sabato 25 aprile 2026
venerdì 24 aprile 2026
... governo fascista!! ...
All’inizio della seduta di voto di uno dei decreti più razzisti e anticostituzionali della storia di questo Paese, i deputati di opposizione alla Camera si sono alzati in piedi e, tutti uniti, hanno intonato “Bella ciao”.
Per protestare contro il Dl Sicurezza.
Per celebrare il 25 aprile.
Per esprimere il proprio democratico e civile dissenso nei confronti di una destra che confonde la pacificazione con la parificazione.
Non c’è luogo migliore per cantare “Bella ciao” che il Parlamento della Repubblica antifascista.
Non c’è soddisfazione più grande che cantarlo in faccia alla destra più fascista della storia della Repubblica.
E i fischi e la stizza di ognuno di loro, la risposta piccata di Salvini, i fegati spappolati su tutti i banchi di Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia sono e resteranno uno dei momenti più alti di questo 25 aprile.
È questo il fiore.
🌹
Lorenzo Tosa.
... Michela Ponzani ...
La risposta più bella, più giusta, ai La Russa, ai Vannacci, a chi invoca una pacificazione sempre più simile a una parificazione, l’ha data la storica Michela Ponzani a “Otto e mezzo”.
Lo ha fatto con parole inequivocabili che sono un manifesto oggi di cosa sia e cosa resti del 25 aprile.
"Il 25 aprile non è unitario per chi ancora rimpiange il fascismo. Non vedo cosa ci sia da rimpiangere nel 2026…
Vorrei a questo proposito rasserenare il Presidente del Senato: noi storici, ogni anno, ce li ricordiamo bene i militi della Repubblica di Salò.
Ci ricordiamo bene cos'hanno fatto le brigate nere quando torturavano, ammazzavano, impiccavano, quando infierivano sui corpi dei vecchi e dei bambini.
Io ho fatto parte di una commissione che ha censito circa 5800 casi di stragi in Italia. Abbiamo lavorato sulla documentazione che era stata occultata illegalmente, a proposito di apparati deviati dello Stato e a proposito di apparati occulti, nel famoso armadio della vergogna.
Ebbene, quelle carte ci dicono che noi siamo il paese delle stragi nazifasciste.
Quindi se nel 2026, nell'ottantesimo anniversario della Repubblica italiana nata dalla lotta antifascista, si rimpiange ancora le frasi del vecchio e ‘caro’ Giorgio Almirante, che diceva "ma che dobbiamo festeggiare?"... beh, è un problema suo se lo fa in casa sua, è un problema nostro se quelle parole le pronuncia da Presidente del Senato e seconda carica dello Stato".
Grazie di averlo detto!
Lorenzo Tosa .
... puzza di Ventennio!! ...
𝐏𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞́ 𝐥𝐚 𝐧𝐮𝐨𝐯𝐚 𝐥𝐞𝐠𝐠𝐞 𝐞𝐥𝐞𝐭𝐭𝐨𝐫𝐚𝐥𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐯𝐨𝐫𝐫𝐞𝐛𝐛𝐞 𝐆𝐢𝐨𝐫𝐠𝐢𝐚 𝐌𝐞𝐥𝐨𝐧𝐢 𝐬𝐚 𝐝𝐢 𝐕𝐞𝐧𝐭𝐞𝐧𝐧𝐢𝐨
La destra è già oltre il nuovo 'pacchetto sicurezza'
Articolo di Giovanni Russo Spena
La sconfitta referendaria ha allarmato Giorgia Meloni. Voleva un plebiscito ma ha ottenuto la rinascita di una attiva partecipazione popolare contro la sua torsione incostituzionale, il tentativo di stravolgere l'equilibrio tra i poteri abbattendo il potere autonomo della giurisdizione. Come reagisce Meloni? Dopo l'approvazione dell'ennesimo "pacchetto sicurezza" che trasforma lo Stato di diritto in Stato penale, del controllo, della sorveglianza, si affretta a portare in Parlamento la proposta di una nuova legge elettorale. Pessima, ad avviso nostro, cioè della associazione Salviamo la Costituzione. L'obiettivo è quello di rendere stabile il proprio potere, privo di reale legittimazione popolare, mediante abnormi premi di maggioranza, simili a quelli delle leggi elettorali Acerbo e Mussolini; allungando la lista bloccata dei candidati e introducendo l'indicazione, sulla scheda, del nome del "capo" coalizione come futuro presidente del Consiglio.
