domenica 15 marzo 2026

... come sonnambuli!! ...

COME SONNAMBULI VERSO LA TERZA GUERRA MONDIALE 


"Stiamo camminando come sonnambuli verso la Terza guerra mondiale, o comunque un conflitto già globale, chiamatelo come preferite. Gli Usa stanno cercando di mettere gli europei sulla difensiva per tirarli dentro. Dovete capirlo e decidere cosa fare. I Paesi membri della Nato potrebbero invocare l’articolo 4 per richiedere consultazioni urgenti sulla guerra, il modo in cui viene condotta e gli obiettivi. È possibile farlo, ad esempio sfruttando i missili lanciati contro la Turchia. Una volta chiariti questi punti, gli europei dovranno decidere se vogliono entrare nel conflitto oppure restarne fuori". 

(Fiona Hill, ex consigliera di Trump e direttrice per l’Europa e la Russia nel Consiglio per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, durante la prima presidenza, da Repubblica). 


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"Le guerre mondiali non si pianificano. Diventano tali per accumulazione. Maturano nella competizione per l’egemonia planetaria, accelerata quando la potenza superiore perde sangue e animo, accendendo le ambizioni degli sfidanti. Finché tutti si convincono che in gioco sia la vita. Spalle al muro, nessuno può permettersi di arretrare. È guerra per la guerra. A scopo e somma zero. Troppe partite considerate esistenziali da chi le ingaggia stanno sfuggendo di mano. E nessun arbitro ha l’autorità per fischiarne la fine. Peggio: l’autorità da cui fino a ieri il mondo si attendeva la prima e ultima parola su pace o guerra - questa America anarco-monarchica, caso unico di accentramento dei poteri pubblici in commistione con privati attorno al presidente monarca - non sa spiegare perché sta combattendo". 

(Lucio Caracciolo, direttore di Limes, su Rerpubblica) 

 Claudio Visani.

... la teoria e la prassi ...

Non esiste il leninismo, il bordighismo, il trotskysmo, il luxemburghismo, come astratta visione strategica staccata dai processi storici concreti in cui quei rivoluzionari del passato hanno operato. Non esiste una teoria che non sia strettamente legata a una prassi rivoluzionaria. Non esiste una "battaglia ideologica" che non nasca dalla necessità di una scelta politica concreta. Trovatemi un solo libro di quei rivoluzionari in cui la teoria è accademia, citazione, scontro fra principi. Troverete sempre in ogni riga l'irrompere del "che fare", in quel momento preciso della storia. Quegli uomini e quelle donne vivevano dentro le contraddizioni del loro tempo e a quella davano le loro risposte. Mettevano la teoria al servizio della prassi rivoluzionaria. Quando Lenin parlava dei sindacati parlava dei sindacati del 1920. Quando parlava del Parlamento parlava della Duma zarista in un paese in cui esisteva ancora la servitù della gleba, e anche le "anime morte" dei contadini si commerciavano. Si può discutere in sede di bilancio storico se "in quel preciso momento" era la posizione giusta o quella sbagliata. Ma è ridicolo, farne una "questione di principio". A meno che non mi dimostriate che il sindacato di oggi o il parlamento di oggi sono la stessa identica cosa del sindacato e del parlamento di 100 anni fa. Così come la discussione sull'autodeterminazione delle nazioni aveva un senso dopo la Prima guerra mondiale con il colonialismo in crisi mortale, la vittoria della Rivoluzione sovietica, sia pure in un paese solo, l'unico imperialismo degno di questo nome, quello inglese, in decadenza. Farne un principio astratto e assoluto della "teoria" oggi dopo una Seconda guerra che ha spazzato via il vecchio ordine mondiale esistente, comprese le colonie e e lo "Stato socialista", significa andare alla coda di Hamas e di Zelensky. O di Putin, se la scelta di quale nazione debba "autodeterminarsi" cade sul Donbass. I processi storici non si fermano un dato giorno di un dato anno e poi tutto rimane immutabile nei secoli a venire. E l'insegnamento di Marx. La scienza ci dice che l'epoca in cui viviamo si identifica col dominio del capitale, che la contraddizione fra capitale e lavoro non può trovare altra soluzione se non con l'abbattimento della classe dominante e l'espropriazione degli espropriatori. Ma la borghesia è classe opportunista per eccellenza, riesce continuamente a cambiare pelle, a cambiare le forme del suo dominio Riesce a sopravvivere alle guerre alle epidemie, alle catastrofi. Pure alle rivoluzioni. La "teoria" ci permette di marcare il percorso, ci permette di fare le scelte necessarie nei tempi in cui viviamo e operiamo. La teoria ci serve per "fare la rivoluzione", vive quando diventa forza materiale, quando marcia sulle gambe di esseri umani concreti che trasformano "lo stato di cose presente". E sono le teste che stanno su quelle gambe, l'esperienza nella prassi degli attori materiali che vivono il processo rivoluzionario, che ne verificano la validità. Che quella teoria la arricchiscono o ne decretano il fallimento. Noi non abbiamo più dirigenti rivoluzionari della statura dei "maestri" del passato non perché la natura è stata avara di "teste pensanti" ma perché si è interrotto il processo rivoluzionario. E senza quello la teoria diviene pura accademia. Scolastica. Chiacchiera da salotto. Filosofia. Ritorneremo a fare teoria quando ritorneremo a fare prassi. Ritorneremo a fare teoria rivoluzionaria quando ritorneremo a mettere in piedi un processo rivoluzionario. E quando avremo l'umiltà di imparare "dall'analisi concreta di una situazione concreta". E l'onestà intellettuale di non nascondere sotto il tappeto i nostri errori, che sono nostri e solo nostri e non di chi ci ha preceduti. 


