mercoledì 18 febbraio 2026

... uno "strano" caso! ...

LO “STRANO” CASO DI FRANCESCA ALBANESE 


Per la maggior parte dei media Francesca Albanese è diventata un nemico pubblico. E non solo in Italia ma anche in Francia, Germania ed altri paesi europei. Ma cosa avrà fatto per inimicarsi i “media” che per la maggior parte sono controllati dai governi, che per la maggior parte sono di destra ? Essendo “Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati” per gli americani e per la maggior parte degli sgoverni europei filo-americani avrebbe dovuto dire che a Gaza và tutto bene, i pochi palazzi crollati sono da attribuire all’esplosione di arsenali di Hamas che hanno causato qualche decina di morti poi cresciuti a dismisura sino ad oltre 70.000 dalla propaganda anti-israeliana. Ora sempre la stessa propaganda anti-israeliana fa vedere centinaia di persone in tende di fortuna invase dall’acqua ma invece la maggioranza della popolazione è ospitata in strutture comodissime dove i palestinesi ingrassano e tutte le sere brindano alla ritrovata unità con Israele. Ma di cosa ci si stupisce? Trump ha più volte dichiarato che le Nazioni Unite andrebbero abolite. E’ una istituzione di cui non comprende la necessità. Lui e l’Amerika sono le NAZIONI UNITE. Al di fuori c’è solo l’oscurantismo e la falsità!! 


ALBANESE: MELONI&C. DEVONO MENTIRE PERCHÉ L’ITALIA È RIDOTTA A STATO SATELLITE 
ALESSANDRO ORSINI – IL FATTO – 17.02.2026 


Sotto il profilo sociologico, il caso di Francesca Albanese è molto interessante perché Aiuta a comprendere come mai uno Stato satellite abbia bisogno di un sistema dell’informazione sulla politica internazionale corrotto come quello che esiste in Italia. Partiamo dalle basi. Uno Stato satellite si definisce come uno Stato la cui politica estera e di sicurezza è controllata da una potenza straniera. Sotto il profilo formale la Repubblica italiana è libera e indipendente. Sotto il profilo sostanziale è controllata dalla Casa Bianca. In politica internazionale, Meloni, Crosetto e Tajani non possono prendere nessuna decisione invisa alla Casa Bianca. Se lo Stato italiano fosse un protettorato o una colonia americana, i governanti italiani non avrebbero bisogno dell ’impression management o “controllo delle impressioni”: un termine che riprendo dall’approccio drammaturgico di Erving Goffman. Meloni, Crosetto e Tajani vivono un inferno quotidiano perché devono fingere di decidere, controllando le impressioni degli elettori. Tuttavia, il controllo delle impressioni dipende dal controllo delle informazioni. Ecco perché l’Italia ha assoluto bisogno di un sistema dell’informazione sulla politica internazionale stra-corrotto. Ne ha bisogno per nascondere il suo satellitismo: chi controlla le informazioni, controlla le impressioni. Il che spiega perché l’Italia sia piena di giornalisti che hanno sprofondato l’Italia nella menzogna e nell’irrealtà. Ma qual è la menzogna più grande su Francesca Albanese sparsa da Meloni, da Tajani, Fratelli d’Italia e Forza Italia? Non è la menzogna secondo cui Albanese è antisemita e non è nemmeno la menzogna secondo cui Albanese sostiene il terrorismo. La più grande menzogna su Francesca Albanese è che il suo ruolo all’Onu preveda equidistanza. I doveri formali di Francesca Albanese, i doveri associati al suo ruolo come relatrice Onu per i territori palestinesi, sono due: difendere i diritti umani dei palestinesi e denunciare le loro violazioni da parte d’Israele. Il ruolo di Albanese le impedisce categoricamente di dire: “Netanyahu ha sterminato 70.000 palestinesi, però, suvvia, Israele ha subito l’attentato del 7 ottobre”. Se Albanese parlasse come Tajani o Meloni dovrebbe dimettersi immediatamente perché il suo ruolo le proibisce di trovare giustificazioni alla furia omicida di Netanyahu, cosa che Tajani e Meloni hanno fatto abbondantemente. Il 12 gennaio 2025, quando i civili palestinesi uccisi da Netanyahu arrivavano fino in cielo, Tajani ha dichiarato a Report (Rai3): “Israele non ha compiuto crimini di guerra”. Il 3 marzo 2026 uscirà il mio nuovo libro: Disinformazione. La manipolazione dell’opinione pubblica nelle democrazie occidentali (PaperFirst) in cui ho documentato che gli italiani non sono manipolati dal Cremlino, bensì dal vertice della Repubblica italiana, come dimostra l’audio manipolato di Albanese, usato da Tajani per chiederne le dimissioni: altra gigantesca campagna di disinformazione. Ogni classe governante manipola la propria classe governata. Il fatto che Albanese sia accusata falsamente dai parlamentari di Fratelli d’Italia e di Forza Italia di essere antisemita e di sostenere il terrorismo è possibile soltanto in uno Stato iper-corrotto da una potenza straniera, dove il governo mente nella più totale impunità. Dopo avere orchestrato una gigantesca campagna d’odio contro Albanese, Meloni e Tajani si lamentano delle campagne d’odio contro di loro. Nell’Italia di Meloni, la menzogna è istituzionalizzata perché proviene dalle istituzioni. 


