martedì 3 febbraio 2026

... a chi giova? ...

Ogni disastro è un servizio fotografico gratuito, ma solo se è a proprio favore. 


Testo di Natalino Balasso 


… Avrei voluto anch’io scrivere una bella cosa strappalacrime sul fatto che i poliziotti hanno famiglia. Avrei davvero voluto ignorare i fatti, come ha fatto Libero, come hanno fatto altri giornali, indicare anche i nomi delle figlie del poliziotto colpito da un martelletto, come ha fatto Repubblica. Avrei voluto far finta di niente, come fa la così detta sinistra italiana, che si mette dalla parte del governo contro manifestanti di cui fa finta di non saper niente. Ma non posso. Se vuoi cercare la verità devi partire dall’inizio e non fare come la presidento, che si precipita all’ospedale… “podevo mancà?”. Laddove invece poteva benissimo mancare e per ben due settimane dalla Sicilia, dove sta scomparendo un pezzo di territorio; perché sarà anche vero, come si dice in House of Card edizione anni ‘70 che “Ogni disastro è un servizio fotografico gratuito”, ma là c’era odor di contestazioni. Certo, qua non podeva mancà perché lo spottone è garantito: criminali, tentato omigidio e tutti gli accessori garantiti. I suoi giornali scrivono “Arrestateli tutti”, ma tutti chi? Quelli che puntualmente vengono lasciati passare proprio perché succeda quello che è successo? Collegare un tentato omicidio a una pacifica manifestazione di protesta, incasellando l’opposizione dentro questo racconto è un’occasione troppo ghiotta. Al punto che l’opposizione, che da anni ormai si caga in mano, sta subito dalla parte di questo racconto davvero fantasioso. Se io faccio una manifestazione e voglio quindi manifestare il mio dissenso o la mia adesione a un’idea, so benissimo (a meno che io non sia un cretino totale) che l’ultima cosa che devo fare è andare a picchiare i poliziotti. Primo perché loro sono armati e mi farò molto male, secondo perché quest’azione racconta esattamente il contrario del motivo per cui sto protestando. A meno che… A meno che il mio scopo in realtà non sia la manifestazione, ma esattamente questo scontro. A meno che io non faccia parte di un gruppo talmente anonimo, che nemmeno si sa se ci siano dentro anche dei poliziotti, visto che se faccio parte di questo gruppo anonimo, passo tranquillamente qualsiasi controllo, armato di spranghe, martelletti e ferramenta varia; al contrario delle famigliole che si sono fatte ore di treno e vengono perquisite, neonati compresi. È davvero monocorde il giornalismo italiano, a parte rare eccezioni, perché io so tutto del poliziotto colpito col martelletto, ma non so niente del ragazzo che poco prima era stato manganellato senza pietà e lasciato a terra. Repubblica non ha raccontato dei pronto soccorso che hanno curato decine e decine di persone colpite dai poliziotti. Gente presa a manganellate nei momenti precedenti, gente inoffensiva, pacifica. Ho visto delle riprese, ma non su Repubblica. Certo, voi mi direte, ma un video non dimostra niente. È per questo che non voglio parlare di quei video, ma io vi chiedo: se un video non dimostra niente, perché invece il video del poliziotto lo vedo dappertutto e dimostra tutto a tutti? Dunque, a chi serve, a chi è servita quella violenza su un poliziotto, se non ai giornali che hanno scritto “arrestateli tutti”? A chi è servita se non a questo governo che racconta di beccare i taccheggiatori coi blindati anfibi? A chi interessa avvicinare così tanto i poliziotti ai manifestanti che, riempiti di lacrimogeni, diventano un’unica fumosa nebbia avvolta di criminalità, nella quale si può pestare chiunque con la scusa del blocco nero, che nessuno sa da chi sia formato se non proprio la polizia? Quando i facinorosi, amici di questo governo, sprangavano gli studenti, scrivevate che qualche mattacchione non può essere assimilato a questa destra così tanto democratica. Ora scrivete arrestateli tutti come se chi dissente rappresentasse un popolo di criminali. Che la stessa gente che riesce a ignorare settantuno mila morti palestinesi (per dire solo quelli uccisi da armi) non si vergogni, l’abbiamo capito; ma che la gente intelligente dorma così tanto è davvero triste.

... botte da orbi ...

Vi consiglio di leggere l'editoriale di Marco Travaglio sui fatti di Torino pubblicato su Il Fatto Quotidiano. Finalmente un pò di lucidità. 

