lunedì 20 aprile 2026

... il Risiko mondiale! ...

Il Risiko non si ferma. 
E nessuno ferma il Risiko 

di Raffaele Crocco 

 In Ucraina, la guerra resta ad alta intensità. Un’intensità che pare scomparsa o quasi dai nostri media. Ma che resta letale per chi combatte o subisce. Lo dicono le analisi degli istituti di ricerca: nelle ultime settimane si registra un aumento delle perdite tra le forze russe, legato alle offensive nel Donbass, in particolare nell’area di Donetsk. La guerra continua a essere combattuta soprattutto con artiglieria e droni. Le stime complessive delle vittime, dall’inizio del conflitto, oscillano tra 200.000 e 285.000 morti. È un tritacarne, che non trova pace in alcun modo. Sul piano diplomatico, sono ripresi contatti indiretti tra Stati Uniti e Russia, senza risultati concreti sul cessate il fuoco. Contemporaneamente, il presidente ucraino zelensky prosegue il giro degli alleati europei, che paiono sempre convinti del sostegno a Kiev. Siamo partiti da qui, questa settimana, per fare il Punto su ciò che accade. Il Risiko mondiale è sempre in pieno svolgimento, con scontri, lotte sotterranee e diplomazia a muoversi per conquistare spazi, territori, rotte. Si muore ancora a Gaza, in barba alla tregua. Il bilancio supera i 71.000 morti. I bombardamenti israeliani proseguono quotidiani e la situazione umanitaria resta critica, con carenze diffuse di acqua, cibo e assistenza sanitaria. In settimana sono arrivate nuove proposte di mediazione internazionale, sostenute anche da Cina e Pakistan, ma non ci sono stati sviluppi operativi. Poco più lontano, nel confronto tra Iran, Israele e Stati Uniti, resta in vigore la tregua temporanea di circa due settimane, che ha messo fine agli attacchi aerei delle settimane precedenti. La tensione resta alta nello Stretto di Hormuz, area strategica per il traffico energetico globale e Israele prosegue la propria offensiva contro Hezbollah in Libano. Tutto pare appeso ad un filo, ma si tratta ancora alla ricerca di una soluzione che faccia tacere le armi. Parallelamente, in Yemen proseguono gli attacchi dei ribelli sciiti Houthi contro il traffico marittimo nel Mar Rosso. Le azioni incidono sulle rotte commerciali internazionali. Sono azioni di sostegno politico-militare sia ai palestinesi colpiti da Tel Aviv, sia all’Iran, bombardato da Stati Uniti e Israele.. Sempre in Asia, ma in Myanmar proseguono i raid aerei della giunta militare contro aree controllate dalle opposizioni. Gli attacchi colpiscono anche villaggi civili. Il conflitto interno, iniziato nel 2021, non mostra segnali di riduzione e le iniziative diplomatiche regionali restano inefficaci. Esattamente come al confine tra Afghanistan e Pakistan. Qui si sono registrati nuovi scontri e bombardamenti aerei. Le tensioni riguardano la presenza di gruppi armati lungo la linea di confine. Non sono stati annunciati accordi tra i due Paesi. Il viaggio sulla nostra carta per il Risiko ci porta in Africa. In Sudan, i combattimenti tra esercito regolare e forze paramilitari continuano, soprattutto tra Khartoum e Darfur. I morti recenti superano le 20.000 unità e gli sfollati sono milioni. Non risultano iniziative diplomatiche efficaci. In Nigeria, si intensificano le operazioni militari contro gruppi armati nel nord del Paese. In settimana sono stati segnalati raid aerei dell’esercito contro milizie jihadiste e gruppi criminali. Le operazioni hanno causato molte vittime civili. Il Paese resta uno dei principali epicentri di violenza in Africa occidentale. Violenza che colpisce quotidianamente, ancora, anche il Sahel. In Mali, Niger e Burkina Faso continuano gli attacchi jihadisti contro civili e forze di sicurezza. La regione si conferma uno dei principali teatri di instabilità globale, con violenze diffuse e difficoltà di controllo territoriale. Questo il quadro generale di questa settimana. Indica un aumento delle guerre e della loro intensità. Oltre 800 milioni di persone vivono in aree coinvolte direttamente da guerre o violenze armate e quasi miliardi sono in zone di conflitto e crisi. Le agenzie internazionali hanno censito, nel 2025, più di 56.000 attacchi contro civili. È il dato più alto degli ultimi anni.


 www.unimondo.org www.atlanteguerre.it Alessandro Negrini Carlo Martinelli Articolo 21 Left Uno Maggio Taranto Libero E Pensante

... ricordando Ciro ...

