lunedì 8 giugno 2026

... scrivere senza firmare ...

𝐈𝐥 𝐟𝐨𝐫𝐦𝐢𝐝𝐚𝐛𝐢𝐥𝐞 𝐚𝐩𝐩𝐚𝐫𝐚𝐭𝐨 𝐝𝐢𝐠𝐞𝐫𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐞̀ 𝐝𝐢 𝐜𝐡𝐢 𝐬𝐩𝐮𝐭𝐚 𝐢𝐥 𝐯𝐞𝐥𝐞𝐧𝐨 𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐟𝐢𝐫𝐦𝐚 


Il #buongiorno di Giulio Cavalli 


 Venerdì 5 giugno, pagina 41 de la Repubblica: un corsivo senza firma sbeffeggia Paolo Di Paolo, firma di quella stessa redazione, come un codardo dall'"apparato digerente" formidabile. Il 13 giugno, intanto, lo stesso Di Paolo salirà sul palco che apre il festival Salerno Letteratura per farsi contestare di persona, dopo aver tolto a Erri De Luca la prolusione d'apertura. Tenete insieme le due immagini. Partiamo dal merito, che il corsivo salta. La prolusione non è uno fra duecento incontri: è l'atto che apre e timbra l'edizione, e dietro c'è una comunità, volontari, sponsor, istituzioni. Affidarla a De Luca dopo le parole su Gaza avrebbe reso la sua posizione l'unico tema dell'apertura. Difenderlo dal rogo, come Di Paolo aveva fatto col suo nome il 26 maggio, è una cosa. Dargli la chiave che inaugura la rassegna, un'altra. E nessuno lo ha messo al bando: era invitato in un'altra sezione, ha declinato lui. La scelta di Di Paolo (come tutte le scelte) è serenamente discutibile, e lui per primo l'ha messa in dubbio: post firmato, ammissione che «può sbagliare», intervista all'Ansa. Tutto esposto. Solo che sull'accusa di vigliaccheria il conto non torna. Il vigliacco è chi colpisce senza il proprio nome, col "noi" della redazione per un regolamento di conti personale. I suggeritori sono fin troppo facili. La firma però ci dice chi risponde di quelle parole e toglierla equivale a nascondersi. E non è la prima volta: settimane fa erano corsivi anonimi sull'allenatore del Milan Allegri. È un metodo. Poi c'è la coda materiale: la direzione ha cancellato due pagine sul festival pronte per Robinson. Il Comitato di redazione ha firmato la solidarietà e chiesto che chi scrive ci metta il nome. A proposito, il corsivo si intitolava "Due diverse idee di tolleranza". Le due idee, alla fine, sono qui: c'è chi sale su un palco a farsi fischiare col proprio nome e chi scrive al buio. Auguri al secondo.

... i giovani d'Albania ...

PER UN'INTERA GENERAZIONE, SARANNO PER SEMPRE I GIORNI PIÙ BELLI 


La rivoluzione dei fenicotteri è una straordinaria protesta perché è nata da un movimento dal basso fatto soprattutto di giovani, lontani dai partiti. Perché è un atto di ribellione che per una settimana ha già coinvolto migliaia di persone. Perché è un grido contro l’arroganza di un potere che vuole costruire un resort di lusso in un luogo di grande valore naturalistico. Perché è un no contro la figlia del presidente Usa e di suo marito. Perché è una mobilitazione contro il potere di Rama, ma anche di Berisha, l’altra faccia della stessa medaglia. Perché ad alimentare la protesta c’è anche il rifiuto di migliaia di persone contro il governo albanese complice di quello italiano nella costruzione del lager per migranti a Gjader. Perché è un movimento che ha già costretto il potere a togliere i bulldozer e il filo spinato. Ma soprattutto perché dimostra che anche in tempi cupi non tutto è previsto. 

“Non sappiamo ancora come andrà a finire – ha detto Detjon Begaj, in un presidio domenica a Bologna (altri sono stati promossi a Firenze, Milano, Torino, Genova, Roma, New York, Londra, Atene, Berlino) – Ma di una cosa siamo certi: per un’intera generazione questi sono tra i giorni più belli della nostra vita...”

