lunedì 22 giugno 2026

... DIMISSIONI!!! ...

Il recente, durissimo scontro diplomatico tra Palazzo Chigi e la Casa Bianca segna il definitivo collasso della politica estera di Giorgia Meloni. L'illusione di poter addomesticare il nazionalismo di Donald Trump attraverso una linea di subalternità ideologica si è tradotta in un fallimento strategico di vaste proporzioni. Avendo sacrificato i rapporti europei sull'altare di un asse personale mai nato con il tycoon, la premier si ritrova ora respinta da Washington e guardata con diffidenza da Bruxelles. Questo cortocircuito distrugge la credibilità internazionale del paese e demolisce la narrazione interna di una destra pragmatica e capace di governare, rivelando una profonda e strutturale inaffidabilità della leadership. Le pesanti ricadute per il sistema paese Il vuoto diplomatico generato da questo strappo produrrà conseguenze immediate e concrete sull'economia e sulla sicurezza nazionale. Sul piano commerciale, l'Italia si trova ora totalmente esposta alle politiche protezionistiche americane, senza alcuna sponda politica per negoziare deroghe sui dazi che colpiranno le nostre esportazioni. Dal punto di vista geopolitico, il paese va incontro a una progressiva emarginazione dai dossier strategici nel Mediterraneo e in Medio Oriente, declassato a spettatore passivo delle decisioni prese dall'asse franco-tedesco. Infine, l'isolamento internazionale si ripercuoterà inevitabilmente anche sulla stabilità interna, aprendo insanabili linee di frattura all'interno di una maggioranza in cui l'anima moderata difficilmente potrà avallare una rottura totale con l'alleato atlantico. La via d'uscita e l'impasse della leadership Uscire da questa palude richiederebbe un'inversione di rotta radicale, articolata su tre capitoli fondamentali. Il primo è l'ancoraggio di necessità al nucleo decisionale europeo, l'unico vero scudo contro le guerre commerciali globali. Il secondo è la de-personalizzazione della politica estera, restituendo centralità alla diplomazia istituzionale. Il terzo è il passaggio dalla propaganda nazionalista a una strategia concreta, capace di negoziare con gli altri stati in base ai reali benefici per l'interesse nazionale. Tuttavia, si tratta di soluzioni che Meloni è impossibilitata ad attuare. Da un lato vi è un'insuperabile barriera ideologica: il dna politico della premier rifiuta per principio le dinamiche di integrazione europee, rimanendo fatalmente ancorato alla retorica nazionalista. Dall'altro, emerge una manifesta incapacità strategica, che ha ridotto la complessa scacchiera geopolitica a una sequenza di mosse d'immagine a uso dell'elettorato interno. Un atto di responsabilità necessario Di fronte a un simile stallo, le ambizioni personali e di partito dovrebbero cedere il passo alla tutela della Repubblica. 
Se Giorgia Meloni tenesse davvero al destino e alla dignità dell'Italia, prenderebbe atto del fallimento della propria linea strategica e rassegnerebbe le dimissioni. Sarebbe l'unico gesto politico responsabile per permettere al paese di ritrovare una guida autorevole e credibile sullo scenario internazionale, ammesso e non concesso che l'attuale panorama politico sia ancora in grado di esprimere una figura all'altezza di tale compito. 

 Mauro David.

... l'unico vero Leader!! ...

È passato piuttosto inosservato qui da noi uno dei punti più bassi della storia dell’Unione europea. Tutti i partiti di destra ed estrema destra - e sono oggi la maggioranza - hanno votato compatti il Regolamento Rimpatri, ovvero quella che è di fatto l’anticamera della Remigrazione in Europa. 418 voti a favore (contro 218), tra cui Popolari, Conservatori, sedicenti “Patrioti”, sovranisti, Afd, al grido di “Send them back”, “Rimandateli indietro”. Mentre Giorgia Meloni straparla di “successo storico”, l’unico leader europeo ad aver preso con forza posizione contro la negazione stessa del concetto di Europa è stato - avevate dei dubbi? - il premier spagnolo Pedro Sánchez. Che non solo si è dichiarato assolutamente contrario, ma ha spiegato nel dettaglio perché è un modello miope oltreché disumano. 

"La Spagna ha manifestato la propria contrarietà verso la politica europea dei rimpatri che è stata approvata anche dal Parlamento europeo. L'Europa sta trasmettendo un messaggio sbagliato: non è quello di condividere la sfida della migrazione insieme ai Paesi di origine e ai Paesi di transito, bensì quello di comunicare che questo è un problema dei Paesi terzi e che l'Europa si chiuderà in se stessa. Dal punto di vista economico, politico e della diffusione dei valori che l'Europa dovrebbe manifestare e diffondere, è un messaggio assolutamente negativo". 

Il problema è che quest’uomo è rimasto l’unico e l’ultimo leader europeo a dirlo. 


 Lorenzo Tosa.