Il libro, ovviamente fu solo un pretesto. Claudio Minetti — militante neofascista e figlio della compagna di Stefano Delle Chiaie — il 19 aprile 1979 entrava nella biblioteca popolare nella sezione del PCI di Torpignattara chiedendo un libro. Si tratta di una chiara provocazione. Trova Ciro Principessa, militante ventitreenne. Originario di una famiglia povera del napoletano, è il secondo di otto fratelli. Dopo un’adolescenza turbolenta e un processo per renitenza alla leva, Ciro si iscrive alla FGCI, dedicandosi con impegno alla militanza politica. Partecipa a iniziative per il miglioramento dell’area di Villa Certosa ed è proprio tra i promotori della creazione della biblioteca. Uno strumento importante per la formazione dei giovani in una zona proletaria dove non sempre è facile trasmettere determinati ideali. Quel 19 aprile Ciro svolge proprio l’attività di bibliotecario, e quando Minetti vuole in prestito un volume lui gli chiede di esibire un documento d’identità. Minetti finge di allontanarsi ma poi rientra e prova a portare via un libro. Ciro lo insegue e lo raggiunge ma Minetti estrae un coltello e lo colpisce al petto. Soccorso dai compagni della sezione, Principessa viene condotto in ospedale, ma ha una arteria rescissa. Muore dopo diverse ore di agonia. Claudio Minetti, già iscritto all’MSI e ad Avanguardia Nazionale, ventisette anni, cresciuto in una casa piena di ritratti di Mussolini e Hitler, viene viene giudicato parzialmente incapace di intendere e volere e condannato a dieci anni di manicomio criminale, pena successivamente ridotta a quattro anni di reclusione.

... A 48 ...

... stamane tre ore passate all'Oftalmico per la terza fluorangiografia - angioscopia oculare - le altre due erano state effettuate nel 2024.

domenica 19 aprile 2026

.. la solita Sinistra!! ...

COSÌ DE BOTTO, SENZA SENSO 

 Certo che siamo dei fenomeni. Complimenti, davvero! (ironici) 

Giorgia e il governo vanno in bambola nel giro di pochi giorni, prima col referendum e poi con gli attacchi di Trump e, di riflesso, con la sconfitta dell'ultrasponsorizzato Orban, anche se dal giorno dopo nessuno lo conosce più. Tajani nei fatti è sfiduciato dagli eredi Berlusconi, la Lega è ai minimi nei sondaggi. E la sinistra cosa fa? Butta lì a caxxo il nome di Silvia Salis. Contro cui io non ho ASSOLUTAMENTE NIENTE, ma politicamente deve ancora dimostrare TUTTO, è giovane e lo sarà ancora tra 10 anni, faccia bene la sindaca di Genova per cui è stata eletta e verrà anche il suo turno. Così adesso i social di sinistra che frequento io - quelli di destra non li conoscono ma staranno a ridere come matti, e avrebbero ragione - sono pieni di "viva Salis, no meglio Schlein, e Conte ce lo siamo dimenticati? Ma dái, il nome giusto è Bersani!" Da una decina di giorni non si parla letteralmente di altro. Abbiamo in corso almeno un genocidio, se non contiamo il Sudan, una manciata di guerre, il diesel a due euro e mezzo, treni che accumulano 180 minuti di ritardo, mezza Italia che frana... Però, invece di parlare di servizi, di priorità dei cittadini, di futuro, di pace, di salari... tutti a dire la loro sui questi quattro NOMI. Io non so se quello della Salis l'ha davvero lanciato Renzi per scompigliare il tavolo, peraltro riuscendoci benissimo, o se è stata una sua (di Salis) iniziativa autonoma. Ma so che regalo migliore alla destra, per darle il tempo di riprendersi e riorganizzare le idee, non si poteva fare. Se non lo ritenessi un complimento immeritato, penserei che dietro ci sia la regia di palazzo Chigi. Sarebbe davvero un colpo di genio. 
E i complimenti non sarebbero più ironici, ma reali. Amari, come qualcos'altro che inizia anche per "c", ma reali. 

