lunedì 23 febbraio 2026

... Ucraina - Russia ...

𝐔𝐜𝐫𝐚𝐢𝐧𝐚 -𝐑𝐮𝐬𝐬𝐢𝐚, 𝐠𝐮𝐞𝐫𝐫𝐚, 𝐝𝐢𝐫𝐢𝐭𝐭𝐨 𝐞 𝐢𝐥 𝐫𝐢𝐭𝐨𝐫𝐧𝐨 𝐝𝐢 𝐍𝐨𝐫𝐢𝐦𝐛𝐞𝐫𝐠𝐚 

Articolo di Massimo Lensi 

 La guerra tra Russia e Ucraina non è soltanto un conflitto armato nel cuore dell’Europa. È, prima ancora, una crepa nel sistema giuridico internazionale costruito dopo il 1945. Se la Carta delle Nazioni Unite ha posto il divieto dell’uso della forza come architrave dell’ordine globale, l’invasione russa del 24 febbraio 2022 ha riportato al centro la domanda più radicale del diritto internazionale pubblico: cosa resta del divieto di aggressione quando uno Stato potente decide di violarlo apertamente? Il punto di partenza: il divieto dell’uso della forza L’articolo 2, paragrafo 4, della Carta Onu vieta l’uso della forza nelle relazioni internazionali, salvo due eccezioni: la legittima difesa (art. 51) e l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza. Nessuna delle due condizioni ricorre nel caso dell’invasione dell’Ucraina. Le giustificazioni russe – dalla protezione delle popolazioni russofone alla pretesa “autodifesa preventiva” rispetto all’espansione della Nato – non trovano fondamento nel diritto positivo vigente, che non ammette forme unilaterali di intervento armato al di fuori delle ipotesi espressamente previste. Sul piano del diritto internazionale pubblico, l’atto russo integra dunque una violazione grave del divieto di aggressione. La risoluzione dell’Assemblea generale Onu del marzo 2022 ha qualificato l’azione come aggressione, ribadendo un principio che sembrava consolidato: l’integrità territoriale degli Stati non è negoziabile.Eppure il diritto internazionale vive strutturalmente nella tensione tra norma e potere. La Russia è membro permanente del Consiglio di Sicurezza e dispone del diritto di veto. Può paralizzare ogni risposta coercitiva collettiva. Il sistema di sicurezza collettiva si inceppa esattamente nel punto in cui dovrebbe reagire. Dalla responsabilità dello Stato alla responsabilità penale individuale È qui che entra in gioco il diritto penale internazionale. Se il diritto internazionale classico sanziona lo Stato, l’eredità di Norimberga – recepita e sistematizzata dallo Statuto di Roma del 1998 – colpisce gli individui. Non “la Germania”, ma Göring. Non “lo Stato aggressore”, ma chi assume decisioni criminali. Nel marzo 2023, la Corte penale internazionale (Cpi) ha emesso un mandato di arresto contro Vladimir Putin, presidente della Federazione Russa, e contro Maria Lvova-Belova, Commissaria presidenziale per i diritti dell’infanzia. L’accusa riguarda il crimine di guerra di deportazione e trasferimento illecito di minori ucraini dai territori occupati verso la Federazione Russa, in violazione delle Convenzioni di Ginevra.Nel 2024 la Cpi ha richiesto ulteriori mandati nei confronti di alti responsabili militari russi, tra cui Sergei Shoigu, allora ministro della Difesa, e Valery Gerasimov, capo di Stato Maggiore, in relazione ad attacchi contro infrastrutture civili ed energetiche, qualificati come crimini di guerra.Il punto giuridicamente decisivo è questo: la Corte non processa “la guerra in sé”, ma specifici crimini previsti dallo Statuto di Roma – crimini di guerra, crimini contro l’umanità, genocidio e, in determinate condizioni, il crimine di aggressione. La competenza nel caso ucraino si fonda sulla dichiarazione di accettazione della giurisdizione presentata da Kiev ai sensi dell’articolo 12, paragrafo 3, dello Statuto, pur non essendo l’Ucraina Stato parte.La Russia non è parte della Cpi e ha reagito con durezza. Il Comitato Investigativo russo ha aperto procedimenti penali contro il Procuratore della Corte e contro i giudici che hanno emesso i mandati, inserendone alcuni nelle liste dei ricercati. Alla giustizia internazionale si è risposto con l’attivazione di una giurisdizione