venerdì 3 aprile 2026

... razza di impostori! ...

𝐈𝐥 𝐠𝐨𝐯𝐞𝐫𝐧𝐨 𝐝𝐞𝐠𝐥𝐢 𝐢𝐦𝐩𝐨𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢, 𝐨𝐥𝐭𝐫𝐞 𝐚𝐥 𝐥𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐏𝐢𝐚𝐧𝐭𝐞𝐝𝐨𝐬𝐢 

Il #buongiorno di Giulio Cavalli 


 Il 19 gennaio 2025 l'Italia arrestava a Torino Njeem Osama Almasri Habish, generale libico accusato di crimini di guerra e contro l'umanità. Due giorni dopo lo rimpatriava su un aereo di Stato, senza informare la Corte penale internazionale. Oggi la Cpi ha ufficializzato il deferimento dell'Italia all'Assemblea degli Stati Parte: è la procedura per gli Stati che non cooperano con la giustizia internazionale. Intanto i giornali parlano d'altro. La relazione tra Matteo Piantedosi, ministro dell'Interno, e una giornalista trentaquattrenne, i possibili incarichi di favore, la versione del Viminale che preferisce il "no comment". Cose che meritano attenzione, del resto. Solo che c'è una proporzione da tenere. Il caso Almasri non è uno scandalo di costume. Il governo ha rimpatriato un torturatore su un aereo di Stato. I procedimenti a carico di Carlo Nordio, Piantedosi e del sottosegretario Alfredo Mantovano sono stati poi archiviati dal Parlamento. La prossima settimana la Camera voterà se sollevare un conflitto di attribuzione alla Consulta per blindare Giusi Bartolozzi, già capo di gabinetto di Nordio, a cui la Procura di Roma ha appena chiesto il rinvio a giudizio per false informazioni ai pm. Fu lei, emerge dagli atti, a gestire il dossier in prima persona, chiedendo "massimo riserbo" e "niente mail o protocollo". Insomma, il Parlamento vuole erigerle uno scudo. 
A dicembre, a New York, l'Assemblea degli Stati Parte della Cpi giudicherà l'Italia. Saremo al punto 21 dell'ordine del giorno. Questo è il Paese che la presidente Meloni ha deciso di essere.

... il bersaglio perfetto! ...

ITALIA: IL BERSAGLIO PERFETTO NELLA GUERRA DEGLI ALTRI.. 


dobbiamo mandare subito a casa questi dementi pericolosi che stanno al governo, ci hanno venduto come noccioline al circo degli orchi ISRAELE-USA. Svegliatevi dal sonno della retorica. Mentre il Ministro Crosetto e il governo si riempiono la bocca di "sovranità", e intasano le nostre orecchie di menzogne, la realtà geografica e militare dice l’esatto opposto: l’Italia è stata trasformata in una piattaforma logistica d’attacco a disposizione totale di una potenza straniera. Ecco la verità nuda, senza la nebbia della propaganda, siamo un’armeria a cielo aperto: Sul nostro suolo non ci sono solo caserme, ma oltre 120 insediamenti militari statunitensi e NATO. Da Aviano a Sigonella, da Camp Darby a Vicenza, ospitiamo una densità di fuoco che non serve a difendere Roma, ma a proiettare la forza americana in Medio Oriente e Africa. Siamo i loro ostaggi atomici, nelle basi di Ghedi e Aviano giacciono decine di testate nucleari B61. Sono bombe americane, gestite da americani, per obiettivi americani. Se scoppia il conflitto totale, queste basi non sono scudi, sono calamite per i missili ipersonici iraniani e di tutti gli altri paesi aggrediti e costretti al conflitto da USA e Israele. La sovranità è un’illusione, Crosetto e la Meloni ci stanno mettendo sapendo di mentire, non siamo noi a decidere chi decolla dai nostri aeroporti. Gli USA utilizzano il nostro territorio, le nostre rotte e le nostre coste come una proprietà privata. Ogni missile lanciato da Israele con il supporto logistico USA che parte o transita da qui, mette la firma dell’Italia sulla prossima rappresaglia. IL CALCOLO È SEMPLICE: SIAMO IL FRONTE, NON LA RETROGUARDIA, in guerra, si colpisce dove il nemico è più esposto e dove il danno è massimo. L’Iran e i suoi alleati non sono entità astratte, sono attori razionali che osservano la nostra debolezza politica. Attaccando Israele e provocando Teheran, gli Stati Uniti ci hanno trascinato in una spirale dove l'Italia è il bersaglio più facile e più ghiotto. Siamo un ammasso di basi militari circondate da civili. Se la polveriera mediorientale esplode, la pioggia di fuoco non cadrà su Washington, ma sulle nostre città, sui nostri porti e sulle infrastrutture che abbiamo ceduto a chi ci usa come carne da cannone geopolitica. La neutralità è finita. La sicurezza è un ricordo. Finché permetteremo che il nostro territorio sia la rampa di lancio per le guerre altrui, non saremo alleati, ma complici. E i complici pagano lo stesso prezzo dei colpevoli, spesso per primi. Meloni e Crosetto hanno ridotto l’Italia a una colonia sacrificale. Mentre fingono di governare, firmano la nostra condanna, consegnando le chiavi di casa nostra ai generali americani e trasformando le nostre vite in fiches da puntare su un tavolo di guerra che non ci appartiene. Ci stanno svendendo al nemico per compiacere il padrone. Volete la guerra? Guardate fuori dalla finestra. È già qui, ed è puntata su di noi. 


