Il gregge felice e l'incredibile arte di farsi votare dalle proprie vittime
La più grande vittoria del potere non è quella di farsi temere. È quella di farsi amare. Anzi, di farsi applaudire proprio da chi paga il prezzo delle sue scelte.
È un piccolo capolavoro di ingegneria sociale: convincere milioni di persone a sostenere politiche che ne peggiorano la condizione economica, riducono i loro diritti e aumentano le disuguaglianze, riuscendo perfino a far credere che tutto questo sia un esercizio di libertà. Non è facile. Eppure accade.
Il capitalismo di oggi, del resto, ha ormai ben poco a che vedere con quello teorizzato da Adam Smith. Là c'era almeno l'idea che il mercato, regolato dalla concorrenza, producesse ricchezza diffusa. Qui, invece, sembra prevalere una filosofia molto più semplice: pochi accumulano, molti ammirano. Il lusso diventa una virtù, il privilegio un merito, l'arricchimento senza limiti un modello da imitare. Se qualcuno compra il quinto yacht mentre altri rinunciano alle cure mediche, la morale dominante non si chiede perché uno abbia cinque yacht, ma perché gli altri non abbiano imparato a "impegnarsi di più".
Ogni riforma – o, altrettanto spesso, ogni mancata riforma – sembra muoversi nella stessa direzione: concentrare ricchezza e potere, rendere più fragile il lavoro, alleggerire il peso fiscale sui grandi interessi e lasciare che il conto venga presentato ai soliti noti. Accade in America, accade in Italia e accade ovunque trionfano le nuove destre rampanti. Il risultato è una frattura sociale sempre più evidente: una ristretta élite che continua a prosperare e una maggioranza che scopre ogni anno un nuovo significato della parola "sacrificio".
E il popolo?
Il popolo applaude.
Li vota. Li difende. Li giustifica.
Talvolta li considera perfino degli eroi che "dicono finalmente le cose come stanno", salvo poi accorgersi che le cose come stanno riguardano quasi sempre il suo portafoglio, e mai in senso positivo.
Assistiamo così a scene che, se non fossero vere, sembrerebbero scritte da un autore satirico. Percettori del reddito di cittadinanza che votano chi promette di abolirlo. Piccoli imprenditori e lavoratori autonomi soffocati dal fisco che esultano mentre gli extraprofitti delle grandi banche restano sostanzialmente intoccabili. Dipendenti che vedono ridursi salari e tutele ma trovano comunque il modo di spiegare che, in fondo, "è colpa di qualcun altro".
È come assistere a un tacchino che organizza una raccolta firme per anticipare il Natale.
Naturalmente tutto questo non accade per caso. Il consenso non nasce spontaneamente: si costruisce. Attraverso una comunicazione che sposta l'attenzione dai problemi materiali alle guerre culturali, dai salari agli immigrati, dalla sanità pubblica ai simboli, dalle disuguaglianze ai nemici di turno. Se il cittadino arriva a fine mese con difficoltà, il problema non sarà mai chi concentra la ricchezza o chi scrive le leggi economiche: sarà sempre qualcun altro, possibilmente più debole di lui.
È una tecnica antica quanto il potere stesso. Dividere chi sta in basso perché non guardi mai verso l'alto.
Nel frattempo nasce una nuova classe dirigente che considera il popolo come un gregge. La vera novità, però, è che una parte del gregge sembra averne fatto motivo d'orgoglio. Guai a mettere in discussione il pastore: potrebbe offendersi. E un gregge senza pastore, si sa, dovrebbe perfino mettersi a pensare con la propria testa. Fatica insopportabile.
La propaganda moderna ha compiuto un salto di qualità straordinario. Non chiede più di credere ai fatti, ma di credere contro i fatti. Se il tuo stipendio perde potere d'acquisto, non importa. Se i servizi pubblici peggiorano, pazienza. Se le opportunità diminuiscono, ci sarà sicuramente una spiegazione che non coinvolga chi governa. L'importante è non disturbare il racconto.
George Orwell scriveva che il potere vuole controllare il presente per controllare il passato. Oggi sembra fare qualcosa di ancora più raffinato: convince le persone a votare contro il proprio futuro, e a esserne persino fiere.
La domanda, allora, non è perché esistano politici che difendono gli interessi dei più forti. È sempre stato così. La vera domanda è un'altra: come può una democrazia funzionare quando una parte dei cittadini finisce per identificare i propri interessi con quelli di chi li impoverisce?
Forse è questo il più grande trionfo del potere contemporaneo: non aver costruito sudditi obbedienti, ma tifosi entusiasti. Perché un suddito, prima o poi, può cominciare a pensare, può ribellarsi. Un tifoso, invece, continuerà a cantare l'inno della sua squadra anche mentre lo stadio gli crolla addosso.
Angelo Maione.