penale nazionale a fini di ritorsione politica. Una torsione che conferma quanto il diritto penale internazionale resti privo di un autonomo braccio esecutivo e dipenda, in ultima istanza, dalla cooperazione degli Stati. Il crimine di aggressione: il nodo irrisolto Resta però fuori dalla portata immediata della Cpi il crimine di aggressione, definito come la pianificazione, preparazione, inizio o esecuzione di un atto di aggressione che costituisca una manifesta violazione della Carta Onu. Dopo l’emendamento di Kampala del 2010, la Corte può esercitare giurisdizione su tale crimine solo nei confronti di Stati parte che abbiano accettato espressamente la relativa competenza. Né la Russia né l’Ucraina rientrano in questo meccanismo. Per questo motivo, l’Ucraina, con il sostegno dell’Unione europea e – almeno nella fase iniziale – degli Stati Uniti, ha promosso l’istituzione di un tribunale speciale per il crimine di aggressione contro l’Ucraina. Un tribunale ad hoc, sul modello di Norimberga, fondato su un accordo multilaterale o su un’iniziativa dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Qui il discorso diventa insieme tecnico e politico. Norimberga fu possibile perché la Germania era stata sconfitta militarmente e sottoposta a occupazione. Oggi si prospetta il giudizio nei confronti del capo di Stato in carica di una potenza nucleare. La questione delle immunità personali (ratione personae) torna centrale: un tribunale internazionale può superarle? La giurisprudenza tende a riconoscere che le corti internazionali propriamente dette possano derogare alle immunità dei capi di Stato in carica; più problematica è la posizione di un tribunale “ibrido” o “speciale”, la cui base giuridica potrebbe essere oggetto di contestazione. L’eredità di Norimberga e i suoi limiti Norimberga ha introdotto un principio rivoluzionario: l’aggressione è il “crimine supremo”, perché contiene in sé il seme di tutti gli altri. Ma la sua applicazione contemporanea incontra ostacoli strutturali. Il diritto internazionale penale è universale nelle aspirazioni, selettivo nella prassi. Dipende dalla cooperazione degli Stati. E la cooperazione si arresta dove comincia l’interesse geopolitico vitale. La guerra in Ucraina mostra in modo quasi paradigmatico questa tensione. Da un lato, un attivismo giudiziario senza precedenti nei confronti di un capo di Stato di una grande potenza; dall’altro, l’impossibilità concreta di eseguire i mandati fintanto che Putin rimane in territorio russo o si reca in Stati che non intendono cooperare. Considerazioni conclusive Dal punto di vista strettamente giuridico, il sistema ha reagito: ha qualificato l’aggressione, ha aperto indagini, ha emesso mandati. Dal punto di vista dell’effettività, resta sospeso tra dimensione simbolica e capacità coercitiva. E tuttavia la forza del diritto internazionale non risiede soltanto nella possibilità di arrestare. Risiede anche nella capacità di qualificare giuridicamente i fatti, di nominare le condotte, di costruire memoria normativa. Chiamare “deportazione” una deportazione, “crimine di guerra” un attacco contro civili, “aggressione” un’invasione. In questo senso, la guerra tra Russia e Ucraina segna un passaggio storico: il ritorno del conflitto interstatale su larga scala in Europa e, insieme, il tentativo di riaffermare l’idea che anche il potere sovrano più armato non sia sottratto, almeno in linea di principio, al giudizio del diritto. Se Norimberga aveva inaugurato la responsabilità penale dei leader, l’Ucraina ne rappresenta l’evoluzione incompiuta: un diritto che esiste, che osa, ma che non ha ancora realizzato una piena coincidenza tra legalità e forza. Ed è forse qui che si gioca la partita più decisiva: non soltanto sul terreno militare, ma nella credibilità futura dell’ordine giuridico internazionale.

