lunedì 9 febbraio 2026

... Europa Kaputt? ...

Il sovranismo nazionale è il suicidio dell'Europa Smettiamola di perdere tempo con le vecchie etichette di destra e sinistra, che ormai servono solo a riempire i talk show mentre il mondo corre altrove. Qui non si tratta di simpatie politiche, ma di utilità e di sopravvivenza. La verità è cruda: il sovranismo nazionale, in questo periodo storico, è un fallimento certificato. È un lusso che non possiamo più permetterci. Pensare che l'Italia possa gestire una difesa individuale, una politica commerciale autonoma o la sicurezza energetica in un mondo dominato da colossi come la Russia di Putin, la Cina di Xi Jinping, l’India di Modi o l’America di Trump, è pura allucinazione. Questi giganti non trattano con i singoli staterelli, impongono la loro volontà. Se vai da solo a quel tavolo, non sei un interlocutore: sei la portata principale del loro banchetto. Dal punto di vista tecnico e strategico, la frammentazione è il nostro cappio al collo. Avere ventisette eserciti diversi, spesso incompatibili e burocraticamente pesanti, ci costa decine di miliardi in inefficienze ogni anno, lasciandoci paradossalmente vulnerabili e totalmente dipendenti dagli umori di Washington. È un’inefficienza criminale. La vera indipendenza non si ottiene con una bandierina sul balcone, ma costruendo una massa critica europea capace di fare investimenti massicci in tecnologia e difesa. Questo non significa cancellare chi siamo: l’Italia deve mantenere le sue tradizioni, la sua cultura e la sua identità unica. Ma la cultura è il nostro cuore, mentre lo Stato deve essere il nostro muscolo. È ora di iniziare a fare sul serio gli Stati Uniti d’Europa. Questo approccio federale è l’unico modo per gestire anche le emergenze che la propaganda politica usa solo per raccattare voti, come l’immigrazione. Dobbiamo imporre un concetto base: chi sbarca in Italia sbarca in Europa. Punto. Finché ragioniamo per "orticelli", l’Italia sarà sempre lasciata sola a gestire l’impossibile. Solo un’Europa federata può avere la forza diplomatica ed economica per governare i flussi, gestire le frontiere comuni e imporre accordi ai paesi d'origine. Passare dalla propaganda alla gestione reale significa smettere di fare i piccoli patrioti da tastiera e iniziare a pretendere una sovranità europea vera. Essere pragmatici oggi significa capire che l'unico modo per difendere il nostro benessere e la nostra libertà è smettere di giocare a Risiko con i confini del secolo scorso. O l’Europa diventa un blocco federale capace di guardare negli occhi i padroni del mondo senza chiedere il permesso, o rassegniamoci a essere il parco giochi dei turisti asiatici e il mercato di sbocco delle tecnologie altrui. Il sovranismo dei piccoli passi ci sta portando nel baratro; l'unica salvezza è il sovranismo europeo. O ci muoviamo come un blocco unico, o la storia ci passerà sopra senza nemmeno chiederci scusa. 


#StatiUnitiDEuropa #Geopolitica #SovranismoEuropeo #DifesaComune #UE #Italia #Pragmatismo #Realismo #Russia #Cina #USA #India #FuturoEuropa #PoliticaEstera #BastaPropaganda 


 Fabrizio Uda.

... goffi e ridicoli!! ...

