lunedì 10 agosto 2026

... rimpiangere Cencelli!! ...

𝐀𝐥𝐦𝐞𝐧𝐨 𝐂𝐞𝐧𝐜𝐞𝐥𝐥𝐢 𝐚𝐯𝐞𝐯𝐚 𝐮𝐧 𝐦𝐚𝐧𝐮𝐚𝐥𝐞, 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐢 𝐢𝐧𝐯𝐞𝐜𝐞  𝐡𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐬𝐨𝐥𝐨 𝐮𝐧 𝐩𝐚𝐝𝐫𝐨𝐧𝐞 


Il #buongiorno di Giulio Cavalli


 Rimpiangere Massimiliano Cencelli a cinquant'anni suonati, dopo che a venti lo consideravamo il becchino degli ideali, sembra una barzelletta. E invece eccoci qua. È morto sabato pomeriggio a Roma, aveva 90 anni. Nel 1967, funzionario della Democrazia Cristiana, si mise a pesare le correnti e a spartire gli incarichi come le azioni di una società: tanto pesi, tanto prendi. Lottizzazione, poltrone contate al grammo. Giulio Andreotti liquidò quelle carte come "un libro da dimenticare, purché se ne dimentichino tutti". Solo che in quella contabilità c'era una premessa oggi sparita: chi ha meno voti esiste lo stesso, e un pezzo di tavolo gli spetta. Guardiamo cosa ci ritroviamo al posto suo. Il 16 luglio la Camera ha approvato lo Stabilicum: 70 deputati e 35 senatori in regalo a chi arriva al 42%, liste bloccate, nome del candidato premier obbligatorio. Il centrodestra intanto viaggia al 41,6%, sotto la soglia che si è cucita addosso da sola. E nel campo largo ci si azzuffa per primarie che dovrebbero sciogliere il nodo dell'Ucraina: prima chi comanda, poi semmai cosa fare. Cencelli contava le tessere per dare un posto a tutti. Qui si contano gli alleati per levarglielo, e Antonio Tajani e Matteo Salvini siedono al tavolo del governo con l'aria di chi è stato invitato per sbaglio. Il manuale almeno era una regola scritta, valida pure per chi la subiva. Adesso il criterio è la fedeltà a una persona sola, Meloni, che a sua volta la deve a Donald Trump, quello che a luglio le ha dedicato un meme augurandole ordine restrittivo, e lei al vertice ci è andata lo stesso.

... Abdul El - Sayed ...

ALLA FACCIA DEL FOLLE AMERICANO.... 


LUI SI CHIAMA ABDUL EL-SAYED... E VI CONSIGLIO DI SEGNARVI QUESTO NOME PERCHÉ È LA NUOVA - ULTIMA - SPERANZA DEL PROGRESSISMO NEGLI STATI UNITI...ED È PURE QUELLO CHE STA FACENDO IMPAZZIRE TRUMP.... IL FOLLE AMERICANO È .INCAZZATO CHE DI PIU NON SI PUÒ...MENTRE IO GIOISCO...DEL RISVEGLIO DI QUESTA AMERICA...CHE FINALMENTE..RIFIUTA ILVECCHIO MORALISMO E IL IL RAZZISMO BIGOTTO.... DA QUALCHE ORA SI È IMPOSTO CON IL 48,5% DELLE PREFERENZE NELLE PRIMARIE DEMOCRATICHE NEL MICHIGAN IN UNO SCONTRO DI ANIME POLITICHE CON LA MODERATA HALEYl STEVENS E HA SPOSTATO DI PARECCHI CENTIMETRI l’ASTICELLA DI COSA PUÒ, ANZI, DEVE ESSERE LA SINISTRA DEL DOPO TRUMP. 41 ANNI, MUSULMANO, FIGLIO DI DUE IMMIGRATI EGIZIANI, UN DOTTORATO IN EPIDEMIOLOGIA A Oxford E UN BACKGROUND DA DIRETTORE DEL DIPARTIMENTO DELLA SALUTE PUBBLICA DI DETROIT, È SOSTENUTO APERTAMENTE DA BERNIE SANDERS E ALEXANDRIA OCASIO-CORTEZ MA, SOPRATTUTTO, NON HA PAURA DI PARLARE DI EQUITÀ SOCIALE, REDISTRIBUZIONE, TASSE PER GLI ULTRARICCHI COME MANDANI A NEW YORK, È UN APERTO SOSTENITORE DELLA CAUSA PALESTINESE E CONTRARIO AI FONDI A ISRAELE, CHE CONSIDERA RESPONSABILE DI UN “GENOCIDIO ”, CHIAMANDO LE COSE COL LORO NOME. E ancora, è favorevole all’abolizione dell’Ice, assiduo difensore della sanità pubblica universale in un momento in cui Trump sta smontando pezzo per pezzo il Medicare di Obama. È la prima, storica, volta che un candidato radicale si impone in uno Stato moderato come il Michigan, che sarà tra l’altro una delle aree chiave delle elezioni di Mid Term per strappare la maggioranza a Trump. Insomma, El-Sayed è una ventata d’ossigeno e una svolta quasi epocale a sinistra. La dimostrazione che non è vero che si vince diventando il “generico” delle proposte di destra, una brutta copia dell’originale, semmai con una proposta politica forte, coraggiosa, radicale, credibile, che parli al popolo senza essere populisti. A novembre sfiderà il repubblicano Mike Rogers e sarà una delle sfide più importanti degli ultimi anni. Il confronto finale tra due idee di mondo alternative e inconciliabili. Segnatevi il suo nome, dicevo: Abdul El-Sayed, il nuovo Mamdani. Finalmente la sinistra americana ha qualcuno da votare per convinzione. Non solo per disperazione. 