... Meloni, fai schifo!! ...

Una grande lezione di stile l'ha data Sánchez. 
Da mesi attaccato da Fdi e Meloni, che gli ha anche fatto lo sgarbo di non riceverlo quando è venuto a Roma e che ogni volta che lo vede ha quella fastidiosa espressione altezzosa e da persona sempre infastidita, Sánchez non appena ha saputo che Trump l'aveva offesa le ha subito espresso solidarietà e l'ha difesa pubblicamente. A parti inverse, da Chigi non sarebbe volata una mosca; o, a seconda del periodo, con buone probabilità Meloni si sarebbe pure unita agli attacchi, nel guicciardiniano e tipicissimo tentativo di lisciarsi il potente di turno, di compiacerlo e fargli capire che si è sempre dalla sua parte (e abbiamo visto com'è andata: vivaddio un po' di giustizia morale c'è stata, su questa fastidiosissima attitudine). Non la coglierà nessuno, al governo. Figuriamoci Meloni che ha anche avuto il "coraggio" di fare un video dove diceva che "l'Italia non si piega" e ha smentito quanto accaduto (ma figuriamoci, chi conosce la destra italiana sa benissimo che quella è una delle caratteristiche tipiche: cercare il selfie del potente di turno per accreditarsi in patria). 
Ma forse a qualcuno qui smuoverà qualcosa. 

 Leonardo Cecchi.

... il "bunker" Gemona! ...

𝐆𝐞𝐦𝐨𝐧𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐛𝐮𝐧𝐤𝐞𝐫: 𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐞𝐦𝐢𝐞𝐫 𝐬𝐢 𝐜𝐮𝐫𝐚 𝐥𝐞 𝐟𝐞𝐫𝐢𝐭𝐞 𝐝𝐢 𝐄𝐯𝐢𝐚𝐧 


Il #buongiorno di Giulio Cavalli 


 Giorgia Meloni è sfilata domenica tra le penne nere a Gemona del Friuli, al raduno degli alpini per i cinquant'anni dal terremoto, e ha spiegato il blitz con una confessione: «Avevo bisogno di un po' di sano orgoglio nazionale e, se non si trova qui, non so dove altro si potrebbe trovare». Traduzione: dopo lo scontro con Donald Trump le serviva un bagno di folla amica. La premier ha sperato a lungo che il litigio col presidente americano fosse una parentesi. In fondo contava su un Trump troppo pazzo per fare sul serio. Solo che Trump è lucidissimo e cattivo come tutti i sovranisti che amano la violenza, quella fisica e quella verbale. Da egomaniaco ha preso una questione personale, la foto «concessa per pena» al G7 di Evian, e l'ha fatta politica. E Meloni, che a lui si era asservita per anni, ne esce ammaccata. Andare tra gli alpini a cercare ristoro in una zona di comfort serve a poco. Come serve a poco recitare la generalessa più dura del generale Vannacci, che intanto le rosicchia voti a destra: Futuro Nazionale ha appena scavalcato la Lega nei sondaggi YouTrend, 5,9% contro 5,8%, primo sorpasso da quando il generale ha lasciato il Carroccio e ora punta a Fratelli d'Italia. E intanto Matteo Salvini sul litigio con Trump già si smarca: «Mi auguro che si chiuda in fretta questa parentesi di incomprensione». La statura di Meloni si misura adesso sui tavoli internazionali, anche perché in casa il quadro è pessimo: 5,7 milioni di persone in povertà assoluta, l'8,4% delle famiglie, un milione in più rispetto al pre-pandemia secondo l'Istat. E lì Trump dovrà rincontrarlo, senza alpini e senza amici tra i banchetti.

domenica 21 giugno 2026

... davvero, ci riesci?? ...

"Meloni manda gentilmente a cagare Trump" 

#Politica #Meloni #Trump #Italia #Europa #USA #Geopolitica 

Alla fine è successo. Non poteva non succedere. Daje, picchia e mena... Dopo mesi di dichiarazioni che cambiano ogni settimana, e offese personali, Giorgia Meloni ha deciso che la misura era colma. Senza sceneggiate e senza proclami, la premier italiana ha preso le distanze da Trump e dal suo entourage, diventando di fatto la prima leader europea a farlo in modo così netto e senza possibilità di fraintendimento. 
La realtà è semplice: gli interessi italiani ed europei non possono essere subordinati alle improvvisazioni della politica americana e agli scatti d'ira di un ottantenne spesso impegnato in continue crisi autoreferenziali. 

Quindi, caro Donald... passi lunghi e ben distesi. Con educazione, ma senza alcuna possibilità di equivoco. 

AtSalut

... Memoria e Dignità ...

La dico diritta, perché resti agli atti. 

