domenica 19 luglio 2026

... la ragione è nostra! ...

“Non avevamo solo ragione allora, ce l’abbiamo ancora oggi.” Così dice in un’intervista a Repubblica Elena Giuliani, commentando uno slogan spesso utilizzato per ricordare quelle giornate di partecipazione e repressione incredibili, ed è effettivamente questo il punto. Dire che abbiamo ancora ragione significa non vivere quei giorni di Genova come il racconto di una sfida passata, in un moto che rischia di essere tanto consolatorio quanto improduttivo. Dire che abbiamo ragione noi significa guardare in faccia il mondo e il paese in cui viviamo e rimettersi all’altezza di quell’orizzonte. Perché 25 anni fa il potere si è spaventato a Genova, quel movimento che costruiva alleanze e connessioni per un altro mondo possibile era una scelta di resistenza di fronte a una concentrazione di potere economico che andava rompendo ogni barriera ed ostacolo in nome del controllo delle catene globali dell’economia mentre si preparava ad alzare muri per le persone che sarebbero fuggite dai loro disastri, dalle forme di colonialismo economico, dallo sfruttamento. Ma quel movimento si è lasciato frammentare, si è lasciato dividere, non è riuscito a strutturarsi veramente. Eppure la Palestina proprio quest’anno ci ha risvegliato, ci siamo visti e abbiamo visto che questo fuoco arde ancora. Che non siamo sconfitti. Che siamo ancora umani, che riconosciamo la differenza tra chi resiste e chi opprime e perseguita per un progetto genocida e suprematista. Ben Gurion, padre fondatore di Israele, diceva spesso che “I vecchi rifugiati moriranno e i giovani dimenticheranno”. I Palestinesi non hanno dimenticato nulla e noi non dobbiamo dimenticare Carlo e tutti quelli che hanno dato tutto. Non facciamoci più dividere. Non dimentichiamo più quale orizzonte dobbiamo conquistare.

... Bolzaneto e dintorni ...