BOTTE DA ORBI 

Quando un poliziotto viene picchiato da un manifestante, noi stiamo col poliziotto. Esattamente come, quando un manifestante viene picchiato da un poliziotto, noi stiamo col manifestante. Stare sempre col picchiato e mai col picchiatore, salvo i casi di legittima difesa, non è un’idea particolarmente originale, anzi è così scontata che non ci sarebbe neppure bisogno di esprimerla. Ma nel manicomio del dibattito politico-mediatico diventa quasi rivoluzionaria, perché c’è chi sta sempre col poliziotto e chi sta sempre col manifestante, qualunque cosa facciano. Poi c’è chi chiede a quanti manifestano pacificamente o non manifestano proprio ma stanno all’opposizione di “prendere le distanze” dai violenti anche se non sanno neppure chi siano, dunque non sono affatto vicini (ergo non possono distanziarsene). Di solito chi viene invitato a prendere le distanze da gente distantissima da sé subisce il ricatto morale e ne prende le distanze. Ma non basta mai, perché chi gliel’ha intimata giudica insufficiente la sua presa di distanze e ne pretende una seconda più distanziata della prima. Servirebbero degli infermieri che lo portino via, ma sono impegnati a medicare il tizio picchiato, di cui non frega una mazza a nessuno se non per usarlo nella polemichetta di giornata. A quel punto scatta la richiesta di cambiare le leggi perché picchiare il prossimo, specie se poliziotto, è una cosa brutta: non si fa. Il fatto che il Codice penale, scritto nel 1930 da Alfredo Rocco, ministro del governo Mussolini, punisca severamente chi picchia il prossimo, specie se poliziotto, da 96 anni esatti, e che lo punisse già il Codice Zanardelli del 1890, non conta. Appena un manifestante picchia un poliziotto (più raramente nel caso inverso) si invoca una “riforma” per impedire che il fattaccio si ripeta. Poi naturalmente il fattaccio si ripete, perché la violenza nella società non dipende dal fatto che non sia proibita, ma dal fatto che la società è violenta, che la politica soffia sul fuoco della violenza perché le conviene coma arma di distrazione di massa, come alibi per reprimere il dissenso, spaventare la gente e relegarla in casa, che mai come in questi anni tutti invocano guerre, armi, blitz, raid e rappresaglie. Solo chi studia la storia sa che oggi le violenze sono infinitamente più blande e rare che negli anni del terrorismo e dell’antagonismo, che evocare le Br è ridicolo e comunque anche l’eversione rossa (e nera: c’era pure quella) fu sconfitta senza leggi straordinarie, ma con lo Stato di diritto. A maggior ragione, possiamo farcela con la sua attuale parodia. Senza nuove leggi, ma dando più mezzi e personale alle forze dell’ordine e alla magistratura, anziché disarmarle e ostacolarle ogni santo giorno. Un’idea così scontata che non ci pensa nessuno. 


 Alessandro Di Battista.

... la violenza ...

LA VIOLENZA È NEMICA DELLA PIAZZA 


“La violenza, da qualunque parte arrivi e chiunque la subisca è da sempre nemica della “piazza” e come tale va sempre condannata senza se e senza ma! Perché spaventa, perché allontana dalla partecipazione e perché sposta l’attenzione dell’opinione pubblica dalle ragioni di chi manifesta sull’invocazione della repressione. Ed eccovi allora al “come volevasi dimostrare” in salsa torinese. Un mix perfetto tra nostalgia autoritaria e idiozia tattica. Da una parte, decine di migliaia di cittadini scendono in piazza pacificamente; dall'altra, ecco spuntare i soliti infiltrati “neri”, quei professionisti del caos incappucciati che si confermano i migliori uffici stampa della destra più reazionaria. È quasi poetico: questi campioni della rivoluzione, corpi estranei alla moltitudine pacifica, lanciano sassi e spaccano vetrine per colpire il sistema, ma finiscono solo per regalare al governo il pretesto perfetto per invocare il pugno di ferro. Sembrano seguire alla lettera il "manuale" del peggior machiavellismo istituzionale. Come non ricordare, d’altronde, le celebri e agghiaccianti parole di Francesco Cossiga, che in un'intervista suggeriva la ricetta per piegare il dissenso degli universitari: «Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand'ero ministro dell'Interno... infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri... le forze dell'ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale». A Torino gli infiltrati “neri” hanno recitato la parte degli “utili idioti” proprio su questo vecchio spartito. Con la loro violenza hanno servito su un piatto d'argento la scusa per quella stretta autoritaria che oggi, tra le altre, prende anche la forma dell'articolo 31 dell'ultimo Decreto Sicurezza. Una norma che, con la scusa del potenziamento dei servizi, estende le condotte scriminabili per gli agenti sotto copertura, permettendo loro persino di dirigere associazioni eversive. In un quadro così nebuloso il pericolo per lo Stato di diritto è evidente: se un funzionario pubblico può dirigere un gruppo violento, chi garantisce che non sia lui stesso a indirizzare la violenza per scatenare quella reazione repressiva auspicata dal Cossiga dell’epoca? La missione deontologica e costituzionale delle forze dell'ordine, che dovrebbe essere ancorata alla protezione dei manifestanti pacifici, rischia di naufragare in un mare di ambiguità. In questo scenario, l'autonomia operativa concessa agli “infiltrati” riduce drasticamente il controllo giudiziario, creando le premesse per quell'impunità che trasforma una democrazia in uno Stato di polizia, dove il disordine non viene prevenuto, ma talvolta cavalcato per giustificare la stretta autoritaria sulle libertà individuali e collettive. C’è davvero da essere preoccupati ma al tempo stesso indisponibili a rinunciare ad agire democraticamente e pacificamente contro la deriva illiberale ed anticostituzionale a cui il nostro Paese sembra, invece, andare incontro alla velocità della luce…” 

