giovedì 5 febbraio 2026

... controllo referti ...

... nel pomeriggio controllo dei referti per gli esami di Maria Rosa in vista dell'operazione all'alluce valgo ... e domani mattina iniezione intravitreale anche per lei!

... capra, capra!!! ...

Fermi tutti. Fermi tutti perché qui abbiamo una vincitrice. L'unica, inimitabile, insuperabile Susanna Ceccardi. Signori questa non sa nulla di nulla. Ma proprio nulla. Nemmeno i principi base della democrazia e dell'elezione di un qualunque Presidente di una assemblea. Anche della bocciofila sotto casa. Ieri, a L’aria che tira su La7, il noto matematico, scrittore ed opinionista Piergiorgio Odifreddi ha ricordato il 12 aprile del 1973, quando durante una manifestazione neof@scista, guarda caso guidata da un giovane La Russa, morì l’agente Antonio Marino. La tesi di Odifreddi, ribaltando le corbellerie della destra dopo le violenze di Torino che vorrebbe la sinistra complice dei violenti, era quella di dipingere La Russa, come mandante morale di quella violenza. A quel punto interviene la sdegnata Ceccardi, europarlamentare leghista che sbotta: "Quindi Mattarella ha dato l’incarico di presidente del Senato a un omicida?". Mattarella? Mattarella? Ma Mattarella al più un incarico lo ha dato alla Meloni per formare il governo, poiché questo prevede la nostra Costituzione. Maledetta capra ignorante. Il Presidente del Senato, cara insipida e ignorante oca giuliva, come qualunque Presidente di qualunque assemblea viene eletto dall'assemblea stessa. Nel caso del presidente del Senato appunto, dai senatori stessi, a scrutinio segreto. E Mattarella non c'entra nulla. Ma proprio nullaaaaaaaaaaa! Ma può una capra come questa sedere nel Parlamento Europeo e ignorare cose che neanche il più svogliato studente di educazione civica ignora? Senza parole. Totalmente senza parole! 

Mario Imbimbo.
L’ultimo poliziotto ucciso in una manifestazione in Italia si chiamava Antonio Marino.

 IL GIOVEDÌ NERO 

Aveva 22 anni. Era il 12 aprile 1973. Morì a Milano, durante un corteo non autorizzato. A ucciderlo fu una bomba a mano lanciata da due militanti neofascisti, Vittorio Loi e Maurizio Murelli, poi condannati per quell’omicidio. In quella stessa piazza, tra i leader della manifestazione, figuravano anche Ignazio La Russa, oggi Presidente del Senato, e suo fratello Romano. La manifestazione del 12 aprile 1973 fu promossa dal Movimento Sociale Italiano (MSI) e dal suo Fronte della Gioventù, con l’obiettivo dichiarato di protestare contro la cosiddetta “violenza rossa”. Era stata vietata dalla Questura per gravi motivi di ordine pubblico, ma venne comunque portata avanti. Da lì partirono scontri, assalti alle forze dell’ordine, lanci di ordigni. Antonio Marino era un ragazzo del Sud, in Polizia da poco tempo. Quel giorno stava facendo servizio come migliaia di altri agenti negli anni di piombo: tenere una linea fragile tra politica e guerra di strada. Una di quelle bombe lo colpì in pieno. Morì poche ore dopo al Fatebenefratelli. Di lui si è parlato poco, molto meno di altri morti di quegli anni. Eppure, a oggi, Antonio Marino resta l’ultimo appartenente alle forze dell’ordine ucciso in Italia durante una manifestazione di piazza. Ricordarlo non è questione di parte. È questione di verità storica. E fa un certo effetto pensare che oggi, nelle più alte cariche dello Stato, sieda chi quella piazza la guidava, mentre il nome di un ragazzo di 22 anni fatica ancora a trovare spazio nella memoria pubblica. La storia non passa: cambia solo il modo in cui scegliamo di raccontarla... O di rimuoverla. 

 Francesco Iovino.

... undicesima puntura! ...

... con stamane ho finito la serie di tre punture!

mercoledì 4 febbraio 2026

... un commento ...