Dimmi chi escludi e ti dirò chi sei Mauro Armanino 11 Luglio 2026 Ci troviamo in una guerra civile e la politica istituzionale lo sa molto bene. Non casualmente i cittadini comuni sono il nemico principale da controllare. Venticinque anni dopo il G8 di Genova siamo qui, scrive Mauro Armanino, per dire che un’altra storia è possibile a condizione di opporsi alla confisca del futuro dei poveri Vignetta di Mauro Biani Su un pilastro metallico poco lontano dall’edificio che segnala il Porto Antico a Genova, giusto di fronte a Palazzo San Giorgio, si trova questa frase: “Dimmi chi escludi e ti dirò chi sei”. Siamo nella zona chiamata “Caricamento”, spazio ambito e mitico che conduce all’Acquario. Don Andrea Gallo, prete genovese impegnato coi giovani “sulla strada”, aveva fatto sua questa frase coniata in realtà da don Luigi di Liegro. Quest’ultimo, fondatore della Caritas di Roma, menzionava il proverbio che dice “dimmi con chi vai e ti dirò chi sei” e lo trasformò in “dimmi chi escludi e ti dirò chi sei”. Questa frase, titolo del concerto di maggio a Genova in memoria della morte di don Gallo, resta l’ispirazione della comunità di San Benedetto al Porto, da lui fondata. La verità della frase citata è stata messa in scena in grandezza naturale durante i fatti del G8 a Genova. A 25 anni esatti di distanza dall’evento di luglio del 2001. Chi scrive era partito l’anno prima in Liberia e per la prima volta nella sua vita aveva visto e toccato i segni e sintomi del ritorno della guerra civile nel Paese. Con occhi feriti da quello che stava accadendo in quel Paese dell’Africa occidentale ho preso parte ad alcuni degli avvenimenti che avrebbero caratterizzato il citato G8. Il clima di quel mese di luglio era quello che Genova conosce e la valorizza di mare e di colori. Anche le piazze e le strade erano rese nuove da decine di associazioni variopinte e da centinaia e poi migliaia di giovani che credevano, praticavano e sognavano “un altro mondo possibile”. Questo era infatti il tema di fondo che continuava il processo dei forum alternativi a quello di Davos in Svizzera, emblema della globalizzazione genocida. C’è stato Seattle negli Stati Uniti, Porto Alegre in Brasile e Genova, che avrebbe potuto e dovuto essere un’ulteriore porta al futuro. Ho visto, in realtà e contesti differenti, la stessa guerra civile che avevo lasciato, provvisoriamente, sulla sponda dell’Atlantico, in Liberia. Altre le modalità ma il resto c’era tutto. Bande di mercenari delle parole e delle promesse, militari armati, elicotteri, camionette d’assalto, lacrimogeni, bombe carta, pestaggi e torture in luoghi al riparo da sguardi indiscreti… Una guerra civile tra visioni contrapposte del mondo, della vita, del futuro e soprattutto del presente. Lo ricordava bene l’amico Enrico Euli, docente a Cagliari, nei suoi scritti: “La guerra è l’ultimo collante di una élite che si è impossessata degli Stati… quando agli inizi del XXI secolo, i cosiddetti ‘no global’ avevano posto le basi per una critica ecologica e pro-sociale della mondializzazione sfrenata a cui eravamo sottoposti, sono stati militarmente repressi, politicamente marginalizzati, culturalmente omessi…”. Ancora Euli, in uno degli articoli raccolti nel libro Punture di vista, ricorda che “l’uscita dal mito global ora avverrà ma per mano dello stesso G8 (Russia inclusa) che faceva trincee intorno ad esso, barricandosi allora in zone rosse e reticolati di guerra contro di noi e oggi attraverso un conflitto armato che li separa tra loro… la guerra globalizzata sta prendendo quindi il posto della globalizzazione economica…i l dominio borghese si è stancato anche di essere liberale…”. Certo, durante il Genoa Social Forum ho avuto il privilegio di conoscere Ivan Illich, uno dei massimi pensatori della crisi dell’Occidente del ‘900, Susan George alla scuola Diaz, prima dei massacri, e Riccardo Petrella. Le guerre civili sono, appunto, il drammatico tentativo di messa in azione della frase scritta sulla struttura metallica della sopraelevata di Genova. “Dimmi chi escludi e ti dirò chi sei”’. L’etnia, la classe sociale, lo straniero e il barbaro sono tutti un nemico potenziale. Le categorie più vulnerabili ne costituiscono il bersaglio favorito. Ci troviamo in una guerra civile e i politici lo sanno molto bene. Non casualmente i cittadini comuni sono il nemico principale da controllare. Venticinque anni dopo siamo qui per dire che un’altra storia è possibile a condizione di opporsi alla confisca del futuro dei poveri. FacebookTwitterMastodonPinterestWhatsAppTelegramEmailCon

... 7 giorni di attacchi ...

