Referendum, questa non è la riforma dei miracoli
Concita De Gregorio
Sarebbe molto utile che il popolo sovrano sapesse cosa sta decidendo, quando vota. Sarebbe necessario. Perché, esempio, se pensi di andare a votare al referendum sulla riforma della giustizia perché così poi gli zingari che rubano nella metro saranno tutti arrestati, nessun innocente sarà più condannato per errore, i processi dureranno un attimo è chiaro che la tua risposta sarà sì, certo: lo voglio. Ma anche se pensi che abbiamo bisogno di posti di lavoro e dunque di grandi opere ma i giudici si mettono sempre di traverso, quando c’è da costruire un ponte o un centro di detenzione in Albania, quando volevi tranquillamente rimpatriare un criminale di guerra in Libia perché così poi con la Libia si fluidificano gli affari, cioè anche se hai motivazioni più sofisticate, di natura politica o di categoria — mettiamo che tu sia un costruttore di ponti — la tua risposta sarà ugualmente sì, lo voglio. Purtroppo però niente di tutto questo è oggetto del referendum: niente, zero. Nonostante gli sforzi del governo di far credere agli elettori che se votano sì i bambini del bosco saranno restituiti ai loro genitori, i figli espatriati torneranno in Italia, gli imprenditori stranieri correranno a investire e quelli italiani aumenteranno a tutti gli stipendi. Non è vero. Non si sta parlando di questo. È comprensibile l’obiettivo di Giorgia Meloni: se gli elettori non sanno per cosa votano è meglio. Viviamo in un tempo e in un paese in cui se in un dibattito televisivo si parla di autonomia differenziata il tizio famoso invitato in quota pop a discuterne risponde che è giusto separare il vetro dall’umido. Se domandi chi sia il ministro dell’Ambiente non sa rispondere non dico la favolosa signora Franca del banco della frutta ma nemmeno voi che leggete, a bruciapelo. I ragazzi che vanno a votare si sono appena diplomati: provate a chiedere come si elegge il presidente della Repubblica. Ma anche solo: come si chiama. Quanti credete che sappiano, i cinquanta milioni di elettori, cos’è un referendum confermativo, la separazione delle carriere, il Csm? Le democrazie muoiono nell’ignoranza: è il morbo che le uccide. È un obiettivo programmato e con metodo perseguito da chi desidera non essere disturbato al comando. Smette di funzionare, il processo democratico, nell’ignoranza. Ci fu un filosofo, nel secolo scorso, che si raccomandò: istruitevi, abbiamo bisogno della vostra conoscenza. In che senso ne abbiamo bisogno? Chi? Tutti. La democrazia si fonda sul principio che la sovranità appartenga al popolo. Articolo 1, la Costituzione lo dice all’inizio. Il popolo comanda. Decide da chi farsi rappresentare, con il voto. Decide, nel caso di un referendum confermativo, se una legge va bene o no. Ora però. Bisognerebbe che chi vota sapesse di cosa tratta quella legge. Se no come fa a decidere? Bisognerebbe che sapesse, dico in disordine. Che un referendum confermativo si fa quando c’è da cambiare una legge che cambia la Costituzione. Per cambiare la Costituzione bisogna passare due volte dal voto del Parlamento. Doppia lettura, si dice. Cioè: i parlamentari, quelli che abbiamo votato per rappresentarci, devono essere proprio sicuri. Lo devono dire due volte, se vogliono cambiare l’architrave della casa. Se dicono sì ma non sono la stragrande maggioranza allora significa che c’è qualche dubbio e la parola torna al sovrano: il popolo. Devono essere gli italiani, tutti, i ventenni, la signora Franca del banco della frutta e tuo cognato, a dire se la legge così importante sia da approvare o meno. Però per decidere dovrebbero sapere di cosa stiamo parlando. Se no, cosa decidono? Non dico quanto Zagrebelsky, ma grosso modo. Che non si sta votando per mettere in galera i ladri e gli spacciatori, per evitare tragici errori giudiziari o per fare alla svelta in tribunale. Che non si parla di questo, dovrebbero saperlo. Dovrebbero anche sapere, tremenda illusione, cosa sia un quorum e che qui il quorum non serve. Non c’è bisogno che vada a votare la maggioranza degli italiani: chi va va, chi va decide, chi non va lascia che decidano gli altri. Interessante, no? Se lo sai capisci quanto vale il fatto di andare, difatti qualcuno insiste, andate, qualcun altro meno, tanto è uguale, tanto io non mi dimetto, a me cosa dite voi non mi cambia. Capisci meglio tutta questa cagnara su Sal Da Vinci, il tormentone di Sanremo: se anche solo un paio di persone dovessero votare per via della canzone, chi può dirlo, saranno due persone che decideranno per svariati milioni di altre. Nel merito hanno già detto i massimi esperti. Ma a nessuno interessa del merito, temo, che è complicato difatti Meloni non ne parla mai. Ci sarebbe questo tema della separazione delle carriere che piaceva tanto a Silvio Berlusconi e prima di lui a Licio Gelli, a sapere chi fosse. Diciamo solo. Le carriere: ci sono giudici che studiano l’atto di accusa, i pubblici ministeri, e quelli che poi decidono se condannare o assolvere. Si chiamano inquirenti e requirenti. Dice, la riforma: non devono più scambiarsi di posto, genera confusione. Ma non lo fanno. I giudici di accusa sono un po’ più di duemila, i giudicanti settemila e cinquecento. C’è già una legge che dice che posso cambiare ruolo una volta sola e solo nei primi nove anni di carriera. Ogni anno cambiano carriera in venti su diecimila. È un’emergenza tipo quella dei rave party. La verità è che i giudici danno fastidio al conducente, del resto sono lì per quello: per evitare che il conducente vada dove vuole in dispetto delle regole. Sono il «plotone di esecuzione» da eliminare, dice qualche assistente ministeriale loquace: sono un fastidio. Sottintende, la riforma, che i magistrati giudicanti accolgono le richieste di quelli che accusano per «sudditanza psicologica». Ma non è vero. In Italia più della metà delle sentenze penali di primo grado sono di assoluzione. Ma poi: psiche? C’è il grave problema delle correnti nel Csm, ammesso che chi andrà a votare sappia cosa sia il Csm. Tutti abbiamo opinioni, tutti votiamo, magistrati, insegnanti, influencer: tutti. La questione è separare le opinioni dalla funzione che svolgi. Nessuna legge può imporlo. Si tratta di coscienza, di etica. Infine, no. Non è la riforma dei miracoli, questa: non renderà la giustizia veloce, non eviterà il carcere agli innocenti. Ma il popolo sovrano non lo sa. Ecco il disegno. Fare in modo che chi vota non sappia niente e creda a quel che dici. Fare del sovrano il tuo suddito.
Maurizio Migliarini.