... il nazionalismo ...

𝗜𝗹 𝗻𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗮𝗹𝗶𝘀𝗺𝗼 𝗱𝗲𝗴𝗹𝗶 𝗮𝗹𝘁𝗿𝗶. 𝗡𝗼𝘁𝗲 𝘀𝘂𝗹𝗹𝗮 𝘃𝘂𝗹𝗴𝗮𝘁𝗮 𝗳𝗶𝗹𝗼𝗶𝘀𝗿𝗮𝗲𝗹𝗶𝗮𝗻𝗮 

Prendo spunto dall’intervista di Erri De Luca al giornale israeliano di destra “Israel Hayom”, e tradotta dal giornale italiano di destra il Foglio, per mettere a fuoco alcuni argomenti della vulgata filoisraeliana. 

𝑰𝒔𝒓𝒂𝒆𝒍𝒆 𝒉𝒂 𝒊𝒍 𝒅𝒊𝒓𝒊𝒕𝒕𝒐 𝒅𝒊 𝒆𝒔𝒊𝒔𝒕𝒆𝒓𝒆? 
Sul piano pratico è un falso problema. Israele esiste dal 1948, è riconosciuto dalle Nazioni Unite, con l’eccezione di 29 stati membri della Lega Araba o dell’Organizzazione della Cooperazione Islamica (OIC). A parte Iran e Corea del Nord, refrattari a Israele, gli stati arabi e musulmani subordinano il riconoscimento dello stato ebraico alla risoluzione della questione palestinese. Israele è uno stato potente, alleato degli Usa, la principale superpotenza globale. Sul piano giuridico, non esiste il diritto degli stati ad esistere, esiste il diritto all’autodeterminazione dei popoli. Il diritto di ogni popolo deve contemperarsi con quello degli altri popoli, specie nei territori dove i popoli sono mescolati. Così, il diritto non è solo principio, diventa pratica di mediazione e negoziato. Quando la reputazione di Israele è particolarmente sotto stress per le sue condotte politiche e militari, nel dibattito pubblico, insieme con l’accusa di antisemitismo, compare la domanda: “Israele ha diritto di esistere?”. La domanda è ambigua e manipolatoria. Se rispondiamo si, a cosa rispondiamo? A un diritto pari tra gli altri, o a un diritto primo sopra gli altri? 

𝑪𝒐𝒔𝒂 𝒔𝒊𝒈𝒏𝒊𝒇𝒊𝒄𝒂 𝒆𝒔𝒔𝒆𝒓𝒆 𝒔𝒊𝒐𝒏𝒊𝒔𝒕𝒊? 
Intendere che “Chiunque riconosca il diritto di Israele a esistere in Palestina, chiunque veda due entità vivere fianco a fianco, è già sionista” è un artificio retorico. Arafat e l’Olp, firmando gli accordi di Oslo, sarebbero sionisti. E lo sarebbe la gran parte della sinistra europea che sostiene la soluzione dei due stati. Se oggi riconosciamo Slovenia, Croazia, Bosnia-Erzegovina, Serbia, Kosovo, Montenegro e Macedonia, non vuol dire necessariamente che apprezziamo la disgregazione della Jugoslavia. Nel riconoscere la Cechia e la Slovacchia, non esprimiamo alcuna contrarietà alla Cecoslovacchia. Quello che le persone democratiche e civili desiderano è la coesistenza pacifica di israeliani e palestinesi, ma non esprimono un’adesione politico-ideologica a una particolare forma; l’accordo sull’assetto spetta ai due popoli. Personalmente, preferisco le forme di integrazione sovranazionali al primato degli stati nazionali, ancorché etnici e religiosi o alle piccole patrie. Tuttavia, se là dove gli stati nazionali sono la forma della coesistenza possibile, va bene. Il problema, però, è che il sionismo non è più definito da Israele nei confini del 1948, comunque edificato sulla Nakba, ma da Israele che valica e si espande oltre i confini del 1967, occupa e colonizza i residui territori palestinesi. Proprio questo sionismo, incarnato dal governo del Likud e dei suoi alleati estremisti, messianico-religiosi, è ostile alla soluzione dei due stati. 