Quello che sta accadendo, con stracci che volano ovunque, sta diventando il più grosso regalo politico ed elettorale che potesse ricevere Giorgia Meloni. Talmente enorme da apparire persino sospetto, se di mezzo non ci fosse uno come Trump. Ricapitolando. Fino a 48 ore fa avevamo una Meloni in chiarissima difficoltà, con Vannacci che vola, il governo che perde colpi, i sondaggi che piangono, nessun risultato o misura degna di questo nome in quattro anni di esecutivo, e lei che letteralmente non tocca palla su tutti i fronti più caldi della politica internazionale. E all’improvviso si ritrova su un piatto d’argento l’occasione di presentarsi agli italiani come martire della patria e sventolare davanti ai suoi elettori la carta della leader che non si lascia irretire dal potente di turno, che “non implora” e non si piega. E pazienza se è la stessa che per quattro anni si è piegata eccome ai voleri del padrone americano, ha avallato ogni richiesta, giustificato ogni prepotenza, lo ha addirittura candidato al Nobel per la Pace, non ha speso una parola quando Pedro Sánchez osava tenere la schiena dritta - lui sì, per davvero - contro il bullismo dell’autoproclamato imperatore mondiale, anzi si è sempre e solo schierata dalla parte del più forte, perché era comodo e perché tanto non toccava a lei. Tutto questo, nella narrazione dei meloniani è magicamente sparito, dimenticato, evaporato in una nuvoletta di propaganda da due spicci e revanscismo di quart’ordine. Eh no, troppo comodo ora presentarsi come la campionessa della sovranità italica, dopo averla svenduta per anni per un piatto di lenticchie. Troppo facile smarcarsi ora che non sono rimaste neanche le lenticchie nel piatto, ma solo gli insulti tanto sguaiati e intollerabili quanto prevedibili, perché è sempre andata così con Trump, solo che non toccava a lei. Perciò no, mi spiace, non darò alcuna solidarietà a chi ci ha portato fino a questo punto, né mi lascerò incantare da una retorica di muscoli e slogan da parte di chi ha incarnato il concetto stesso di sudditanza. Potrà anche prendere in giro milioni di italioti e fratellini d’Italia, gli stessi che per anni ci hanno ripetuto la favola del Trump pacifista. Ma per fortuna siamo tanti, e anche molti di più, a non esserci dimenticati nulla di questi anni, ad aver segnato tutto, ogni dichiarazione, ogni cedimento di sovranità, ogni ridicolo salamelecco. E quel pezzo di Paese non è mai stato dalla parte di Trump e certamente non diventerà trumpiano oggi. 
Ma non starò e non staremo neanche dalla parte di chi lo ha prodotto e giustificato, in qualche modo creato. 

 Si chiama Memoria. Si chiama Dignità. E mai come oggi sono due facce della stessa medaglia. 

 Lorenzo Tosa.

... Giuseppe Conte ...

Potete anche controllare quasi tutte le tv e i giornali ma risparmiateci la favoletta del Governo Meloni che tutela l'Italia con la schiena dritta. La premier si guardi allo specchio. Ad aprile 2025 per far contento Trump è andata negli Stati Uniti a prendere impegni per acquisti di armi e gas americani, per non tassare i giganti del web statunitensi. Nell'estate 2025 è andata a firmare l'aumento esorbitante delle spese militari al 5% del Pil per far contento Trump e non si è schierata con i leader europei che hanno alzato la voce come Sanchez. Sui dazi imposti alle nostre imprese ha parlato di accordo "positivo" e "sostenibile" e ha fatto dire al suo vicepremier, sfidando il senso del ridicolo, che le misure contro le nostre aziende in fondo erano una "opportunità". Rispetto agli attacchi al Venezuela ha parlato di azione difensiva legittima mentre lo stesso Trump spiegava che la ragione era il petrolio. Di fronte alle violazioni del diritto internazionale di Netanyahu e Trump in Iran ha detto "non condivido né condanno" ma a pagare sono stati gli italiani con il boom di prezzi, energia e carburante. Di fronte a un genocidio con oltre 20mila bambini uccisi da Netanyahu ha mandato Tajani a "osservare" il Board of peace di Trump con il cappellino rosso Maga in mano mentre lo proponeva per il Nobel per la Pace. Potrei continuare. Le favole di un Governo che tutela l'interesse nazionale la possono raccontare i giornali del deputato di maggioranza Angelucci e tutto il sistema informativo che controllano da Palazzo Chigi. Lo stesso che ha buttato fango su di noi, che abbiamo portato 209 miliardi quando ci volevano imporre il Mes. Lo stesso che rideva per "Giuseppi" mentre scontentavamo Trump su spese militari e Via della Seta per tutelare i nostri interessi nazionali, pur senza mettere in discussione le nostre alleanze storiche. Lo scontro di oggi non è contro un leader che alza la testa, ma è un richiamo all'ordine verso chi ha sempre obbedito senza fiatare, assumendo impegni insostenibili per il popolo italiano. Chi ha ridotto l'Italia così non la rimetterà in piedi di certo. Tocca a noi.