Enrico Occelli 

 #resistenzacreativaantifascista #ResistenzaCreativa

... Cremonese 0 - Torino 0 ...

Serviva una prova di forza ed il Toro l’ha fornita. Contro una Cremonese parsa poca cosa, i granata hanno dato conto di maturità e classe. Perché certe partite non si giocano, si consumano lentamente, come una rabbia che ti porti dentro. Il Torino ha preso il campo e l’ha tenuto stretto, come se fosse l’unica cosa rimasta. Occasioni buttate via, palloni che sfiorano la gloria e poi scappano, minuti che pesano sempre di più. Ed intanto il silenzio cresce, perché quando domini e non segni, sai già come può finire. Ma questa volta no. Venturin prima, Scifo poi. Due a zero secco, per ribadire una superiorità realmente mai messa in discussione. Ed allora capisci che il calcio non premia chi gioca meglio, ma chi resiste abbastanza a lungo da non cedere alla propria imperfezione. Il Torino ha resistito, ed alla fine, si è preso tutto, con merito. 

 Perché vi sto parlando di una partita di 35 anni fa? Perché per commentare lo schifo visto oggi ci vorrebbero stomaco d’acciaio, moquette di pelo sul suddetto stomaco ed una buona scorta di antiemetici. Non un tiro vero, credibile, in novantotto minuti recuperi compresi: penso sia un nuovo record del ribrezzo. 

No ma confermiamo pure D’Aversa, anzi confermiamoli tutti in blocco: lo meritano. 

 Ernesto Bronzelli.

... datevi una mossa! ...