Karima Angiolina Campanelli

... Venerdì Santo ...

... sono incazzato in questo periodo, perdonami, ma sento che tu infine mi aiuterai a superare le mie difficoltà!!

giovedì 2 aprile 2026

... meglio le bionde!! ...

Ai ministri della destra piacciono le bionde. Meglio ancora se molto più giovani di loro. Ai sistenitori della famiglia tradizionale (per gli altri) piacciono le amanti e soprattutto amano particolarmente garantire loro posti di potere, incarichi pagati con i nostri soldi. È la doppia morale della destra italica. Senza dignità, senza vergogna, prepotente per natura. Ed a noi tocca osservare questo circo indegno fatto di potere e raccomandazioni. E tutto questo mentre ci parlano di meritocrazia e i nostri giovani annaspano fra un futuro lontano da casa e concorsi che sembrano sempre più miraggi. Una destra incapace di governare ma molto ben capace di gestire il potere a proprio favore. Uno schifo immenso che merita che quei 15 milioni di No diventino al prossimo voto politica la bocciatura più sonora della storia mai uscita dalle urne per decretare la fine definitiva di questa indegna classe di governo che purtroppo ci siam meritati. 

 Mario Imbimbo.

... la Giusi "blindata"! ...

Non è tutela, è copertura: i partiti di maggioranza in parlamento contro i magistrati 


L’operazione è limpida nella sua logica politica, molto meno in quella istituzionale. Intorno alla figura di Giusi Bartolozzi si sta costruendo un perimetro di protezione che ricalca, quasi sovrapponendola, la tutela prevista per i membri del governo. Il passaggio chiave è arrivato dall’Ufficio di presidenza della Camera, che con uno scarto minimo ha deciso di proporre all’Aula un conflitto di attribuzione davanti alla Corte costituzionale contro la Procura di Roma. Il punto è semplice: per i magistrati, Bartolozzi avrebbe fornito dichiarazioni non veritiere nell’ambito dell’indagine sul caso Almasri. Per la maggioranza, invece, la sua posizione sarebbe inscindibilmente legata a quella del ministro della Giustizia Carlo Nordio e dunque meriterebbe lo stesso trattamento riservato ai reati ministeriali. Una forzatura interpretativa, più che un principio giuridico. L’argomento utilizzato dal centrodestra – la cosiddetta “attrazione” nell’ambito dei reati ministeriali – trasforma un’ipotesi accusatoria in uno scudo preventivo. Se Bartolozzi avrebbe agito per coprire presunte responsabilità governative, allora – sostengono – deve essere giudicata nello stesso perimetro dei ministri. Ma questa costruzione rovescia il senso del diritto: non si stabilisce prima la competenza e poi si accertano i fatti; si piega la competenza per impedire che i fatti emergano. Nel frattempo, il precedente è già scritto. L’indagine che coinvolgeva la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, insieme ai ministri Matteo Piantedosi e Nordio e al sottosegretario Alfredo Mantovano, è stata fermata dal Parlamento con il diniego dell’autorizzazione a procedere. Una scelta politica legittima nella forma, ma che ha già segnato un confine netto tra responsabilità politica e accertamento giudiziario. Ora quel confine viene ulteriormente spostato. Perché qui non si tratta più di proteggere chi esercita una funzione di governo, ma di estendere quella protezione a figure tecniche, trasformando l’immunità in una zona grigia sempre più ampia. È un salto qualitativo: non si difende un principio, si difende un sistema. E c’è un altro elemento che pesa. Se il procedimento dovesse andare avanti, emergerebbe inevitabilmente il nodo centrale della vicenda: il mancato arresto dell’ufficiale libico richiesto dalla Corte penale internazionale e il suo rientro in patria tramite un volo di Stato. Un passaggio che potrebbe portare in aula testimoni eccellenti, esponendo il governo a un contraddittorio pubblico difficilmente controllabile. Meglio allora fermare tutto. Il conflitto davanti alla Consulta congelerà l’indagine per mesi, forse un anno. Un tempo che non è neutro: coincide perfettamente con il calendario politico. E nel frattempo, non è affatto peregrina l’ipotesi di una candidatura “blindata”, utile a rafforzare ulteriormente quella cintura di protezione che oggi si tenta di costruire sul piano istituzionale. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: il Parlamento che dovrebbe garantire l’equilibrio tra i poteri diventa strumento per sottrarre alcuni soggetti al controllo della magistratura. Non è più una dialettica tra istituzioni, è una sovrapposizione. E quando la maggioranza usa i numeri per ridefinire le regole a proprio vantaggio, non sta difendendo la politica dalla giustizia: sta difendendo se stessa dalla verità. Perché qui non è in gioco una persona. È in gioco l’idea stessa di responsabilità. 
E quando la responsabilità viene sospesa, la democrazia smette di essere un sistema di regole… e diventa un sistema di protezioni. 