... una sola LEGGE! ...

"𝘊’𝘦̀ 𝘶𝘯𝘢 𝘤𝘰𝘴𝘢 𝘴𝘦𝘮𝘱𝘭𝘪𝘤𝘦, 𝘢𝘯𝘵𝘪𝘤𝘢 𝘤𝘰𝘮𝘦 𝘪𝘭 𝘥𝘪𝘳𝘪𝘵𝘵𝘰 𝘳𝘰𝘮𝘢𝘯𝘰, 𝘤𝘩𝘪 𝘨𝘰𝘷𝘦𝘳𝘯𝘢 𝘯𝘰𝘯 𝘦̀ 𝘴𝘰𝘱𝘳𝘢 𝘭𝘢 𝘭𝘦𝘨𝘨𝘦. 𝘌̀ 𝘥𝘦𝘯𝘵𝘳𝘰 𝘭𝘢 𝘭𝘦𝘨𝘨𝘦. 𝘌 𝘴𝘦 𝘯𝘦 𝘴𝘵𝘢 𝘭𝘪̀, 𝘤𝘰𝘮𝘦 𝘵𝘶𝘵𝘵𝘪 𝘨𝘭𝘪 𝘢𝘭𝘵𝘳𝘪. 𝘗𝘦𝘳 𝘤𝘦𝘳𝘵𝘢 𝘥𝘦𝘴𝘵𝘳𝘢 𝘰𝘨𝘨𝘪 𝘢𝘭 𝘨𝘰𝘷𝘦𝘳𝘯𝘰 𝘴𝘦𝘮𝘣𝘳𝘢 𝘶𝘯 𝘤𝘰𝘯𝘤𝘦𝘵𝘵𝘰 𝘪𝘯𝘥𝘪𝘨𝘦𝘴𝘵𝘰. 𝘚𝘪 𝘱𝘢𝘳𝘭𝘢 𝘥𝘪 “𝘮𝘢𝘯𝘥𝘢𝘵𝘰 𝘱𝘰𝘱𝘰𝘭𝘢𝘳𝘦” 𝘤𝘰𝘮𝘦 𝘧𝘰𝘴𝘴𝘦 𝘶𝘯𝘰 𝘴𝘤𝘶𝘥𝘰. 𝘔𝘢 𝘪𝘭 𝘷𝘰𝘵𝘰 𝘯𝘰𝘯 𝘦̀ 𝘶𝘯 𝘭𝘢𝘴𝘤𝘪𝘢𝘱𝘢𝘴𝘴𝘢𝘳𝘦 𝘱𝘦𝘳 𝘱𝘪𝘦𝘨𝘢𝘳𝘦 𝘭𝘦 𝘳𝘦𝘨𝘰𝘭𝘦. 𝘌̀ 𝘶𝘯𝘢 𝘳𝘦𝘴𝘱𝘰𝘯𝘴𝘢𝘣𝘪𝘭𝘪𝘵𝘢̀ 𝘪𝘯 𝘱𝘪𝘶̀. 𝘓𝘢 𝘥𝘦𝘮𝘰𝘤𝘳𝘢𝘻𝘪𝘢 𝘯𝘰𝘯 𝘦̀ 𝘪𝘭 𝘱𝘰𝘵𝘦𝘳𝘦 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘮𝘢𝘨𝘨𝘪𝘰𝘳𝘢𝘯𝘻𝘢 𝘴𝘦𝘯𝘻𝘢 𝘭𝘪𝘮𝘪𝘵𝘪, 𝘦̀ 𝘪𝘭 𝘱𝘰𝘵𝘦𝘳𝘦 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘮𝘢𝘨𝘨𝘪𝘰𝘳𝘢𝘯𝘻𝘢 𝘥𝘦𝘯𝘵𝘳𝘰 𝘪 𝘭𝘪𝘮𝘪𝘵𝘪 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘭𝘦𝘨𝘨𝘦. 𝘓𝘢 𝘯𝘰𝘴𝘵𝘳𝘢 𝘊𝘰𝘳𝘵𝘦 𝘊𝘰𝘴𝘵𝘪𝘵𝘶𝘻𝘪𝘰𝘯𝘢𝘭𝘦 𝘯𝘰𝘯 𝘦̀ 𝘶𝘯 𝘧𝘢𝘴𝘵𝘪𝘥𝘪𝘰. 𝘌̀ 𝘶𝘯𝘢 𝘨𝘢𝘳𝘢𝘯𝘻𝘪𝘢. 𝘓𝘢 𝘔𝘢𝘨𝘪𝘴𝘵𝘳𝘢𝘵𝘶𝘳𝘢 𝘪𝘵𝘢𝘭𝘪𝘢𝘯𝘢 𝘯𝘰𝘯 𝘦̀ 𝘶𝘯 𝘯𝘦𝘮𝘪𝘤𝘰 𝘱𝘰𝘭𝘪𝘵𝘪𝘤𝘰. 𝘌̀ 𝘶𝘯 𝘱𝘪𝘭𝘢𝘴𝘵𝘳𝘰. 𝘌 𝘭𝘢 𝘊𝘰𝘴𝘵𝘪𝘵𝘶𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘙𝘦𝘱𝘶𝘣𝘣𝘭𝘪𝘤𝘢 𝘐𝘵𝘢𝘭𝘪𝘢𝘯𝘢 𝘯𝘰𝘯 𝘦̀ 𝘶𝘯 𝘭𝘪𝘣𝘳𝘰 𝘪𝘯𝘨𝘪𝘢𝘭𝘭𝘪𝘵𝘰 𝘥𝘢 𝘴𝘷𝘦𝘯𝘵𝘰𝘭𝘢𝘳𝘦 𝘴𝘰𝘭𝘰 𝘪𝘭 2 𝘨𝘪𝘶𝘨𝘯𝘰, 𝘦̀ 𝘪𝘭 𝘱𝘢𝘵𝘵𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘵𝘪𝘦𝘯𝘦 𝘪𝘯𝘴𝘪𝘦𝘮𝘦 𝘭𝘢 𝘤𝘢𝘴𝘢 𝘤𝘰𝘮𝘶𝘯𝘦. 𝘊𝘩𝘪 𝘨𝘰𝘷𝘦𝘳𝘯𝘢 𝘥𝘦𝘷𝘦 𝘥𝘢𝘳𝘦 𝘭’𝘦𝘴𝘦𝘮𝘱𝘪𝘰. 𝘚𝘦𝘮𝘱𝘳𝘦. 𝘚𝘰𝘱𝘳𝘢𝘵𝘵𝘶𝘵𝘵𝘰 𝘲𝘶𝘢𝘯𝘥𝘰 𝘭𝘦 𝘥𝘦𝘤𝘪𝘴𝘪𝘰𝘯𝘪 𝘴𝘰𝘯𝘰 𝘪𝘮𝘱𝘰𝘱𝘰𝘭𝘢𝘳𝘪 𝘰 𝘤𝘰𝘯𝘵𝘦𝘴𝘵𝘢𝘵𝘦. 