 Mauro Coltorti.

... Amarcord 2! ...

Cosa avvenne nel 2005 e come arrivò Cairo al Torino? In quel giugno, mentre il destino del Torino Calcio era appeso a un filo, c’era chi, lontano dai riflettori, cercava concretamente una strada per evitare che tutto finisse nel nulla. Tra questi, l’avvocato Pierluigi Marengo, insieme a Sergio Rodda e Gianni Bellino, iniziarono a studiare con attenzione le carte federali relative al Lodo Petrucci, l’unico strumento che avrebbe potuto consentire al club di ripartire dopo il fallimento. L’idea era semplice ma tutt’altro che scontata: prepararsi al peggio. Se davvero il Torino non fosse riuscito a salvarsi, bisognava farsi trovare pronti. Il Lodo Petrucci prevedeva una procedura precisa: entro metà luglio andava inviata alla Federazione Italiana Giuoco Calcio una richiesta formale, a nome di una società di capitali, accompagnata da una fideiussione bancaria da 50.000 euro. Marengo e i suoi collaboratori si mossero subito. Predisposero la domanda, ottennero la fideiussione dalla Banca Popolare di Novara e inviarono tutto a Roma. Un atto concreto, con soldi veri e responsabilità personali. Ma nella loro testa c’era una convinzione: non sarebbero stati soli. Vista la storia del Torino, il peso della sua tradizione e il numero di imprenditori e tifosi illustri che da sempre dichiaravano amore per il club, era naturale pensare che sarebbero arrivate molte richieste di ammissione al Lodo. Dieci, forse dodici? Non solo da Torino, ma anche da fuori città. Sembrava impossibile che nessuno si facesse avanti per salvare il Toro. La sera della scadenza, Marengo era a cena in un ristorante in corso Moncalieri insieme a Sergio Rodda, Gianni Bellino e altri amici, tra cui Massimo Tesio, che di lì a poco sarebbe diventato addetto stampa. Allo scoccare della mezzanotte, la curiosità prese il sopravvento. Marengo chiamò l’avvocato della Federazione che stava seguendo le domande di ammissione al Lodo, per sapere quante richieste fossero arrivate. La risposta fu tanto ironica quanto spiazzante: «Collega, ce l’hai un paio di scarpette bullonate?» «Perché?» «Perché mi sa che l’anno prossimo devi giocare tu.» Non era arrivata nessun’altra domanda. Solo la loro. Il confronto con altre realtà rendeva il quadro ancora più amaro: per il Perugia, fallito in Serie B e destinato a ripartire dalla C, erano arrivate sette istanze. Il Torino, fallito da promosso in Serie A e quindi con la possibilità di ripartire dalla Serie B, aveva ricevuto una sola richiesta. Nessuno in città, nessuno tra i tanti tifosi VIP pronti a dichiararsi granata sui giornali, aveva messo soldi o si era esposto per tentare davvero di salvare il club. Pochi giorni dopo, il 19 agosto, l’avvocato Pierluigi Marengo partecipò a una conferenza stampa in cui venne chiarito che il pacchetto del Torino Calcio sarebbe stato ceduto a Urbano Cairo. Fu in quel momento che il gruppo avanzò una proposta precisa: Cairo avrebbe potuto acquisire l’80% della società, lasciando un 20% a loro, con un investimento reale a capitale. Non si trattava di una richiesta di potere. Anzi. Con l’80% si è già padroni di tutto, non cambia nulla rispetto ad avere il 100%. L’unico senso di quel 20% era un altro: restare dentro per controllare. Vigilare sui bilanci, sulle spese, sulla gestione. Dopo il trauma del fallimento, maturato anche per mancanza di controlli, l’idea era che un gruppo di tifosi veri, che mettevano soldi propri, potesse fare da presidio, da coscienza interna. La risposta di Cairo fu netta: o il 100%, oppure niente. In quei giorni anche il sindaco Sergio Chiamparino provò a mediare, chiedendo a Cairo di riconoscere almeno a Marengo e a Sergio Rodda un posto nel Consiglio d’amministrazione. Ma la proposta non convinse nessuno. Cairo si oppose e, allo stesso tempo, gli stessi interessati non la ritenevano dignitosa. Restare lì dentro solo per occupare una poltrona, senza una quota e senza la possibilità reale di incidere o controllare, sarebbe stato, a loro giudizio, umiliante. E così dissero no anche loro. Resta il racconto di quei giorni convulsi, fatti di notti insonni, telefonate, fideiussioni e speranze. E resta soprattutto una fotografia nitida di quel momento storico: quando il Torino rischiava di sparire e, tra tanti proclami d’amore, furono pochissimi quelli disposti davvero a metterci la faccia e i soldi. 