 Mario Gangarossa.

... due strategie opposte ...

In queste settimane molti guardano gli eventi — droni, mine, attacchi nel Golfo, Erbil, Hormuz — come se fossero episodi isolati. In realtà quello che stiamo vedendo è lo scontro fra due strategie preparate da anni. Da una parte c’è il blocco formato da Israele e Stati Uniti, che oggi agiscono di fatto nello stesso campo strategico. Dall’altra c’è l’Iran, che sa perfettamente di non poter vincere una guerra frontale contro la potenza militare americana. E quindi ha costruito una strategia diversa. Israele e Stati Uniti stanno cercando di smontare il sistema iraniano dall’alto: colpire i vertici dei Pasdaran, eliminare comandanti, sabotare infrastrutture militari e nucleari, indebolire la capacità di coordinamento del regime. Non è necessariamente una guerra per occupare l’Iran, ma una guerra per ridurre la sua capacità di proiettare potenza nella regione. L’Iran invece gioca una partita opposta. Non concentra la forza in un punto solo. La disperde. Missili balistici, droni prodotti in grande quantità, milizie alleate in mezzo Medio Oriente, attacchi indiretti, pressioni sul traffico petrolifero. È una strategia costruita per un obiettivo preciso: rendere il conflitto caotico e globale, così che ogni attacco contro l’Iran produca effetti in tutta la regione. Lo Stretto di Hormuz è la chiave di questa strategia. Lì passa circa un quinto del petrolio mondiale. Non serve minarlo completamente. Basta far capire al mondo che può diventare pericoloso e il traffico si paralizza da solo. È una leva enorme con mezzi relativamente limitati. Per questo vediamo droni nel Golfo, mine navali, attacchi a navi mercantili, tensioni in Iraq, Libano e Yemen. Non sono episodi scollegati: fanno parte di un sistema di pressione costruito nel tempo. La sensazione che “stiano tutti a guardare” nasce proprio da questo equilibrio. In realtà nessuno sta guardando: tutti stanno cercando di non oltrepassare la soglia che trasformerebbe questa crisi in una guerra totale. Per gli Stati Uniti quella soglia è molto chiara. Finché gli attacchi restano limitati — droni, danni a navi, sabotaggi, tensioni regionali — Washington può reagire in modo duro ma contenuto: distruggere basi, colpire unità militari, proteggere il traffico marittimo. Ma esiste un punto oltre il quale la situazione cambierebbe completamente. Se un attacco provocasse un grande numero di morti americani — per esempio in una base militare — oppure se una nave americana importante venisse distrutta con l’equipaggio ucciso, la pressione politica e militare sugli Stati Uniti diventerebbe enorme. A quel punto Washington potrebbe decidere che il costo di non reagire è più alto del rischio di escalation. E allora la guerra cambierebbe scala. In sintesi, quello che stiamo osservando è questo: Israele colpisce per smontare la struttura militare iraniana. L’Iran colpisce per allargare il conflitto e rendere tutto più instabile. Gli Stati Uniti, per ora, cercano di contenere e controllare l’escalation. Ma se un singolo evento superasse quella soglia — morti americani in grande numero o la distruzione di un asset navale americano — la strategia americana potrebbe trasformarsi rapidamente da contenimento a intervento molto più ampio contro l’Iran. Ed è proprio questo equilibrio instabile che rende la situazione nel Golfo Persico una delle più pericolose degli ultimi decenni. 