𝘗𝘦𝘳𝘤𝘩𝘦́ 𝘭𝘰 𝘚𝘵𝘢𝘵𝘰 𝘥𝘪 𝘥𝘪𝘳𝘪𝘵𝘵𝘰 𝘯𝘰𝘯 𝘦̀ 𝘶𝘯’𝘰𝘱𝘪𝘯𝘪𝘰𝘯𝘦, 𝘦̀ 𝘪𝘭 𝘤𝘰𝘯𝘧𝘪𝘯𝘦 𝘤𝘩𝘦 𝘪𝘮𝘱𝘦𝘥𝘪𝘴𝘤𝘦 𝘢𝘭 𝘱𝘰𝘵𝘦𝘳𝘦 𝘥𝘪 𝘥𝘪𝘷𝘦𝘯𝘵𝘢𝘳𝘦 𝘢𝘳𝘣𝘪𝘵𝘳𝘪𝘰. 𝘌 𝘴𝘦 𝘲𝘶𝘢𝘭𝘤𝘶𝘯𝘰 𝘧𝘢𝘵𝘪𝘤𝘢 𝘢 𝘤𝘢𝘱𝘪𝘳𝘭𝘰, 𝘨𝘭𝘪𝘦𝘭𝘰 𝘴𝘪 𝘳𝘪𝘤𝘰𝘳𝘥𝘢 𝘤𝘰𝘯 𝘤𝘢𝘭𝘮𝘢 𝘮𝘢 𝘤𝘰𝘯 𝘧𝘦𝘳𝘮𝘦𝘻𝘻𝘢, 𝘭𝘢 𝘭𝘦𝘨𝘨𝘦 𝘷𝘢𝘭𝘦 𝘱𝘦𝘳 𝘵𝘶𝘵𝘵𝘪. 𝘈𝘯𝘤𝘩𝘦 𝘱𝘦𝘳 𝘤𝘩𝘪 𝘴𝘪𝘦𝘥𝘦 𝘢 𝘗𝘢𝘭𝘢𝘻𝘻𝘰. 𝘚𝘰𝘱𝘳𝘢𝘵𝘵𝘶𝘵𝘵𝘰 𝘱𝘦𝘳 𝘤𝘩𝘪 𝘴𝘪𝘦𝘥𝘦 𝘢 𝘗𝘢𝘭𝘢𝘻𝘻𝘰.𝘰 𝘧𝘢𝘵𝘪𝘤𝘢 𝘢 𝘤𝘢𝘱𝘪𝘳𝘭𝘰, 𝘨𝘭𝘪𝘦𝘭𝘰 𝘴𝘪 𝘳𝘪𝘤𝘰𝘳𝘥𝘢 𝘤𝘰𝘯 𝘤𝘢𝘭𝘮𝘢 𝘮𝘢 𝘤𝘰𝘯 𝘧𝘦𝘳𝘮𝘦𝘻𝘻𝘢, 𝘭𝘢 𝘭𝘦𝘨𝘨𝘦 𝘷𝘢𝘭𝘦 𝘱𝘦𝘳 𝘵𝘶𝘵𝘵𝘪. 𝘈𝘯𝘤𝘩𝘦 𝘱𝘦𝘳 𝘤𝘩𝘪 𝘴𝘪𝘦𝘥𝘦 𝘢 𝘗𝘢𝘭𝘢𝘻𝘻𝘰. 𝘚𝘰𝘱𝘳𝘢𝘵𝘵𝘶𝘵𝘵𝘰 𝘱𝘦𝘳 𝘤𝘩𝘪 𝘴𝘪𝘦𝘥𝘦 𝘢 𝘗𝘢𝘭𝘢𝘻𝘻𝘰." 

(𝗚𝘂𝘀𝘁𝗮𝘃𝗼 𝗭𝗮𝗴𝗵𝗲𝗯𝗿𝗲𝘀𝗸𝗶, 𝐏𝐫𝐞𝐬𝐢𝐝𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐄𝐦𝐞𝐫𝐢𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐂𝐨𝐫𝐭𝐞 𝐂𝐨𝐬𝐭𝐢𝐭𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞)

... Toro in serie B? ...

IL TORO ANDRÀ IN SERIE B? 