MANCANO LE TRUPPE 

MICHELE SERRA 


LA GOFFA TELECRONACA OLIMPICA DI PETRECCA NON AGGIUNGE NÉ TOGLIE NULLA ALLA SITUAZIONE DELLA RAI SOTTO QUESTO GOVERNO: PER OCCUPARE MILITARMENTE UN TERRITORIO TUTTO SOMMATO VASTO COME L’INFORMAZIONE PUBBLICA, SERVONO FORZE DELLE QUALI I MELONIANI NON DISPONGONO, NÉ PER QUANTITÀ NÉ PER QUALITÀ. PER PRODURRE UNA MOLE COSÌ NOTEVOLE DI GIORNALISMO, DI SPETTACOLO, DI DIVULGAZIONE INTELLETTUALE, DI INFORMAZIONE POPOLARE, NON BASTA ARRIVARE FRESCHI FRESCHI DA UNA MILITANZA POLITICA SPESSO MOLTO PERIFERICA, E DIRE “ADESSO QUI COMANDIAMO NOI”. BISOGNA, POI, SAPERLO FARE, TENENDO CONTO CHE LA RAI ANTE-MELONI, CON TUTTI I SUOI LIMITI E I SUOI DIFETTI, ERA COMUNQUE UNA FABBRICA DI CONTENUTI SPESSO DECENTI, A VOLTE BUONI, QUALCHE VOLTA OTTIMI. PERCHÉ LA LOTTIZZAZIONE ERA SICURAMENTE UNO SGRADEVOLE CRITERIO DI CARRIERA, MA INTANTO ERA ESTESA A MOLTI, DUNQUE PLURALE; E POI NON ERA SEMPRE OSTATIVA DEL MERITO E DELLE CAPACITÀ PROFESSIONALI. L’OCCUPAZIONE MILITARE È BEN ALTRO, IN TUTTI I SENSI: INTOLLERANTE POLITICAMENTE, DESOLANTE PROFESSIONALMENTE. DISPIACE FAR NOTARE, TRA GLI ALTRI EVIDENTI SEGNI DI DECADENZA, IL ROMANESCO SCIATTO CHE DILAGA ANCHE A RADIORAI, UN TEMPO SCUOLA INDISCUSSA DI BUONA DIZIONE ITALIANA. NON LO SI SOTTOLINEA PER FARE SPEACH SHAMING, OGNUNO PARLA COME SA E COME PUÒ. LO SI DICE PERCHÉ CONFERMA LA STRIMINZITA E COMPATTA PROVENIENZA DELLE TRUPPE DI OCCUPAZIONE MELONIANE. SI FANNO SCOPRIRE, INSOMMA. SIMULINO, ALMENO, LA COMPRESENZA DI TRUPPE AUSILIARIE VENETE O CALABRESI O PIEMONTESI. DICANO “OCIO”, OGNI TANTO, O “NEH”, ALMENO PER CONFONDERE LE CARTE.

... governo indecente! ...

𝐔𝐧 𝐠𝐨𝐯𝐞𝐫𝐧𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐟𝐫𝐢𝐠𝐧𝐚 𝐩𝐞𝐫 𝐮𝐧 𝐜𝐨𝐦𝐢𝐜𝐨 

Il buongiorno di Giulio Cavalli 

Io lo confesso, mi vergogno di sprecare il nobile spazio di una storica rivista della sinistra in Italia parlando di un comico, uno di quelli che fa ridere con le battute grevi che si sputano di fronte a certi banconi di certi bar. Mi pare irresponsabile, irrispettoso per gli italiani che non campano fino alla fine del mese, per i popoli falcidiati dalle guerre (quelle ufficiali e quelle che chiamano pace) sparse in giro. Provo lo stesso imbarazzo che mi coglie scorgendo certi leader di partito che sui social brigano come comari mentre intorno si sfalda la sanità pubblica, chiudono le fabbriche o aumenta la spesa alimentare per famiglie con stipendi bloccati da anni. Però purtroppo è accaduto che il comico in questione sia stato invitato nel prossimo Sanremo diventato sagra di TeleMeloni. Alcuni hanno fatto notare come la sua carriera fosse costellata di deliranti offese contro gli oppositori politici del governo (sarà un caso), rivendute come battute. Per carità, tutto legittimo: c’è il diritto di fare il comico usando gli sfinteri e c’è il diritto di dire al comico che la sua comicità fa schifo. Funziona così, in democrazia. E sarebbe una storia da niente, che non vale la pena nemmeno raccontare. Solo che alla fine il comico si è ritirato, parlando di “gravi minacce” ricevute. Immaginiamo che quindi ci saranno dei processi in futuro, ci sarà una riunione del tavolo di sicurezza nella Prefettura della sua città. Le minacce si pesano così, no? E la presidente del Consiglio che non parla con i giornalisti e scappa dai problemi s’è presa la briga di parlare di una “deriva illiberale” della sinistra. Lei che governa che grida alla censura, lei che scappa ha trovato il tempo di dirci del comico.

domenica 8 febbraio 2026

... il Boss contro Trump ...