 Gloria F. Turacchi.

sabato 14 marzo 2026

... bestiali assassini!! ...

Colpire i pozzi per colpire i popoli 

Michele Serra 

 Il petrolio potrà anche essere rimpiazzato da altre fonti di energia. L’acqua no, l’acqua è la condizione stessa della vita, potervi accedere oppure no equivale a sopravvivere e prosperare, o diventare polvere e scomparire. La rete idrica di Gaza è stata uno dei primi obiettivi degli israeliani per annichilire i palestinesi. Le immagini della distruzione di un pozzo agricolo in Cisgiordania, coperto di cemento per impedirne il ripristino, è stata (almeno per me) una delle sequenze visive più strazianti, più feroci della sopraffazione dei coloni invasori ai danni dei contadini e dei pastori indigeni. Dai giganteschi desalinizzatori di acqua marina sulle rive del Golfo Persico dipende l’esistenza dei ricchi Stati della penisola arabica e per questo quegli impianti, assai vulnerabili, sono obiettivi militari di prima grandezza. (Lo spiega molto bene, nella sua newsletter True Blue, Cristina Sivieri Tagliabue). Assetare e affamare la popolazione civile potrebbe diventare, o è già diventata, pratica corrente delle guerre moderne, che come è ampiamente documentato si differenziano da quelle classiche per il coinvolgimento sempre più esteso dei civili (bambini compresi). I civili, lungo i secoli, dovettero temere razzie, violenze e stupri, ma solo al passaggio degli eserciti. O fame e sete solo durante gli assedi. Oggi la presenza materiale degli eserciti è appena un aspetto del potere di distruzione della guerra, e forse non il più micidiale. Colpire i pozzi, o avvelenarli. Colpire i popoli, dunque, non più solo gli eserciti. La guerra moderna è genocida per potenza tecnologica e, viene da dire, per vocazione culturale. 

 Maurizio Migliarini.

... DEFAULT, NANA SCHIFOSA!! ...

L’ITALIA AL BIVIO DEL 2026: CRONACA DI UN DISASTRO ANNUNCIATO... E IL DEFAULT CHE CI ATTENDE! 