 A volte non ci si accorge di quello che sta per capitare fino a quando non succede. sulle nostre pagine, fino a qualche settimana fa, molti tifosi ritenevano impossibile una retrocessione in serie b, in virtù del fatto che due squadre (Verona e Pisa) erano spacciate, mentre Fiorentina e Lecce erano distanti e messe male. Ma arrivati quasi a marzo la situazione è cambiata, e la squadra di Baroni è allo sbando. Avevamo scritto che a Marassi sarebbe stata una sicura debacle, e così è stato, e la cosa brutta è che la previsione era scontata. Questo Toro retrocederá? Questa è la domanda che possiamo farci. E no...a nostro avviso in caso di serie B, Cairo non venderebbe e resterebbe al timone per altri anni, ne siamo certi, perché del resto questa situazione è già avvenuta al termine della stagione 2009 senza reazioni veementi da parte dei tifosi granata. Noi ripetiamo da mesi che una squadra che prende tutti questi gol retrocede sempre. Il Verona ha preso un gol in meno ed è già spacciato. La fortuna di Cairo e Baroni è stata quella di avere vinto due o tre partite grazie a una discreta dose di fortuna, ma i numeri non mentono mai. Bisogna sperare che D'Aversa sia in grado di sistemare la difesa (ma sarà difficilissimo) e servirà una discreta dose di fortuna. Sarà serie B? Esiste una cosa peggiore della cadetteria: Andare in serie B perdendo l'ultima contro la Juve, con Cairo che rimane al timone del Toro.
Se Agonia Baroni più che un tecnico è stato un necroforo, il suo successore designato, D’Aversa è uno di quelli che non sfondano mai davvero, ma restano lì, appesi al sistema come una giacca dimenticata in uno spogliatoio umido di terza categoria. Una carriera da allenatore che non decolla: Parma lo esonera, lo riprende, lo riesonera. Alla Sampdoria dura meno di una stagione. A Lecce parte bene e poi si sbriciola, come certi castelli (non quelli difensivi di cui vaneggiava Mortimer) fatti con la sabbia bagnata male. E poi c’è quel passato che non profuma: sei mesi di squalifica per le scommesse quando ancora correva in campo. Non un crimine da romanzo nero, ma abbastanza per lasciare una macchia, una crepa nella parola “probità” che nel calcio suona già come una barzelletta raccontata male. Il presente è pure peggio. L’episodio Henry non è rabbia, è perdita di controllo. Una testata, mesi di squalifica, e la sensazione che la panchina gli scivoli via dalle mani come una bottiglia vuota. E allora lo guardi e capisci: non è l’uomo delle svolte, è quello delle transizioni sbagliate. Uno che oggi appare disperato, pronto ad aggrapparsi a qualsiasi panchina pur di restare dentro al giro. Uno che, per dire, accetterebbe di allenare pure i galeotti di San Vittore in terza categoria, purché qualcuno gli dia ancora una lavagnetta ed undici maglie da distribuire. Se arriva alla Cairese non è una scelta, è una resa. Perché chi mendica non può scegliere ed ancora una volta Cairo ha sbagliato tutto l’umanamente sbagliabile, e personalmente ritengo sbagli anche questa volta. Gotti non è un drago, ma almeno è una persona decente. Invece no: se si sbaglia sbagliamo fino in fondo. Beviamo l’amaro calice di piscio invecchiato con D’Aversa esclamando “buona annata il 2026!”. Si passa dalla diarrea ematica di Agonia Baroni alla diarrea liquida di D’Aversa. Cambia la consistenza, non la sostanza. Sempre mal di pancia, sempre lo stesso odore nell’aria, un’eau de toilette di sottomarca. 
Afrore di Cairo: per il presidente che non deve chiedere scusa…mai. 

 Ernesto Bronzelli.

domenica 22 febbraio 2026

... la Ducetta!! ...

4Sono sempre più forti i pericoli per la democrazia costituzionale nel nostro Paese. Siamo in momento di mutazione nell'azione di governo di Giorgia Meloni, dove la distinzione tra ruolo istituzionale e militanza di parte è definitivamente saltata. Nelle ultime quarantotto ore Palazzo Chigi è entrato in rotta di collisione su più fronti, interni ed esterni. C’è nervosismo nella linea della Presidente del Consiglio che appare sempre più radicale e identitaria, finalizzata a consolidare il consenso, anche a costo di accrescere le tensioni istituzionali all’interno e con i partner europei. Il governo ha aderito come “osservatore” al Board for Peace promosso da Donald Trump. L’organismo privato esterno in conflitto con le istituzioni internazionali come l’ONU. È una scelta di sudditanza che solleva interrogativi pesanti sulla coerenza con la Carta Costituzionale dell’Italia e con la sua collocazione internazionale. Sul piano europeo le dichiarazioni strumentali di Giorgia Meloni sull’uccisione dell’attivista fascista francese, Quentin Deranque, a Lione, hanno aperto uno scontro con Emmanuel Macron che ha replicato con fermezza, invitando la premier a non interferire nelle vicende francesi. Uno schiaffo ben assestato contro chi si proponeva di utilizzare una tragedia per diventare la paladina del movimento neofascista europeo. Sul versante interno, nonostante il richiamo di Sergio Mattarella al rispetto reciproco tra i poteri dello Stato e la richiesta di non attaccare il CSM come violentemente aveva fatto Nordio, la presidente del Consiglio ha rilanciato l’opera di deligittimazione della magistratura e criticato duramente la decisione dei giudici di Palermo che hanno riconosciuto un risarcimento alla Ong Sea Watch. L’insieme di questi episodi delinea tre direttrici. In primo luogo, una scelta di campo internazionale netta, che punta a rafforzare l’asse con la destra americana, anche a costo di incrinare l’equilibrio multilaterale europeo. Secondo: l’uso del conflitto con la Francia per alimentare una narrazione di contrapposizione politica e culturale, utile a consolidare la base interna. E infine, la riproposizione dello scontro con la magistratura come leva di mobilitazione, in particolare sui temi di immigrazione e sicurezza, in vista dei prossimi appuntamenti referendari. Il risultato è un innalzamento deliberato del livello di tensione: ogni passaggio politico viene trasformato in uno scontro frontale. È una strategia che privilegia la polarizzazione rispetto alla ricerca di mediazioni e che sposta il baricentro del confronto pubblico dal merito delle soluzioni alla costruzione del conflitto. Meloni non si comporta come una presidente del consiglio, con senso di responsabilità e rispetto per le istituzioni e il ruolo che temporaneamente ricopre, ma come la capopartito di una forza di estrema destra che vuole imporre le sue scelte e la sua politica a tutto il resto del Paese. Ieri, ha dichiarato anche che per “mandarmi via ci vogliono le elezioni”, riferendosi al referendum sulla giustizia. È il segno che teme di perderlo ma se dovesse malauguratamente vincerlo si sentirebbe ancor più in diritto di esercitare un comando assoluto, che pretende di essere privo di vincoli, sciolto dal rispetto e dal controllo della legge, insofferente alla critica. Qualche sciocco o qualche opportunista sui grandi giornali nazionali si chiede se Meloni scenderà in campo oppure no per il referendum. In realtà, Meloni , senza dirlo, con la sua solita furbizia, sta trasformando il referendum in un plebiscito su se stessa, per imprimere un’accelerazione autoritaria e concentrare il potere nelle sue mani. Questa è la vera posta in gioco per il referendum sulla giustizia, cioè la qualità della nostra democrazia. Dobbiamo impedire che si compia una trasformazione definitiva verso un regime illiberale di destra. 