La proposta alternativa di larga parte dei giuristi democratici è, invece, per un sistema elettorale proporzionale e uninominale, che verrebbe incontro al vero, grande problema: la crisi della partecipazione democratica. La proposta Meloni, infatti, elude questo tema ed esalta, in misura unilaterale, il tema della governabilità. Per la presidente la rappresentanza del pluralismo rappresentativo di una società complessa, come è la nostra, non conta niente; interessa che venga garantita, attraverso marchingegni tecnico-elettorali, una maggioranza parlamentare (che risulta, poi, essere una coalizione di minoranze) che abbia un solo voto in più: e che si impossessa, in tal modo, di tutti gli scranni istituzionali, puntando perfino all'elezione del presidente della Repubblica senza confronto e consenso generali, come pretende la "disciplina costituzionale". Non si affronta il tema drammatico: la crisi della rappresentanza, che è crisi della democrazia. Meno della metà della cittadinanza si reca al voto, ma le forze politiche pensano ad alchimie della legge elettorale al solo scopo di conseguire la vittoria. Nasceranno governi legittimi, certo; ma senza una solida ed estesa base di consenso sociale, senza reale legittimità popolare.
La proposta Meloni prevede premi di maggioranza abnormi (70 deputati e 35 senatori), allunga le liste dei candidati sempre bloccate, e prevede l'indicazione del "capo" della coalizione, contro l'articolo 92 della Costituzione, che prevede che i poteri di scelta e nomina dei governi spettino al Capo dello Stato. Noi proviamo a disegnare una legge elettorale alternativa, rispettosa della Costituzione, un punto di vista "altro" che non venga ingabbiato in pratiche di inefficaci mediazioni.
Il punto da cui Salviamo la Costituzione parte è il 1993, quando un referendum populista, voluto da quasi tutte le forze politiche, cancellò il sistema proporzionale, con uno slogan simile a quello della presidente del Consiglio: «il popolo deve indicare direttamente chi ci governa», con una evidente forzatura del secondo comma dell'art. 1 della Costituzione. Ma se facessimo un bilancio onesto dovremmo dire che è successo il contrario. In definitiva, cittadine e cittadini non solo non hanno scelto i governi, ma neanche i propri rappresentanti in Parlamento.
Il nostro punto di partenza, invece, deve essere il dispositivo della Consulta: «è necessario garantire l'effettiva conoscibilità dei candidati e con essa l'effettività della scelta e della libertà del voto». Ne deriva la necessità di adozione di un sistema proporzionale basato sui collegi uninominali, senza le liste bloccate. I parlamentari non sarebbero calati dall'alto ma, nella stragrande maggioranza dei casi, espressione dei territori. Il sistema proporzionale, inoltre, permetterebbe una rappresentanza istituzionale anche delle minoranze, superando la distinzione castale e verticistica del sistema ipermaggioritario. La Consulta, ancora una volta, spiega, infatti, che è sulla rappresentanza democratica che «si fonda l'intera architettura dell'ordinamento costituzionale vigente».
Nei piccoli collegi uninominali, con il sistema proporzionale, anche il confronto tra forze politiche sarebbe più diretto, fondato sui programmi, in grado di coinvolgere l'elettorato. Sul serio il "popolo" potrebbe influire sulle strategie. È un modello molto simile a quello tedesco, previsto, del resto, anche dalla legge 29 del 1948 per l'elezione dei membri del Senato italiano. Che evita, tra l'altro, l'eccessiva "personalizzazione": la rappresentanza istituzionale deve essere anche sociale.
È un grave errore il totem, la cantilena che larga parte del sistema politico ripete, senza fare mai un bilancio degli ultimi decenni del sistema maggioritario: «bisogna conoscere il giorno stesso delle elezioni chi governa il Paese». Perché così crolla il ruolo del Parlamento. È il Parlamento, infatti, il luogo dell'equilibrio, ove le rappresentanze elette concordano strategie e programmi. Le coalizioni preelettorali, richieste dal sistema maggioritario, sono spesso il frutto del mercato delle candidature, di condizionamenti, ricatti. E non portano affatto stabilità.
Proviamo, a partire da queste brevi note, a discutere per affrontare il tema decisivo della democrazia rappresentativa?
... Hospital Day ...
