mercoledì 25 febbraio 2026

... HOSTOMEL ...

Hostomel, il giorno in cui la Russia perse la guerra 


 La battaglia di Hostomel (24 febbraio – inizio marzo 2022) è considerata uno dei momenti decisivi dell’invasione russa dell’Ucraina. Combattuta attorno all’aeroporto Antonov, a pochi chilometri da Kyiv, segnò il fallimento del piano russo di prendere rapidamente la capitale. Il contesto strategico All’alba del 24 febbraio 2022, la Russia lanciò l’invasione su larga scala dell’Ucraina ordinata da Vladimir Putin. Il piano prevedeva una guerra lampo: decapitare il governo di Volodymyr Zelensky, occupare Kyiv in pochi giorni e imporre un esecutivo filorusso. L’aeroporto di Hostomel (Antonov), vicino a Kyiv, era la chiave. Se conquistato e reso operativo, avrebbe permesso l’atterraggio di aerei da trasporto con truppe aviotrasportate e mezzi pesanti, creando un “ponte aereo” diretto nel cuore politico dell’Ucraina. 24 febbraio: l’assalto aereo La mattina dell’invasione, elicotteri russi attraversarono il fiume Dnipro a bassa quota. Forze aviotrasportate (VDV) sbarcarono sull’aeroporto sotto copertura di attacchi missilistici. In un primo momento i russi riuscirono a prendere il controllo parziale dello scalo. Ma la resistenza ucraina fu immediata: unità della Guardia Nazionale e forze speciali contrattaccarono con artiglieria e droni, rendendo inutilizzabile la pista. Senza una pista integra, i grandi aerei da trasporto non poterono atterrare. Il contrattacco ucraino Nel pomeriggio e nei giorni successivi, l’esercito ucraino lanciò ripetuti contrattacchi. L’obiettivo non era solo riprendere il terreno, ma impedire che l’aeroporto diventasse operativo. L’artiglieria colpì sistematicamente la pista e le aree circostanti. La Russia riuscì a far arrivare rinforzi via terra dalla Bielorussia, ma il piano originario – un colpo rapido e decisivo su Kyiv – era già compromesso. Le colonne corazzate che avanzavano verso la capitale si trovarono impantanate, vulnerabili ad attacchi con missili anticarro e droni. Perché fu decisiva Hostomel mostrò tre errori chiave russi: 1. Sottovalutazione della resistenza ucraina – Mosca contava su un collasso rapido della difesa e del governo. 2. Eccessiva fiducia nelle operazioni aviotrasportate – Le VDV furono impiegate senza adeguato supporto immediato. 3. Problemi logistici – Le lunghe linee di rifornimento dal nord si rivelarono vulnerabili. Fallito il blitz su Kyiv, la guerra lampo si trasformò in conflitto prolungato. A fine marzo 2022 la Russia si ritirò dal nord dell’Ucraina, abbandonando l’obiettivo immediato di conquistare la capitale. “Il giorno in cui la Russia perse la guerra?” Molti analisti definiscono Hostomel il momento in cui la Russia perse la possibilità di vincere rapidamente. Non significò la fine del conflitto — che continuò con brutalità nell’est e nel sud — ma segnò il fallimento dell’obiettivo politico principale: rovesciare il governo ucraino in pochi giorni. Dal punto di vista simbolico, la battaglia rafforzò la narrativa della resistenza ucraina. La mancata caduta di Kyiv consolidò il sostegno internazionale a favore dell’Ucraina, portando a massicci aiuti militari occidentali. Conclusione La battaglia di Hostomel non fu la più lunga né la più sanguinosa del conflitto, ma fu strategicamente cruciale. Dimostrò che l’Ucraina non sarebbe crollata in 72 ore. Il fallimento del ponte aereo e la distruzione della pista cambiarono il corso della guerra, trasformando un’operazione pensata come rapida in una guerra d’attrito destinata a durare anni. 


 Franco Callegaro.

... la merda marcia!! ...