 Enrico Rossi.

... Genoa 3 - Torino 0 ...

𝐒𝐞𝐜𝐨𝐧𝐝𝐨 𝐯𝐨𝐢 𝐌𝐚𝐫𝐜𝐨 𝐁𝐚𝐫𝐨𝐧𝐢 𝐞̀ 𝐝𝐚 𝐞𝐬𝐨𝐧𝐞𝐫𝐚𝐫𝐞❓❓❓
Vittoria rotonda per il Genoa grazie alle reti nel primo tempo di Norton-Cuffy (21°) e di Ekuban (40°). Nel secondo tempo, al minuto 83, arriva la rete di Junior Messias a fissare il risultato sul 3-0. Torino assente nel corso della prima frazione, meglio nel secondo tempo nonostante l'inferiorità numerica. Torna alla vittoria il Grifone dopo tre giornate a secco. I rossoblu si allontanano dalla zona retrocessione agganciando proprio il Torino a 27 punti. Nel prossimo turno di campionato, il Genoa andrà in scena a San Siro contro la capolista Inter. Un solo punto per il Torino nelle ultime quattro partite disputate. I granata ospiteranno la Lazio nel corso della 27° giornata di campionato.
Il Torino cammina lento, con quella grazia stanca di chi ha già capito come va a finire. Non corre, non suda, non lotta davvero: scivola. Scivola verso il basso con un’eleganza quasi irritante, come se la caduta fosse stata provata e riprovata, come se ogni passo fosse già scritto. Entra in campo con la serenità di un condannato che ha smesso di opporsi, che guarda avanti nel miglio verde e sa che non c’è più nulla da salvare. È un agnello, sì, ma non quello innocente: uno che ha smesso di credere nel recinto, nel pastore, nel senso stesso di restare in piedi. Va incontro al colpo senza nemmeno provare a schivarlo, ed intorno, silenzio, o peggio: abitudine. Abitudine alla sconfitta, all’umiliazione, a non essere più una bestia feroce ma un animale da cortile. 
Che Marco Baroni, con quella faccia da chi ha perennemente la mamma morta in braccio, fosse un fallito lo sapevano TUTTI. Non era un mistero, non era una scommessa geniale, non era nemmeno un azzardo romantico: era una resa travestita da scelta. Eppure è stato preso, difeso, accarezzato come si fa con gli errori a cui non si vuole rinunciare. Come se l’ostinazione potesse diventare progetto. Come se chiudere gli occhi rendesse tutto meno evidente. E chi lo ha scelto, voluto, protetto, titillato? Urbano Cairo. Vent’anni di decisioni sbagliate, di occasioni buttate, di idee corte e memoria ancora più corta che portano il suo fottuto nome ed ancor più fottuto cognome. Venti anni a galleggiare senza mai costruire, senza mai avere il coraggio di sbagliare davvero per poi ricominciare. Sempre a metà se non più giù, sempre a rincorrere qualcosa che non si sa nemmeno nominare. Il presidente lì, fermo, a difendere l’indifendibile, a proteggere scelte che crollano da sole. Non è sfortuna, non è un ciclo negativo: è una direzione precisa, anche se nessuno ha il coraggio di dirlo ad alta voce. Ed in questo teatro stanco ed osceno c’è anche chi continua a raccontare che va tutto bene, o che potrebbe andare peggio, o che in fondo c’è una logica. Mario Pagliara e Simone Battaggia, perché è doveroso fare nomi e cognomi, dalle colonne della La Gazzetta dello Sport, si arrampicano sull’assurdo con una disciplina quasi devota, piegando la realtà per compiacere il loro signore e padrone. Parole che non spiegano, ma coprono. Analisi che non illuminano, ma anestetizzano. Tutti fortissimi, tutti fenomeni, tutti campioni, tutti leader. Simeone, Paleari, il muro Coco, il genietto Vlasic. Il caso recente più eclatante è senza dubbio quello del turco Ilkhan, che dipinto novello Modric, si rivela per ciò che è: un povero stronzo senza arte né parte. 
Anche per questa gente, la cadetteria sarebbe un bagno di umiltà: una crepa necessaria in quella narrazione liscia, senza attrito, dove tutto trova sempre una giustificazione. Ed allora forse a ben vedere la Serie B non sarebbe una tragedia. Sarebbe pulizia, sarebbe aria fredda nei polmoni dopo anni di stanze chiuse. Sarebbe la fine di una lunga, inutile agonia. Una retrocessione benedetta, desiderata, quasi giusta. Una caduta che, per una volta, avrebbe senso, perché a volte bisogna toccare il fondo non per risalire subito, ma per smettere di mentire. 
Pietà. 