𝐈𝐥 𝐁𝐨𝐬𝐬 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐥𝐞 𝐬𝐪𝐮𝐚𝐝𝐫𝐚𝐜𝐜𝐞 𝐝𝐢 𝐓𝐫𝐮𝐦𝐩 𝐞 𝐥𝐚 𝐬𝐮𝐚 𝐯𝐨𝐜𝐞 𝐫𝐢𝐬𝐮𝐨𝐧𝐚 𝐚𝐥𝐥𝐞 𝐎𝐥𝐢𝐦𝐩𝐢𝐚𝐝𝐢 𝐝𝐢 𝐌𝐢𝐥𝐚𝐧𝐨 

Articolo di Matteo Cazzato 

 L’Ice continua a operare nelle strade di Minneapolis, con un organico di circa duemila uomini, e solo 700 ritirati. E anche oggi i manifestanti hanno sfilato. Intanto iil famigerato corpo di polizia americano è arrivato anche nelle nostre strade (o meglio le controlla da qualche palazzo) scortando con compiti non meglio definiti di intelligence la delegazione americana. Proprio quando il governo Meloni, allergico come Trump ai diritti, ha inasprito la stretta securitaria, con norme che – specie prima dell’intervento del Quirinale – intendono garantire maggior libertà d’intervento discrezionale alle forze dell’ordine, nello stesso momento in cui si cerca di portare la magistratura sotto il controllo del potere esecutivo. La cerimonia inaugurale dell’altra sera, fra sfarzo e spettacolo, ha visto J. D. Vance fischiato e contestato, proprio per la spudorata difesa che aveva fatto dell’operato delle squadracce trumpiane a Minneapolis. Ma le proteste contro l’Ice hanno attraversato le strade di Milano per tutta la settimana, intonando anche le parole del Boss, che sono d’ispirazione anche per le proteste italiane. La resistenza si sta mobilitando per le strade americane, e le voci dei cittadini hanno trovato nel Boss un’eco potente, da cui è sorto un inno di rinascita e giustizia, che parla all’America e al mondo: Streets of Minneapolis. Le parole di Springsteen sono forti, ruvide, impegnate, come in molte sue ballate, dove la musica sostiene la libertà. Che il cantante abbia in mente di fare un inno è evidente da una piccola spia, immediata per ogni statunitense, e non solo: un verso della canzone recita «By the dawn’s early light», la stessa famosa espressione con cui si apre l’inno Usa, «O say can you see, by the dawn’s early light». Questa piccola ripresa in realtà stravolge tutto. Nelle prime luci dell’alba dell’inno si vede un simbolo ormai divenuto astratto, a cui la retorica americana chiede di legarsi per fede, la bandiera (e il testo di per sé ripete solo l’elogio di questo drappo, che si staglia nelle situazioni difficili). Qui, nel testo del Boss, quelle prime luci dell’alba arrivano solo al decimo verso, dopo la notte di freddo e ghiaccio che non è solo quella del rigido inverno americano: è simbolo del violento e mortale assalto trumpiano ai diritti e alla giustizia. Quei primi raggi del giorno mostrano il dolore, le ferite, i rischi. Prima di arrivarci, dunque, la canzone ci presenta un contesto reale, fatto di corpi, alcuni anche senza vita. Non siamo davanti ad un cieco giuramento di fedeltà rivolto a un vuoto vessillo, ma alla vita e alla lotta per difenderne la dignità. E infatti, «By the dawn’s early light», contro proiettili e fumogeni, «Citizens stood for justice», in piedi, inamovibili, a presidiare i loro diritti. Persone autentiche che combattono, non più uno stendardo inutile. Soprattutto perché nel corso dei decenni la bandiera a stelle e strisce si è macchiata di molti crimini e soprusi in giro per il mondo, alla ricerca del proprio profitto, ma presentandosi con ipocrisia come simbolo degli ‘esportatori di democrazia’. Quella bandiera non può risplendere più, mentre quei cittadini sono la vera speranza di un paese in grado di rinnovarsi, di diventare luogo giusto e inclusivo, «Their voices ringing through the night». Già nei mesi scorsi le proteste contro Trump erano andate avanti al grido di No King. E Springsteen parla proprio di «King Trump» con la sua «private army», la sanguinaria Ice. L’opposizione al re era la condizione storica in cui venne composto l’inno Usa nel 1814, in occasione di una delle battaglie della Guerra anglo-americana, contro la corona d’Inghilterra. Allora il re era esterno al paese, e la guerra era stata dichiarata in realtà dai politici americani per allontanare le residue influenze britanniche, e magari sottrarre a Londra la colonia canadese (velleità che ritornano..). Oggi l’aspirante re è all’interno del paese, un dittatore con mire totalitarie, che con la scusa di «enforce the law» va contro ogni principio di diritto. La lotta contro il re, stavolta, è portata avanti dai cittadini, coi loro corpi, «blood and bones», lì a testimoniare la resistenza, contro i criminali Trump, Miller e Noem. Se accade questo nelle strade dei “democratici” Usa, con quale credibilità l’Occidente a guida Washington può prender parola davanti ai corpi abbattuti da altri regimi autoritari. Se l’Ice mostra nell’atteggiamento sadico e nelle sue azioni analogie agghiaccianti con la genocida Idf o coi Pasdaran, è chiaro che gli Usa trumpiani non difenderanno mai autenticamente altri popoli, che siano gli iraniani o i gazawi. E infatti, i negoziati hanno presto dimenticato i diritti umani. Questo tipo di occidente non può – e non deve – sopravvivere. L’Europa si svegli davvero: segua la resistenza nelle strade di Minneapolis – e di Teheran e Gaza – dove «heart and soul persists» nonostante il dolore, per ricordare ogni nome una volta cacciata via l’ingiustizia! 

