni non ne parla mai. Ci sarebbe questo tema della separazione delle carriere che piaceva tanto a Silvio Berlusconi e prima di lui a Licio Gelli, a sapere chi fosse. Diciamo solo. Le carriere: ci sono giudici che studiano l’atto di accusa, i pubblici ministeri, e quelli che poi decidono se condannare o assolvere. Si chiamano inquirenti e requirenti. Dice, la riforma: non devono più scambiarsi di posto, genera confusione. Ma non lo fanno. I giudici di accusa sono un po’ più di duemila, i giudicanti settemila e cinquecento. C’è già una legge che dice che posso cambiare ruolo una volta sola e solo nei primi nove anni di carriera. Ogni anno cambiano carriera in venti su diecimila. È un’emergenza tipo quella dei rave party. La verità è che i giudici danno fastidio al conducente, del resto sono lì per quello: per evitare che il conducente vada dove vuole in dispetto delle regole. Sono il «plotone di esecuzione» da eliminare, dice qualche assistente ministeriale loquace: sono un fastidio. Sottintende, la riforma, che i magistrati giudicanti accolgono le richieste di quelli che accusano per «sudditanza psicologica». Ma non è vero. In Italia più della metà delle sentenze penali di primo grado sono di assoluzione. Ma poi: psiche? C’è il grave problema delle correnti nel Csm, ammesso che chi andrà a votare sappia cosa sia il Csm. Tutti abbiamo opinioni, tutti votiamo, magistrati, insegnanti, influencer: tutti. La questione è separare le opinioni dalla funzione che svolgi. Nessuna legge può imporlo. Si tratta di coscienza, di etica. Infine, no. Non è la riforma dei miracoli, questa: non renderà la giustizia veloce, non eviterà il carcere agli innocenti. Ma il popolo sovrano non lo sa. Ecco il disegno. Fare in modo che chi vota non sappia niente e creda a quel che dici. Fare del sovrano il tuo suddito. 

 Maurizio Migliarini.

... un putiferio!! ...