Ed è già una grande notizia. 


 Silvana Correggioli.

... nuova identità!! ...

... stamane appuntamento per le 11,40 presso gli uffici anagrafe per il rinnovo della mia carta d'identità!

domenica 9 agosto 2026

... Enzo Biagi ...

Questo grande Signore del Giornalismo si chiamava Enzo Biagi. E non ha bisogno di presentazioni. Però, nel giorno della sua nascita, il 9 agosto, bisogna che qualcuno racconti la sua vita, e la racconti tutta dall’inizio, perché Enzo Biagi da Lizzano in Belvedere di vite ne ha vissute almeno quattro o cinque, e tutte hanno qualcosa da insegnare a questo Paese senza dignità, memoria né cultura. Aveva 23 anni, Enzo, quando dopo l’8 settembre 1943 si è ritrovato a scegliere da che parte stare. E lui non ha avuto un attimo di esitazione a scegliere la parte giusta. È stato partigiano nelle Brigate di Giustizia e libertà, sulle montagne dell’Appennino. Ma la guerra non l’ha mai combattuta col corpo, non faceva per lui, gracile e di salute malferma. Lui la Resistenza l’ha fatta a suo modo, come l’avrebbe fatto per tutta la vita: con le parole. Gli affidarono un giornale partigiano, si intitolava “Patrioti”. Solo che erano i “patrioti” veri. I partigiani. Enzo ne fu l’unico redattore: dirigeva, scriveva, teneva reportage lungo la Linea Gotica fornendo ai cittadini in tempo reale una controinformazione alla propaganda nazifascista. Quando i tedeschi lo scoprirono, gli fecero a pezzi la tipografia, ma lui tirò dritto per la sua strada, non smise mai di fare il giornalista. E il 21 aprile del 1945, quando le truppe alleate entrarono a Bologna, fu proprio lui, dai microfoni della radio, ad annunciare la Liberazione della sua città. Fu l’inizio di una carriera tra le più folgoranti e longeve della Storia del giornalismo italiano. Lavorò per “Epoca”, “La Stampa”, “Il Corriere della Sera”, “la Repubblica”, una vita alla Rai, di cui finì per diventare uno dei volti più familiari e credibili, con un garbo e una signorilità che malcelava il rigore assoluto e inflessibile dell’uomo di inchiesta. Quando nel 1970 fu nominato direttore del “Resto del Carlino”, diede una definizione lucida e attualissima di cosa significhi il mestiere di giornalista: “Considero il giornale un servizio pubblico come i trasporti pubblici e l’acquedotto. Non manderò nelle vostre case acqua inquinata”. Molti anni dopo, quella libertà l’avrebbe pagata a caro prezzo. Il 18 aprile 2002, da Sofia, l’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi accusò Biagi, Santoro e Luttazzi di aver fatto un “uso criminoso” della televisione pubblica e in pratica ne ordinò l’epurazione dalla Rai, in quello che sarebbe passato alla Storia come l’“Editto bulgaro”. Puntualmente, poco tempo dopo “Il Fatto”, il programma che conduceva, sparì dai palinsesti e Biagi fu allontanato dalla Rai, dopo 41 anni di onorato Servizio pubblico. Aveva 82 anni. Continuò a scrivere, a raccontare, a fare il suo mestiere. Ma da quell’agguato da regime, da quella censura, da quell’ingiustizia palese non si riprese mai fino in fondo. Tornò anche in televisione, per una breve parentesi, ma le sue condizioni di salute erano ormai peggiorate irrimediabilmente. Il 6 novembre 2007 Enzo Biagi se ne andò a Milano, a 87 anni, lasciando un vuoto che negli ultimi vent’anni non è mai stato del tutto colmato. Al suo funerale cantarono “Bella ciao”, come aveva espressamente richiesto. L’ultimo saluto a un uomo che ha attraversato la Resistenza, la Liberazione, la Prima e la Seconda Repubblica, senza mai cambiare l’idea testarda e radicale che aveva del proprio mestiere: sempre e orgogliosamente al servizio dei propri lettori, ascoltatori o telespettatori. 