G.S.

... morti in mare! ...

𝐓𝐫𝐞𝐧𝐭𝐨𝐭𝐭𝐨 𝐦𝐨𝐫𝐭𝐢 𝐞 𝐮𝐧𝐚 𝐦𝐮𝐥𝐭𝐚 

Il buongiorno di Giulio Cavalli 

Martedì nel Mediterraneo sono morti in trentotto. Diciannove a Lampedusa, partiti dalla Libia su un barchino trasformato dalla tempesta in una trappola: corpi accatastati uno sull’altro, bambini in condizioni disperate. Cinque i sopravvissuti, ancora incapaci di raccontare. Altri diciannove nell’Egeo, un gommone rovesciato davanti a Bodrum: fra le vittime un neonato, rifugiati afghani in fuga dall’Iran. Alla Sava, al confine tra Bosnia e Croazia, i dispersi non si contano ancora. Giornata nera, come si dice. Poi si gira pagina. Intanto Sea-Watch deve giustificarsi. Il 31 marzo Fratelli d’Italia ha pubblicato un post per celebrare la multa di diecimila euro e il fermo venti giorni comminati alla Sea-Watch 3 per aver attraccato in un porto diverso da quello assegnato. “Furore ideologico”, lo definiscono. Giorgia Linardi, portavoce dell’Ong, ha replicato che quel porto era il più vicino, raggiunto in stato di necessità dichiarato per sottrarre le persone soccorse a quello che chiama “un atto di tortura di Stato”: giorni inutili di navigazione a persone appena sopravvissute al rischio di morire in mare. Il diritto internazionale, per Sea-Watch, viene prima della legge italiana. Per Fratelli d’Italia è propaganda. Il partito che ha perso il referendum sulla separazione delle carriere, respinto dal 53,56% degli italiani il 23 marzo, si consola attaccando chi salva le persone. Scottato dall’esito del voto, usa il soccorso in mare per attaccare la magistratura che continua a dar torto alle sue politiche migratorie. I morti restano silenzio. E il silenzio, in questo Paese, si chiama normalità.

mercoledì 1 aprile 2026

... un mostro giuridico! ...

𝐈𝐬𝐫𝐚𝐞𝐥𝐞 𝐞 𝐥𝐚 𝐩𝐞𝐧𝐚 𝐝𝐢 𝐦𝐨𝐫𝐭𝐞. 𝐐𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐥𝐚 𝐝𝐢𝐬𝐮𝐦𝐚𝐧𝐢𝐭𝐚̀ 𝐬𝐢 𝐟𝐚 𝐒𝐭𝐚𝐭𝐨 


Articolo di Massimo Lensi 


L'introduzione della pena di morte per atti di terrorismo da parte della Knesset (parlamento israeliano) segna un passaggio che interroga, prima ancora che la politica, la qualità giuridica dello Stato. Non si tratta solo del ritorno a una sanzione estrema, da tempo espunta dagli ordinamenti che si riconoscono nel costituzionalismo contemporaneo, ma della modalità con cui essa viene configurata: una pena potenzialmente applicabile senza richiesta dell'accusa, senza necessità di unanimità tra i giudici e, soprattutto, costruita su una definizione normativa che finisce per selezionare in concreto una sola categoria di destinatari. Il diritto penale, quando si piega a finalità identitarie o securitarie, smette di essere limite al potere e diventa suo strumento. In questo caso, la tipizzazione dell'illecito - «causare intenzionalmente la morte con l'obiettivo di negare l'esistenza dello stato» - appare meno come descrizione di un fatto e più come qualificazione politico-esistenziale dell'autore. Il rischio evidente è quello di un diritto penale del nemico, in cui la persona è giudicata per ciò che rappresenta, più che per ciò che ha fatto. La storia giuridica israeliana conosce un solo precedente di applicazione della pena capitale: nel 1962, nei confronti di Adolf Eichmann. Un caso eccezionale, legato a crimini di dimensione e natura tali da essere considerati fuori dall'ordinario. Proprio quell'eccezionalità aveva contribuito, nel tempo, a mantenere la pena di morte ai margini dell'ordinamento. La scelta odierna rompe quell'equilibrio e introduce una frattura ulteriore: tra diritto e uguaglianza, tra giurisdizione e politica, tra sicurezza e garanzie. In un sistema che già presenta anomalie - dall'assenza di una costituzione formale alla centralità di leggi fondamentali suscettibili di revisione politica - l'innesto della pena capitale, con tali caratteristiche, accentua una deriva in cui il diritto perde la sua funzione di contenimento e si espone al rischio di essere, esso stesso, veicolo di discriminazione.