Mentre la propaganda di Palazzo continua a vendere un’Italia "in salute", i dati degli analisti e la realtà delle strade raccontano una storia molto diversa. Siamo di fronte a una gestione politica che somiglia tragicamente a quella di un bambino che ha trovato il barattolo della marmellata: il PNRR....Ricevuto in eredità grazie al governo Conte, il Piano era l’ultima chiamata per modernizzare un Paese asfittico. Invece, stiamo assistendo a uno sperpero sistemico. Secondo gli ultimi rapporti della Corte dei Conti, siamo in una "corsa disperata" contro il tempo: oltre il 50% delle risorse deve ancora essere speso entro la scadenza del 2026. E come vengono usate? Tra progetti risibili, infrastrutture fantasma e l’ossessione per il Ponte sullo Stretto, mentre i nostri acquedotti perdono il 42% dell'acqua potabile e le ferrovie regionali restano da terzo mondo. Ma il vero dramma è la crisi sociale. Ecco i fatti che non vi dicono: POVERTÀ E DISUGUAGLIANZA: Secondo i dati Istat e Oxfam del 2025, la povertà assoluta morde quasi 6 milioni di cittadini. Eppure, le banche e i grandi gruppi di capitale hanno registrato profitti record. Il lavoro è diventato un "optional" sottopagato: mentre i salari reali restano al palo, la ricchezza si concentra nelle mani del 5% più ricco, protetto da politiche che favoriscono la rendita anziché il benessere comune. SANITÀ E SCUOLA: Il Servizio Sanitario Nazionale è in codice rosso. La spesa sanitaria rispetto al PIL è prevista in calo fino al 5,9% nei prossimi anni (dati Lancet/MEF). Si finanziano le strutture private mentre le liste d’attesa diventano infinite e medici e infermieri fuggono all’estero. La scuola, anziché essere il motore dell'innovazione, viene lasciata all’osso, priva di visione e risorse. INTERESSI STRANIERI E RISCHIO DEFAULT: Questo governo agisce come un terminale di interessi d’oltreatlantico, dimenticando la protezione dei nostri asset strategici. Con un debito pubblico proiettato verso il 140% del PIL e la fine dei fondi europei nel 2026, il rischio di un "crunch" finanziario è reale. Quando dovremo restituire i prestiti del PNRR senza aver generato crescita reale, chi pagherà il conto? Siamo su un treno ad alta velocità che punta dritto contro un muro di cemento armato. Non è "prudenza finanziaria", è cecità ideologica. Il 2026 non è una data sul calendario, è l'orizzonte del nostro possibile default, sociale prima ancora che economico. È ora di smettere di guardare le slide dei ministri e iniziare a guardare i conti della serva: l’Italia è stata svenduta, e il futuro è il prezzo del riscatto. L’ITALIA DEI DECRETI FANTASMA: IL CAPOLINEA DEL 2026 È QUI: Se guardiamo dentro i faldoni legislativi di questo governo, ciò che emerge è un disegno lucido di smantellamento dello Stato a favore di lobby, banche e interessi esteri. Hanno trovato il PNRR pieno di risorse e lo stanno svuotando come un barattolo di marmellata, lasciando solo i cocci da pagare per le prossime generazioni. Ecco la radiografia del disastro attraverso i loro stessi atti: PNRR: IL FALLIMENTO CERTIFICATO (DL PNRR-bis 2026) Mentre il Paese affonda, l'ultimo Decreto PNRR (marzo 2026) è l'ammissione di colpa: sono costretti a correre per non perdere 110 miliardi di euro che non sanno come spendere. Hanno ottenuto proroghe tecniche oltre la scadenza del 31 dicembre 2026 per la rendicontazione, ma la realtà è che il ritmo di spesa è meno della metà del previsto. Il 2026 non sarà l'anno del rilancio, ma l'anno in cui inizieremo a restituire i debiti di opere che non abbiamo mai visto. IL PONTE DEI MIRACOLI E LE STRADE CHE CROLLANO (DL Infrastrutture 2025/26) Con il Decreto Infrastrutture, hanno blindato 13,5 miliardi di euro per il Ponte sullo Stretto, nonostante il parere della Ragioneria Generale dello Stato (marzo 2026) che ha rimandato il testo al mittente per "costi che non tornano". Intanto, il resto d'Italia è un colabrodo: lo stesso decreto concede deroghe ai subappalti e "incentivi tecnici" ai dirigenti, mentre i pendolari viaggiano su binari dell'Ottocento e le reti idriche perdono il 42% dell'acqua. SANITÀ E SCUOLA: LO SMANTELLAMENTO (Legge di Bilancio 2026 e DL Liste d'Attesa) La spesa sanitaria è al minimo storico rispetto al PIL (scesa sotto la soglia critica del 6%). Il DL Liste d'Attesa è stato fumo negli occhi: non hanno assunto personale, hanno solo "scudato" penalmente i medici per coprire le carenze del sistema. Risultato? Finanziano il privato convenzionato mentre 6 milioni di italiani rinunciano alle cure. E la scuola? Il DL Istruzione 2025 ha confermato il taglio cronico alla ricerca e il definanziamento degli atenei, spingendo i nostri giovani migliori verso l'aeroporto. CAPITALISMO DI RENDITA E SERVITÙ GEOPOLITICA Mentre i salari reali sono i più bassi d'Europa, le banche brindano a profitti record protette da una politica fiscale che colpisce il lavoro e premia la rendita finanziaria. Tutto questo mentre il governo gioca a fare il vassallo dell'America, trascinandoci in dinamiche belliche che drenano risorse dal welfare verso la difesa. L'Italia rischia il default sociale. Quando la giostra del PNRR si fermerà, nel 2026, ci ritroveremo con il debito sulle spalle, le infrastrutture a pezzi e una sanità solo per chi può pagare. Non è incompetenza, è un saccheggio legalizzato. Basta propaganda. Guardate i decreti, guardate i vostri conti, guardate il vostro futuro. 