Riporto qui di seguito il commento di Alberto Graziani, un economista serio e che ha il grande dono della chiarezza, al discorso di Mario Draghi. Sono sicuro che apprezzerai, in particolare i riferimenti alla difesa in quanto componente fondamentale della costruzione di un'Europa federalista: La domanda da cui prende avvio la riflessione di Mario Draghi è semplice. In una fase politica che evolve con una rapidità inedita, l’Europa deve porsi una domanda essenziale: che cosa possiamo fare per non essere travolti dagli eventi? Le priorità sono due: la difesa e la crescita. La difesa, perché è ormai evidente che nessuno continuerà a garantirci sicurezza gratuitamente, o anche solo a farlo con la prevedibilità del passato. Quel mondo, durato ottant’anni, è finito — e probabilmente sarebbe finito comunque, anche senza Donald Trump. Nessun Paese europeo, nemmeno la Germania, ha però dimensioni e risorse sufficienti per difendersi da solo. Non solo perché la difesa è costosa, ma perché lo è ancora di più quando i sistemi d’arma non sono integrati. Gli Stati Uniti dispongono da soli di un numero di aerei da combattimento pari a quello di tutti i Paesi europei della NATO messi insieme; a differenza dell’Europa, però, li concentrano su un numero molto ridotto di modelli, con enormi risparmi di costo ed evidenti guadagni di efficienza, dalla manutenzione alla gestione dei pezzi di ricambio. Una difesa comune europea realmente efficiente può essere costruita solo finanziandola con debito comune. L’emissione di titoli europei non serve perché “qualcun altro” ripagherà il debito, ma perché vincola i Paesi a muoversi insieme, coordinando acquisti e investimenti ed evitando duplicazioni. È questo che rende possibile costruire sistemi d’arma interoperabili, capaci di “parlarsi” tra loro. Valutare il debito comune sotto l’aspetto puramente economico, come combinazione convessa dei debiti nazionali, che ogni investitore, in un mercato concorrenziale, può già replicare nel suo portafoglio e che quindi non riduce il costo medio, ma potenzialmente aumenta il costo della quota che resta agli stati nazionali, e’ una lettura completamente fuorviante. Il problema non è questo. È sicuramente una preoccupazione comprensibile, che affonda le radici nei negoziati sul PNRR, quando l’allora governo italiano sosteneva — erroneamente — che grazie al PNRR l’Italia avrebbe ricevuto risorse senza aumentare il proprio debito, perché il debito comune sarebbe stato ripagato dall’Unione. Un’affermazione sbagliata, che ha rafforzato i timori di alcuni Stati. In realtà, i benefici del debito comune non derivano dal fatto che qualcuno paghi al posto nostro, ma dal fatto, ben più importante, che esso costringe i Paesi europei a coordinarsi. E’ un beneficio metaeconomico, politico, dei singoli Stati e dell’Unione nel suo insieme. Ma ancora più importante della difesa — perché ne è la condizione necessaria — è la crescita. Come ha ricordato con forza Mario Draghi, il principale motivo del divario di crescita tra Stati Uniti ed Europa negli ultimi trent’anni è il cronico sotto-investimento europeo in ricerca e sviluppo. Escludendo il settore tecnologico, le due economie si equivalgono. L’economia europea è tutt’altro che un cimitero degli elefanti. I settori nei quali l’Europa ha perso terreno sono sempre gli stessi: quelli a più alta produttività. Negli anni Novanta è stato internet; oggi è l’intelligenza artificiale. Eppure l’Europa dispone della scala necessaria e delle tecnologie per reagire. Il vero ostacolo non è la mancanza di mezzi, ma l’incapacità di agire come un soggetto unitario: una somma di veti non può essere una potenza. Serve un federalismo pragmatico, concentrato su poche leve decisive — difesa, energia, tecnologia. L’unità europea non nasce dai proclami, ma dall’azione comune. Agendo si diventa uniti e non il contrario. Recuperare il tempo perduto non significa necessariamente imparare a produrre chip come Nvidia o costruire nuovi grandi modelli linguistici. Esiste uno spazio enorme — e un vantaggio comparato europeo — nell’applicazione dei modelli di intelligenza artificiale già esistenti al sistema produttivo europeo, fatto di imprese manifatturiere, servizi avanzati e catene del valore complesse. L’Unione Europea investe in R&S meno degli Stati Uniti (circa il 2,2 per cento del PIL contro il 3,5) e meno anche della Cina (2,8). Per investire quanto gli Stati Uniti sarebbe necessario spendere circa 500 miliardi di euro in più all’anno. Una cifra che, significativamente, corrisponde più o meno al risparmio che ogni anno l’Europa “esporta”, cioè investe nel resto del mondo anziché all’interno dell’Unione. Il problema, dunque, non è la mancanza di risorse, ma l’incapacità di creare le condizioni perché quelle risorse vengano investite in Europa. Il risparmio investito all’interno, oltre a dotare i cittadini europei di preziose infrastrutture, riequilibrerebbe gli attuali squilibri commerciali senza ricorrere a strumenti protezionistici inutili e dannosi. Oggi un imprenditore italiano o tedesco che voglia far crescere la propria impresa su scala europea è costretto a creare fino a 27 società diverse, una per ciascun Paese membro. Ciò comporta costi fissi elevatissimi — legali, fiscali, amministrativi — che spesso rendono l’impresa non redditizia prima ancora di aver raggiunto una dimensione significativa. Negli Stati Uniti, al contrario, una singola registrazione consente in poche ore di operare sull’intero mercato nazionale. Per questo, come ha di nuovo sottolineato Draghi, la risposta più concreta che l’Europa può dare a un contesto geopolitico instabile e a leadership americane imprevedibili è accelerare il passaggio da una confederazione ad un “federalismo pragmatico”. Non è solo una priorità d’ordine economico ma principalmente un obiettivo strategico. Se questo principio mancherà di affermarsi, l’Europa politica non si farà, per limiti d’ordine economico, per carenza di risorse. 