Maurizio Bonugli.

#liberidimanifestare #fedeliallacostituzione #noallaviolenza #democraziaèpartecipazione #pacificamente …(2022) Giovanni Truppi, Vinicio Capossela, Mauro Pagani, “Nella mia ora di libertà” di Fabrizio De Andrè (Storia di un impiegato) 1973 https://www.youtube.com/watch?v=aGdFAB5Auks

lunedì 2 febbraio 2026

... comunisti nel PD?? ...

Trovatemi un comunista che vota PD e giuro che vado a baciargli gli occhi di pernice sugli alluci. Mollicone, sottosegretario alla Cultura di Fratelli d’Italia, sì, proprio quello che voleva mettere Peppa Pig all’indice come se fosse il Che Guevara in versione suina, ha scoperto la causa di tutti i mali: gli scontri di Torino? Colpa dei “comunisti che votano PD”. Ora, uno si aspetterebbe che al Ministero della Cultura circolasse almeno un Bignami (non il Galeazzo) di storia politica italiana. Invece niente: per loro il PD è ancora la sezione del PCI con le foto di Lenin alle pareti. Qualcuno glielo spiega che il PD è una fusione a freddo tra democristiani riciclati, ex popolari, moderati di ogni specie e un po’ di sinistra annacquata? Comunisti neanche col binocolo. Sia chiaro: vedere sei-otto esaltati che provano a portare via casco e scudo a un poliziotto e poi lo corcano fa schifo e va condannato senza se e senza ma. Ma trasformare tutto in una crociata ideologica contro un nemico immaginario è il solito giochetto: non sanno governare e allora inventano i fantasmi. La verità è che a destra stanno facendo la gara a chi la spara più grossa: tra Mollicone, le cuginette della Lega e il circo mediatico permanente, manca solo che diano la colpa dei cantieri infiniti al ritorno di Stalin in monopattino. 

Comunisti nel PD? Se li trovate avvisatemi: offro aperitivo e visita guidata al museo delle creature leggendarie. 

 Zecca buonista.

... il post partita ...

Il Torino di Cairo vince. Sì, vince….più o meno. Contro il Lecce, un relitto che come i granata galleggia a vista. Eppure il Torino soffre. Soffre come un cane lasciato sotto la pioggia legato ad un palo arrugginito, mentre il padrone è al bar con la birra in mano ma senza il granata nel cuore. Novanta minuti di affanno, di paura, di palloni buttati via. Sugli spalti, il solito teatro dell’assurdo. Le curve finalmente vuote (miracolo laico, atto di intelligenza collettiva, unico segnale di vita rimasto che sa un pochino di Toro) ed il resto dello stadio pieno di gente che applaude, esulta, canta. Gente che ancora una volta dimostra di non capire un cazzo. Un cazzo del perché, dopo vent’anni, Cairo è ancora lì piantato come una verruca sul culo della storia granata a fare il bello e il cattivo tempo. Un cazzo del perché oggi chi tiene al Toro quello vero, sporco, magari sconfitto ma dignitoso, allo stadio non è entrato. Un cazzo del fatto che l’assenza non è disamore ma l’ultimo atto d’amore possibile. Chi oggi esultava come una iena sopra una carogna forse non ha ben presente che questa “vittoria” vale forse due noccioline, le stesse noccioline con cui Cairo prova da anni a comprarli per riempire uno stadio gelido e ostile. Offerte tipo discount di bassa lega, stile prendi due giocatori scalcagnati, paghi uno, ed in omaggio ti diamo l’illusione che vada tutto bene. Ma non va tutto bene, non va un cazzo bene. Vincere così non è una rinascita: è una condanna che si rinnova. È la mediocrità che si autocompiace, è il purgatorio perenne. E mentre qualcuno batte le mani felice contento per una domenica qualsiasi, Cairo sorride. Perché sa che basta poco: una vittoria di merda, un avversario ancora più morto, e lo stadio senza curva, senza anima, che torna a fare rumore. 
Si vince, sì, ma si resta piccoli, e soprattutto, ordinari. 