Per la sinistra è il tempo delle idee 


di MASSIMO GIANNINI 


Esagerando parecchio, si potrebbe usare l’appello drammatico che Il Mattino usò ai tempi del terremoto in Irpinia: «Fate presto!». Oppure, ironizzando un po’, si potrebbe optare per l’invito del Bianconiglio di Alice nel paese delle meraviglie: «Presto, che è tardi!». In ogni caso la formula che le riassume tutte è quella di Michele Serra su queste colonne: «Datevi una mossa!». Non c’è neanche bisogno di spiegare a chi è rivolta la perorazione accorata e in parte anche irritata. Voi, leader che guidate i partiti dell’opposizione, che state lì a marcarvi l’un l’altro tra la presentazione di un libro e la convocazione di una segreteria, a inseguire i retroscena dei giornali o i fruscii dei palazzi romani come il re in ascolto di Calvino, a presidiare i rispettivi terreni ognuno con una sua “campagna d’ascolto”. Cosa aspettate a spiegare al Paese che di fronte ai conclamati fallimenti della destra sovranista c’è un centrosinistra riformista già pronto per una credibile alternativa di governo? Attenzione: “già pronto” non significa tra un mese o tra sei mesi, significa qui e ora. “Credibile alternativa di governo” non vuol dire l’ennesima e pur gioiosa manifestazione di piazza: significa una riunione già fissata per stendere il programma comune con il quale presentarsi alle elezioni. E vuol dire chiudersi in una stanza, buttare la chiave e uscire solo con quel programma scritto e sottoscritto tra le mani. Finora nulla di questo è accaduto. Dopo il trionfo al referendum, oltre ai brindisi, alle pacche sulle spalle e alle ottime performance parlamentari di ognuno di voi, non si è visto nient’altro. Al contrario: è partito il tormentone non sul “cosa” ma sul “chi”. Non su quali proposte da inserire nella piattaforma programmatica della coalizione, ma sul capo o la capa che la deve guidare. E qui torno a Serra, che ve la dice come va detta: non ne vogliamo sapere niente delle vostre mire personali. Sono comprensibili, anche legittime, ma in questo momento le vediamo come un imperdonabile intralcio al lavoro che dovete fare. Se non ora, quando? Nelle urne del 22 marzo 15 milioni di elettori, insieme al sacrosanto bisogno di difendere la Costituzione dalle manomissioni capocratiche dei patrioti, hanno scaricato una somma di disagi: i salari fermi e le città insicure, le menzogne dei ministri e gli scandali dei sottosegretari, i costi economici e sociali prodotti da uno sceriffo sociopatico che ha trasformato il mondo in un Far West. Giorgia Meloni, dopo aver scelto i cavalli peggiori, comincia a pagare il prezzo delle sue scommesse sbagliate. L’asse euroscettico con Orbán, l’abbraccio mortale con Trump, la favoletta del «ponte» tra le due sponde dell’Atlantico, la burletta dell’Internazionale sovranista: tutto periclita e declina. La premier, senza ammetterlo, azzarda penose retromarce, nella speranza mal riposta che i cittadini dimentichino in fretta gli errori commessi e gli impegni traditi. Ma risalire la china sarà quasi impossibile: si vota tra un anno, la cassa è vuota, la gente è stufa. C’è occasione migliore di questa, perché Schlein e Conte, Fratoianni e Bonelli, Renzi e Magi, si mostrino all’altezza della sfida, senza personalismi né tatticismi? Non c’è. Eppure il colpo d’ala non si vede, l’assunzione di responsabilità neppure. La leader del Pd è al vertice del Partito socialista europeo a Barcellona, nella Spagna di Sánchez che proprio sulla folle guerra in Medio Oriente ha dimostrato al mondo cosa significa essere uno statista e un progressista, e quanto le micidiali tossine sprigionate dalla dottrina Maga, alla faccia dei pensosi “terzisti” da salotto tv, abbiano reso ancora più irrinunciabile la distinzione culturale e valoriale tra sinistra e destra. Molto bene. Il leader di M5S va in giro a presentare il suo ultimo libro, Una nuova primavera, vero manifesto politico dell’ex premier passato da grisaglia e pochette a camicia e cravatta. Benissimo. Ma poi? In politica economica ci chiediamo quando ci faranno sapere le cinque o le dieci riforme fondamentali che vareranno su un fisco sfasciato dalle flat tax e zavorrato dall’evasione, una sanità a corto di risorse, una scuola immiserita da tagli draconiani, un reddito delle famiglie falcidiato dall’inflazione e dal fiscal drag, un’emergenza energetica destinata a durare e a infiammare bollette e carburanti, una crisi industriale da 100 tavoli aperti e 120mila lavoratori a rischio, una giustizia civile inefficiente a prescindere dalle ordalie referendarie. In politica estera ci domandiamo quando fisseranno una linea compatta e coerente su cosa è per noi Occidente, come vanno ripensate le relazioni transatlantiche, quali proposte avanziamo per rimettere la chiesa-Italia al centro del villaggio-Europa, e soprattutto quale postura vogliamo assumere sul fronte ucraino, se ha prevalso la linea dem che dice sì agli aiuti militari e no al gas russo oppure quella pentastellata che sostiene l’esatto contrario. Il tempo per tutto questo è adesso. Anzi, era otto mesi fa. A settembre, alla festa romana di Avs, mi era capitato di moderare il confronto tra i quattro leader del campo largo. Di fronte ai soliti nobili propositi — il salario minimo, il disaccoppiamento del prezzo dell’energia, più fondi alla sanità pubblica — avevo suggerito un gesto più concreto: sta per cominciare la sessione di bilancio, perché non stilate la vostra contro-manovra economica, come foste già un “governo-ombra”, e con quel testo non fate un gran tour delle piazze o dei teatri della penisola, a raccontare tutti e quattro “insieme” cosa fareste se già oggi toccasse a voi guidare l’Italia? La risposta fu sconfortante: presenteremo un pacchetto di emendamenti condivisi alla legge di stabilità. E così hanno fatto. Se n’è accorto qualcuno? Ma questo è urgente, ora: il “cosa”. Poi deciderete pure il “chi”. O il “come”. Nel migliore dei centrosinistra possibili, dove ci si unisce e ci si riconosce intorno a un’idea di mondo, di paese e di società, la scelta del leader avverrebbe serenamente, con un patto politico tra contraenti che si rispettano e si battono per un solo obiettivo: la cacciata della destra e la riconquista del governo, che è molto più della semplice “presa del potere”. Ma questo non è il migliore dei centrosinistra possibili. Quindi, alla fine, optate pure per le primarie. Ma sappiate che vi servirà tutto l’equilibrio, il buon senso e la lealtà di cui siete capaci, per evitare che diventino un regolamento di conti che lascia sul terreno solo veleni. Le divisioni interne non mancano e, se tutti i nodi politici e programmatici non si sciolgono prima, affidarsi ai gazebo rischia solo di aggrovigliarli di più. Un duello Schlein-Conte può appassionare ma anche lasciare ferite profonde tra i due elettorati. Un terzo candidato come Silvia Salis può arricchire la competizione ma non garantire la preparazione, dopo appena undici mesi da sindaca di Genova. Insomma, pensateci bene. Ma ricordate che ogni minuto di tempo sprecato a sinistra è un metro di terreno recuperato a destra. “Salvare il soldato Giorgia” — uscita a pezzi dai conflitti della Storia — è ormai una missione che può riuscire solo a voi.