Alberto Graziani 

 • Guido Errera.

... un nuovo partito! ...

Ma davvero qualcuno è rimasto sorpreso? Bisognava essere dei geni della politica per capire che il Generale Vannacci – uno che ha basato la sua intera carriera sulla strategia per comandare e su un ego ipertrofico e che in più è anche un incursore (andatevi a cercare cosa vuole dire diventare incursore) – non avrebbe mai fatto il valletto a un Salvini ormai politicamente al tramonto. Il deposito del simbolo "Futuro Nazionale" non è solo un atto burocratico, è l’ultimo chiodo sulla bara della Lega "nazionale". Quel progetto sgangherato che pretendeva di unire i padani e i meridionali sotto una felpa è ufficialmente defunto, divorato dall'interno. Salvini ha commesso l’errore tattico più banale della storia: ha messo una volpe nel pollaio sperando che gli portasse le uova, e invece la volpe si sta mangiando il pollaio, il contadino e pure la staccionata. Mentre la Lega rischia di ridursi a un prefisso telefonico, travasando i voti più estremi verso il Generale, Giorgia Meloni osserva l'orizzonte con un nervosismo mal celato. Vannacci è il suo specchio di dieci anni fa: dice le cattiverie che lei non può più permettersi perché ora deve fare la "buona" con Bruxelles e Washington. Lui è il nuovo "duro e puro" pronto a scipparle i delusi che non si accontentano dei sorrisi istituzionali. Il Generale ha capito perfettamente il gioco. Sa che in Italia esiste una prateria di gente che sogna l’uomo forte, quello che "parla chiaro" e calpesta il politicamente corretto con i cingolati. Il risultato sarà una destra spaccata, una polveriera tra moderati immaginari, sovranisti di governo e questi nuovi paladini del mondo al contrario. Ci aspetta un caos totale, una guerra tra poveri di idee che ci regalerà una campagna elettorale fatta di slogan da bar e zero soluzioni concrete. Ma d’altronde, in un Paese che preferisce i pamphlet identitari ai programmi economici seri, questo è esattamente lo spettacolo che ci meritiamo. Prepariamo i popcorn: la destra sta per mangiarsi viva da sola e il finale non sarà piacevole per nessuno. 

Ps: Comunque meno peggio Vannacci di Meloni! Almeno lui per una vita intera ha lavorato davvero ed ha pure un paio di lauree. 

 #Vannacci #Lega #Meloni #FuturoNazionale #PoliticaItaliana #CheDisastro 

 Fabrizio Uda.

... Brunovespismo!! ...

A 𝐂𝐢𝐧𝐪𝐮𝐞 𝐦𝐢𝐧𝐮𝐭𝐢 𝐝𝐢 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐚𝐠𝐚𝐧𝐝𝐚: 𝐕𝐞𝐬𝐩𝐚 𝐜𝐚𝐧𝐜𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐢 𝐟𝐚𝐭𝐭𝐢 𝐞 𝐝𝐢𝐬𝐭𝐫𝐢𝐛𝐮𝐢𝐬𝐜𝐞 𝐜𝐨𝐥𝐩𝐞 


il buongiorno di Giulio Cavalli 


Quei cinque minuti dicono molto più di quanto sembrino. Dicono cosa diventa il servizio pubblico quando smette di fare domande e comincia a distribuire colpe. “Cinque minuti”, Bruno Vespa trasforma un’intervista ad Angelo Bonelli in un processo sommario: la violenza di Torino diventa una clava retorica, la complessità scompare, la distinzione tra chi manifesta e chi devasta viene azzerata. Lo segnala con parole nette Roberto Natale, consigliere Rai, parlando di “livorosa faziosità” e di assenza totale di volontà nel ricostruire i fatti nel loro svolgimento reale. È un’accusa pesante perché chiama in causa il cuore del mandato del servizio pubblico: informare, contestualizzare, evitare scorciatoie. Qui accade l’opposto. Si insinua una corresponsabilità politica per semplice contiguità, si forza il nesso tra libertà di manifestare e violenza, si alza la voce per chiudere il campo. Il risultato è una narrazione che oscura la realtà. A Torino decine di migliaia di persone hanno manifestato pacificamente; alcune migliaia si sono infiltrate e hanno provocato violenze da condannare. Quel dato sparisce. Resta l’equazione utile a chi governa e prepara nuove strette sul diritto di dissentire. Quando il conduttore si fa megafono di quella linea, il danno supera il singolo format: scredita la Rai e allontana pubblico verso altre fonti, come avverte Natale. link all'articolo nel primo commento Non è una questione di toni o di stili televisivi. È una questione di metodo e responsabilità. In cinque minuti si può scegliere di fare giornalismo o propaganda. Qui la scelta è stata evidente. E il servizio pubblico, ancora una volta, paga il prezzo di una scorciatoia che scambia il contraddittorio con l’accusa.

martedì 3 febbraio 2026

... a chi giova? ...

Ogni disastro è un servizio fotografico gratuito, ma solo se è a proprio favore. 


Testo di Natalino Balasso 


… Avrei voluto anch’io scrivere una bella cosa strappalacrime sul fatto che i poliziotti hanno famiglia. Avrei davvero voluto ignorare i fatti, come ha fatto Libero, come hanno fatto altri giornali, indicare anche i nomi delle figlie del poliziotto colpito da un martelletto, come ha fatto Repubblica. Avrei voluto far finta di niente, come fa la così detta sinistra italiana, che si mette dalla parte del governo contro manifestanti di cui fa finta di non saper niente. Ma non posso. Se vuoi cercare la verità devi partire dall’inizio e non fare come la presidento, che si precipita all’ospedale… “podevo mancà?”. Laddove invece poteva benissimo mancare e per ben due settimane dalla Sicilia, dove sta scomparendo un pezzo di territorio; perché sarà anche vero, come si dice in House of Card edizione anni ‘70 che “Ogni disastro è un servizio fotografico gratuito”, ma là c’era odor di contestazioni. Certo, qua non podeva mancà perché lo spottone è garantito: criminali, tentato omigidio e tutti gli accessori garantiti. I suoi giornali scrivono “Arrestateli tutti”, ma tutti chi? Quelli che puntualmente vengono lasciati passare proprio perché succeda quello che è successo? Collegare un tentato omicidio a una pacifica manifestazione di protesta, incasellando l’opposizione dentro questo racconto è un’occasione troppo ghiotta. Al punto che l’opposizione, che da anni ormai si caga in mano, sta subito dalla parte di questo racconto davvero fantasioso. Se io faccio una manifestazione e voglio quindi manifestare il mio dissenso o la mia adesione a un’idea, so benissimo (a meno che io non sia un cretino totale) che l’ultima cosa che devo fare è andare a picchiare i poliziotti. Primo perché loro sono armati e mi farò molto male, secondo perché quest’azione racconta esattamente il contrario del motivo per cui sto protestando. A meno che… A meno che il mio scopo in realtà non sia la manifestazione, ma esattamente questo scontro. A meno che io non faccia parte di un gruppo talmente anonimo, che nemmeno si sa se ci siano dentro anche dei poliziotti, visto che se faccio parte di questo gruppo anonimo, passo tranquillamente qualsiasi controllo, armato di spranghe, martelletti e ferramenta varia; al contrario delle famigliole che si sono fatte ore di treno e vengono perquisite, neonati compresi. È davvero monocorde il giornalismo italiano, a parte rare eccezioni, perché io so tutto del poliziotto colpito col martelletto, ma non so niente del ragazzo che poco prima era stato manganellato senza pietà e lasciato a terra. Repubblica non ha raccontato dei pronto soccorso che hanno curato decine e decine di persone colpite dai poliziotti. Gente presa a manganellate nei momenti precedenti, gente inoffensiva, pacifica. Ho visto delle riprese, ma non su Repubblica. Certo, voi mi direte, ma un video non dimostra niente. È per questo che non voglio parlare di quei video, ma io vi chiedo: se un video non dimostra niente, perché invece il video del poliziotto lo vedo dappertutto e dimostra tutto a tutti? Dunque, a chi serve, a chi è servita quella violenza su un poliziotto, se non ai giornali che hanno scritto “arrestateli tutti”? A chi è servita se non a questo governo che racconta di beccare i taccheggiatori coi blindati anfibi? A chi interessa avvicinare così tanto i poliziotti ai manifestanti che, riempiti di lacrimogeni, diventano un’unica fumosa nebbia avvolta di criminalità, nella quale si può pestare chiunque con la scusa del blocco nero, che nessuno sa da chi sia formato se non proprio la polizia? Quando i facinorosi, amici di questo governo, sprangavano gli studenti, scrivevate che qualche mattacchione non può essere assimilato a questa destra così tanto democratica. Ora scrivete arrestateli tutti come se chi dissente rappresentasse un popolo di criminali. Che la stessa gente che riesce a ignorare settantuno mila morti palestinesi (per dire solo quelli uccisi da armi) non si vergogni, l’abbiamo capito; ma che la gente intelligente dorma così tanto è davvero triste.