 Ernesto Bronzelli.
La situazione è drammatica. E non mi riferisco soltanto all’ennesima, oscena prestazione di questo campionato. Mi riferisco soprattutto all’aria che si respira intorno al Toro. Un’aria di stanchezza, di rassegnazione, di incapacità di reagire. Un’aria da lotta per non retrocedere che, se affrontata così, diventa davvero durissima. Serve un finale di campionato con il coltello tra i denti, con quella garra e quella grinta che oggi mancano completamente a questa squadra e a questo allenatore. La squadra non si può cambiare. L’allenatore sì. Ed è necessario farlo — lo era già da un po’. Sapendo che non basta, ma che è l’unica cosa concreta che si può fare adesso. A questo punto credo sia indispensabile sostenere la squadra (no, non lo merita, lo so bene), ma non possiamo permetterci di rischiare la Serie B. Andare in B significherebbe perdere quel poco di appeal rimasto per un eventuale compratore. Vorrebbe dire tenersi Cairo per altri vent’anni: perché non ha interesse a vendere, ma di certo non lo farebbe con una retrocessione sulle spalle — anche solo per una questione di ego smisurato. Andare in B significherebbe quasi scomparire, perché la Serie B di oggi non ha alcuna visibilità. Per fortuna il campionato è ancora lungo: c’è tempo per pianificare — parola sconosciuta — qualcosa per raddrizzare la situazione. A cominciare da oggi. 
Via Baroni. Testa bassa e pedalare.

... La Sfida Globale ...

LA SFIDA GLOBALE 

L’universo maga e le scelte dell’Italia 

Sergio Fabbrini ( Il Sole 24 Ore) 

Maga (Make America Great Again) è una coalizione politica che, si ritiene, rappresenta circa il 60% dei 77 milioni di elettori che hanno votato Trump nel 2024. Si è formata nel corso del 2016, ma era in gestazione da tempo (come ha mostrato Laura Field), con lo scopo di rivoluzionare il sistema americano e i suoi rapporti con il mondo. Trump è stato il catalizzatore delle correnti della destra americana desiderose di andare oltre il tradizionale conservatorismo repubblicano (il Reagan-Buckley Consensus). Un conservatorismo che era rimasto prigioniero dell’illuminismo liberale dei Padri fondatori, oltre che dell’idea multirazziale della «nazione di tante nazioni». Maga rappresenta una visione nativista di America, un’America etnica a supremazia bianca. La lotta all’immigrazione è una questione identitaria, non di politica pubblica. Gli immigrati (non solamente quelli entrati illegalmente) debbono essere deportati proprio per evitare che inquinino il sangue dell’America. Per Maga, Trump è il «Cesare» che può finalmente scardinare il predominio dell’establishment liberale. L’autoritarismo è lo strumento con cui svuotare la separazione dei poteri all’interno e con cui imporre il potere dell’America all’esterno. Per esponenti Maga (come Curtis Yarvin), il potere decisionale deve essere concentrato nel presidente, liberandolo dai vincoli congressuali e giudiziari. Il presidente è il Ceo dell’America. L’occupazione militare delle città, l’uso della forza contro i dimostranti, l’attacco ai media o alle università, sono necessari per scardinare le casematte liberali. All’esterno, per esponenti Maga (come Michael Anton), l’America deve usare il suo potere imperiale per scardinare le Nazioni Unite, sostituendole con un’organizzazione da lei dominata. Il Board of Peace non è nato per caso. L’imposizione unilaterale dei dazi ad altri Paesi collega l’autoritarismo interno con quello esterno. Il primo è stato appena contenuto dalla Corte Suprema, il secondo continua ad essere accettato da molti (come la Commissione europea). Il nazionalismo nativista è caratterizzato dal rifiuto della democrazia liberale e del diritto internazionale. Tale rifiuto ha caratteristiche illiberali (come nel caso di Yoram Hazony) o post-liberali (come nel caso di Patrick Deneen), ma è comunque caratterizzato dall’idea che la democrazia capitalistica e il multilateralismo internazionale costituiscono regimi del passato. Tra le due correnti si collocano gli apologeti del potere (come Stephen Miller) o gli oligarchi della Silicon Valey (come Peter Thiel), e il loro portavoce, J.D. Vance. In Maga è confluito anche il nazionalismo cristiano promosso dalla costellazione di congregazioni neo-protestanti e neo-evangeliche. Per i nazionalisti cristiani (come i protestanti e cattolici di Project 2025), Trump è il Mosè finalmente arrivato per liberare la «nazione bianca» dal gioco laicista. Per i nazionalisti cristiani, se si vuole arrestare il declino americano, occorre rifondare religiosamente lo stato. Essi rifiutano il Primo Emendamento (1791) della Costituzione, elaborato nel 1787, il quale proibisce al Congresso di costituire una religione o di previlegiarne una sulle altre. L’America è stata periodicamente attraversata da religious revivals, come ha mostrato, tra gli altri, lo storico Richard Hofstadter. L’attuale nazionalismo cristiano non è però uno di questi. Esso è interessato alla politica più che alla fede. Di qui, la critica feroce all’Europa, considerata un continente secolarizzato, che sta cancellando la propria civiltà. Di qui anche il sostegno ai partiti della destra europea (come la tedesca Alternative für Deutschland) che dichiarano di volere ricristianizzare l’Europa, espellendo gli immigrati non-bianchi (la cosiddetta «remigrazione») e proibendo la pratica di fedi religiose non-cristiane. L’Europa integrata è stata costruita in opposizione al nazionalismo etnico, all’illiberalismo autoritario e al fondamentalismo religioso, di cui Maga è espressione. Abbiamo messo le nostre democrazie dentro involucri (costituzionali e sovranazionali) finalizzati a prevenire il ritorno del primo. Abbiamo costruito stati di diritto che proteggessero i diritti individuali attraverso una limitazione del potere politico, per evitare il ritorno del secondo. Abbiamo dato vita a economie e società pluraliste, per evitare il ritorno del terzo. Maga rappresenta una minaccia per noi. Se così è, come può Giorgia Meloni difendere il nazionalismo antiimmigrati di Trump, la sua politica incostituzionale dei dazi, la farsa del Board of Peace? Il 14 febbraio scorso, parlando alla Conferenza internazionale di Monaco, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha detto: «La battaglia (…) di Maga negli Stati Uniti non è la nostra. (Da noi) la libertà di parola finisce quando la si usa contro la dignità umana e contro la nostra legge fondamentale. Noi non crediamo nelle tariffe e nel protezionismo, ma nel libero commercio. Noi difendiamo gli accordi sul clima e l’Organizzazione mondiale della sanità perché siamo convinti che le sfide globali possono essere risolte solamente insieme». Il giorno dopo, la premier italiana Giorgia Meloni ha dichiarato di non condividere le opinioni «politiche» del cancelliere tedesco, aggiungendo che Maga «non è un tema di competenza dell’Unione Europea». In realtà, Maga rappresenta una sfida esistenziale per l’Europa integrata. Sostenerla, vuol dire essere contro quest’ultima.