7 GIORNI DI ATTACCHI USA ALL’IRAN - 


“Trump in trappola tra Netanyahu e Pechino, non sa gestire la sconfitta” Continuano gli attacchi USA all'Iran, che risponde attaccando i Paesi arabi nel Golfo. Gli Houthi potrebbero chiudere lo stretto di Bab-el-Mandeb Alberto Bradanini, già ambasciatore d’Italia in Iran e in Cina, analizza al Sussidiario TV la crisi iraniana, le interpretazioni del memorandum e il nodo della navigazione nello Stretto di Hormuz. La realtà, secondo Bradanini, è che gli USA hanno perso la guerra, e non riuscendo a farsene una ragione, ridefiniscono continuamente gli obiettivi di una operazione militare che non si ferma. Ma il loro obiettivo vero è mettere le mani sulle ricchezze dell’Iran, sul gas e sul petrolio, e forse anche controllare la valuta con cui vengono commercializzati. Nel riconoscimento degli interessi reciproci sta la sola via possibile per fermare l’escalation: “La sicurezza è collettiva, oppure non è, è reciproca, oppure non è davvero una sicurezza”. La giustificazione degli attacchi americani contro l’Iran, secondo la Casa Bianca, si fonderebbe sulla violazione del Memorandum of understanding del 17 giugno e su un attacco a una nave commerciale nello Stretto di Hormuz. È una ricostruzione corretta? La situazione è in movimento di ora in ora ed è soprattutto confusa. Il rischio è di essere smentiti dopo mezz’ora, o persino dopo dieci minuti. Il memorandum di quattordici punti, firmato a distanza il 17 giugno, va considerato nel suo insieme, almeno secondo Teheran. Uno dei punti cruciali riguarda il Libano: la cessazione delle ostilità non dovrebbe interessare soltanto il Golfo, ma anche quel fronte. Il problema è che ciascuna parte interpreta il memorandum a modo proprio. Per questo l’ho definito, provocatoriamente, un “memorandum di malintesa”. Quali sono i punti più importanti sul transito marittimo e sulle esportazioni iraniane? Il punto centrale riguarda il passaggio delle navi commerciali dal Golfo Persico al Mare dell’Oman e viceversa, che l’Iran dovrebbe garantire senza pedaggi per sessanta giorni. Secondo Teheran, il controllo dello Stretto di Hormuz resta nelle mani del governo iraniano, non degli Stati Uniti. Un altro punto riguarda l’esportazione di petrolio, gas e prodotti derivati, con una deroga immediata da parte americana fino alla cessazione delle sanzioni. Sempre secondo Teheran, questi impegni non sono stati rispettati. Perché, secondo lei, quei punti del memorandum non sono stati rispettati? Perché rispettarli significherebbe accettare una capitolazione. A mio avviso, la guerra è stata sostanzialmente persa dagli Stati Uniti, e perdere una guerra è un calice amaro da mandare giù. Lo è per Trump, anche per il suo carattere, ma soprattutto per il complesso militare-industriale americano, che ha un peso enorme nel determinare la politica estera e nel decidere, direi, più facilmente la guerra che la pace. Qual è allora il vero obiettivo strategico degli Stati Uniti? Se ascoltiamo Trump, siamo persi nella nebbia, perché cambia posizione molto spesso. Le ragioni indicate nel tempo sono state diverse. All’inizio si parlava soprattutto del nucleare militare, mentre quello civile è consentito dal Trattato di non proliferazione (TNP), di cui Teheran fa parte. Poi si è parlato di aiutare il popolo iraniano a ribellarsi contro un regime autoritario. In seguito è emerso l’obiettivo di distruggere l’arsenale di droni e missili, considerati pericolosi per le basi americane e per i Paesi del Golfo. Ma, a mio avviso, l’obiettivo vero è mettere le mani sulle ricchezze dell’Iran, sul gas e sul petrolio, e forse anche controllare la valuta con cui vengono commercializzati. E quali obiettivi attribuisce invece a Israele? L’obiettivo israeliano è quello, coltivato da tempo, di frantumare uno dei pochi Paesi rimasti solidi e sovrani nella regione. L’Iran è inoltre considerato colpevole di sostenere la causa palestinese, la sovranità libanese e Hezbollah. Non mi sembra però che questi obiettivi siano stati davvero raggiunti. Netanyahu ha criticato pubblicamente la vendita di caccia americani F35 alla Turchia. La Casa Bianca ha parlato di “interferenza” e Trump è andato su tutte le furie. I rapporti sono in crisi. Forse Netanyahu sta tirando troppo la corda. Dispone certamente di strumenti di pressione e di una forte influenza sul sistema politico americano, ma potrebbe pensare di essere più potente di quanto sia realmente. Trump non può mettere a repentaglio l’economia e gli interessi dell’impero americano per seguire fino in fondo l’avventura nella quale, a mio giudizio, Netanyahu lo ha trascinato. Tucker Carlson ha sostenuto che, con JD Vance alla Casa Bianca, questa guerra non ci sarebbe stata. Condivide? Non ho la sfera di cristallo e non posso sapere che cosa sarebbe accaduto. Gli Stati Uniti, però, non si identificano con l’inquilino provvisorio della Casa Bianca. Si identificano con quella che possiamo chiamare “Corporate America”, un insieme di interessi corporativi fondati sulla ricchezza privata e collocati in cima alla piramide del potere. Anche JD Vance ne fa parte e, se fosse presidente, dovrebbe rispondere a quegli interessi. Forse la risposta del sistema sarebbe stata leggermente diversa, ma il quadro di fondo non cambierebbe. Al di là della figura del presidente, quali interessi orientano il sistema statunitense? Quando si tratta di questioni cruciali, il Partito repubblicano non si divide davvero. E, fondamentalmente, non si divide neppure dal Partito democratico. Negli Stati Uniti non vedo una reale dialettica tra i due partiti: mi sembrano piuttosto due correnti dello stesso sistema di potere. Per questo non insisterei troppo sulle differenze minori in politica estera, soprattutto considerando la forte influenza del complesso militare-industriale. Le raffinerie cinesi hanno ripreso a importare petrolio. I media americani lamentano che questo esercita ulteriore pressione su un mercato petrolifero molto instabile. Qual è la strategia della Cina? La Cina difende i propri interessi sovrani, sempre e ovunque, anche in una situazione critica come questa. È esposta nei confronti dei Paesi del Golfo e dell’Iran, dai quali importa una quota rilevante del proprio fabbisogno di petrolio, circa il 50%, pur essendo molto forte anche nelle energie rinnovabili. Soprattutto, ha la forza per farlo: gli Stati Uniti non sono in grado di piegarla ai loro capricci. Dove passa oggi una possibile de-escalation? Per fare la pace bisogna essere in due, non soltanto per fare la guerra. Bisognerebbe dire basta alle guerre, sedersi intorno a un tavolo e discutere dei diritti e degli interessi dell’altra parte. La sicurezza è collettiva, oppure non è; è reciproca, oppure non è davvero sicurezza. I governi vogliono le guerre, non i popoli, perché i popoli sanno che a morire è sempre la povera gente. Dovremmo ridare un senso alla parola democrazia, cioè potere al popolo, e sostituire chi governa contro gli interessi collettivi con chi vuole davvero tutelare la pace. Che cosa comporta questa impostazione per l’Italia? L’Italia dovrebbe smettere di fare guerre per gli interessi altrui e tornare a difendere i propri. La pace deve venire prima, insieme ai salari, alla scuola e ai servizi pubblici. Solo dopo si può discutere delle risorse da destinare alla cosiddetta difesa, ricordando però che l’Italia non è minacciata da nessuno ed è circondata da Paesi amici. Abbiamo partecipato a guerre in Iraq, Afghanistan, Libia e Serbia senza ricavarne benefici, ma riportando bare e contribuendo a morte e distruzione in Paesi che non ci avevano fatto nulla. 