Karima Angiolina Campanelli

... Giulio Cavalli ...

(il mio #buongiorno per Left) 


 Il Teatro Franco Parenti di Milano ha ospitato ieri il comizio più rivelatore della campagna referendaria: rivelatore non per gli argomenti ma per il contorno. Meloni aveva dichiarato di non voler personalizzare il voto: il partito aveva tolto nome e simbolo dai manifesti. Ieri quella scelta è finita. Lega e Forza Italia erano altrove, il Corriere della Sera ha letto l’assenza come smarcamento davanti ai sondaggi. Gli alleati cedono il palco. Il teatro lo ha concesso Andrée Ruth Shammah, direttrice accusata di lettura filo-israeliana su Gaza, nome fatto circolare da La Russa per le comunali milanesi, offerta declinata. La destra la corteggia e lei il teatro lo ha aperto. Sul palco è salito Orazio Maurizio Musumeci, che aveva annunciato sui social di essere in partenza per incontrare Meloni, riuscendo ad avvicinarsi, consegnarle un libro e chiederle le dimissioni di Mattarella. Il ministro Piantedosi, responsabile della sua sicurezza, non ha commentato. FdI registra circa due punti di calo da inizio anno, i sondaggi danno il no avanti al 52%. Meloni ha detto che se la riforma non passa stavolta non ci sarà un’altra occasione. Argomento riconoscibile. Il finale ha cambiato registro: immigrati illegali, stupratori, pedofili e spacciatori rimessi in libertà, antagonisti che devastano le stazioni senza conseguenze giudiziarie. Il catalogo del terrore domestico, a dieci giorni dal voto. Non è più una campagna su una riforma costituzionale. È una promessa di paura. Quando si misurano i consensi con l’elenco dei nemici interni, il segnale non riguarda la giustizia; riguarda se stessi.
Ed in estrema sintesi: se la Costituzione ci ha salvato ieri dalla guerra, grazie all'art.11...ora salviamo NOI la Costituzione dalle grinfie dei "quattro dell'Apocalisse" votando #NO. 

Tutti a Roma per la manifestazione che partirà, significativamente, da Piazza della Repubblica alle ore 14:00 di oggi 14 marzo 2026. 

Perché #NOÈNO

venerdì 13 marzo 2026

... la meloni delira! ...

