sabato 14 marzo 2026

... bestiali assassini!! ...

Colpire i pozzi per colpire i popoli 

Michele Serra 

 Il petrolio potrà anche essere rimpiazzato da altre fonti di energia. L’acqua no, l’acqua è la condizione stessa della vita, potervi accedere oppure no equivale a sopravvivere e prosperare, o diventare polvere e scomparire. La rete idrica di Gaza è stata uno dei primi obiettivi degli israeliani per annichilire i palestinesi. Le immagini della distruzione di un pozzo agricolo in Cisgiordania, coperto di cemento per impedirne il ripristino, è stata (almeno per me) una delle sequenze visive più strazianti, più feroci della sopraffazione dei coloni invasori ai danni dei contadini e dei pastori indigeni. Dai giganteschi desalinizzatori di acqua marina sulle rive del Golfo Persico dipende l’esistenza dei ricchi Stati della penisola arabica e per questo quegli impianti, assai vulnerabili, sono obiettivi militari di prima grandezza. (Lo spiega molto bene, nella sua newsletter True Blue, Cristina Sivieri Tagliabue). Assetare e affamare la popolazione civile potrebbe diventare, o è già diventata, pratica corrente delle guerre moderne, che come è ampiamente documentato si differenziano da quelle classiche per il coinvolgimento sempre più esteso dei civili (bambini compresi). I civili, lungo i secoli, dovettero temere razzie, violenze e stupri, ma solo al passaggio degli eserciti. O fame e sete solo durante gli assedi. Oggi la presenza materiale degli eserciti è appena un aspetto del potere di distruzione della guerra, e forse non il più micidiale. Colpire i pozzi, o avvelenarli. Colpire i popoli, dunque, non più solo gli eserciti. La guerra moderna è genocida per potenza tecnologica e, viene da dire, per vocazione culturale. 

 Maurizio Migliarini.

... DEFAULT, NANA SCHIFOSA!! ...

L’ITALIA AL BIVIO DEL 2026: CRONACA DI UN DISASTRO ANNUNCIATO... E IL DEFAULT CHE CI ATTENDE! 