𝐋𝐚 𝐦𝐞𝐥𝐚 𝐦𝐚𝐫𝐜𝐢𝐚 


Il #buongiorno di Giulio Cavalli 


Il 21 luglio del 2021 Matteo Salvini era un altro Matteo Salvini. La sua Lega sembrava capace di essere il primo partito italiano. Il partito nei sondaggi veleggiava sopra al 20%, l’elettorato era diviso tra chi sosteneva la linea governata e la linea identitaria. All’orizzonte Fratelli d’Italia e Giorgia Meloni erano in crescita sulla scia del sovranismo. Niente di pericoloso: per il leader della Lega si trattava semplicemente di un partito satellite, nipote delle sue stesse intuizioni. Il giorno prima l’assessore leghista alla Sicurezza di Voghera, Massimo Adriatici, aveva ucciso Younes El Boussettaoui con un colpo di pistola  in piazza Meardi. «Altro che far west a Voghera si fa strada l’ipotesi della legittima difesa», disse il 21 luglio 2021 Matteo Salvini, con l’aggiunta della formula “la difesa è sempre legittima” e l’invito ad “aspettare la ricostruzione”, già incardinato però su una lettura assolutoria. E poi, aggiunse Salvini: «Un docente di diritto penale, ex funzionario di Polizia, avvocato penalista noto e stimato in città, in questa bella città in provincia di Pavia, vittima di un'aggressione, ha risposto, accidentalmente è partito un colpo che purtroppo ha ucciso un cittadino straniero». Quella brava persona di Adriatici ieri è stato condannato 12 anni di reclusione, oltre a provvisionali per 380 mila euro ai familiari della vittima. Siamo nel 2026 e Salvini non ha ancora imparato la lezione. L’impressionante serie di figure di palta intorno al ritornello della “legittima difesa” non ne rallenta la stupidità con cui approccia il tema. E alla fine sorge un dubbio: ma se fosse lui, la mela marcia?

martedì 24 febbraio 2026

... merdacce!! ...

𝐒𝐞𝐭𝐭𝐞𝐦𝐢𝐥𝐚 𝐟𝐢𝐫𝐦𝐞, 𝐮𝐧 𝐚𝐫𝐫𝐞𝐬𝐭𝐨 𝐞 𝐮𝐧𝐚 𝐟𝐢𝐠𝐮𝐫𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚 


Il buongiorno di Giulio Cavalli 

Il 26 gennaio, a poche ore dall’uccisione di Abderrahim Mansouri nel boschetto di Rogoredo, Matteo Salvini aveva già emesso la sua sentenza. «Sto dalla parte del poliziotto», scriveva. Le indagini dovevano ancora cominciare. La procura oggi contesta l’omicidio volontario, parla di un colpo sparato mentre il ragazzo fuggiva e dispone l’arresto dell’agente. Nel frattempo emergono versioni discordanti, omissioni, colleghi indagati per favoreggiamento.La fretta, però, è tutta politica. Pochi minuti dopo la notizia diversi esponenti della destra parlavano già di legittima difesa «molto evidente», con il ministro dell’Interno Piantedosi allineato al vicepremier . La Lega Nord raccoglie 7.000 firme di solidarietà per l’agente. Si propone perfino un sostegno economico. L’accusa viene definita «gratuita ed eccessiva». Salvini aveva scelto la divisa prima dei fatti. Aveva blindato la narrazione prima dei rilievi balistici, prima delle perizie, prima delle testimonianze che ora incrinano la prima versione. Quando la procura cambia quadro, quando la scena ricostruita dagli inquirenti parla di un uomo colpito alla testa mentre scappava, la politica che aveva gridato alla legittima difesa resta nuda. La figuraccia è tutta qui: un vicepresidente del Consiglio che usa un’indagine in corso per fare campagna sullo scudo penale alle forze dell’ordine e che si scopre smentito dagli atti. La destra aveva bisogno di un caso esemplare: Rogoredo doveva servire a dimostrare che la polizia va liberata dai controlli, che le procure intralciano l’ordine naturale delle cose. Poi sono arrivate le carte. Adesso parlano di “mela marcia”. I post vengono cancellati. Ma le firme restano, le dichiarazioni restano. Resta soprattutto la scelta di stare con una versione prima ancora che con la verità. Per chi invoca legge e sicurezza a ogni comizio, è una lezione elementare: la presunzione di innocenza vale per tutti. Anche quando indossa una divisa, anche quando conviene il contrario.

... CAIRO MERDA!!! ...