Ieri, nel pieno del suo delirio alla Camera dei Deputati, Giorgia Meloni ha paragonato i bombardamenti americani sull’Iran alla liberazione dell’Europa dal nazifascismo: “Dite viva gli americani che hanno liberato l’Italia dal nazifascismo, ma poi dite no agli americani che liberano dalla dittatura in altre parti del mondo”. Avete capito bene. E ha accusato chi non è d’accordo di “strabismo”. Allora, siccome evidentemente a Palazzo Chigi i libri di storia li usano come sottobicchieri, proviamo a rinfrescare la memoria alla Presidente del Consiglio. Primo: nel 1939 la Germania nazista invase la Polonia. Poi la Danimarca. Poi la Norvegia. Poi il Belgio, l’Olanda, il Lussemburgo, la Francia. Poi la Jugoslavia, la Grecia. Poi l’Unione Sovietica, la Lituania, la Lettonia, l’Estonia. L’Italia fascista, quella che Meloni tanto ammirava, aveva invaso l’Etiopia, l’Albania, la Grecia, l’Egitto, la Somalia britannica. Mezzo mondo, praticamente. L’Iran, nel 2026, ha invaso: nessuno. Proprio nessuno. L’ultima guerra combattuta dall’Iran risale al 1980 e fu l’Iran a essere invaso dall’Iraq di Saddam Hussein, col sostegno degli Stati Uniti. Da allora l’Iran non ha varcato un confine, neanche per un picnic. Ma per la Presidente del Consiglio della Repubblica italiana è la stessa situazione. Identica. Secondo: gli Stati Uniti entrarono nella Seconda guerra mondiale il 7 dicembre 1941. Sapete perché? Perché il Giappone li attaccò direttamente, bombardando la base di Pearl Harbor e ammazzando 2.403 americani in un mattino. Gli Stati Uniti, allora, decisero di entrare nel conflitto in risposta. Il 28 febbraio 2026, invece, sono stati gli americani e gli israeliani ad attaccare per primi. L’Iran non aveva toccato un soldato americano, un cittadino americano. Ma per Meloni è uguale. Terzo: dire che bombardiamo l’Iran per liberare un popolo dalla dittatura è una favola. Allora quando iniziamo con l’Arabia Saudita? Perché in Arabia Saudita i dissidenti vengono fatti a pezzi nei consolati e le esecuzioni pubbliche sono un programma settimanale. Ma l’Arabia Saudita è un alleato, quindi quella è dittatura buona. E gli Emirati Arabi? E il Qatar? E la Russia? E mezza Africa? E mezza Asia? Se il criterio è “bombardiamo le dittature”, allora dovremmo bombardare mezzo pianeta. Dovremmo bombardare gli alleati più stretti degli Stati Uniti. Dovremmo iniziare dall’Arabia Saudita e finire chissà dove. Ma non lo si fa. Non lo si è mai fatto. E non lo si farà mai. Perché le guerre non si fanno per la democrazia. Si fanno per il petrolio, per il gas, per il controllo delle risorse. Fine. Quarto: a quei tempi, la Carta ONU che regola l’uso della forza nemmeno esisteva. Fu scritta nel 1945, dopo la guerra, proprio per dire: mai più. Mai più guerre di aggressione. Ricapitolando: ha confuso Pearl Harbor, 2.403 americani ammazzati in un mattino, con un attacco a un Paese che in quegli stessi istanti stava negoziando un accordo diplomatico. Ha confuso un mondo in cui la Carta dell’ONU non esisteva con un mondo in cui esiste e dice che quello che stanno USA e Israele stanno facendo è illegale. Ha confuso venti Paesi invasi con zero Paesi invasi. E lo ha fatto con la sicurezza di chi è convinta di aver appena demolito l’avversario. In pratica è come se uno si presentasse a un esame di storia, confondesse Napoleone con Topolino, scambiasse Waterloo con Disneyland e poi si alzasse in piedi convinto di aver preso trenta e lode. 

Ecco, quella è Giorgia Meloni ieri alla Camera. E l’esame non l’ha ancora capito.