Mentre la propaganda di Palazzo continua a vendere un’Italia "in salute", i dati degli analisti e la realtà delle strade raccontano una storia molto diversa. Siamo di fronte a una gestione politica che somiglia tragicamente a quella di un bambino che ha trovato il barattolo della marmellata: il PNRR....Ricevuto in eredità grazie al governo Conte, il Piano era l’ultima chiamata per modernizzare un Paese asfittico. Invece, stiamo assistendo a uno sperpero sistemico. Secondo gli ultimi rapporti della Corte dei Conti, siamo in una "corsa disperata" contro il tempo: oltre il 50% delle risorse deve ancora essere speso entro la scadenza del 2026. E come vengono usate? Tra progetti risibili, infrastrutture fantasma e l’ossessione per il Ponte sullo Stretto, mentre i nostri acquedotti perdono il 42% dell'acqua potabile e le ferrovie regionali restano da terzo mondo. Ma il vero dramma è la crisi sociale. Ecco i fatti che non vi dicono: POVERTÀ E DISUGUAGLIANZA: Secondo i dati Istat e Oxfam del 2025, la povertà assoluta morde quasi 6 milioni di cittadini. Eppure, le banche e i grandi gruppi di capitale hanno registrato profitti record. Il lavoro è diventato un "optional" sottopagato: mentre i salari reali restano al palo, la ricchezza si concentra nelle mani del 5% più ricco, protetto da politiche che favoriscono la rendita anziché il benessere comune. SANITÀ E SCUOLA: Il Servizio Sanitario Nazionale è in codice rosso. La spesa sanitaria rispetto al PIL è prevista in calo fino al 5,9% nei prossimi anni (dati Lancet/MEF). Si finanziano le strutture private mentre le liste d’attesa diventano infinite e medici e infermieri fuggono all’estero. La scuola, anziché essere il motore dell'innovazione, viene lasciata all’osso, priva di visione e risorse. INTERESSI STRANIERI E RISCHIO DEFAULT: Questo governo agisce come un terminale di interessi d’oltreatlantico, dimenticando la protezione dei nostri asset strategici. Con un debito pubblico proiettato verso il 140% del PIL e la fine dei fondi europei nel 2026, il rischio di un "crunch" finanziario è reale. Quando dovremo restituire i prestiti del PNRR senza aver generato crescita reale, chi pagherà il conto? Siamo su un treno ad alta velocità che punta dritto contro un muro di cemento armato. Non è "prudenza finanziaria", è cecità ideologica. Il 2026 non è una data sul calendario, è l'orizzonte del nostro possibile default, sociale prima ancora che economico. È ora di smettere di guardare le slide dei ministri e iniziare a guardare i conti della serva: l’Italia è stata svenduta, e il futuro è il prezzo del riscatto. L’ITALIA DEI DECRETI FANTASMA: IL CAPOLINEA DEL 2026 È QUI: Se guardiamo dentro i faldoni legislativi di questo governo, ciò che emerge è un disegno lucido di smantellamento dello Stato a favore di lobby, banche e interessi esteri. Hanno trovato il PNRR pieno di risorse e lo stanno svuotando come un barattolo di marmellata, lasciando solo i cocci da pagare per le prossime generazioni. Ecco la radiografia del disastro attraverso i loro stessi atti: PNRR: IL FALLIMENTO CERTIFICATO (DL PNRR-bis 2026) Mentre il Paese affonda, l'ultimo Decreto PNRR (marzo 2026) è l'ammissione di colpa: sono costretti a correre per non perdere 110 miliardi di euro che non sanno come spendere. Hanno ottenuto proroghe tecniche oltre la scadenza del 31 dicembre 2026 per la rendicontazione, ma la realtà è che il ritmo di spesa è meno della metà del previsto. Il 2026 non sarà l'anno del rilancio, ma l'anno in cui inizieremo a restituire i debiti di opere che non abbiamo mai visto. IL PONTE DEI MIRACOLI E LE STRADE CHE CROLLANO (DL Infrastrutture 2025/26) Con il Decreto Infrastrutture, hanno blindato 13,5 miliardi di euro per il Ponte sullo Stretto, nonostante il parere della Ragioneria Generale dello Stato (marzo 2026) che ha rimandato il testo al mittente per "costi che non tornano". Intanto, il resto d'Italia è un colabrodo: lo stesso decreto concede deroghe ai subappalti e "incentivi tecnici" ai dirigenti, mentre i pendolari viaggiano su binari dell'Ottocento e le reti idriche perdono il 42% dell'acqua. SANITÀ E SCUOLA: LO SMANTELLAMENTO (Legge di Bilancio 2026 e DL Liste d'Attesa) La spesa sanitaria è al minimo storico rispetto al PIL (scesa sotto la soglia critica del 6%). Il DL Liste d'Attesa è stato fumo negli occhi: non hanno assunto personale, hanno solo "scudato" penalmente i medici per coprire le carenze del sistema. Risultato? Finanziano il privato convenzionato mentre 6 milioni di italiani rinunciano alle cure. E la scuola? Il DL Istruzione 2025 ha confermato il taglio cronico alla ricerca e il definanziamento degli atenei, spingendo i nostri giovani migliori verso l'aeroporto. CAPITALISMO DI RENDITA E SERVITÙ GEOPOLITICA Mentre i salari reali sono i più bassi d'Europa, le banche brindano a profitti record protette da una politica fiscale che colpisce il lavoro e premia la rendita finanziaria. Tutto questo mentre il governo gioca a fare il vassallo dell'America, trascinandoci in dinamiche belliche che drenano risorse dal welfare verso la difesa. L'Italia rischia il default sociale. Quando la giostra del PNRR si fermerà, nel 2026, ci ritroveremo con il debito sulle spalle, le infrastrutture a pezzi e una sanità solo per chi può pagare. Non è incompetenza, è un saccheggio legalizzato. Basta propaganda. Guardate i decreti, guardate i vostri conti, guardate il vostro futuro. 

Karima Angiolina Campanelli

... Giulio Cavalli ...