Ventiquattro nomi buttati lì come ossa rosicchiate al cane, facce consumate e poi sputate via, una processione di allenatori che sembra una fila al patibolo: Stringara, De Biasi, Zaccheroni, ancora De Biasi, Novellino, poi di nuovo De Biasi, Novellino, Camolese, Colantuono, Beretta, Colantuono, Lerda, Papadopulo, Lerda, Ventura, Mihajlovic, Mazzarri, Longo, Giampaolo, Nicola, Juric, Vanoli, Baroni, D’Aversa. Un elenco che non è memoria ma usura, non è storia ma logoramento continuo. Ventitré cambi in vent’anni e mezzo che non raccontano evoluzione ma un eterno girare a vuoto, una porta che sbatte sempre nello stesso punto. In mezzo a questo girone dantesco che non ha nemmeno la dignità dell’inferno, sempre lui: Urbano Cairo, fermo, immobile, incollato alla poltrona come se fosse parte dell’arredamento, come se il tempo non potesse scalfirlo. Mentre tutto il resto cambia, si consuma, sparisce, e lui resta, parla, riempie l’aria di parole che suonano come latta vuota, sempre le stesse, sempre più leggere, sempre più lontane dalla realtà. Il decimo posto come scelta di vita, e lui lo chiama “buon campionato” e già qui basterebbe fermarsi, basterebbe il peso di questa bestemmia calcistica per capire tutto. Ma lui insiste, continua, si avvita nella sua stessa retorica, una litania da rosario consumato, frasi fatte ripetute con una pervicacia quasi offensiva, un ciarlare da pochi spicci che pretende di diventare verità solo perché ripetuto abbastanza volte, anche contro l’evidenza, anche contro la memoria, anche contro chi ha ancora la forza di ricordare cosa sia stato davvero il Toro. Parla di responsabilità, la sventola come una bandiera, ma è una parola che nelle sue mani si svuota, si piega, si sgretola, perché da quattro lustri quella responsabilità è stata disattesa, evitata, aggirata con la stessa abilità con cui si evitano gli specchi quando non si ha più il coraggio di guardarsi. Ed allora restano solo le bugie, le solite bugie storte, ripetute fino allo sfinimento, bugie pigre, senza nemmeno la capacità di reggersi in piedi da sole, e che eppure continuano ad uscire, una dietro l’altra, senza vergogna, senza esitazione da quella bocca da rana dalla bocca larga. La squadra, il progetto, l’Europa, lo stadio, il Robaldo: quintali di merda invasettata e venduta ai fessi. Aveva dichiarato che se ne sarebbe andato quando i tifosi non lo avrebbero più voluto. Lo aveva promesso con quella sicurezza da piazzista scaltro e consumato, ed oggi quella promessa giace lì, svuotata, calpestata. Mentre fuori monta una rabbia che non è più nemmeno rabbia ma stanchezza, una frustrazione che si è fatta abitudine, un dolore che ha perso perfino la voce per urlare davvero. E lui resta, impermeabile, sordo, ostinato, non per forza ma per inerzia, non per visione ma per un’incapacità cronica di farsi da parte. Ed è la dimostrazione più vera e plastica che lui del Toro non sa nulla e nemmeno gli frega. Perché se qualcosa non dico lo ami, ma per lo meno lo rispetti, e sai di essere la causa principale dell’infelicitá, della disperazione, del dramma di chi per quella cosa darebbe la vita, prendi e ti fai da parte. Invece no. Ha preso a costo zero un qualcosa che aveva peso, storia, sangue, e lo ha ridotto ad una lenta evaporazione. Non un crollo netto, che almeno avrebbe avuto una sua dignità, ma uno stillicidio continuo, una goccia di merda dopo l’altra, sempre uguale, sempre più opprimente, fino a trasformare tutto in un’abitudine grigia, senza scatti, senza orgoglio, senza più nemmeno la rabbia necessaria a ribellarsi davvero. E poi quel sette, quel voto che si assegna con leggerezza, come se fosse un bilancio qualsiasi, come se bastasse un numero a chiudere vent’anni e mezzo di mediocrità diluita. Non è un voto: è uno specchio deformante, è la misura di una distanza ormai incolmabile tra ciò che racconta e ciò che esiste, tra la narrazione e la realtà che si accumula fuori, nelle strade, tra la gente, davanti ai simboli veri. Perché mentre lui parla, mentre si autoassolve, mentre continua a raccontare successi invisibili, c’è chi non ha più voglia di urlare e passa ai gesti, rovesciando letame davanti al Fila sotto uno striscione che in tre parole dice tutto quanto. Ed in quell’odore acre, in quella materia gettata lì senza filtri, c’è senz’altro più verità di quanta ne sia uscita dalla sua bocca in vent’anni e mezzo. 

Vent’anni di niente, maledetto. 
Vent’anni di niente. 
Cairo merda. 


 Ernesto Bronzelli.

... D'Aversa dopo Baroni ...