ICE OUT

... "album di famiglia" ...

LA DESTRA è IL PASSATO CHE NON PASSA MAI 

Ci raccontano ogni giorno che la destra italiana è cambiata, che il passato è lontano, che certi capitoli sono chiusi. Poi però basta aprire i curriculum politici per scoprire che la storia non mente mai. Ignazio La Russa, oggi seconda carica dello Stato, viene dal MSI e lo rivendica con orgoglio, collezionando cimeli del Ventennio come fossero francobolli. Giorgia Meloni ha iniziato nel Fronte della Gioventù, erede diretto del MSI, e in una vecchia intervista definì Mussolini “un buon politico”, dichiarazione che nessuno ha inventato: è registrata. Galeazzo Bignami è finito sulle prime pagine per una foto in uniforme nazista, confermata da lui stesso. Molti dirigenti di Fratelli d’Italia arrivano da Azione Giovani, la struttura giovanile nata proprio dalla tradizione post‑fascista. Tutto pubblico, tutto verificabile. Non serve aggiungere altro: sono i fatti a parlare. Sono le appartenenze, le frasi, i simboli, le scelte di ieri e di oggi. E mentre ci assicurano che “non c’è nessun legame con il passato”, la realtà è che la destra italiana continua a camminare con un bagaglio storico che pesa più di qualsiasi slogan. 
La memoria non è un’opinione, è un promemoria. E certi promemoria fanno più rumore di mille discorsi. 

#antifascismo #Costituzione #Italia #storia #politica #memoria #diritti #società #attualità 

Luca Bocaletto.

... la cacca nel culo!! ...

Se una mucca fa la cacca, è difficile rimettergliela nel culo... 

di Rinaldi Bruno. 