intervista di Max Ferrario all'Ambasciatore Alberto Bradanini 


#TGP #Usa #Iran Fonte: https://www.ilsussidiario.net/.../7-giorni-di.../2982785/ 

sabato 18 luglio 2026

... gli invisibili!! ...

Sono diventati tutti invisibili. I cittadini bastonati dai rincari al distributore di benzina o fra i carrelli della spesa, i lavoratori stremati e sottopagati, gli imprenditori travolti dall’aumento dei costi dell’energia e dalle tasse. Ma mi raccomando: non disturbate il Governo, che su questi temi fischietta e non si degna neppure di discutere le nostre proposte. Sono impegnati a firmare e a progettare folli spese militari per il riarmo anziché a ottenere nei vertici europei investimenti per imprese e famiglie come abbiamo fatto col Pnrr nel 2020. Per loro le emergenze del paese sono altre. Bloccano per mesi il Parlamento su una legge elettorale truffa, del tutto incostituzionale, in cui hanno infilato norme vergognose fatte a loro misura: “salva-Lupi”, “taglia-+Europa”, e da ultimo una norma fatta apposta per sabotare la vittoria delle forze di opposizione cancellando dal conteggio dei voti utili alcuni partiti. Intanto fanno a gara a chi primeggia nello sciacallaggio sul caso del gioielliere, per cui non c'entra nulla la legittima difesa. Dopo avere fallito sulla sicurezza, con una criminalità che dilaga dappertutto, hanno trovato la ricetta furba per scaricare sui cittadini la responsabilità: cari cittadini, procuratevi un’arma e fatevi giustizia da soli. Non ci dicono, però, che se tutti applicassero la regola della “giustizia fai da te”, lo stesso gioielliere sarebbe morto da tempo. Nel 2005 il sig. Roggero fece irruzione nell’abitazione del fidanzato della figlia, aggredendolo violentemente ed estraendo infine una pistola con cui minacciò lui e i suoi genitori. Applicando i ragionamenti con cui il governo fa propaganda sul caso Roggero, gli aggrediti avrebbero quindi potuto raggiungerlo all’uscita dell’abitazione per poi sparargli alle spalle? È lo Stato che deve garantire la nostra sicurezza, se non vogliamo che l’Italia diventi un far west. Non dobbiamo rassegnarci a questa palude, a un Governo che pensa solo a blindare se stesso anziché dare risposte e soluzioni ai problemi reali. Da questo pantano si esce insieme. Saranno mesi di battaglia, impegno e partecipazione. 