 Ernesto Bronzelli.

... colleghi! ...

- Dopo gli eventi al corteo di Torino, è chiaro come questi black bloc siano ormai fuori controllo e incarnino la manifestazione più concreta del pericolo rappresentato dai centri sociali e dalle frange antagoniste. Per dimostrarvi la loro pericolosità noi della Polizia di Stato ve ne abbiamo portato uno arrestato di fresco. Saluta. - Salve. - Per noi è fondamentale darvi gli strumenti necessari per riconoscere un black bloc quando è presente nella vostra città. Dunque, dicci qual è la tua caratteristica principale. - Direi il fatto che vestiamo tutti uguali. - Ecco qua. L'uniforme come identità. Poi? - Ogni nostra azione è coperta dall'anonimato. - Anonimato funzionale, la firma dell'antagonista violento. Poi? - Appunto la violenza, la ricerca dello scontro. Meglio se verso individui che non possono difendersi o soggetti isolati. - Le tattiche del branco. Altro? - Godiamo di una discreta impunità. - Eccerto! Questi, guarda caso, non vengono mai processati, né tanto meno condannati. Ci avete mai fatto caso? E la volta dopo sono di nuovo lì a pestare qualcuno. Che altro? - Direi una forte identità interna costruita attorno all’estremismo ideologico. - Il noi contro di loro… - Però la verità è che, al di là di tutto, ci piace menare le mani. - … che si traduce nella solita brutalità di questi picchiatori violenti. Altro? - Le poche mele marce. - Come ho fatto a dimenticarlo? È un'eccezione, erano solo pochi isolati. Le solite scuse! Altro? - Più siamo presenti in una città, meno la città sembra sicura. - Ma per forza, un gruppo organizzato dalla violenza facile che gode di relativa impunità spaventerebbe qualunque buon cittadino. - Altro? - Una parte politica tende a minimizzare i nostri eccessi. - E? - A giustificare le nostre azioni. - E poi? - A colpevolizzare sempre il contesto. - Mentre? - Mentre l'altra strumentalizza ogni nostra azione per il proprio tornaconto. - Finito? - Ci piace il nero. - Mi pare evidente. Insomma, l'avete capito anche voi, noi della Polizia e questi black bloc non potremmo essere più diversi. E ogni tentativo di associarci si deve scontrare inevitabilmente col fatto che non c'è niente che ci collega. - Posso andare, collega? - Certo, collega.

domenica 1 febbraio 2026

... Torino 1 - Lecce 0 ...

Il Torino ritrova finalmente la vittoria e lo fa nel modo più concreto possibile: 1-0 al Lecce, tre punti pesantissimi dopo quattro sconfitte consecutive e una classifica che torna a respirare. Allo stadio si vede una partita ruvida, povera di fronzoli e di spettacolo, ma per i granata contava soprattutto il risultato. 

 La partita 

Il match si accende a sprazzi. Paradossalmente il Torino colpisce nel momento migliore degli ospiti, che al 26’ avevano spaventato Paleari con una conclusione dalla distanza di Ramadani. Tre minuti dopo, però, arriva l’episodio che decide la gara: Nikola Vlasic inventa un assist perfetto e Che Adams è glaciale nel battere Wladimiro Falcone con un piattone sotto misura. È l’1-0 che spezza l’equilibrio e regala fiducia a tutto l’ambiente. Nella ripresa il copione non cambia molto: il Torino gestisce, prova a colpire quando può e concede poco. Ancora Vlasic ispira, questa volta per Duván Zapata, ma Falcone tiene a galla il Lecce con un intervento straordinario. I salentini, guidati da Lecce, provano a rimescolare le carte con i cambi, mentre dalla panchina granata Marco Baroni risponde inserendo forze fresche per difendere il vantaggio. Le occasioni restano poche: Adams manca il raddoppio da posizione invitante, Zapata trova ancora sulla sua strada un Falcone in versione super. Nel finale c’è anche l’esordio di Kulenovic e un brivido per il Toro quando Banda colpisce il palo, azione poi fermata per fuorigioco. È l’ultimo scossone di una serata che i granata portano a casa con pragmatismo. Il triplice fischio sancisce una vittoria che vale più dei novanta minuti: il Torino sale a 26 punti, interrompe l’emorragia e ritrova serenità. Non è stata una prestazione brillante, ma in questo momento era ciò che serviva. A Torino, finalmente, si può tornare a guardare avanti con un filo di ottimismo.