Roberto D’Aversa si presenta in conferenza stampa: "C'è sempre rispetto per un collega esonerato. Scegliere me come soluzioni dei problemi, che il Toro ha bisogno essere realisti: siamo vicini alla zona retrocessione, è una posizione che non compete a questo club. Sono orgoglioso di rappresentare questo club, arrivo con grande entusiasmo perché non mi era mai successo di stare a casa così tanto tempo" Come mai ha firmato un contratto così breve? "Tutti vorrebbero iniziare la stagione d'estate per interpretare il gioco in base alle caratteristiche dei giocatori. Ma se a 4 mesi dalla fine del campionato ti chiama il Toro, devi rispondere presente. Il valore del Toro non merita questa classifica, non ho avuto alcun ripensamento: ho fatto subito le valigie. Parliamo di un club storico" Come si migliora? "Il Toro ha 9 clean sheet e la peggior difesa: è uno degli aspetti da migliorare, di solito la differenza reti corrisponde alla posizione di classifica. Cosa cambiare? Riportare entusiasmo, nel calcio bisogna capire che siamo fortunati: c'è stato uno scossone con questo cambio allenatore, devo dare certezze e migliorare vari aspetti" Pensa di cambiare modulo? Potete giocare a quattro dietro? "Sono valutazioni che si fanno direttamente in campo. Qui ci sono tanti difensori centrali e solo due terzini di ruolo, la disposizione più consona è quella di partire a tre. Ma non è il modulo che ti fa subire meno gol, è l'atteggiamento. Questo club ha messo sempre sul campo tutto ciò che aveva nelle gambe e nel cuore" Cosa si aspetta da Anjorin, Marianucci e Ismajli che ha già avuto ad Empoli? "Non ho parlato con loro, solo con Petrachi e Cairo. Non mi piace parlare con i miei ex giocatori quando non sono l'allenatore. L'anno scorso tanti ragazzi erano giovani, facevo un po' da padre e consigliere per loro. Anjorin veniva dal Chelsea, la sua storia parla di tanti infortuni ma l'anno scorso ha giocato tanto. Marianucci ha fatto un bel percorso, con il lavoro ha ribaltato le gerarchie e ha fatto un ottimo campionato. Ismajli ha fatto il miglior campionato suo, ma anche lui ha avuto problemi: è un guerriero, ha giocato con una mano fratturata. Difficilmente si ritrovano questi giocatori al giorno d'oggi con questo spirito" Come pensa di agire sulla testa dei giocatori? "Bisogna scendere in campo con coraggio. L'ultima gara ha dimostrato che la squadra perdeva subito palla una volta recuperata, forse è scesa in campo senza coraggio" Qual è il primo messaggio che darà al Toro? "La classifica va vista. Il potenziale della squadra non la rispecchia, ma se siamo a +3 dalla zona retrocessione serve essere realisti. Dobbiamo migliorare, l'errore sarebbe pensare di non essere risucchiati. La società ha già mandato un messaggio, non ho visto ancora i ragazzi ma si sentono responsabili quando accade questo. Bisogna trasmettere serenità ma anche cercare di migliorare gli aspetti" Ha sentito o sentirà Baroni? "Abbiamo lavorato insieme a Lanciano, ma non voglio essere influenzato dal passato. Lo chiamerò, ma adesso voglio vedere cosa ci sarà con il nostro lavoro. Voglio rimanere pulito, valuto in base a ciò che vedo" Vuole lanciare un appello ai tifosi perché il dodicesimo uomo in campo sia presente? "Qua ho fatto tante battaglie. E' diverso giocare con il pubblico o con lo stadio, la squadra ne ha bisogno ma deve anche dimostrare di invogliare di nuovo il pubblico: dobbiamo ragionare sull'obiettivo, che è la salvezza. In campo cerchiamo di rendere i tifosi orgogliosi, loro sono fondamentali e sono tra i più caldi d'Europa. A Genova c'è un pubblico che dà 6-7 punti, anche qui c'è un pubblico che porta punti. C'è disponibilità ad aprire il Filadelfia per gli allenamenti, in questo momento si ragiona solo sull'importanza del club" Può prendersi questa responsabilità sul Filadelfia e di aprire gli allenamenti? "Dobbiamo ragionare tutti con lo stesso pensiero, sull'importanza di preservare una categoria. Non porta vantaggi aprire vantaggi se ci sono contestazioni, ma il pubblico può supportare i ragazzi. Il risultato è sempre una conseguenza del lavoro: venire a vedere come i ragazzi si allenano, è un motivo che a volte le difficoltà dipendono da tanti fattori. Da parte mia, non ci sono preclusioni ad aprire. Le piazze non sono paragonabili, ma ad Empoli aprivo sempre. Poi c'è un aspetto tattico da considerare, ma i primi giorni della settimana siamo disponibili ad aprire il campo. Da oggi, si fanno i fatti: allontanarci da una classifica pericolante, serve compattezza da parte di tutti. Tutti insieme possiamo portare il Toro all'obiettivo" E' una squadra che segna poco "Lavoreremo per migliorare anche questo aspetto. La differenza reti corrisponde alla posizione di classifica: o migliori i gol subiti o quelli fatti, così migliori la squadra. E' sempre il campo che dirà come interpretare le gare" Dove farà giocare Vlasic? "Dal vivo ho visto due gare, le due partite di Roma. E Vlasic mi ha stupito: pensavo fosse forte, non così completo. Non sfigurerebbe in un grande club. E' uno che concretizza e che fa gol. Può giocare a destra o a sinistra, occupando quelle mattonelle perché ha facilitato nell'assist e nel gol"
Il Torino Football Club comunica di aver esonerato Marco Baroni dall’incarico di allenatore della Prima Squadra. La Società ringrazia il tecnico e il suo staff per l’attività fin qui svolta con impegno e correttezza e augura loro il meglio nel proseguimento della carriera.

lunedì 23 febbraio 2026

... Ucraina - Russia ...