Dalle mie parti i contadini dicono che quando una mucca ha già fatto la cacca, rimettergliela nel culo è sempre molto difficile. È una massima rozza solo in apparenza, perché dentro ci sta una saggezza millenaria. Il caso Vannacci è esattamente questo, un prodotto ormai espulso dal sistema che qualcuno vorrebbe ora rimettere ordinatamente al suo posto, fingendo che sia stato un incidente, una sbavatura semantica, un eccesso di zelo lessicale. Ma la realtà è più semplice e più sgradevole, Vannacci è stato creato, nutrito, legittimato e promosso dalla Lega, utilizzato come strumento elettorale nonostante le panzane raccontate, nonostante una intolleranza mai davvero smentita ma solo mascherata dietro cavilli linguistici e difese da aula universitaria di semantica applicata. Qui si apre un primo nodo culturale. L’idea che un generale possa dire qualunque cosa e poi rifugiarsi nella difesa grammaticale è già di per sé grottesca. In politica le parole non sono mai neutre, non sono esercizi di stile, non sono temi in classe corretti con la penna rossa. Le parole sono atti, producono conseguenze, costruiscono immaginari, creano legittimazioni. Chi sostiene il contrario o è ingenuo o è in malafede. E un militare che finge di non saperlo fa più paura di uno che lo sa benissimo. Ma oggi il punto non è più nemmeno questo. Il dado è tratto, Vannacci esiste politicamente. E come sempre accade in un Paese attraversato da decenni di analfabetismo funzionale, di impoverimento del dibattito pubblico, di distruzione sistematica degli anticorpi culturali, l’uomo giusto al momento sbagliato diventa improvvisamente l’uomo sbagliato al momento giusto. Le luci della ribalta si accendono, i riflettori cercano il personaggio, non il pensiero, il gesto, non la visione. Il vuoto chiama il rumore, e il rumore viene scambiato per contenuto. Siamo però di fronte al solito fenomeno circense. Un numero da baraccone, più adatto al circo Barnum che a una discussione politica seria. Un fenomeno che promette effetti speciali ma che parla a un’epoca in bianco e nero, evocando nostalgie che non hanno più nemmeno la dignità storica per essere chiamate tali. Perché anche i momenti più bui della storia italiana avevano, nel bene e soprattutto nel male, un impianto culturale, una tensione intellettuale, un retroterra ideologico. Qui no. Qui mancano Marinetti, manca Gentile, manca qualunque fermento culturale che permetta anche solo di prendere sul serio l’operazione. Resta una caricatura, un simulacro, un feticcio identitario buono per chi ha bisogno di sentirsi parte di qualcosa senza studiare, senza approfondire, senza faticare. Un’idea di “nuovo corso italico” evocata a colpi di slogan, ma priva di qualunque spessore teorico, storico, sociale. È come voler rifare un affresco rinascimentale con le bombolette spray trovate all’autogrill. E infatti tutto questo rischia di rivelarsi per ciò che è, l’esercito di Franceschiello, che quando piove non fa la guerra. Molta retorica, molta posa marziale, pochissima sostanza. La politica vera è un’altra cosa. È fatica, complessità, mediazione, studio. I problemi complessi non hanno mai, e dico mai, soluzioni semplici. Quando qualcuno propone soluzioni semplici a problemi complessi non è un uomo politico, è un televenditore da strapazzo. E l’Italia, purtroppo, di questi ne ha già avuti parecchi. La storia insegna che durano poco. Lasciano macerie, illusioni, frasi fatte, poi scompaiono. Il problema vero non è Vannacci, che è solo un sintomo. Il problema è il terreno che lo rende possibile, fertile, persino applaudito. Finché non si bonifica quel terreno culturale, continueranno a spuntare figure simili, diverse nel volto ma identiche nella sostanza. E ogni volta qualcuno proverà, inutilmente, a rimettere la cacca nel culo della mucca. Con gli stessi, prevedibili risultati.

sabato 7 febbraio 2026

...REFERENDUM! ...