𝑨 𝑮𝒂𝒛𝒂 𝒄’𝒆̀ 𝒖𝒏 𝒈𝒆𝒏𝒐𝒄𝒊𝒅𝒊𝒐? 
Un argomento della negazione si basa su questo assunto: “Se l’obiettivo dell’IDF fosse lo sterminio di un popolo, aveva un bersaglio perfettamente immobile […] Il fatto che Israele abbia ripetutamente spostato la popolazione civile rende questa accusa vuota”. La tesi è insoddisfacente. La Convenzione sul genocidio richiede di provare l’intento specifico di distruggere un gruppo. Gli ordini di evacuazione potrebbero provare il contrario. Ma la Corte Internazionale di Giustizia, che accoglie la plausibilità del genocidio, nelle sue ordinanze cautelari, non si è basata solo sugli sfollamenti, ma sul blocco di cibo, acqua e medicine, unito a un numero spropositato di vittime, alla distruzione delle infrastrutture civili, e a dichiarazioni pubbliche di governanti politici e alti ufficiali israeliani. L’accusa non è “vuota” solo perché l’esercito ha ordinato alla popolazione di spostarsi: lo spostamento forzato di massa in una zona senza infrastrutture, sotto assedio, può esso stesso costituire un atto genocidiario: infliggere deliberatamente condizioni di vita volte a distruggere un gruppo. Un genocidio non richiede lo sterminio totale in un colpo solo. Può avvenire per fasi, attraverso uccisioni dirette e la creazione di condizioni di vita invivibili. Il fatto che Israele non abbia ucciso tutti i palestinesi in un giorno non è una prova dell’assenza di genocidio, esattamente come i nazisti che spostavano gli ebrei nei ghetti prima di deportarli nei campi non dimostrava l’assenza di un piano di sterminio. Anche i tedeschi, dal 1939 al 1945, hanno spostato in massa gli ebrei, prima nei ghetti, poi nei campi, poi da un campo all’altro. In effetti, i negazionisti dell’Olocausto utilizzano e manipolano i fatti legati agli spostamenti geografici e alle deportazioni degli ebrei per sostenere una delle loro tesi fondamentali: che la “Soluzione Finale” di Adolf Hitler non fosse un piano di sterminio fisico, ma solo un piano di ricollocamento territoriale o di emigrazione forzata. 

𝑸𝒖𝒂𝒍 𝒆̀ 𝒊𝒍 𝒔𝒆𝒏𝒔𝒐 𝒅𝒆𝒍 7 𝒐𝒕𝒕𝒐𝒃𝒓𝒆? 
L’attacco di Hamas del 7 ottobre è stato un atto terroristico, un crimine di guerra e un crimine contro l’umanità, per la strage di civili e il rapimento di ostaggi. Con una sua logica politica, seppure distorta, in opposizione allo stillicidio dell’uccisione di migliaia di palestinesi, all’assedio di Gaza, all’occupazione della Cisgiordania, alla detenzione di migliaia di prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, anche senza accuse. Il rapimento di civili e soldati è da decenni una strategia usata da Hamas e Hezbollah proprio per ottenere scambi di prigionieri, ed è visto come una forma di resistenza asimmetrica contro un esercito tecnologicamente superiore. Questo non lo giustifica, ma lo spiega politicamente. Presentarlo come qualcosa di eccezionalmente malvagio e fuori dalla storia, un atto di crudeltà pura e inspiegabile, è un modo per sottrarlo al dominio della politica e consegnarlo a quello del male metafisico, che per definizione non si può negoziare. Ma gli ostaggi sopravvissuti sono stati quasi tutti liberati mediante trattative e scambi di prigionieri. 