𝐔𝐜𝐫𝐚𝐢𝐧𝐚 -𝐑𝐮𝐬𝐬𝐢𝐚, 𝐠𝐮𝐞𝐫𝐫𝐚, 𝐝𝐢𝐫𝐢𝐭𝐭𝐨 𝐞 𝐢𝐥 𝐫𝐢𝐭𝐨𝐫𝐧𝐨 𝐝𝐢 𝐍𝐨𝐫𝐢𝐦𝐛𝐞𝐫𝐠𝐚 

Articolo di Massimo Lensi 

 La guerra tra Russia e Ucraina non è soltanto un conflitto armato nel cuore dell’Europa. È, prima ancora, una crepa nel sistema giuridico internazionale costruito dopo il 1945. Se la Carta delle Nazioni Unite ha posto il divieto dell’uso della forza come architrave dell’ordine globale, l’invasione russa del 24 febbraio 2022 ha riportato al centro la domanda più radicale del diritto internazionale pubblico: cosa resta del divieto di aggressione quando uno Stato potente decide di violarlo apertamente? Il punto di partenza: il divieto dell’uso della forza L’articolo 2, paragrafo 4, della Carta Onu vieta l’uso della forza nelle relazioni internazionali, salvo due eccezioni: la legittima difesa (art. 51) e l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza. Nessuna delle due condizioni ricorre nel caso dell’invasione dell’Ucraina. Le giustificazioni russe – dalla protezione delle popolazioni russofone alla pretesa “autodifesa preventiva” rispetto all’espansione della Nato – non trovano fondamento nel diritto positivo vigente, che non ammette forme unilaterali di intervento armato al di fuori delle ipotesi espressamente previste. Sul piano del diritto internazionale pubblico, l’atto russo integra dunque una violazione grave del divieto di aggressione. La risoluzione dell’Assemblea generale Onu del marzo 2022 ha qualificato l’azione come aggressione, ribadendo un principio che sembrava consolidato: l’integrità territoriale degli Stati non è negoziabile.Eppure il diritto internazionale vive strutturalmente nella tensione tra norma e potere. La Russia è membro permanente del Consiglio di Sicurezza e dispone del diritto di veto. Può paralizzare ogni risposta coercitiva collettiva. Il sistema di sicurezza collettiva si inceppa esattamente nel punto in cui dovrebbe reagire. Dalla responsabilità dello Stato alla responsabilità penale individuale È qui che entra in gioco il diritto penale internazionale. Se il diritto internazionale classico sanziona lo Stato, l’eredità di Norimberga – recepita e sistematizzata dallo Statuto di Roma del 1998 – colpisce gli individui. Non “la Germania”, ma Göring. Non “lo Stato aggressore”, ma chi assume decisioni criminali. Nel marzo 2023, la Corte penale internazionale (Cpi) ha emesso un mandato di arresto contro Vladimir Putin, presidente della Federazione Russa, e contro Maria Lvova-Belova, Commissaria presidenziale per i diritti dell’infanzia. L’accusa riguarda il crimine di guerra di deportazione e trasferimento illecito di minori ucraini dai territori occupati verso la Federazione Russa, in violazione delle Convenzioni di Ginevra.Nel 2024 la Cpi ha richiesto ulteriori mandati nei confronti di alti responsabili militari russi, tra cui Sergei Shoigu, allora ministro della Difesa, e Valery Gerasimov, capo di Stato Maggiore, in relazione ad attacchi contro infrastrutture civili ed energetiche, qualificati come crimini di guerra.Il punto giuridicamente decisivo è questo: la Corte non processa “la guerra in sé”, ma specifici crimini previsti dallo Statuto di Roma – crimini di guerra, crimini contro l’umanità, genocidio e, in determinate condizioni, il crimine di aggressione. La competenza nel caso ucraino si fonda sulla dichiarazione di accettazione della giurisdizione presentata da Kiev ai sensi dell’articolo 12, paragrafo 3, dello Statuto, pur non essendo l’Ucraina Stato parte.La Russia non è parte della Cpi e ha reagito con durezza. Il Comitato Investigativo russo ha aperto procedimenti penali contro il Procuratore della Corte e contro i giudici che hanno emesso i mandati, inserendone alcuni nelle liste dei ricercati. Alla giustizia internazionale si è risposto con l’attivazione di una giurisdizione penale nazionale a fini