Ne avevamo parlato, ora è pronto. Guida al Referendum 22–23 marzo. Partiamo dalle basi, che male non fa. È un referendum costituzionale confermativo, non abrogativo. Tradotto: – non esiste quorum – qualunque sia l’affluenza, il risultato è valido – se non votate, non state facendo un gesto politico raffinato, state semplicemente rinunciando a un vostro diritto – e no, dopo non potete lagnarvi se vince ciò che non vi piace. Avete scelto di non scegliere. A questo giro l'astensione strategica non funziona. Punto. Premessa necessaria Questo post non nasce per convincere. Io non faccio catechismo, non arruolo truppe, non salvo anime. Votate SÌ, votate NO, votate seguendo l’oroscopo o tirando una monetina. Però fatelo sapendo (almeno) cosa state votando, non ripetendo uno slogan sentito distrattamente in un talk show. Prima falsità da smontare “È il referendum sulla separazione delle carriere” No. O meglio: non solo. Ed è una differenza enorme. Il quesito non vi chiede: “Vuoi la separazione delle carriere tra giudici e PM?” Vi chiede invece se approvate un testo costituzionale intero, che si intitola: Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare Traduzione: un pacchetto chiavi in mano. Dentro c’è la separazione delle carriere, sì. Ma ci sono anche altre cose, per nulla marginali. Se vi vendono questa riforma come una singola misura “pulita”, vi stanno semplificando troppo. E quando la semplificazione è eccessiva, di solito non è innocente. Seconda cosa che non viene mai detta Questa riforma non riguarda i processi. Non accelera i tempi Non rende i processo più equi domani mattina Non cambia il codice di procedura penale Non migliora l’efficienza della giustizia nel quotidiano Non può farlo perché non è una riforma “operativa”. È una riforma strutturale. Parla di assetti di potere, non di udienze, fascicoli o sentenze. Terza cosa: i numeri (quelli antipaticim che nessuno guarda perché non mentono) Negli ultimi anni, il passaggio di magistrati da funzione requirente (PM) a giudicante (giudice) e viceversa è inferiore allo 0,5% dell’organico. Zero virgola cinque. Non cinque. Zero. Questo dato serve a una cosa sola: capire che non siamo davanti a un’emergenza pratica. La separazione delle carriere non risolve un abuso diffuso. Interviene su un fenomeno già talmente marginale da essere insignificante. Il che non significa che sia sbagliata in assoluto. Significa che non è una risposta urgente a un disastro imminente. Il vero cuore della riforma (qui bisogna fermarsi un attimo) Il centro di tutto non è il giudice. Non è il PM. Non è il processo. È il Consiglio Superiore della Magistratura. La riforma: – sdoppia il CSM (uno per giudici, uno per PM) – cambia radicalmente il metodo di selezione dei suoi componenti – toglie al CSM il potere disciplinare – lo trasferisce a una nuova Alta Corte disciplinare Questo significa una cosa molto semplice: si mette mano all’organo che garantisce l’autonomia e l’indipendenza della magistratura come potere dello Stato. È legittimo farlo? Certo. La Costituzione si può cambiare. Ma non è una riformetta tecnica, ed è disonesto raccontarla come tale. È una riforma profondamente politica. Il punto politico (quello vero) Qui non si discute se i magistrati siano buoni o cattivi. Qui si discute quanto e come devono essere autonomi rispetto agli altri poteri. C’è chi dice: – meno correntismo – più controllo – più responsabilità E sono argomenti seri. E dire che negli anni non ci siano stati abusi da parte della magistratura in tal senso significa mentire. C’è chi risponde: – attenzione a non indebolire l’indipendenza – attenzione ai rinvii a future leggi ordinarie – attenzione a creare spazi di interferenza politica Anche questi sono argomenti seri. Perché in questo modo la politica diventa controllore assoluto con buona pace dell'eterna domanda che ci si dovrebbe porre: "Chi controlla il controllore?" Ridurre tutto a “toghe contro politica” è infantile. Tutto ciò premesso io voterò NO. Non perché penso che la separazione delle carriere sia un’eresia. Anzi sarebbe pure condivisibile- E neppure perché difendo l’esistente per principio. Ma perché questa riforma mette insieme cose che non stanno bene nello stesso sacchetto. Condivido una parte. Non condivido l’architettura complessiva, soprattutto sul governo della magistratura. E siccome qui non si può votare “sì a metà”, io scelgo di dire no. Riformulino, spieghino meglio, e senza troppi tecnicismi cosa voglioni davvero fare e poi, solo poi, ne riparliamo. Detto questo andate a votare. Qualunque cosa votiate. Consapevoli che – non votare NON è una strategia – NON è un referendum semplice – NON riguarda solo una cosa E soprattutto basta dire “tanto non cambia niente” Cambia eccome. Non subito. Non in modo spettacolare. Ma nei meccanismi profondi dello Stato. Ed è esattamente lì che, di solito, si decide il futuro.
Ultim'ora 

Referendum, cambia il quesito: la Cassazione dà ragione ai promotori della raccolta firme. E ora la data è a rischio di Paolo Frosina L'Ufficio centrale della Suprema Corte ha riformulato il testo ammesso a novembre: il governo potrebbe essere costretto a riconvocare le urne Cambia il quesito del referendum sulla riforma Nordio. L’Ufficio centrale presso la Corte di Cassazione ha riformulato il testo già ammesso a novembre sulla base della richiesta dei parlamentari, accogliendo la versione proposta dai 15 giuristi promotori della raccolta firme. I due quesiti differiscono per un aspetto: l’indicazione degli articoli della Costituzione – ben sette – modificati della riforma. Secondo la tesi dei giuristi, accolta dalla Cassazione, quell’indicazione è obbligatoria in base alla legge 352 del 1970 sul referendum. La decisione riapre la partita sulla data del voto, convocato dal governo – forzando la prassi costituzionale – per il 22 e 23 marzo: è dubbio infatti se l’esecutivo possa modificare il quesito tenendo ferma la delibera già adottata oppure se debba convocare di nuovo le urne. In questo caso servirebbe un anticipo compreso tra i cinquanta e i settanta giorni, pertanto non si potrebbe votare prima di metà o fine aprile.