(il mio #buongiorno per Left) 


 Il Teatro Franco Parenti di Milano ha ospitato ieri il comizio più rivelatore della campagna referendaria: rivelatore non per gli argomenti ma per il contorno. Meloni aveva dichiarato di non voler personalizzare il voto: il partito aveva tolto nome e simbolo dai manifesti. Ieri quella scelta è finita. Lega e Forza Italia erano altrove, il Corriere della Sera ha letto l’assenza come smarcamento davanti ai sondaggi. Gli alleati cedono il palco. Il teatro lo ha concesso Andrée Ruth Shammah, direttrice accusata di lettura filo-israeliana su Gaza, nome fatto circolare da La Russa per le comunali milanesi, offerta declinata. La destra la corteggia e lei il teatro lo ha aperto. Sul palco è salito Orazio Maurizio Musumeci, che aveva annunciato sui social di essere in partenza per incontrare Meloni, riuscendo ad avvicinarsi, consegnarle un libro e chiederle le dimissioni di Mattarella. Il ministro Piantedosi, responsabile della sua sicurezza, non ha commentato. FdI registra circa due punti di calo da inizio anno, i sondaggi danno il no avanti al 52%. Meloni ha detto che se la riforma non passa stavolta non ci sarà un’altra occasione. Argomento riconoscibile. Il finale ha cambiato registro: immigrati illegali, stupratori, pedofili e spacciatori rimessi in libertà, antagonisti che devastano le stazioni senza conseguenze giudiziarie. Il catalogo del terrore domestico, a dieci giorni dal voto. Non è più una campagna su una riforma costituzionale. È una promessa di paura. Quando si misurano i consensi con l’elenco dei nemici interni, il segnale non riguarda la giustizia; riguarda se stessi.
Ed in estrema sintesi: se la Costituzione ci ha salvato ieri dalla guerra, grazie all'art.11...ora salviamo NOI la Costituzione dalle grinfie dei "quattro dell'Apocalisse" votando #NO. 

Tutti a Roma per la manifestazione che partirà, significativamente, da Piazza della Repubblica alle ore 14:00 di oggi 14 marzo 2026. 

Perché #NOÈNO

venerdì 13 marzo 2026

... la meloni delira! ...