𝑺𝒐𝒍𝒐 𝒍𝒐 “𝒔𝒉𝒐𝒄𝒌 𝒆𝒔𝒕𝒆𝒓𝒏𝒐” 𝒍𝒊𝒃𝒆𝒓𝒂 𝒅𝒂𝒍𝒍𝒂 𝒕𝒊𝒓𝒂𝒏𝒏𝒊𝒂? 
Qui la tesi sostiene che i popoli si liberano delle tirannie solo con la sconfitta militare totale, portando gli esempi della fine del fascismo in Italia, del franchismo in Spagna e della giunta militare in Argentina. In Italia, la caduta del fascismo avvenne prima con un colpo di Stato interno (25 luglio 1943) e poi con la Resistenza partigiana. La sconfitta militare dell’Italia fu una condizione necessaria ma non sufficiente. Furono la guerra civile contro la Repubblica di Salò e la Resistenza contro l’occupazione nazista a determinare la nuova identità repubblicana. Fosse dipeso dagli alleati, in particolare dagli inglesi, l’Italia liberata avrebbe potuto reggersi con un fascismo senza Mussolini. La transizione spagnola alla democrazia avvenne dopo la morte di Franco nel 1976, non per una sconfitta militare esterna, ma per un processo negoziato interno. L’esempio smentisce la tesi. In Argentina la giunta cadde dopo la sconfitta delle Falkland, che non colpì la popolazione civile. Ma fu un crollo di un regime militare, non di un’organizzazione politica-religiosa radicata nella popolazione come Hamas. Altri esempi di transizioni democratiche senza distruzione militare del paese sono la democratizzazione di Brasile; Cile; Corea del Sud; Taiwan, Indonesia. Non si tratta di eccezioni. Storicamente, le transizioni dalla dittatura alla democrazia sono avvenute molto più spesso in modo negoziato, pacifico o guidato dall’alto, che attraverso guerre civili distruttive o invasioni straniere. Applicare a Gaza gli esempi storici italiano e argentino è inquietante. “È quello che sta accadendo ora a Gaza, ed è l’unica possibilità di un vero cambiamento”. Equivale a dire che i palestinesi devono essere sconfitti militarmente in modo schiacciante per potersi “liberare” di Hamas. È un’argomentazione di stampo coloniale, “ti distruggo per il tuo bene”, che ignora il principio di autodeterminazione e l’effetto radicalizzante di una distruzione di tale portata. La storia della “War on Terror” dimostra che bombardare una popolazione non la “redime” da un’ideologia; spesso la spinge ulteriormente tra le sue braccia. 

𝑳'𝒂𝒔𝒊𝒎𝒎𝒆𝒕𝒓𝒊𝒂 𝒅𝒊 𝒇𝒐𝒏𝒅𝒐 
L’intervista di Erri De Luca, come le vulgate filoisraeliane, ruota intorno a una asimmetria di fondo: il nazionalismo israeliano è un soggetto storico normale, ha il diritto di difendersi e deve essere in ogni caso riconosciuto e legittimato. Il nazionalismo palestinese, invece, è un artificio patologico, da sconfiggere militarmente, a qualunque costo umano, per poter essere rieducato. Anzi, addomesticato. 

 Massimo Lizzi.

... ma come fate?? ...

Il PD non si smentisce mai. Invece di festeggiare la perdita del più accanito nazisionista, russofobo e censore dei suoi leader, Pina Picierno, si dispiace per il suo tradimento. La Schlein dichiara che il partito proseguirà nella sua linea "pluralista", che tradotto significa abbandonare lavoratori e pensionati per favorire la pluralità delle grandi imprese e della concentrazione di capitale. La Picierno dal canto suo passa a una forza più consona alle sue posizioni politiche, il gruppo macroniano di Renew. La scelta deriva dalla "necessità" di mantenere la poltrona a Bruxelles che altrimenti sarebbe passata a Zingaretti. Niente di nuovo dal fronte europeo. 

Cari piddini di sinistra, ma come fate a votare ancora per questa gentaccia? 