 Giuseppe Conte.

... Pacifismo? ...

𝐂𝐡𝐢𝐚𝐦𝐚𝐫𝐞 𝐩𝐚𝐜𝐢𝐟𝐢𝐬𝐦𝐨 𝐥𝐞 𝐛𝐨𝐦𝐛𝐞: 𝐮𝐧𝐚 𝐬𝐜𝐞𝐧𝐚 𝐠𝐢𝐚̀ 𝐯𝐢𝐬𝐭𝐚 


Il #buongiorno di Giulio Cavalli 


 Nel 1921 il generale Giulio Douhet pubblicò Il dominio dell'aria e spiegò come si vince una guerra dal cielo: colpire città e fabbriche, spezzare il morale di un popolo con bombe esplosive, incendiarie e velenose, le ultime per impedire i soccorsi. Cent'anni dopo, sull'HuffPost, Mattia Feltri riscopre la stessa idea e la battezza "la più formidabile dimostrazione di pacifismo". Il genio, per lui, sono i droni ucraini che centrano depositi e raffinerie russe "a migliaia di chilometri di distanza". La "guerra che non uccide", dice, perché "non c'è spargimento di sangue". Francesco Vignarca, della Rete Italiana Pace e Disarmo, ha già fatto notare che è tutto vecchio: i bombardamenti strategici di Douhet, riverniciati da avanguardia. E il sangue c'è, eccome. Il 28 giugno un drone ucraino ha ucciso un civile a Slavyansk-na-Kubani e uno nel Belgorod; l'8 luglio un morto a Saratov, e a Belgorod un centro commerciale colpito, sei feriti, un bambino. Ma i morti grossi si contano a centinaia di migliaia di soldati, da una parte e dall'altra, e stanno svuotando due Paesi. Nel 2024 l'Ucraina ha contato quasi 500 mila decessi, quasi il triplo delle nascite, e oltre 10 milioni di persone hanno lasciato casa. La Russia ha la natalità più bassa da due secoli e ha secretato i dati nel 2025. Due nazioni che si combattono e nel frattempo hanno smesso di nascere. Il punto non è Mattia Feltri. Conta l'aria putrida che pur di difendere la guerra chiama pacifismo un bombardamento che dissangua due popoli. Douhet, almeno, non fingeva: le sue bombe le chiamava bombe. 

 
In foto, abitazioni civili a Kyev dopo un bombardamento russo 

venerdì 17 luglio 2026

... VERGOGNA!!! ...