 Il minimo che possiamo fare oggi, nel giorno dell’anniversario, è ricordare Enzo Biagi, un gigante del giornalismo e un uomo perbene. 

 Lorenzo Tosa.

... Amarcord granata ...

È il 2 settembre 2005. Ti trovi sotto il Municipio di Torino, immerso in una marea di tifosi del Toro. Il popolo granata è in pura fibrillazione, in trepida attesa dell'ufficialità: il passaggio di consegne da Giovannone a Urbano Cairo, un giovane e semisconosciuto imprenditore con un passato da assistente di Silvio Berlusconi. È il momento più entusiasmante degli ultimi dodici anni. Dopo l'incubo del fallimento, la gente ha fame di riscatto e di una sana rivincita, soprattutto nei confronti degli odiati rivali bianconeri. L'avvocato Trombetta incita la folla dal balcone e improvvisa una bandiera arrotolando una tenda rossa su un manico di scopa. Urbano esce e sventola la bandiera verso un pubblico festante e tu lo acclami come se da quel balcone fosse uscito Garibaldi dopo avere conquistato mezza Italia. ​All'improvviso, un uomo ti si avvicina e dichiara di sapere già come andrà a finire. Si fa chiamare John Titor, proprio come il celebre viaggiatore del tempo dei primi anni 2000. ​"Con questo presidente il Toro retrocederà dopo pochi anni. Tornerà in Serie A, ma vincerà un solo derby in più di vent'anni. Andrà in Europa una prima volta solo per i demeriti amministrativi altrui, e la seconda si fermerà ai preliminari. Milan e Atalanta verranno a Torino rifilandovi 7 gol a zero. Gli stessi bergamaschi diventeranno una potenza europea e vinceranno l'Europa League (la coppa di Amsterdam), mentre persino il Como ve ne segnerà 6, volando in Champions League dopo appena due anni di A diventando la nuova potenza del calcio italiano. ​Il Toro non avrà mai uno stadio di proprietà. I sessantamila di Torino-Perugia resteranno solo un sbiadito ricordo, la tifoseria si dimezzerà e la Maratona perderà la sua anima. Il museo rimarrà escluso, la sede sarà un anonimo ufficio in affitto, e il Filadelfia... sì, verrà finalmente ricostruito, ma lasciato a metà, perennemente chiuso o blindato dai teli per nascondere le tattiche di un noto allenatore genovese. Il nuovo presidente penserà solo a vendere i pezzi migliori e a collezionare trofei nel torneo dedicato ai suoi genitori." ​Il John Titor granata si gira e scompare tra la folla. Tu lo fissi come si fissa un pazzo. ​Gli avresti creduto? Io no...lo ammetto. 


 Urbano Cairo Fanclub.

... povera Italia!!! ...

 ULTIM'ORA: DOPO LO SCONTRO ROMA-MADRID, SI APRE IL FRONTE TEDESCO. BERLINO RIAVVIA I TRASFERIMENTI DI MIGRANTI VERSO L'ITALIA 