#FVCG #SFT #TorinoFC #Torino #granata #Toro

... Amarcord!! ...

Ieri sera ci pensavo, così, senza motivo. A cosa resta attaccato uno dopo vent’anni di presidenza di Urbano Cairo? Quando se ne andrà (o meglio ancora quando avrà stirato le calzette) cosa ci resterà tra le mani? Polvere? O peggio, niente? Provo a scavare. Allenatori, giocatori, partite, ma è come mettere le mani in un cassetto vuoto. Del Toro di prima no. Quello mi vive ancora addosso. Del Toro di quando ero bambino, ragazzo, giovane uomo, ho tutto stampato in mente, tutto impresso. Gol, emozioni, facce dei giocatori. A volte non campioni: semplici giocatori. Partite di campionato, di coppe europee, di coppa Italia, persino le amichevoli: se apro un cassetto della memoria salta fuori di tutto. Non necessariamente cose belle, perché il Toro è sempre stato come la vita: più dolori che gioie, più rimpianti che soddisfazioni, più amarezze che felicità. Ma come la vita il Toro é sempre stato una cosa bella. Di tanto in tanto da quei cassetti qualcosa salta fuori senza chiedere permesso. Mi ricordo quattro pallini al Nantes di Burruchaga. Mi ricordo Paolo Beruatto da Cuorgnè e Dante Bertoneri, coi baffetti da sparviero. Mi ricordo una partita col Boca Juniors, vinta 3-0, inutile per tutti ma non per me. Mi ricordo il torneo di Amsterdam, l’87, e Bresciani che a diciotto anni batte la Dynamo Kiev. Mi ricordo De Finis che chiedeva di sputargli in faccia. Mi ricordo i ragazzini di Vatta della maledetta stagione 88/89 e sembrava così impossibile che si rischiasse sul serio la serie B. Donatello Gasparini, il povero Catena, Alvise Zago, Gallaccio, Bolognesi, Ferretti, Benito Carbone. Il nuovo Crippa, Landonio, che invece di Crippa si rivelò essere un piatto di trippa. Mi ricordo Sergio Fava del Bra che fa un tunnel a Pasquale Bruno in amichevole, e Pasquale che, per ringraziarlo, gli fa tibia e perone chiudendo anticipatamente la sua stagione. Mi ricordo la mia collezione di Alé Toro e l’orgoglio di entrare comunque in classe con una sciarpa granata al collo dopo un derby perso 5-0. Mi ricordo Martin Vazquez accolto in aeroporto come il Papa nelle Filippine. Mi ricordo la scritta Beretta sulla maglia, in stagioni nelle quali l’unica cosa che temevi era di essere chiamato affettaprosciutti. Mi ricordo Borsano Vattene, Goveani vattene, Calleri vattene, pezzenti andatevene, Cimminelli e Romero tutti e due al cimitero. Mi ricordo Marcelo Saralegui spacciato per fenomeno da Paco Casal. Mi ricordo picchia forte picchia duro picchia solo Diawara, a cui il giudice sportivo da tre giornate di squalifica apposta per fargli saltare il derby. Mi ricordo Hakan Sukur al bar dell’albergo in Trentino: “succo pesca” ed il barista crucco, perso: “zcuzi, io no capito” e lui, senza cambiare faccia: “succo mela”. E bastava quello. Una scena così e ti rimaneva dentro per anni. Mi ricordo la rabbia, le botte, le cose sbagliate al momento giusto. Mi ricordo Roberto Maltagliati, butterato, che segna al Monza l’unico gol della sua vita mentre la moglie è al cesso col bambino. Perfetto. Assolutamente perfetto. Mi ricordo di “ohi ohi ohi il Pelato è uno di noi”. Mi ricordo dei genovesi, delle botte a Casazza e di quelle a Gaucci. Mi ricordo gli idranti puntati contro di noi in via Cibrario, quando le manifestazioni le facevi col tam tam e senza chiedere autorizzazione. Mi ricordo la sede spostata in un magazzino…ed il letame davanti. Almeno quello aveva un odore vero. Ed io c’ero. Sempre. Adesso invece niente. Silenzio. Da quando il Toro è diventata Cairese provo a ricordare. Davvero. Mi sforzo. Ma è tutto uguale. Facce che scivolano via. Partite che non lasciano graffi. Gente che arriva, prende il suo stipendio , e sparisce senza neanche disturbare. Mantova? Bilbao? Il Gallo che alza la cresta? Maxi e la sua lavatrice? La folla per Joe Hart in prestito secco? Poca roba, poca roba davvero. Fatico a mettere insieme dieci cose da portare al futuro. Non è l’età. È peggio. È il vuoto. Quando Cairo se ne andrà (o sempre meglio ancora quando avrà stirato le calzette) non resteranno neanche le macerie. Quelle almeno fanno rumore. Qui no. Qui resta aria fritta. Un deserto pulito, dove anche i ricordi mollano. Vent’anni. Quasi metà della mia vita. Ed io non ho niente da portarmi via, maledetto. 