 Luca Brusca.
Che tragedia. Proprio oggi, mentre il mondo girava il suo solito valzer di mediocrità, ci è giunta la notizia che scuote le fondamenta della nostra civiltà: Pina Picierno ha deciso di lasciare il Partito Democratico. Un dolore lancinante, quasi metafisico. Come quando si perde il telecomando proprio durante il momento clou della pubblicità. Pare che la loro amata Picierno, in un impeto di purezza riformista, non sia più riuscita a sopportare la "deriva estremista" dei suoi ex compagni. D’altronde, si sa, restare in un partito dove non si è d’accordo su nulla è uno sport faticoso, quasi quanto cercare di spiegare a un muro la differenza tra una mozione e un aperitivo. La goccia che ha fatto traboccare il calice – o forse il calice che ha fatto traboccare la pazienza – è stata la sua scelta di cavalcare la riforma Meloni-Nordio. E ora, dove approderà questa anima orfana? Si parla di un esilio dorato tra le braccia del Partito Democratico Europeo, al fianco dei nuovi "compagni". Lì, finalmente, Pina potrà continuare a fare ciò che nel PD le riusciva così bene: esercitare l’arte sublime dell’irrilevanza decisionale, spacciandola per pragmatismo europeo. Un habitat naturale, dove potrà dedicarsi a quel suo nobile obiettivo di sempre: fare opposizione al proprio partito mentre è al governo, e viceversa, in un equilibrismo retorico che nemmeno un contorsionista del Cirque du Soleil oserebbe tentare. Siamo devastati. Davvero, non dormiremo per settimane. Pensare a un Parlamento europeo senza il suo vigile sguardo democratico ci fa sentire come orfani a un pranzo di Natale: soli, smarriti e, stranamente, con una voglia matta di brindare. Addio, Picierno. Il vuoto che lasci è pari solo alla sorpresa che non proviamo. 

 Mauro David.

domenica 7 giugno 2026

un Nulla a corso legale!

A Tivat, ieri c’erano quasi tutti i capi di Stato e di governo di 26 paesi dell’Unione europea, Giorgia Meloni invece era a Reggio Calabria, alla festa dei carabinieri, davanti a un francobollo. 

 Le priorità.. 

Per fortuna conta talmente il NULLA che nessuno se ne è accorto che non fosse presente!!! 

 Annalisa Di Gilio.
C'erano tutti i leader europei in Montenegro per parlare del futuro dei Balcani. Mancava solo lei, la Presidente del Consiglio Meloni. Si trovava a Reggio Calabria, a inaugurare un francobollo. Si è giustificata dicendo che la cerimonia dei carabinieri si è prolungata. Sembrerebbe una barzelletta e verrebbe da ridere, ma purtroppo è successo davvero, così il vertice tra l'UE e i Balcani si è svolto con l'assenza dell'Italia (le male lingue direbbero "non se ne è accorto nessuno). Inoltre domenica a Londra, ci sarà un vertice molto importante tra Merz, Macron e Starmer per decidere che strategia adottare riguardo la guerra in Ucraina. Come ormai accade spesso, la Meloni non è stata invitata e l'Italia rimane isolata e fuori da qualsiasi decisione importante in Europa. (anche in questo caso in Europa non se ne accorgerà nessuno...purtroppo)

... Italo topo!! ...

Italo #Bocchino è arrivato ad un passo dalla comicità. Bastava che si fermasse a paragonare la resistenza delle donne partigiane ai nazifascisti con la resilienza di #Meloni alle critiche dei giornalisti. Ma ha voluto strafare accennando ai motivi estranei ai meriti personali che avrebbero condotto alla #Costituente Nilde #Iotti , Tina #Anselmi e Teresa #Mattei, quando queste madri costituenti di meriti personali ne avevano di enormi, anche per la loro partecipazione alla #resistenza . È qui che Bocchino si perde: la comicità sfuma davanti alla codardia delle accuse accennate ma non esplicitate. Dette e non dette. Quando auspichiamo il "ritorno alle fogne" di certi elementi parliamo proprio di questo: all'atteggiamento sordido -attenzione!- non di tutta la destra, di quella parte serva coi potenti, indulgente con gli amici e incline alla violenza verbale o fisica con coloro che le sono estranei. È impossibile paragonare questa gente e questi discorsi al monologo di Paola #Cortellesi: sarebbe come paragonare la luce del sole all'ombra delle sentine.

... lettera aperta ...