Ieri, nel pieno del suo delirio alla Camera dei Deputati, Giorgia Meloni ha paragonato i bombardamenti americani sull’Iran alla liberazione dell’Europa dal nazifascismo: “Dite viva gli americani che hanno liberato l’Italia dal nazifascismo, ma poi dite no agli americani che liberano dalla dittatura in altre parti del mondo”. Avete capito bene. E ha accusato chi non è d’accordo di “strabismo”. Allora, siccome evidentemente a Palazzo Chigi i libri di storia li usano come sottobicchieri, proviamo a rinfrescare la memoria alla Presidente del Consiglio. Primo: nel 1939 la Germania nazista invase la Polonia. Poi la Danimarca. Poi la Norvegia. Poi il Belgio, l’Olanda, il Lussemburgo, la Francia. Poi la Jugoslavia, la Grecia. Poi l’Unione Sovietica, la Lituania, la Lettonia, l’Estonia. L’Italia fascista, quella che Meloni tanto ammirava, aveva invaso l’Etiopia, l’Albania, la Grecia, l’Egitto, la Somalia britannica. Mezzo mondo, praticamente. L’Iran, nel 2026, ha invaso: nessuno. Proprio nessuno. L’ultima guerra combattuta dall’Iran risale al 1980 e fu l’Iran a essere invaso dall’Iraq di Saddam Hussein, col sostegno degli Stati Uniti. Da allora l’Iran non ha varcato un confine, neanche per un picnic. Ma per la Presidente del Consiglio della Repubblica italiana è la stessa situazione. Identica. Secondo: gli Stati Uniti entrarono nella Seconda guerra mondiale il 7 dicembre 1941. Sapete perché? Perché il Giappone li attaccò direttamente, bombardando la base di Pearl Harbor e ammazzando 2.403 americani in un mattino. Gli Stati Uniti, allora, decisero di entrare nel conflitto in risposta. Il 28 febbraio 2026, invece, sono stati gli americani e gli israeliani ad attaccare per primi. L’Iran non aveva toccato un soldato americano, un cittadino americano. Ma per Meloni è uguale. Terzo: dire che bombardiamo l’Iran per liberare un popolo dalla dittatura è una favola. Allora quando iniziamo con l’Arabia Saudita? Perché in Arabia Saudita i dissidenti vengono fatti a pezzi nei consolati e le esecuzioni pubbliche sono un programma settimanale. Ma l’Arabia Saudita è un alleato, quindi quella è dittatura buona. E gli Emirati Arabi? E il Qatar? E la Russia? E mezza Africa? E mezza Asia? Se il criterio è “bombardiamo le dittature”, allora dovremmo bombardare mezzo pianeta. Dovremmo bombardare gli alleati più stretti degli Stati Uniti. Dovremmo iniziare dall’Arabia Saudita e finire chissà dove. Ma non lo si fa. Non lo si è mai fatto. E non lo si farà mai. Perché le guerre non si fanno per la democrazia. Si fanno per il petrolio, per il gas, per il controllo delle risorse. Fine. Quarto: a quei tempi, la Carta ONU che regola l’uso della forza nemmeno esisteva. Fu scritta nel 1945, dopo la guerra, proprio per dire: mai più. Mai più guerre di aggressione. Ricapitolando: ha confuso Pearl Harbor, 2.403 americani ammazzati in un mattino, con un attacco a un Paese che in quegli stessi istanti stava negoziando un accordo diplomatico. Ha confuso un mondo in cui la Carta dell’ONU non esisteva con un mondo in cui esiste e dice che quello che stanno USA e Israele stanno facendo è illegale. Ha confuso venti Paesi invasi con zero Paesi invasi. E lo ha fatto con la sicurezza di chi è convinta di aver appena demolito l’avversario. In pratica è come se uno si presentasse a un esame di storia, confondesse Napoleone con Topolino, scambiasse Waterloo con Disneyland e poi si alzasse in piedi convinto di aver preso trenta e lode. 

Ecco, quella è Giorgia Meloni ieri alla Camera. E l’esame non l’ha ancora capito.

... senza respiro!! ...