sabato 21 febbraio 2026

... TSO per tutti!! ...

TSO PLANETARIO 

di Lavinia Marchetti 

 Oggi avevo una giornata libera e oltre a studiare ho deciso di mettermi in pari col mondo, non solo delle cose di cui mi occupo quotidianamente. Ho appreso molte cose, Freud le collocherebbe nell'ordine del "Perturbante", ma forse è poco.

 DUNQUE, HO APPRESO CHE: 

- abbiamo Luigi Di Maio, sì, proprio lui, l’uomo che ha trasformato il "non sapere cosa fare" in una luminosa carriera internazionale, che oggi officia come professore in un prestigioso college londinese. Me lo immagino mentre spiega la geopolitica dimenandosi tra un congiuntivo e un'espressione zen da: dove sono? Lui ce l'ha fatta. Un mio amico di scienze politiche con due dottorati insegna in un paesino della Sardegna storia e filosofia...Onore a Di Maio. - mentre Gigino insegna il mondo al mondo, il mondo reale si dà da fare, scopriamo che un poliziotto, quelli a cui vorrebbero dare lo scudo penale, invece di pattugliare, decide di fare consulenza esterna e sparare in testa a uno spacciatore e manomettere la scena. Sembra The Shield in salsa italica. - Antonio Tajani. Lo vedi lì, imbalsamato, impacciato come una mummia a cui hanno appena spiegato che deve fare la breakdance. Non sciolto come quando si tratta di denigrane i cattivoni "comunisti" davanti alla sua platea. Si muove nel fumo della diplomazia con la scioltezza di un termosifone in ghisa, "osservando" un fantomatico "Board of Peace" che potrebbe diventare una delle cose più criminali e vergognose di questo secolo. - Sì, il Board of peace. Avete presente la mafia? Ecco...la differenza è che hanno più soldi e potere e nessuno può arrestarli e che tutti insieme hanno fatto i morti che la mafia potrebbe fare forse in mille anni. La pace... - Sullo sfondo, quasi come un rumore bianco fastidioso, il genocidio a Gaza continua in diretta streaming, ma fa meno notizia di quel piccolissimo evento epocale che sono i file di Epstein, inizia Sanremo, c'è la serie A, ci sono priorità. Nel frattempo i motori per la guerra all'Iran vengono scaldati con la nonchalance di chi sta preparando una grigliata di Pasquetta. - L'Europa collassa piano piano, la Germania da 3 anni non performa, 0,2 di crescita, senza gas Russo non funziona. Spiegatelo anche alla Grecia. Kaja Kallas osserva il crollo dell'Europa con quel gelo baltico di chi sa che la casa brucia, ma ha già deciso che colore dare alle ceneri. 

Questo è quello che ho visto oggi. 20 febbraio 2026. 

 Auguri a noi!