 Ernesto Bronzelli.

martedì 17 febbraio 2026

... miseria di governo!! ...

𝐃𝐞𝐜𝐫𝐞𝐭𝐨 𝐮𝐫𝐠𝐞𝐧𝐭𝐞, 𝐚𝐩𝐩𝐫𝐨𝐯𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐫𝐢𝐦𝐚𝐧𝐝𝐚𝐭𝐚: 𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐚𝐠𝐚𝐧𝐝𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐥𝐚 𝐫𝐞𝐚𝐥𝐭𝐚̀ 


Il #buongiorno di Giulio Cavalli 

 Lo avevano raccontato come un’urgenza nazionale. Un argine immediato al caos, una risposta muscolare, un segnale da dare “subito”. Poi il decreto Sicurezza si è fermato. Bloccato su una scrivania della Ragioneria dello Stato, in attesa della bollinatura. Due settimane. Per un provvedimento definito improcrastinabile. La scena è semplice: conferenza stampa solenne, parole di ferro, tono da stato d’assedio. Subito dopo, la contabilità. Del resto i decreti costano. Anche i fondi per la sicurezza urbana costano. E se ci pensate bene le nuove assunzioni costano. Le misure simboliche hanno un prezzo che va scritto riga per riga. E lì la retorica lascia spazio ai numeri. La Ragioneria chiede coperture solide, formule corrette soprattutto saldi coerenti. Senza quel sigillo il testo resta carta politica. Senza firma del Colle resta annuncio. Se non sta sulla Gazzetta Ufficiale è solo uno slogan. La miseria politica sta tutta qui: l’esecutivo invoca l’emergenza e poi inciampa sui conti. Rivendica rapidità ma resta in attesa di una verifica tecnica e così la sicurezza agitata come vessillo identitario finisce nel cassetto delle compatibilità finanziarie. Ogni giorno che passa accorcia il tempo per la conversione parlamentare. Ogni giorno espone l’improvvisazione di chi ha costruito la narrazione prima della struttura normativa. Un decreto urgente che aspetta la calcolatrice racconta molto più di qualsiasi comizio. Racconta un governo che corre davanti alle telecamere e frena davanti ai capitoli di bilancio. Racconta una priorità proclamata a voce alta e sospesa tra commi da riscrivere e cifre da sistemare. La sicurezza promessa al Paese, per ora, resta in fila alla Ragioneria. E quella fila pesa più di qualunque slogan.

... è già Regime? ...