... e venne il giorno del ricovero all'Ospedale Maria Pia per Maria Rosa ... alluce valgo al piede sinistro - (una giornata da single, solo con i miei pensieri!)
giovedì 23 aprile 2026
... c'è donna e donna!!! ...
In vista del 25 aprile, la sindaca Silvia Salis, quella che per alcuni non è abbastanza “di sinistra”, ha ufficialmente proclamato Sandro Pertini cittadino onorario di Genova.
Un atto non formale ma sostanziale, che celebra uno dei più grandi italiani di ogni tempo, un ligure che con Genova ha un legame storico fortissimo, il Presidente partigiano, colui che ha contribuito a liberare due volte la città dai fascisti, durante la Resistenza e nel 1960.
Bellissime le parole con cui la sindaca Salis ha spiegato le motivazioni di questo riconoscimento:
“Non è un semplice atto formale, ma un abbraccio della città a un uomo che non è nato qui, ma ha respirato l’aria dei nostri caruggi e della nostra testardaggine di Genova per molto tempo.
A pochi giorni dal 25 aprile, è anche un modo per onorare il cuore pulsante della nostra democrazia.
Pertini non è stato solo il presidente più amato, è stato un partigiano, un uomo che ha conosciuto il carcere e il confino, che non ha mai abbassato la testa di fronte alla dittatura.
Negli anni del confino, mentre il regime cercava di spegnere la sua voce, Pertini condivideva con i padri fondatori dell’Europa unita il sogno di un continente libero, non un tecnicismo politico ed economico, ma una necessità storica per evitare che le gelosie nazionali tornassero a insanguinare il mondo. E la storia dimostra sempre di più quanto avesse ragione. Il giorno del suo insediamento al Quirinale, pronunciò questa frase memorabile:
‘Si svuotino gli arsenali, si colmino i granai”. Genova non dimentica il suo presidente”.
Da un genovese tra i tanti, grazie.
È l’ennesimo atto di questa sindaca di cui sono orgoglioso, alla faccia di chi la giudica da una copertina, senza aver mai aperto il libro.
Lorenzo Tosa.
... schifosa donnetta!! ...
𝐈𝐥 𝐛𝐮𝐨𝐧𝐬𝐞𝐧𝐬𝐨 𝐝𝐢 𝐌𝐞𝐥𝐨𝐧𝐢. 𝐈𝐥 𝐛𝐮𝐨𝐧𝐬𝐞𝐧𝐬𝐨 𝐝𝐢 𝐒𝐨𝐥𝐨𝐯𝐲𝐨𝐯
Il #buongiorno di Giulio Cavalli
Al Salone del Mobile, Giorgia Meloni ha liquidato lo scontro istituzionale più grave della legislatura con una parola: buonsenso. "Una norma di assoluto buonsenso", ha detto dell'articolo 30-bis del decreto sicurezza, quello che il Quirinale ha giudicato in contrasto con l'articolo 24 della Costituzione e che Mattarella ha minacciato di non firmare.
Il buonsenso, appunto.
In uno Stato di diritto il buonsenso non esiste come categoria giuridica. Esiste la Costituzione. Esistono i giudici. Il buonsenso è solo la misura soggettiva che ciascuno applica alle proprie convinzioni: personale, per definizione in conflitto con quella di chiunque altro. Chiamare "buonsenso" una norma bocciata dal Colle significa portare la legislazione sul terreno dell'emozione. Come dire “fidatevi di me: io sento che è giusto.
L'articolo 30-bis prevede 615 euro agli avvocati che ottengono il rimpatrio dei migranti assistiti. Il Consiglio nazionale forense si è dissociato. Le Camere penali hanno parlato di patrocinio infedele. Un avvocato che spinga il cliente verso una scelta perché conviene a sé è un problema deontologico grave. Buonsenso.
Chiunque creda alle proprie ragioni può invocarlo. Vladimir Solovyov, conduttore di Rossiya 1, ieri ha insultato Meloni in italiano su canale di Stato con parole tali da spingere la Farnesina a convocare l'ambasciatore Paramonov. Agisce nel buonsenso del suo popolo. Il buonsenso di Solovyov. Il buonsenso di Meloni.
La Costituzione esiste perché i fondatori sapevano che il buonsenso dei potenti è il peggior nemico dei diritti dei deboli. Il Quirinale ha applicato la Carta.
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