Dopo la durissima querelle tra Roma e Madrid sui controlli alle frontiere interne di Schengen, per il governo Meloni si apre ora un altro fronte europeo sull'immigrazione: quello tedesco. La Germania guidata dal cancelliere Friedrich Merz intende tornare ad applicare nei confronti dell'Italia i trasferimenti dei richiedenti asilo per i quali Roma risulta competente secondo le regole europee. È importante precisare di cosa stiamo parlando: non si tratta di espellere genericamente verso l'Italia i migranti presenti in Germania. Si tratta dei cosiddetti trasferimenti "Dublino", cioè del meccanismo attraverso il quale un richiedente asilo può essere trasferito nello Stato europeo considerato competente per l'esame della sua domanda. Il dossier viene da lontano. Nel dicembre 2022 l'Italia aveva comunicato agli altri Stati europei la sospensione delle riammissioni Dublino verso il nostro Paese. La questione aveva provocato negli anni successivi un contenzioso politico e giuridico anche in Germania. Adesso Berlino cambia passo. Secondo quanto riportato oggi dalla stampa, il governo Merz vuole applicare nuovamente le regole europee nei confronti delle persone entrate quest'anno e considerate di competenza italiana. Un primo caso è già indicato: quello di una giovane somala di 22 anni, arrivata in Germania dopo essere passata dall'Italia, per la quale sarebbe previsto il trasferimento nel nostro Paese il prossimo 19 agosto. La notizia arriva in un momento politicamente molto delicato. Soltanto nelle ultime ore lo scontro tra Italia e Spagna sulla gestione della crisi migratoria di Ceuta e sui controlli Schengen si è ulteriormente aggravato. Roma ha rifiutato la richiesta di Madrid di ritirare i controlli introdotti nei confronti degli arrivi dalla Spagna, sostenendo che resteranno necessari almeno fino al 15 agosto alla luce dei rischi migratori e di sicurezza. Il governo italiano ha inoltre fatto sapere di non voler accettare "ultimatum o imposizioni" da Madrid. La Spagna ha risposto introducendo controlli sui viaggiatori provenienti dall'Italia, via mare e via aerea, trasformando ormai la vicenda in un vero scontro diplomatico tra due Paesi dell'Unione europea. E anche sul piano europeo la linea italiana sulla crisi di Ceuta non ha trovato la conferma politica che Roma probabilmente avrebbe auspicato. Dopo la riunione straordinaria dei ministri dell'Interno dell'UE, è infatti emerso il riconoscimento della rapidità della risposta spagnola: la grandissima parte delle persone entrate a Ceuta aveva già lasciato l'enclave e Madrid ha ribadito che la libera circolazione nello spazio Schengen non era stata messa in pericolo. Ora arriva anche Berlino. Nel giro di pochi giorni il governo italiano si ritrova prima in uno scontro aperto con Madrid sui controlli Schengen e adesso davanti alla decisione tedesca di applicare nuovamente all'Italia le regole sui trasferimenti dei richiedenti asilo. Ed è proprio qui che si apre una questione politica che il governo dovrebbe spiegare agli italiani. La strategia scelta da Roma sta realmente rafforzando il peso dell'Italia in Europa oppure rischia di produrre l'effetto opposto, aumentando progressivamente i fronti di tensione con i principali partner europei? Perché difendere gli interessi nazionali è certamente compito di qualsiasi governo. Ma quando nel giro di pochi giorni ci si trova prima contrapposti alla Spagna, poi isolati sulla lettura della crisi di Ceuta e infine davanti alla Germania che riapre un dossier migratorio particolarmente delicato per l'Italia, una valutazione politica sulla strategia adottata diventa inevitabile. Non significa che "tutti siano contro l'Italia". Significa però che il governo Meloni deve spiegare quale sia la strategia diplomatica per evitare che una politica presentata come difesa dell'interesse nazionale finisca per lasciare proprio l'Italia più esposta nei rapporti con i suoi partner europei.


 Fonti: stampa tedesca, Deutscher Bundestag, Reuters, ANSA, La Repubblica

... Putin ha pazienza??!! ...

La pazienza strategica 

 La Russia non ha fretta. Se avesse voluto, avrebbe potuto spazzare via l’Ucraina in poche ore. Al massimo giorni. Non era e non è questo, però, l’obiettivo del Cremlino. Per due precise ragioni. In primo luogo, Mosca considera gli ucraini un “popolo fratello”. Da sempre unito a quello russo, almeno fino alla dissoluzione dell’URSS avvenuta negli anni ’90. Una unità culturale che, certo, è stata incrinata dopo Maidam dalla, martellante, propaganda occidentale, e che, però, ancora perdura. Costituisce il sottofondo, la base di una unità sostanziale che viene dalla storia. E che non può venire cancellata. La seconda ragione di questa “Pazienza” di Mosca, è ancora più stringente. Ed essenzialmente strategica. Mosca non solo vuole evitare un dilatarsi del conflitto, che facilmente potrebbe portare ad una guerra nucleare con l’occidente. Dalla quale tutti avrebbero solo da perdere, anche se le élite europee sembrano, follemente, non averne coscienza. L’obiettivo russo è liberare l’Ucraina dalla ingerenza occidentale. Riportarla ad essere ciò che è sempre stata. La sorella inscindibilmente legata alla Russia. Per questo l’offensiva di Mosca, che si va sempre più intensificando, mira a colpire soprattutto le strutture militari in mano al regime di Kiev. E dove operano – segreto di pulcinella- reparti speciali occidentali sotto falsa bandiera. Sistemi di difesa, basi militari, rete dei trasporti…tutto ciò che costituisce l’ossatura del sistema ucraino. Evitando per quanto possibile, di colpire i civili. Di seminare strage e terrore. Pazienza, ecco la strategia russa secondo Putin. Che lascia, però, intendere come ormai la guerra sia giunta ad una svolta. E Mosca assomiglia sempre di più ad un grosso gatto che si prepara a mangiare il topo, dopo aver lungamente giocato con lui>>. 


 Andrea Marcigliano