Siamo al Regime. Ormai non fanno neanche nulla per nasconderlo. Siamo alle liste di proscrizione. il Governo ha chiesto all’Associazione nazionale magistrati di rendere pubblici i nomi dei finanziatori del comitato "Giusto dire No" il principale tra i soggetti creati per la campagna contro la Riforma della Giustizia. Un’iniziativa giudicata dagli stessi magistrati come chiaramente intimidatoria e volta a scoraggiare chi vuole contribuire alla campagna del No. Una richiesta peraltro, di fatto illegale in base alla legge sulla privacy, che appunto garantisce la riservatezza degli aderenti e dei finanziatori delle associazioni private e impone di nominare un responsabile del trattamento dei dati. Infatti nemmeno la stessa Anm ha a disposizione l’elenco dei nomi: "in sostanza Nordio ci sta chiedendo di commettere un reato" fanno notare i magistrati. Inoltre secondo numerosi giuristi la normativa italiana già prevede obblighi stringenti sulla rendicontazione delle donazioni, con controlli affidati agli organismi competenti. Siamo dunque di fronte ad una forma di pressione indiretta su cittadini e sostenitori di una posizione politica legittima. Diversi esponenti dell’opposizione hanno parlato apertamente di un rischio di "liste di proscrizione". Ormai la loro intenzione chiara di instaurare un Regime manco la nascondono più. Ma il popolo cosa aspetta a mandarli a casa iniziando da un sonoro No a questa riforma? 

Mario Imbimbo.

... chez O - LEANDRO ...

... stamane appuntamento dal dentista Allais alle 10,30 per la mia detartrasi e per il saldo delle prestazioni (euro 560,00) - livello placca 69!

lunedì 16 febbraio 2026

... l'incognita Vance ...

_____JD VANCE______ 


C’è qualcosa in JD Vance che mi colpisce – e non in senso positivo. Non è solo la politica. È la traiettoria. È la metamorfosi. -Prima di diventare vicepresidente degli Stati Uniti, Vance è stato il ragazzo dell’Ohio povero, cresciuto in una famiglia disfunzionale tra dipendenze e precarietà. Una storia dura, vera, americana fino al midollo. Con quella storia ha scritto “Hillbilly Elegy”, un memoir che racconta la povertà bianca degli Appalachi, la rabbia sociale, l’abbandono, l’illusione e la disillusione del sogno americano. Quel libro lo rese una voce critica del trumpismo nascente. Perché sì, all’inizio Vance __detestava Trump. Lo definì un pericolo, un imbroglione, persino “l’Hitler americano” in messaggi privati poi resi pubblici. Era l’uomo che vedeva nel populismo un inganno per la stessa classe sociale che diceva di difendere. Poi qualcosa cambia. Vance entra nei circuiti finanziari della Silicon Valley, -frequenta ambienti conservatori sempre più strutturati, -viene sostenuto da grandi donatori. E lentamente riscrive la sua posizione. Non più critico. Non più scettico. Diventa un convertito. E spesso i convertiti sono i più zelanti. Oggi appare politicamente innamorato di Donald Trump. Difende ogni scelta, amplifica ogni linea, incarna la versione più ideologica del trumpismo: nazionalismo economico, retorica identitaria, attacco alle élite… quelle stesse élite che lo hanno formato e lanciato. È una trasformazione che lascia interrogativi. E non perché le persone non possano cambiare idea. Possono, certo. Ma qui non sembra un’evoluzione lenta, sofferta, maturata. - Sembra un riposizionamento chirurgico. Sul piano personale, Vance è sposato con Usha Vance, avvocata di origini indiane, brillante, formata a Yale. Un matrimonio che racconta un’America mescolata, complessa, lontana da certe semplificazioni identitarie che lui stesso oggi alimenta politicamente. Anche questo crea una tensione evidente -tra biografia privata e -narrazione pubblica. Il punto non è attaccare la sua storia di riscatto. Quella merita rispetto. Il punto è un altro: __quando un uomo costruisce la propria credibilità sulla denuncia delle illusioni e poi abbraccia con entusiasmo il leader che prima definiva pericoloso, la domanda non è se abbia cambiato idea. __La domanda è perché. Ambizione? Opportunità? Calcolo? O convinzione autentica? A volte dà l’impressione di essere più trumpiano di Trump, come se dovesse continuamente dimostrare la propria fedeltà. E questo produce una sensazione di artificio. Di bronzo lucidato fino a sembrare oro. JD Vance incarna una figura nuova nella politica americana: __l’intellettuale che diventa populista, __il critico che diventa paladino, __il narratore del disagio che finisce per cavalcarlo. E forse è proprio questa la sua cifra più inquietante: non la rabbia. Non l’ideologia. Ma la capacità di adattarsi al vento senza che sembri mai muoversi. 


 Gloria F. Turacchi.