di ritorsione politica. Una torsione che conferma quanto il diritto penale internazionale resti privo di un autonomo braccio esecutivo e dipenda, in ultima istanza, dalla cooperazione degli Stati. Il crimine di aggressione: il nodo irrisolto Resta però fuori dalla portata immediata della Cpi il crimine di aggressione, definito come la pianificazione, preparazione, inizio o esecuzione di un atto di aggressione che costituisca una manifesta violazione della Carta Onu. Dopo l’emendamento di Kampala del 2010, la Corte può esercitare giurisdizione su tale crimine solo nei confronti di Stati parte che abbiano accettato espressamente la relativa competenza. Né la Russia né l’Ucraina rientrano in questo meccanismo. Per questo motivo, l’Ucraina, con il sostegno dell’Unione europea e – almeno nella fase iniziale – degli Stati Uniti, ha promosso l’istituzione di un tribunale speciale per il crimine di aggressione contro l’Ucraina. Un tribunale ad hoc, sul modello di Norimberga, fondato su un accordo multilaterale o su un’iniziativa dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Qui il discorso diventa insieme tecnico e politico. Norimberga fu possibile perché la Germania era stata sconfitta militarmente e sottoposta a occupazione. Oggi si prospetta il giudizio nei confronti del capo di Stato in carica di una potenza nucleare. La questione delle immunità personali (ratione personae) torna centrale: un tribunale internazionale può superarle? La giurisprudenza tende a riconoscere che le corti internazionali propriamente dette possano derogare alle immunità dei capi di Stato in carica; più problematica è la posizione di un tribunale “ibrido” o “speciale”, la cui base giuridica potrebbe essere oggetto di contestazione. L’eredità di Norimberga e i suoi limiti Norimberga ha introdotto un principio rivoluzionario: l’aggressione è il “crimine supremo”, perché contiene in sé il seme di tutti gli altri. Ma la sua applicazione contemporanea incontra ostacoli strutturali. Il diritto internazionale penale è universale nelle aspirazioni, selettivo nella prassi. Dipende dalla cooperazione degli Stati. E la cooperazione si arresta dove comincia l’interesse geopolitico vitale. La guerra in Ucraina mostra in modo quasi paradigmatico questa tensione. Da un lato, un attivismo giudiziario senza precedenti nei confronti di un capo di Stato di una grande potenza; dall’altro, l’impossibilità concreta di eseguire i mandati fintanto che Putin rimane in territorio russo o si reca in Stati che non intendono cooperare. Considerazioni conclusive Dal punto di vista strettamente giuridico, il sistema ha reagito: ha qualificato l’aggressione, ha aperto indagini, ha emesso mandati. Dal punto di vista dell’effettività, resta sospeso tra dimensione simbolica e capacità coercitiva. E tuttavia la forza del diritto internazionale non risiede soltanto nella possibilità di arrestare. Risiede anche nella capacità di qualificare giuridicamente i fatti, di nominare le condotte, di costruire memoria normativa. Chiamare “deportazione” una deportazione, “crimine di guerra” un attacco contro civili, “aggressione” un’invasione. In questo senso, la guerra tra Russia e Ucraina segna un passaggio storico: il ritorno del conflitto interstatale su larga scala in Europa e, insieme, il tentativo di riaffermare l’idea che anche il potere sovrano più armato non sia sottratto, almeno in linea di principio, al giudizio del diritto. Se Norimberga aveva inaugurato la responsabilità penale dei leader, l’Ucraina ne rappresenta l’evoluzione incompiuta: un diritto che esiste, che osa, ma che non ha ancora realizzato una piena coincidenza tra legalità e forza. Ed è forse qui che si gioca la partita più decisiva: non soltanto sul terreno militare, ma nella credibilità futura dell’ordine giuridico internazionale.