🛑 FINITA LA RECITA: IL FALLIMENTO DI UN SISTEMA E LA VERGOGNA DI UNA CLASSE POLITICA 


Ci siamo. La Procura di Milano ha messo nero su bianco quello che in tanti sospettavano da tempo: l’indagine sul "sistema Santanchè" è ufficialmente chiusa. Non stiamo parlando di voci di corridoio, ma della notifica dell'avviso di conclusione delle indagini preliminari (il cosiddetto 415-bis) che inchioda Daniela Santanchè e altri 15 soggetti alle proprie responsabilità. E il quadro che emerge è devastante. COSA HANNO COMBINATO: IL DISASTRO SOCIETARIO Al centro di questo crac non c'è stata una sfortunata gestione imprenditoriale, ma un susseguirsi di manovre su Ki Group, Ki Group Holding, Bioera e Umbria Srl. Le accuse sono pesanti come macigni: bancarotta, falso in bilancio e truffa aggravata ai danni dello Stato. In pratica, si contesta l’aver portato al fallimento delle società lasciando dietro di sé una scia di debiti e ombre inquietanti. IL CUORE DELLA TRUFFA: LA CASSA INTEGRAZIONE E I PRESTITI Il punto più basso, quello che fa più rabbia, è l'accusa di truffa aggravata ai danni dello Stato. Gli inquirenti hanno puntato il faro sulla gestione della Cassa Integrazione in deroga durante il periodo Covid. L’accusa parla di lavoratori che avrebbero continuato a lavorare mentre l’azienda chiedeva (e otteneva) il sussidio pubblico. Invece di tutelare i dipendenti in un momento di crisi nazionale, si è preferito intascare soldi pubblici. Non basta: sotto la lente c'è anche il sistema di finanziamenti ottenuti, in particolare quelli erogati da Banca Progetto, che sarebbero stati ottenuti – secondo l'accusa – attraverso pratiche opache. COSA SUCCEDERÀ ORA: IL PROCESSO Questa notifica non è un dettaglio burocratico, è il segnale che la Procura ha raccolto elementi solidi. Ora gli indagati hanno un tempo limitato per tentare di difendersi o chiedere di essere interrogati. Ma la strada è segnata: il prossimo passo sarà, con ogni probabilità, la richiesta di rinvio a giudizio. A quel punto, toccherà a un GUP decidere se ci sono abbastanza prove per celebrare un processo pubblico. LA VERGOGNA DI CHI COMANDA Vedere chi ha ricoperto la carica di Ministro della Repubblica coinvolto in un'inchiesta di tale portata – dove si parla di distrazione di fondi, fallimenti pilotati e truffe sui sussidi – è uno schiaffo a tutti i cittadini onesti. È la dimostrazione plastica di un modo di fare politica e impresa dove il "bene comune" è solo una parola vuota usata per nascondere interessi personali. La politica dovrebbe essere sacrificio e servizio. Qui abbiamo visto solo il contrario: l'uso del potere e della posizione per salvare le proprie aziende dal naufragio, incuranti del danno causato alla collettività. Non c'è giustificazione che tenga. La legge ora farà il suo corso, ma il giudizio morale, per chi si è comportato così, è già stato emesso da tempo.

... ancora su Roggero! ...

Mi spiegate una cosa? Se uno entra nel tuo negozio con una pistola e un coltello, tu hai il tempo di chiedergli se la pistola è vera o è un giocattolo? Hai il tempo di ragionare, di guardare, di verificare? Oppure reagisci con la paura di morire? Perché è questo il punto. Oggi si discute se Mario Roggero abbia reagito qualche secondo prima o qualche secondo dopo. Si misura il tempo. Si ricostruiscono i movimenti. Si stabilisce il momento esatto in cui il pericolo sarebbe finito. Ma chi ha vissuto anche solo un istante di terrore sa che la paura non si spegne quando parte il cronometro. La paura non ha un interruttore. Il terrore non guarda l’orologio. È facile stabilire, anni dopo, che il pericolo era finito. Molto meno facile è spiegare a chi si è visto puntare una pistola e un coltello addosso e che ha visto minacciare i propri familiari, in quale preciso secondo avrebbe dovuto smettere di avere paura. Quattordici anni e nove mesi. E le famiglie dei ladri risarcite. A me questa sentenza lascia addosso una sensazione terribile. Perché temo che il messaggio che passa sia che, se ti trovi davanti dei criminali, devi sperare che vada tutto bene. Perché se sopravvivi, potrebbe iniziare un altro incubo. Una persona per bene non dovrebbe mai avere paura dei criminali e nemmeno di ciò che potrebbe accadergli dopo averli affrontati. 

#MarioRoggero #Sicurezza #LegittimaDifesa #Giustizia #Commercianti #Italia 


 Marco Della Pietra.