Senza respiro. Senza tregua Il Risiko mondiale continua 

di Raffaele Crocco 

 Non c’è tregua. Non c’è rallentamento. Non c’è pausa. La settimana trascorsa racconta come il Risiko mondiale prosegua e dilaghi. La geografia delle guerre si allarga, diventa più violenta. Dall’Asia Occidentale all’Africa subsahariana, dall’Europa orientale all’Asia centrale, le guerre in corso non si arrendono. Al contrario: si consolidano come guerre interstatali vere e proprie, si intensificano con un impatto crescente sulla popolazione civile. In settimana, tutto ha ruotato attorno alla guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, ormai entrata a pieno titolo tra gli scontri interstatali ad alta intensità. Il 10 marzo 2026, secondo diverse fonti internazionali, si è registrata la giornata più pesante di attacchi contro l’Iran dall’inizio delle ostilità. Missili e raid aerei hanno colpito diverse aree del Paese. Il bilancio umanitario è terribile. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha confermato almeno 18 attacchi contro strutture sanitarie iraniane dall’inizio del conflitto. È un dato grave, ma conferma come Washington e Tel Aviv abbiano ormai messo in una bara il diritto internazionale e il diritto umanitario. Entrambi vietano, in modo categorico ed esplicito, di colpire ospedali e strutture mediche. Il 12 marzo la Russia ha chiesto pubblicamente a Washington e Tel Aviv di fermare le operazioni militari, segnale di una crescente preoccupazione internazionale per una guerra che rischia di estendersi a tutta la regione. Intanto, gli sfollati iraniani, cioè gli uomini e le donne fuggite per non morire sotto le bombe, sono più di 3milioni e 200mila: un numero spaventoso. Altra area, altra escalation: siamo tra Afghanistan e Pakistan. Dopo i raid pakistani del 27 febbraio, gli scontri di frontiera non si sono fermati. Combattimenti, bombardamenti e tensioni lungo il confine continuano a produrre vittime civili. Secondo dati riportati da agenzie internazionali e dall’Alto Commissariato ONU per i diritti umani, almeno 42 civili afghani sono stati uccisi negli scontri. Il 6 marzo le Nazioni Unite hanno chiesto con urgenza alle due parti di avviare il dialogo e ridurre l’intensità delle operazioni militari. Finora senza risultati. In Asia Occidentale, intanto, continua la violenza nei territori palestinesi. Nella Striscia di Gaza proseguono le operazioni militari israeliane. Il 9 marzo raid aerei e bombardamenti di carri armati su Gaza City hanno ucciso sei palestinesi, tra cui due donne e una bambina. La crisi umanitaria resta gravissima, con ospedali al limite della capacità operativa, carenze croniche di medicinali e forniture sanitarie, accesso limitato agli aiuti. Il valico di Kerem Shalom, uno dei principali punti di ingresso per i convogli umanitari, ha riaperto solo parzialmente. Nella Cisgiordania occupata crescono, intanto, l’arroganza, la violenza e l’impunità dei coloni israeliani. Il 7 marzo, uno di loro ha ucciso un palestinese, nella zona di Masafer Yatta, nell’area di Hebron. Non si tratta di un episodio isolato. Gli osservatori internazionali segnalano un aumento degli attacchi contro villaggi palestinesi in diverse parti della Cisgiordania, spesso in un clima di quasi totale impunità. La mappa del Risiko ci porta in Europa orientale. Qui, la guerra tra Russia e Ucraina continua con la stessa intensità che ha caratterizzato l’inverno più duro dall’inizio del conflitto. Mosca mantiene una pressione costante lungo la linea del fronte, in particolare nella regione di Donetsk, mentre proseguono attacchi aerei contro città e infrastrutture energetiche. Milioni di persone restano esposte a interruzioni di elettricità e riscaldamento. Il 7 marzo un missile balistico russo ha colpito un edificio residenziale a Kharkiv, causando la morte di undici civili, tra cui due bambini. L’11 marzo un drone ha colpito nuovamente un obiettivo civile nella stessa città. Parallelamente, per la prima volta dopo quasi tre anni di guerra, Kiev ha annunciato di aver recuperato alcune porzioni di territorio lungo la linea del fronte. Lontano, il continente africano resta un altro epicentro della violenza. In Nigeria, tra il Nord-Est e il Nord-Ovest del Paese, continuano gli attacchi jihadisti e le operazioni dell’esercito contro gruppi armati. Il 7 marzo l’esercito nigeriano ha dichiarato di aver ucciso 45 combattenti definiti “bandits” nello Stato di Katsina. Due giorni dopo, attacchi coordinati di militanti islamisti nel Nord-Est hanno provocato almeno 15 morti, tra soldati e civili. In Sudan la guerra civile tra le Forze armate sudanesi (SAF) e le Rapid Support Forces (RSF) continua senza segnali di de-escalation. Il conflitto, iniziato nell’aprile 2023, ha già provocato oltre 12 milioni di sfollati e una delle peggiori crisi umanitarie del mondo. Nell’est della Repubblica Democratica del Congo la guerra tra l’esercito governativo e i ribelli del movimento M23 registra un nuovo salto tecnologico. L’11 marzo attacchi con droni hanno colpito la città di Goma, causando almeno tre morti, tra cui una cooperante francese dell’UNICEF. Si tratta dei primi attacchi con droni registrati sulla città dall’occupazione dell’area da parte dell’alleanza ribelle AFC/M23, segno di un’evoluzione delle modalità di combattimento. Infine, si muore anche in Myanmar. La giunta militare continua a utilizzare raid aerei contro aree controllate dalle forze di opposizione nelle regioni di Sagaing e Rakhine. Organizzazioni umanitarie e agenzie ONU segnalano ancora vittime civili e nuove ondate di sfollati. 


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... no alla guerra!!! ...