sabato 18 aprile 2026

... Roba da adulti!! ...

Mentre in Italia il dibattito politico è fermo a "la Meloni ha stretto la mano a Trump col gomito troppo flesso?" a Barcellona succede una cosa insolita: la sinistra mondiale si parla. Abituati alla sinistra italiana che litiga sui social, si scinde in tre correnti per scegliere il font di un volantino e poi perde le elezioni spiegando che in realtà ha vinto "moralmente", fa davvero strano. A Barcellona, convocati da Pedro Sánchez (quello che secondo alcuni non conta nulla) arrivano presidenti, premier e leader progressisti da mezzo mondo. Non per fare la foto col pugno chiuso, ma per una cosa che in politica è diventata rarissima: coordinarsi. Avete presente la destra internazionale? Quella che si passa i meme, i consulenti, le bugie e pure i soldi? Ecco. Stessa cosa. Ma senza la nostalgia per il Ventennio e con qualche libro letto in più. Tranquilli. Non stanno rifondando l'Unione Sovietica. Non stanno abolendo la proprietà privata del vostro scooter del 2007. Non è una setta woke che vuole imporvi il tofu obbligatorio. Stanno solo provando a dire che il mondo non è obbligato a scegliere tra gli USA e il nulla. Che esiste un'alternativa all'idea che la democrazia sia una scocciatura e la politica estera un torneo di braccio di ferro tra ego ipertrofici. Parlano di come tassare i giganti globali invece di tassare sempre gli stessi tre cristi e di come evitare che la politica diventi un reality show con missili veri. Roba noiosa, insomma. Roba da adulti. Pedro Sánchez non è il leader perfetto, anzi. Ma è uno che governa con una linea internazionale chiara. Senza spiegare ogni giorno che "ce lo chiede l'Europa" o che "non ci sono alternative". E ora fa qualcosa che in Italia sembra fantascienza: usa il potere che ha per costruire, non per fare dirette Facebook. Per questo a Barcellona non si celebra Sánchez come messia, ma come metodo: coordinamento invece di improvvisazione; politica invece di storytelling; visione invece di paura. Il punto non è Trump. Il punto è il dopo. Chi dice "vogliono un'Europa anti-Trump" non ha capito niente. Trump è solo il sintomo. Il problema è un mondo dove la democrazia è opzionale e il futuro è sempre rinviato. A Barcellona non stanno facendo il funerale a qualcuno. Stanno tentando di scrivere il copione di qualcosa che viene dopo. Ovviamente non è garantito che ci riescano. Ma almeno ci stanno provando, insieme, invece di commentare il disastro sentenziando "ve l'avevo detto". Se questa cosa vi infastidisce, è normale: la politica che pensa e coordina dà fastidio. Soprattutto a chi vive benissimo nel rumore, nel cinismo e nell'idea che "tanto sono tutti uguali". A Barcellona, per due giorni, qualcuno sta provando a dire che non è vero. È già una bestemmia sufficiente. 

 Antonio Micciulli.