Il putiferio, la politica e Gerusalemme liberata 


 A Washington si intravedono le prime crepe, Trump ormai è da camicia di forza. Con l’immane putiferio che ha scatenato rischiamo una catastrofe economica e l’autodistruzione nucleare mentre imperversano scene da saloon. I sionisti hanno corrotto il gigante americano affinché malmenasse il loro acerrimo nemico iraniano il quale però si sta rivelando un osso duro. E se avesse la meglio, i sionisti rimarrebbero soli e indifesi circondati da orde di arabi e persiani ma anche di turchi e beduini inferociti dopo oltre settant’anni di crimini impuniti e sangue innocente. C’è addirittura il rischio che gli indigeni si mettano in testa di riconquistare Gerusalemme. A Washington stanno capendo la malparata e vorrebbero gettare la spugna prima del ko, ma per adesso l’Iran gliela rigetta indietro. Vuole comprensibilmente regolare i conti una volta per tutte. Anche perché i sionisti li conoscono fin troppo bene. Per loro cessare il fuoco significa che gli altri posano le armi e loro continuano a sparare all’impazzata, e la fine delle ostilità per loro sono pause utili a riarmarsi in vista dell’aggressione successiva mentre la parola data agli amalek non vale nulla. Trump è in una morsa letale. Da una parte gli americani che ogni mattina pregano per la sua dipartita nel regno dei cieli e dall’altra i sionisti consapevoli della loro ultima grande occasione per conquistare il dominio mediorientale. Un congresso americano corrotto al novantanove percento dopo il genocidio a Gaza non gli capiterà mai più e nemmeno un presidente così ricattabile e privo di ogni freno inibitore. Ma se il gigante americano finisse al tappeto, si aprirebbe tutt’altro match per loro e per il mondo intero. Davvero un putiferio eppure sarebbe tutto così semplice. Basterebbe una politica in mano a persone perbene e all’altezza. Tutto qui. La politica la fanno gli uomini e se vuoi cambiarla devi cambiare gli uomini. Quello che hanno nella testa ma anche nel cuore. Nessuno pretende profeti e personalità eccelse e illuminate, ma perlomeno sane di mente, senza scheletri, che vedono al di là del loro nasino partitocratico e che conoscono un minimo il mondo e gli uomini che devono servire. Persone umili e coscienziose che vivono la politica come sacrificio altruistico e non egoistico. E se il mondo fosse governato da persone così, Gerusalemme sarebbe da tempo la capitale della Repubblica palestinese. Democratica, laica e rispettosa dei diritti umani per tutti nessuno escluso. Una Gerusalemme capitale dell’amore universale invece che dell’odio settario, della tolleranza invece che dell’apartheid. Con la Spianata delle Moschee aperta il venerdì per musulmani, sabato per gli ebrei e domenica per i cristiani. Buddisti e sufi il mercoledì, atei e gnostici il martedì e lunedì riposo. Il tutto in attesa di togliere ogni grata e guardia armata e lasciare che le persone interagiscano con la divinità se e come e quando vogliono e magari pure insieme. Perché in fondo quello che conta è non perdere di vista chi siamo davvero e cioè esseri umani di passaggio sul pianeta che condividono quel mistero chiamato vita che trova senso solo nell'amore. Una Gerusalemme simbolo della convivenza pacifica tra culture e credenze diverse e custode della sapienza universale. Capitale di un paese neutrale e senza esercito perché emblema di pace e perché difesa come patrimonio dell’umanità dall’umanità stessa. Capitale di una terra che da maledetta torna ad essere santa per tutti nessuno escluso. La città di Abramo sacra per tutte e tre le religioni monoteiste ma anche per le nuove spiritualità e all’avanguardia nella religione come strumento di unione invece che di divisione politica e quindi che lascia a Cesare quel che è di Cesare. Un’oasi da quel demone egoistico che ha nelle ideologie una delle sue manifestazioni collettive più devastanti. Quel demone dentro di noi vera sorgente di ogni guerra e di ogni male. Ma imperversa il putiferio. Dopo oltre settant’anni di crimini impuniti e sangue innocente, dopo perfino un immondo genocidio siamo ad un conflitto potenzialmente mondiale. Con la sapienza che ha lasciato spazio al fanatismo e le stelle comete a missili ipersonici con esplosioni spaventose che echeggiano tra i vicoli della cittadella millenaria facendo tremare le pietre levigate dal passaggio dell’umanità. Rischiamo una catastrofe economica e l’autodistruzione nucleare ma a Washington si intravedono le prime crepe e se davvero il gigante americano finisse al tappeto, si aprirebbe tutt’altro match. E salvarci sarebbe in fondo molto semplice, basterebbe che la politica torni in mano a persone perbene e all’altezza. E non guasterebbe nemmeno tornare ad ascoltare gli insegnamenti dei profeti che hanno innalzato Gerusalemme a capitale dell’umanità in modo da sconfiggere quel demone egoistico dentro di noi che è la sorgente di ogni guerra e di ogni male.

Tommaso Merlo

domenica 15 marzo 2026

... come sonnambuli!! ...

COME SONNAMBULI VERSO LA TERZA GUERRA MONDIALE 


"Stiamo camminando come sonnambuli verso la Terza guerra mondiale, o comunque un conflitto già globale, chiamatelo come preferite. Gli Usa stanno cercando di mettere gli europei sulla difensiva per tirarli dentro. Dovete capirlo e decidere cosa fare. I Paesi membri della Nato potrebbero invocare l’articolo 4 per richiedere consultazioni urgenti sulla guerra, il modo in cui viene condotta e gli obiettivi. È possibile farlo, ad esempio sfruttando i missili lanciati contro la Turchia. Una volta chiariti questi punti, gli europei dovranno decidere se vogliono entrare nel conflitto oppure restarne fuori". 

(Fiona Hill, ex consigliera di Trump e direttrice per l’Europa e la Russia nel Consiglio per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, durante la prima presidenza, da Repubblica). 


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"Le guerre mondiali non si pianificano. Diventano tali per accumulazione. Maturano nella competizione per l’egemonia planetaria, accelerata quando la potenza superiore perde sangue e animo, accendendo le ambizioni degli sfidanti. Finché tutti si convincono che in gioco sia la vita. Spalle al muro, nessuno può permettersi di arretrare. È guerra per la guerra. A scopo e somma zero. Troppe partite considerate esistenziali da chi le ingaggia stanno sfuggendo di mano. E nessun arbitro ha l’autorità per fischiarne la fine. Peggio: l’autorità da cui fino a ieri il mondo si attendeva la prima e ultima parola su pace o guerra - questa America anarco-monarchica, caso unico di accentramento dei poteri pubblici in commistione con privati attorno al presidente monarca - non sa spiegare perché sta combattendo". 

(Lucio Caracciolo, direttore di Limes, su Rerpubblica) 

 Claudio Visani.