... una sola LEGGE! ...

"𝘊’𝘦̀ 𝘶𝘯𝘢 𝘤𝘰𝘴𝘢 𝘴𝘦𝘮𝘱𝘭𝘪𝘤𝘦, 𝘢𝘯𝘵𝘪𝘤𝘢 𝘤𝘰𝘮𝘦 𝘪𝘭 𝘥𝘪𝘳𝘪𝘵𝘵𝘰 𝘳𝘰𝘮𝘢𝘯𝘰, 𝘤𝘩𝘪 𝘨𝘰𝘷𝘦𝘳𝘯𝘢 𝘯𝘰𝘯 𝘦̀ 𝘴𝘰𝘱𝘳𝘢 𝘭𝘢 𝘭𝘦𝘨𝘨𝘦. 𝘌̀ 𝘥𝘦𝘯𝘵𝘳𝘰 𝘭𝘢 𝘭𝘦𝘨𝘨𝘦. 𝘌 𝘴𝘦 𝘯𝘦 𝘴𝘵𝘢 𝘭𝘪̀, 𝘤𝘰𝘮𝘦 𝘵𝘶𝘵𝘵𝘪 𝘨𝘭𝘪 𝘢𝘭𝘵𝘳𝘪. 𝘗𝘦𝘳 𝘤𝘦𝘳𝘵𝘢 𝘥𝘦𝘴𝘵𝘳𝘢 𝘰𝘨𝘨𝘪 𝘢𝘭 𝘨𝘰𝘷𝘦𝘳𝘯𝘰 𝘴𝘦𝘮𝘣𝘳𝘢 𝘶𝘯 𝘤𝘰𝘯𝘤𝘦𝘵𝘵𝘰 𝘪𝘯𝘥𝘪𝘨𝘦𝘴𝘵𝘰. 𝘚𝘪 𝘱𝘢𝘳𝘭𝘢 𝘥𝘪 “𝘮𝘢𝘯𝘥𝘢𝘵𝘰 𝘱𝘰𝘱𝘰𝘭𝘢𝘳𝘦” 𝘤𝘰𝘮𝘦 𝘧𝘰𝘴𝘴𝘦 𝘶𝘯𝘰 𝘴𝘤𝘶𝘥𝘰. 𝘔𝘢 𝘪𝘭 𝘷𝘰𝘵𝘰 𝘯𝘰𝘯 𝘦̀ 𝘶𝘯 𝘭𝘢𝘴𝘤𝘪𝘢𝘱𝘢𝘴𝘴𝘢𝘳𝘦 𝘱𝘦𝘳 𝘱𝘪𝘦𝘨𝘢𝘳𝘦 𝘭𝘦 𝘳𝘦𝘨𝘰𝘭𝘦. 𝘌̀ 𝘶𝘯𝘢 𝘳𝘦𝘴𝘱𝘰𝘯𝘴𝘢𝘣𝘪𝘭𝘪𝘵𝘢̀ 𝘪𝘯 𝘱𝘪𝘶̀. 𝘓𝘢 𝘥𝘦𝘮𝘰𝘤𝘳𝘢𝘻𝘪𝘢 𝘯𝘰𝘯 𝘦̀ 𝘪𝘭 𝘱𝘰𝘵𝘦𝘳𝘦 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘮𝘢𝘨𝘨𝘪𝘰𝘳𝘢𝘯𝘻𝘢 𝘴𝘦𝘯𝘻𝘢 𝘭𝘪𝘮𝘪𝘵𝘪, 𝘦̀ 𝘪𝘭 𝘱𝘰𝘵𝘦𝘳𝘦 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘮𝘢𝘨𝘨𝘪𝘰𝘳𝘢𝘯𝘻𝘢 𝘥𝘦𝘯𝘵𝘳𝘰 𝘪 𝘭𝘪𝘮𝘪𝘵𝘪 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘭𝘦𝘨𝘨𝘦. 𝘓𝘢 𝘯𝘰𝘴𝘵𝘳𝘢 𝘊𝘰𝘳𝘵𝘦 𝘊𝘰𝘴𝘵𝘪𝘵𝘶𝘻𝘪𝘰𝘯𝘢𝘭𝘦 𝘯𝘰𝘯 𝘦̀ 𝘶𝘯 𝘧𝘢𝘴𝘵𝘪𝘥𝘪𝘰. 𝘌̀ 𝘶𝘯𝘢 𝘨𝘢𝘳𝘢𝘯𝘻𝘪𝘢. 𝘓𝘢 𝘔𝘢𝘨𝘪𝘴𝘵𝘳𝘢𝘵𝘶𝘳𝘢 𝘪𝘵𝘢𝘭𝘪𝘢𝘯𝘢 𝘯𝘰𝘯 𝘦̀ 𝘶𝘯 𝘯𝘦𝘮𝘪𝘤𝘰 𝘱𝘰𝘭𝘪𝘵𝘪𝘤𝘰. 𝘌̀ 𝘶𝘯 𝘱𝘪𝘭𝘢𝘴𝘵𝘳𝘰. 𝘌 𝘭𝘢 𝘊𝘰𝘴𝘵𝘪𝘵𝘶𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘙𝘦𝘱𝘶𝘣𝘣𝘭𝘪𝘤𝘢 𝘐𝘵𝘢𝘭𝘪𝘢𝘯𝘢 𝘯𝘰𝘯 𝘦̀ 𝘶𝘯 𝘭𝘪𝘣𝘳𝘰 𝘪𝘯𝘨𝘪𝘢𝘭𝘭𝘪𝘵𝘰 𝘥𝘢 𝘴𝘷𝘦𝘯𝘵𝘰𝘭𝘢𝘳𝘦 𝘴𝘰𝘭𝘰 𝘪𝘭 2 𝘨𝘪𝘶𝘨𝘯𝘰, 𝘦̀ 𝘪𝘭 𝘱𝘢𝘵𝘵𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘵𝘪𝘦𝘯𝘦 𝘪𝘯𝘴𝘪𝘦𝘮𝘦 𝘭𝘢 𝘤𝘢𝘴𝘢 𝘤𝘰𝘮𝘶𝘯𝘦. 𝘊𝘩𝘪 𝘨𝘰𝘷𝘦𝘳𝘯𝘢 𝘥𝘦𝘷𝘦 𝘥𝘢𝘳𝘦 𝘭’𝘦𝘴𝘦𝘮𝘱𝘪𝘰. 𝘚𝘦𝘮𝘱𝘳𝘦. 𝘚𝘰𝘱𝘳𝘢𝘵𝘵𝘶𝘵𝘵𝘰 𝘲𝘶𝘢𝘯𝘥𝘰 𝘭𝘦 𝘥𝘦𝘤𝘪𝘴𝘪𝘰𝘯𝘪 𝘴𝘰𝘯𝘰 𝘪𝘮𝘱𝘰𝘱𝘰𝘭𝘢𝘳𝘪 𝘰 𝘤𝘰𝘯𝘵𝘦𝘴𝘵𝘢𝘵𝘦. 