Lettera aperta a Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra 


Ai dirigenti, agli eletti e ai militanti del Partito Democratico, del Movimento 5 Stelle e di Alleanza Verdi e Sinistra. Siamo elettrici ed elettori dell'opposizione. Persone con sensibilità diverse, storie diverse e idee diverse. Ma accomunate dalla convinzione che l'Italia abbia bisogno di un'alternativa credibile, seria e coraggiosa all'attuale governo. Vi scriviamo perché sentiamo crescere una preoccupazione profonda: l'opposizione sembra spesso limitarsi a commentare gli errori della maggioranza, aspettando che siano le difficoltà del governo a creare le condizioni per una vittoria futura. Ma un Paese non si cambia aspettando. Un Paese si cambia costruendo. Milioni di cittadini non chiedono soltanto di sapere contro cosa siete. Chiedono soprattutto di sapere per cosa siete. Quale Italia immaginate. Quali priorità condividete. Quale progetto volete offrire. Per questo vi chiediamo di aprire immediatamente un confronto pubblico e permanente per costruire un programma comune sui temi che toccano la vita quotidiana delle persone. Un programma serio sull'immigrazione. Non servono slogan né buonismi astratti. Serve realismo. L'immigrazione è un fenomeno strutturale che va governato e non lasciato all'improvvisazione. Quando lo Stato arretra, nascono sfruttamento, illegalità, tensioni sociali e ghettizzazione. Lasciare migliaia di persone senza percorsi di integrazione, senza formazione linguistica, senza accesso al lavoro regolare e senza una distribuzione equilibrata sul territorio significa alimentare paure e conflitti. Una forza progressista deve saper dire con chiarezza che sicurezza e integrazione non sono valori contrapposti. Sono due facce della stessa politica responsabile. Vi chiediamo un progetto credibile che combatta il traffico di esseri umani, favorisca gli ingressi regolari, promuova l'integrazione e tuteli la sicurezza dei cittadini. Vi chiediamo un programma forte sul lavoro e sui salari. L'Italia è un Paese in cui milioni di persone lavorano e restano povere. Giovani qualificati emigrano. Famiglie che fino a pochi anni fa vivevano dignitosamente oggi faticano ad arrivare alla fine del mese. I salari sono fermi da troppo tempo mentre il costo della vita continua a crescere. Servono proposte concrete per aumentare il potere d'acquisto, contrastare il lavoro precario, sostenere la contrattazione, valorizzare il merito e creare occupazione di qualità. Vi chiediamo un piano nazionale per le famiglie e per chi è in difficoltà. Famiglie con figli, genitori soli, pensionati fragili, persone con disabilità, giovani che non riescono a costruire un futuro autonomo. La solitudine economica e sociale sta diventando una delle emergenze più gravi del nostro tempo. Servono sostegni mirati, politiche per la casa, servizi territoriali efficienti, accesso alla sanità pubblica e misure che restituiscano dignità a chi vive situazioni di bisogno. Vi chiediamo di parlare al Paese reale. A chi aspetta mesi una visita medica. A chi vive nelle periferie. A chi teme per il futuro dei propri figli. A chi non si riconosce più nella politica ma continua a sperare che qualcuno rappresenti le sue preoccupazioni. L'opposizione non può apparire come una persona che galleggia in mare aspettando che la corrente la porti a riva. Deve tornare a essere una forza che indica una direzione. Una forza che ascolta. Una forza che propone. Una forza che unisce. Noi non vi chiediamo di rinunciare alle vostre identità. Vi chiediamo di fare ciò che gli italiani si aspettano da chi vuole governare: discutere, confrontarsi, trovare punti comuni e costruire una visione condivisa. Il tempo delle sole reazioni deve lasciare spazio al tempo delle proposte. Per questo chiediamo al Partito Democratico, al Movimento 5 Stelle e ad Alleanza Verdi e Sinistra di avviare un percorso pubblico per definire priorità, iniziative e obiettivi comuni, dando finalmente voce a quella parte di Paese che aspetta un'alternativa credibile. Se condividete queste parole, vi invitiamo a sottoscrivere questa lettera e a diffonderla. Perché l'Italia ha bisogno di un'opposizione che non aspetti il futuro. Ha bisogno di un'opposizione che inizi a costruirlo. 

Spero di parlare anche a nome di 

Lucia Coluccia 

Antonio Anelli 

Comitato di cittadini attivi e democratici in difesa della Costituzione 

 Vincenzo San.