Il prezzo del petrolio risale a 100 dollari al barile. E Trump esulta: “faremo una montagna di soldi”. Ormai siamo alla totale privatizzazione dello Stato. Un presidente capitalista e un gruppo di capitalisti, che di volta volta possono variare, che fanno guerre per accrescere i loro profitti, fregandosene delle conseguenze, mossi soltanto dall’avidità. L’Italia non è in guerra ma il missile iraniano alla base militare di Erbil, in Iraq, dove prestano servizio 141 nostri connazionali, è la dimostrazione che non possiamo considerarci fuori dal conflitto. La guerra viene a cercarci direttamente. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha spiegato che si “tratta una base della Nato ed è anche americana”. Infatti, il missile iraniano sulla base di Erbil è la prova che la Nato viene coinvolta. La linea politica del governo italiano - “non condividiamo e non condanniamo - non può durare a lungo. Se vogliamo ritirare i nostri soldati per evitare di essere coinvolti nel conflitto dobbiamo assumere una linea chiara come quella di Sanchez: “no alla guerra”. Il trampismo di Meloni, il suo equilibrismo e la sua incapacità di prendere le distanze da Trump non regge più e sta esponendo il paese al rischio di coinvolgimento nel conflitto. Meloni deve essersi spaventata e chiama i leader dell’opposizione per condividere le responsabilità. È chiaro che di fronte alla gravità della situazione non ci si può sottrarre ad una disponibilità al confronto. Ma attenzione alle furbizie meloniane e soprattutto chiarezza politica sulla linea da tenere. Meloni deve scegliere e sappiamo che alla fine in richiamo dj Trump prevarrà su tutto. Per l’opposizione deve essere chiaro che non può funzionare la vecchia linea del “né aderire nè sabotare”, che nel secolo scorso divise il movimento socialista e lo indebolì. 
A mio avviso, l’opposizione unita deve indire grandi manifestazioni nel Paese con uno slogan semplice e senza esitazioni: “no alla guerra”. 

 Enrico Rossi.

... Torino 4 - Parma 1 ...

Abbiamo vinto, ma anche perso. Un 4-1 convincente contro il Parma, abbiamo espresso gioco e grinta, così come con la partita contro la Lazio, e per questo bisogna dare merito a D’Aversa. Eppure gli interpreti sono gli stessi di quando in panchina sedeva Baroni, ma il risultato come stiamo vedendo, è ben diverso fortunatamente. Ma come dicevo, purtroppo abbiamo anche perso, si…perché si vede ancora tanta, troppa gente seduta su quei seggiolini, gente che a questo punto non può e non deve fare il gioco di Cairo, deve fare il gioco della gente del Toro, da Toro. Seguire la scelta presa da chi, ogni anno, macina chilometri, chi investe tempo e denaro per i colori granata, deve scegliere di seguire chi ha deciso che quello stadio DEVE rimanere vuoto fino almeno a fine stagione. Bisogna riuscire ad essere coerenti, almeno su questo, riuscire ad essere uniti e compatti su quella decisione presa quasi a malincuore ma FONDAMENTALE per combattere contro chi il Toro lo sta distruggendo da più di 20 anni, colui che ha avuto il coraggio di ritornare allo stadio, come se nulla fosse…esultando, ridendo e parlando nuovamente a sproposito davanti ai microfoni. Un uomo che davvero non conosce vergogna. Cerchiamo di ritrovare un po di amor proprio, di mettere da parte tutto e tutti, di compattarci, di essere per una volta tutti UNITI per il nostro TORO. Lasciamolo da solo dentro quello stadio. Da solo, con due tartine e il silenzio dei seggiolini vuoti. Perché è questo lo spettacolo che merita di vedere: uno stadio senza più fiducia, senza più illusioni, senza più gente disposta a credere alle sue parole. Che guardi quelle gradinate e capisca finalmente cosa ha distrutto: la passione di un popolo, l’orgoglio di una squadra, la speranza di chi ha sempre sostenuto questi colori. Che si renda conto, una volta per tutte, che non c’è più nessuno disposto ad ascoltare promesse vuote, progetti mai mantenuti e stagioni sempre uguali. Il Torino non è una proprietà da gestire a parole: è storia, cuore e sacrificio. E oggi quella gente gli sta dicendo una cosa sola, forte e chiara: VATTENE.