𝘗𝘦𝘳𝘤𝘩𝘦́ 𝘭𝘰 𝘚𝘵𝘢𝘵𝘰 𝘥𝘪 𝘥𝘪𝘳𝘪𝘵𝘵𝘰 𝘯𝘰𝘯 𝘦̀ 𝘶𝘯’𝘰𝘱𝘪𝘯𝘪𝘰𝘯𝘦, 𝘦̀ 𝘪𝘭 𝘤𝘰𝘯𝘧𝘪𝘯𝘦 𝘤𝘩𝘦 𝘪𝘮𝘱𝘦𝘥𝘪𝘴𝘤𝘦 𝘢𝘭 𝘱𝘰𝘵𝘦𝘳𝘦 𝘥𝘪 𝘥𝘪𝘷𝘦𝘯𝘵𝘢𝘳𝘦 𝘢𝘳𝘣𝘪𝘵𝘳𝘪𝘰. 𝘌 𝘴𝘦 𝘲𝘶𝘢𝘭𝘤𝘶𝘯𝘰 𝘧𝘢𝘵𝘪𝘤𝘢 𝘢 𝘤𝘢𝘱𝘪𝘳𝘭𝘰, 𝘨𝘭𝘪𝘦𝘭𝘰 𝘴𝘪 𝘳𝘪𝘤𝘰𝘳𝘥𝘢 𝘤𝘰𝘯 𝘤𝘢𝘭𝘮𝘢 𝘮𝘢 𝘤𝘰𝘯 𝘧𝘦𝘳𝘮𝘦𝘻𝘻𝘢, 𝘭𝘢 𝘭𝘦𝘨𝘨𝘦 𝘷𝘢𝘭𝘦 𝘱𝘦𝘳 𝘵𝘶𝘵𝘵𝘪. 𝘈𝘯𝘤𝘩𝘦 𝘱𝘦𝘳 𝘤𝘩𝘪 𝘴𝘪𝘦𝘥𝘦 𝘢 𝘗𝘢𝘭𝘢𝘻𝘻𝘰. 𝘚𝘰𝘱𝘳𝘢𝘵𝘵𝘶𝘵𝘵𝘰 𝘱𝘦𝘳 𝘤𝘩𝘪 𝘴𝘪𝘦𝘥𝘦 𝘢 𝘗𝘢𝘭𝘢𝘻𝘻𝘰.𝘰 𝘧𝘢𝘵𝘪𝘤𝘢 𝘢 𝘤𝘢𝘱𝘪𝘳𝘭𝘰, 𝘨𝘭𝘪𝘦𝘭𝘰 𝘴𝘪 𝘳𝘪𝘤𝘰𝘳𝘥𝘢 𝘤𝘰𝘯 𝘤𝘢𝘭𝘮𝘢 𝘮𝘢 𝘤𝘰𝘯 𝘧𝘦𝘳𝘮𝘦𝘻𝘻𝘢, 𝘭𝘢 𝘭𝘦𝘨𝘨𝘦 𝘷𝘢𝘭𝘦 𝘱𝘦𝘳 𝘵𝘶𝘵𝘵𝘪. 𝘈𝘯𝘤𝘩𝘦 𝘱𝘦𝘳 𝘤𝘩𝘪 𝘴𝘪𝘦𝘥𝘦 𝘢 𝘗𝘢𝘭𝘢𝘻𝘻𝘰. 𝘚𝘰𝘱𝘳𝘢𝘵𝘵𝘶𝘵𝘵𝘰 𝘱𝘦𝘳 𝘤𝘩𝘪 𝘴𝘪𝘦𝘥𝘦 𝘢 𝘗𝘢𝘭𝘢𝘻𝘻𝘰." 

(𝗚𝘂𝘀𝘁𝗮𝘃𝗼 𝗭𝗮𝗴𝗵𝗲𝗯𝗿𝗲𝘀𝗸𝗶, 𝐏𝐫𝐞𝐬𝐢𝐝𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐄𝐦𝐞𝐫𝐢𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐂𝐨𝐫𝐭𝐞 𝐂𝐨𝐬𝐭𝐢𝐭𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞)