giovedì 26 febbraio 2026

... Poveri Fascisti!!! ...

C’è un’aria strana, un’aria di sventura che perseguita il Potere. Avete notato? Non è sfortuna, no.. è una specie di accanimento terapeutico del destino. È il karma che ha deciso di dare un appuntamento collettivo a questa destra che fa la gara a chi fa la figuraccia più grossa, scatenando l'ilarità di chi ancora ha il coraggio di stare a guardare. C’è la seconda carica dello Stato, il presidente del Senato, che smette i panni istituzionali per farsi agente teatrale: lancia un appello video, si accalora, chiede a Conti il risarcimento per il comico Pucci. Perché si sa, le priorità della nazione oggi si risolvono così: tra un videomessaggio social e la difesa dello sketch. Ma è solo l'inizio. Perché poi arriva la realtà, quella che non risponde ai comandi. C’è il caso di Rogoredo, dove il destino - quel gran bastardo - fa confessare il poliziotto e sbriciola la narrazione dell'eroismo da copertina su cui la premier e il suo vice avevano giurato "senza se e senza ma". E mentre loro cantano l'inno dell'ordine, ecco che spuntano altri ventuno eroi, indagati per aver confuso la difesa della patria con uno shopping compulsivo alla Coin. Ma loro odiano le intercettazioni, lo sapete? Perché la verità registrata è un fastidio, è un rumore di fondo che rovina la propaganda. C’è un ministro Nordio che spara assurdità con la sicurezza di un filosofo del diritto, finché la Lega - proprio la Lega! - non lo strattona per la giacca dicendo: "Taci, che fai solo danni!".. praticamente figuraccia di Nordio e dell'esponente leghista. E il Presidente della Repubblica deve correre al CSM a chiedere il rispetto, come si chiede un po' di silenzio in un condominio troppo rumoroso. E mentre si giocano il tutto per tutto con una riforma che vorrebbe fare un lifting alla Costituzione per renderla più "comoda", i sondaggi gli dicono che il "NO" corre e i giovani rispondono con un "NO" che sembra un muro di cemento. Ma il tocco di classe, la sberla morale del destino, arriva sul palco di Sanremo. La serata della "Repupplica" con due P, la gaffe perfetta per un'estetica del refuso. E lì compare lei, Gianna Pratesi. Centocinque anni di lucidità contro un secolo di amnesie. Ti guarda e ti dice, con quella semplicità che fa tremare i palazzi: "Noi eravamo di sinistra. Abbiamo votato Repubblica". E poi, con quel gesto della mano che cancella decenni di retorica, fa un bel "ciao ciao" ai fascisti. Dalla platea una ovazione! Capite? Non è politica. È il bagnato su cui piove. È il karma che ti restituisce gli scontrini. È la storia che, quando provi a chiuderla in un cassetto, scappa fuori da un televisore a colori e ti fa la linguaccia. 
E' proprio il caso di dirlo: Piove, governo ladro! 

 Mauro David.

... Appello per il NO! ...

L’Anpi ha lanciato un importante appello pubblico per prendere ufficialmente posizione a favore del No al Referendum e difendere la Costituzione repubblicana e antifascista - per dirla con Gianna Pratesi. Tra i firmatari ci sono alcune delle persone che più stimo in questo Paese: Tomaso Montanari, Pif, Elio Germano, Maurizio De Giovanni, Ottavia Piccolo, Paolo Fresu, Daniele Silvestri, Gad Lerner e moltissimi altri. Altissime le parole con cui hanno motivato questo appello: 

“Noi voteremo NO al referendum perché la legge di riforma, che cambia la Costituzione, colpisce la divisione dei poteri, frammentando l’organo di autogoverno, cioè il Consiglio Superiore della Magistratura, sminuendone le funzioni e indebolendo di conseguenza l’autonomia e l’indipendenza della Magistratura. La riforma prevede la divisione in due del Consiglio Superiore della Magistratura, uno per la Magistratura giudicante e l’altro per i Pubblici Ministeri. Per di più i magistrati componenti di ciascun CSM sarebbero estratti a sorte, una scelta umiliante che prescinde dal consenso e dal merito, mentre la formazione dei rappresentanti politici del CSM avverrebbe attraverso un meccanismo di fatto pilotato dalla maggioranza di governo. Inoltre la riforma prevede anche un’Alta Corte, con analoghi meccanismi di formazione dei componenti, ancora più sbilanciati a favore del governo. Il risultato finale sarebbe, in sostanza, un colpo alla Magistratura e un aumento di potere del governo. Del resto è stata proprio la Presidente del Consiglio ad affermare che questa riforma è “la risposta più adeguata a una intollerabile invadenza che non fermerà l’azione di governo. (…) Così si metterebbe a rischio proprio la Costituzione quando dispone che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge. Insomma, vogliono cambiare la Costituzione per dare più potere al governo. Noi pensiamo invece che occorra riformare la giustizia per far rispettare la Costituzione e fornire a tutti i cittadini, soprattutto ai più deboli, la garanzia di una uguaglianza reale – e non solo formale – di fronte alla legge.“ 

Al di là delle parole (perfette), voglio ringraziare ognuno di loro per averci messo la faccia e la testa. 
 Di questi tempi non è affatto scontato. 

 Lorenzo Tosa

... sempre tutto uguale! ...

𝐂𝐚𝐩𝐢𝐭𝐚𝐥𝐢𝐬𝐦𝐨 𝐝𝐢𝐠𝐢𝐭𝐚𝐥𝐞, 𝐬𝐟𝐫𝐮𝐭𝐭𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐚𝐧𝐚𝐥𝐨𝐠𝐢𝐜𝐨 


Il buongiorno di Giulio Cavalli 

Dopo Foodinho, ora Deliveroo. Ancora la Procura di Milano. Ancora un fascicolo che scoperchia un settore raccontato per anni come laboratorio di modernità e che invece mostra crepe antiche. Il lavoro dei rider torna sotto indagine con un’accusa che pesa: sfruttamento sistemico, fino all’ipotesi di caporalato. Non è una sorpresa. Negli ultimi mesi un provvedimento analogo ha riguardato Glovo. Già nel 2020 la Procura milanese aveva aperto un fronte giudiziario sostenendo che quei lavoratori non potessero essere qualificati come autonomi quando turni, tempi, penalità e compensi erano di fatto eterodiretti dagli algoritmi. Quelle decisioni imposero il versamento dei contributi e una parziale ridefinizione dei diritti. Un argine, almeno sulla carta. La novità sta nel salto di qualità dell’impostazione accusatoria. Non più soltanto la qualificazione del rapporto di lavoro ma la contestazione di un sistema organizzato che avrebbe costruito margini e competitività comprimendo tutele e salari. Se le ipotesi troveranno conferma, il tema non sarà più la zona grigia tra autonomia e subordinazione bensì l’esistenza di una filiera che scarica rischi e costi su chi pedala. Ma in questa sequela di interventi giudiziari a colpire è il vuoto della politica. Il legislatore ha celebrato l’innovazione, ha evocato la gig economy come segno di progresso, ha affidato alle piattaforme la promessa di occupazione flessibile. Le prese di posizione sono arrivate quasi sempre solo dopo un incidente, dopo una morte sotto la pioggia, dopo una foto diventata simbolo. Poi il silenzio. Intanto qui sotto la società è cambiata, in peggio. Gli algoritmi hanno sostituito i capi reparto, le app hanno assegnato turni e punteggi, le valutazioni hanno deciso chi lavora e chi resta fermo. In assenza di regole chiare il capitalismo ha fatto quello che sa fare meglio: travestire l’antico sfruttamento con un velo di modernità.

mercoledì 25 febbraio 2026

... HOSTOMEL ...

Hostomel, il giorno in cui la Russia perse la guerra 


 La battaglia di Hostomel (24 febbraio – inizio marzo 2022) è considerata uno dei momenti decisivi dell’invasione russa dell’Ucraina. Combattuta attorno all’aeroporto Antonov, a pochi chilometri da Kyiv, segnò il fallimento del piano russo di prendere rapidamente la capitale. Il contesto strategico All’alba del 24 febbraio 2022, la Russia lanciò l’invasione su larga scala dell’Ucraina ordinata da Vladimir Putin. Il piano prevedeva una guerra lampo: decapitare il governo di Volodymyr Zelensky, occupare Kyiv in pochi giorni e imporre un esecutivo filorusso. L’aeroporto di Hostomel (Antonov), vicino a Kyiv, era la chiave. Se conquistato e reso operativo, avrebbe permesso l’atterraggio di aerei da trasporto con truppe aviotrasportate e mezzi pesanti, creando un “ponte aereo” diretto nel cuore politico dell’Ucraina. 24 febbraio: l’assalto aereo La mattina dell’invasione, elicotteri russi attraversarono il fiume Dnipro a bassa quota. Forze aviotrasportate (VDV) sbarcarono sull’aeroporto sotto copertura di attacchi missilistici. In un primo momento i russi riuscirono a prendere il controllo parziale dello scalo. Ma la resistenza ucraina fu immediata: unità della Guardia Nazionale e forze speciali contrattaccarono con artiglieria e droni, rendendo inutilizzabile la pista. Senza una pista integra, i grandi aerei da trasporto non poterono atterrare. Il contrattacco ucraino Nel pomeriggio e nei giorni successivi, l’esercito ucraino lanciò ripetuti contrattacchi. L’obiettivo non era solo riprendere il terreno, ma impedire che l’aeroporto diventasse operativo. L’artiglieria colpì sistematicamente la pista e le aree circostanti. La Russia riuscì a far arrivare rinforzi via terra dalla Bielorussia, ma il piano originario – un colpo rapido e decisivo su Kyiv – era già compromesso. Le colonne corazzate che avanzavano verso la capitale si trovarono impantanate, vulnerabili ad attacchi con missili anticarro e droni. Perché fu decisiva Hostomel mostrò tre errori chiave russi: 1. Sottovalutazione della resistenza ucraina – Mosca contava su un collasso rapido della difesa e del governo. 2. Eccessiva fiducia nelle operazioni aviotrasportate – Le VDV furono impiegate senza adeguato supporto immediato. 3. Problemi logistici – Le lunghe linee di rifornimento dal nord si rivelarono vulnerabili. Fallito il blitz su Kyiv, la guerra lampo si trasformò in conflitto prolungato. A fine marzo 2022 la Russia si ritirò dal nord dell’Ucraina, abbandonando l’obiettivo immediato di conquistare la capitale. “Il giorno in cui la Russia perse la guerra?” Molti analisti definiscono Hostomel il momento in cui la Russia perse la possibilità di vincere rapidamente. Non significò la fine del conflitto — che continuò con brutalità nell’est e nel sud — ma segnò il fallimento dell’obiettivo politico principale: rovesciare il governo ucraino in pochi giorni. Dal punto di vista simbolico, la battaglia rafforzò la narrativa della resistenza ucraina. La mancata caduta di Kyiv consolidò il sostegno internazionale a favore dell’Ucraina, portando a massicci aiuti militari occidentali. Conclusione La battaglia di Hostomel non fu la più lunga né la più sanguinosa del conflitto, ma fu strategicamente cruciale. Dimostrò che l’Ucraina non sarebbe crollata in 72 ore. Il fallimento del ponte aereo e la distruzione della pista cambiarono il corso della guerra, trasformando un’operazione pensata come rapida in una guerra d’attrito destinata a durare anni. 


 Franco Callegaro.

... la merda marcia!! ...

𝐋𝐚 𝐦𝐞𝐥𝐚 𝐦𝐚𝐫𝐜𝐢𝐚 


Il #buongiorno di Giulio Cavalli 


Il 21 luglio del 2021 Matteo Salvini era un altro Matteo Salvini. La sua Lega sembrava capace di essere il primo partito italiano. Il partito nei sondaggi veleggiava sopra al 20%, l’elettorato era diviso tra chi sosteneva la linea governata e la linea identitaria. All’orizzonte Fratelli d’Italia e Giorgia Meloni erano in crescita sulla scia del sovranismo. Niente di pericoloso: per il leader della Lega si trattava semplicemente di un partito satellite, nipote delle sue stesse intuizioni. Il giorno prima l’assessore leghista alla Sicurezza di Voghera, Massimo Adriatici, aveva ucciso Younes El Boussettaoui con un colpo di pistola  in piazza Meardi. «Altro che far west a Voghera si fa strada l’ipotesi della legittima difesa», disse il 21 luglio 2021 Matteo Salvini, con l’aggiunta della formula “la difesa è sempre legittima” e l’invito ad “aspettare la ricostruzione”, già incardinato però su una lettura assolutoria. E poi, aggiunse Salvini: «Un docente di diritto penale, ex funzionario di Polizia, avvocato penalista noto e stimato in città, in questa bella città in provincia di Pavia, vittima di un'aggressione, ha risposto, accidentalmente è partito un colpo che purtroppo ha ucciso un cittadino straniero». Quella brava persona di Adriatici ieri è stato condannato 12 anni di reclusione, oltre a provvisionali per 380 mila euro ai familiari della vittima. Siamo nel 2026 e Salvini non ha ancora imparato la lezione. L’impressionante serie di figure di palta intorno al ritornello della “legittima difesa” non ne rallenta la stupidità con cui approccia il tema. E alla fine sorge un dubbio: ma se fosse lui, la mela marcia?

martedì 24 febbraio 2026

... merdacce!! ...

𝐒𝐞𝐭𝐭𝐞𝐦𝐢𝐥𝐚 𝐟𝐢𝐫𝐦𝐞, 𝐮𝐧 𝐚𝐫𝐫𝐞𝐬𝐭𝐨 𝐞 𝐮𝐧𝐚 𝐟𝐢𝐠𝐮𝐫𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚 


Il buongiorno di Giulio Cavalli 

Il 26 gennaio, a poche ore dall’uccisione di Abderrahim Mansouri nel boschetto di Rogoredo, Matteo Salvini aveva già emesso la sua sentenza. «Sto dalla parte del poliziotto», scriveva. Le indagini dovevano ancora cominciare. La procura oggi contesta l’omicidio volontario, parla di un colpo sparato mentre il ragazzo fuggiva e dispone l’arresto dell’agente. Nel frattempo emergono versioni discordanti, omissioni, colleghi indagati per favoreggiamento.La fretta, però, è tutta politica. Pochi minuti dopo la notizia diversi esponenti della destra parlavano già di legittima difesa «molto evidente», con il ministro dell’Interno Piantedosi allineato al vicepremier . La Lega Nord raccoglie 7.000 firme di solidarietà per l’agente. Si propone perfino un sostegno economico. L’accusa viene definita «gratuita ed eccessiva». Salvini aveva scelto la divisa prima dei fatti. Aveva blindato la narrazione prima dei rilievi balistici, prima delle perizie, prima delle testimonianze che ora incrinano la prima versione. Quando la procura cambia quadro, quando la scena ricostruita dagli inquirenti parla di un uomo colpito alla testa mentre scappava, la politica che aveva gridato alla legittima difesa resta nuda. La figuraccia è tutta qui: un vicepresidente del Consiglio che usa un’indagine in corso per fare campagna sullo scudo penale alle forze dell’ordine e che si scopre smentito dagli atti. La destra aveva bisogno di un caso esemplare: Rogoredo doveva servire a dimostrare che la polizia va liberata dai controlli, che le procure intralciano l’ordine naturale delle cose. Poi sono arrivate le carte. Adesso parlano di “mela marcia”. I post vengono cancellati. Ma le firme restano, le dichiarazioni restano. Resta soprattutto la scelta di stare con una versione prima ancora che con la verità. Per chi invoca legge e sicurezza a ogni comizio, è una lezione elementare: la presunzione di innocenza vale per tutti. Anche quando indossa una divisa, anche quando conviene il contrario.

... CAIRO MERDA!!! ...

Ventiquattro nomi buttati lì come ossa rosicchiate al cane, facce consumate e poi sputate via, una processione di allenatori che sembra una fila al patibolo: Stringara, De Biasi, Zaccheroni, ancora De Biasi, Novellino, poi di nuovo De Biasi, Novellino, Camolese, Colantuono, Beretta, Colantuono, Lerda, Papadopulo, Lerda, Ventura, Mihajlovic, Mazzarri, Longo, Giampaolo, Nicola, Juric, Vanoli, Baroni, D’Aversa. Un elenco che non è memoria ma usura, non è storia ma logoramento continuo. Ventitré cambi in vent’anni e mezzo che non raccontano evoluzione ma un eterno girare a vuoto, una porta che sbatte sempre nello stesso punto. In mezzo a questo girone dantesco che non ha nemmeno la dignità dell’inferno, sempre lui: Urbano Cairo, fermo, immobile, incollato alla poltrona come se fosse parte dell’arredamento, come se il tempo non potesse scalfirlo. Mentre tutto il resto cambia, si consuma, sparisce, e lui resta, parla, riempie l’aria di parole che suonano come latta vuota, sempre le stesse, sempre più leggere, sempre più lontane dalla realtà. Il decimo posto come scelta di vita, e lui lo chiama “buon campionato” e già qui basterebbe fermarsi, basterebbe il peso di questa bestemmia calcistica per capire tutto. Ma lui insiste, continua, si avvita nella sua stessa retorica, una litania da rosario consumato, frasi fatte ripetute con una pervicacia quasi offensiva, un ciarlare da pochi spicci che pretende di diventare verità solo perché ripetuto abbastanza volte, anche contro l’evidenza, anche contro la memoria, anche contro chi ha ancora la forza di ricordare cosa sia stato davvero il Toro. Parla di responsabilità, la sventola come una bandiera, ma è una parola che nelle sue mani si svuota, si piega, si sgretola, perché da quattro lustri quella responsabilità è stata disattesa, evitata, aggirata con la stessa abilità con cui si evitano gli specchi quando non si ha più il coraggio di guardarsi. Ed allora restano solo le bugie, le solite bugie storte, ripetute fino allo sfinimento, bugie pigre, senza nemmeno la capacità di reggersi in piedi da sole, e che eppure continuano ad uscire, una dietro l’altra, senza vergogna, senza esitazione da quella bocca da rana dalla bocca larga. La squadra, il progetto, l’Europa, lo stadio, il Robaldo: quintali di merda invasettata e venduta ai fessi. Aveva dichiarato che se ne sarebbe andato quando i tifosi non lo avrebbero più voluto. Lo aveva promesso con quella sicurezza da piazzista scaltro e consumato, ed oggi quella promessa giace lì, svuotata, calpestata. Mentre fuori monta una rabbia che non è più nemmeno rabbia ma stanchezza, una frustrazione che si è fatta abitudine, un dolore che ha perso perfino la voce per urlare davvero. E lui resta, impermeabile, sordo, ostinato, non per forza ma per inerzia, non per visione ma per un’incapacità cronica di farsi da parte. Ed è la dimostrazione più vera e plastica che lui del Toro non sa nulla e nemmeno gli frega. Perché se qualcosa non dico lo ami, ma per lo meno lo rispetti, e sai di essere la causa principale dell’infelicitá, della disperazione, del dramma di chi per quella cosa darebbe la vita, prendi e ti fai da parte. Invece no. Ha preso a costo zero un qualcosa che aveva peso, storia, sangue, e lo ha ridotto ad una lenta evaporazione. Non un crollo netto, che almeno avrebbe avuto una sua dignità, ma uno stillicidio continuo, una goccia di merda dopo l’altra, sempre uguale, sempre più opprimente, fino a trasformare tutto in un’abitudine grigia, senza scatti, senza orgoglio, senza più nemmeno la rabbia necessaria a ribellarsi davvero. E poi quel sette, quel voto che si assegna con leggerezza, come se fosse un bilancio qualsiasi, come se bastasse un numero a chiudere vent’anni e mezzo di mediocrità diluita. Non è un voto: è uno specchio deformante, è la misura di una distanza ormai incolmabile tra ciò che racconta e ciò che esiste, tra la narrazione e la realtà che si accumula fuori, nelle strade, tra la gente, davanti ai simboli veri. Perché mentre lui parla, mentre si autoassolve, mentre continua a raccontare successi invisibili, c’è chi non ha più voglia di urlare e passa ai gesti, rovesciando letame davanti al Fila sotto uno striscione che in tre parole dice tutto quanto. Ed in quell’odore acre, in quella materia gettata lì senza filtri, c’è senz’altro più verità di quanta ne sia uscita dalla sua bocca in vent’anni e mezzo. 

Vent’anni di niente, maledetto. 
Vent’anni di niente. 
Cairo merda. 


 Ernesto Bronzelli.