domenica 10 maggio 2026

... "la pagherà cara!" ...

La cena ufficiale sta finendo quando Henry Kissinger si avvicina ad Aldo Moro. Gli parla a bassa voce: “Onorevole, lei deve smettere di perseguire il suo piano politico oppure la pagherà cara”. 

 Siamo a Washington, è il 1974. Aldo Moro è in quel momento ministro degli Esteri. Kissinger è il personaggio politico più influente degli Usa. Quel piano politico a cui l’americano fa riferimento è il compromesso storico. Moro vuole aprire al Partito comunista italiano di Enrico Berlinguer, il più forte partito comunista dell’Occidente. Per gli Stati Uniti, nel pieno della Guerra fredda, è uno scenario inaccettabile: l’Italia è un Paese Nato strategico e Washington non vuole comunisti nell’area di governo. Moro però è convinto che quella sia l’unica strada per tenere insieme il Paese. L’Italia degli anni Settanta è attraversata da terrorismo, tensioni sociali, scontri politici. Berlinguer e Moro, da mondi opposti, pensano entrambi che serva un equilibrio nuovo. La forza di Berlinguer e del Pc italiano, però, sono concausa di quello che accadrà dopo. Un partito comunista debole avrebbe fatto finire la partita in altro modo? Chissà. Probabile. Quattro anni dopo, il 16 marzo 1978, le Brigate Rosse bloccano l’auto di Moro in via Fani, uccidono i cinque uomini della scorta e lo sequestrano. Durante la prigionia Moro scrive lettere disperate alla Democrazia Cristiana. Al segretario della Dc Benigno Zaccagnini lascia una frase che pesa come una condanna: “Il mio sangue ricadrà su di voi”. Zaccagnini, moroteo e amico personale, non muove un dito. Né lui, né Andreotti. Tantomeno Cossiga. Il Vaticano propone: “Paghiamo un riscatto, con soldi nostri”. Niente. Lo Stato italiano con le Br non tratta. Sopratutto se il prigioniero è Aldo Moro. Il 9 maggio il corpo di Aldo Moro viene trovato nel bagagliaio di una Renault 4 rossa in via Caetani, tra la sede della Dc e quella del Pci. 
Il compromesso storico finisce lì, dentro quel bagagliaio. 

 
𝑪𝒍𝒂𝒖𝒅𝒊𝒐 𝑪𝒉𝒊𝒔𝒖 

#diagonale #aldomoro #henrykissinger #democraziacristiana 

... ancora D'Aversa, o no? ...

La gente si affeziona in fretta, specialmente quando non hai nulla a cui aggrapparti. Bastano due parole giuste in conferenza, qualche partita sporca tirata fuori con dignità, un gruppo che corre un pochino più del solito, ed ecco che allenatore, tifosi e giocatori si stringono come reduci sotto la stessa pioggia. Così oggi molti vogliono D’Aversa ancora sulla panchina della Cairese per la prossima stagione, e forse lo vogliono davvero. Per riconoscenza, per paura di ricominciare, perché nel calcio la mediocrità rassicura più del salto nel vuoto. Ma la verità è che la sua conferma sarebbe soprattutto la miglior garanzia per Cairo. Perché D’Aversa, se resta, si accontenterà delle briciole. Non farà guerre pubbliche, non pretenderà rivoluzioni, non spaccherà i tavoli. Lavorerà con quello che passa la casa e proverà pure a dire grazie. Lo ha già fatto solo poche settimane fa quando ha dichiarato che Cairo è un “valore aggiunto” perché resta accanto alla squadra. D’altra parte arriva da una serie di situazioni una più disperata dell’altra: salvare questa banda di falliti per lui era quasi l’ultima spiaggia. Ci è riuscito: bravo lui, ci mancherebbe. Ma c’è un dettaglio che molti fingono di non vedere: se Cairo avesse davvero voluto confermare D’Aversa, lo avrebbe già fatto. Invece non è convinto, per niente. Per mille motivi, giusti o sbagliati che siano. Cerca altro, si guarda in giro, annusa disponibilità da parte di terzi. Ed allora, qual’ ora lo confermasse, mister braccino corto avrebbe il capolavoro perfetto: spendere poco, rischiare meno ed avere già pronto il parafulmine. Perché alla prima sconfitta pesante, al primo accenno di fondo classifica, al primo impantanamento nel fango dei pareggi inutili, potrà alzare le spalle e dire: “Lo avete voluto voi”. 
E la cosa peggiore è che avrebbe pure drammaticamente ragione. 
Perché alla fine deve decidere lui. 
Non i tifosi. 
Non i giocatori. 
Lui. 
Da più di vent’anni quest’aborto targato mandrogne è roba sua. Oneri ed onori compresi. 
Gli oneri finge di non sapere cosa siano, gli onori non arrivano mai. 
Ma allora anche gli errori devono essere suoi fino in fondo. 
Se sbaglia, devono essere cazzi suoi, non nostri. 
Abbiamo già fin troppi sagrin: non accolliamocene altri. 


 Ernesto Bronzelli.

... la satira e la guerra ...

La satira e la guerra 

Michele Serra 

Comunque la si pensi su Zelensky, il decreto nel quale “per motivi umanitari” autorizza “lo svolgimento di una parata a Mosca” è tecnicamente satirico; e piuttosto spiritoso. Date le circostanze, può essere considerato fuori luogo. Ma, forse per deformazione professionale, mi ha fatto sorridere. Sarebbe magnifico, sebbene altamente improbabile, se Putin rispondesse sullo stesso terreno, per esempio invitando ufficialmente Zelensky a partecipare alle prossime parate sulla Piazza Rossa, ma in qualità di trofeo impagliato. Purtroppo il livello di humour (anche di humour nero) di un duce e della sua claque è in genere vicino allo zero, a causa del fatto che umorismo e senso del limite sono strettamente connessi. Ditemi, da uno a dieci, quanto è presente in Putin il senso del limite, e vi dirò quanto è presente il senso dell’umorismo. E dunque è da escludere che la guerra russo-ucraina apra anche un fronte satirico. Peccato, perché i presupposti ci sarebbero. La letteratura russa, benché incline ai grandi temi e ai toni alti, ha nelle sue corde il comico, il surreale, il satirico. Tra i miei trascorsi più onorevoli c’è la riduzione teatrale, per Luca De Filippo, del “Suicida” di Nikolaj Erdman, satira esilarante sulla convivenza forzata e sul conformismo politico nella Russia sovietica (l’autore scampò miracolosamente, e spiritosamente, allo stalinismo). Sergej Dovlatov (in Italia pubblicato da Sellerio) è uno dei più stimati scrittori comici del Novecento. E Gogol, naturalmente. E a modo suo Bulgakov: ma tutti e due, Gogol e Bulgakov, tra i grandi della letteratura russa del Novecento, erano ucraini. 

Per dire quanto assurdo e atroce sia lo scannamento in atto tra popoli fratelli.

... Festa della Mamma ...

... auguri a tutte le mamme del Passato, del Presente ... e del Futuro!
NON UNA DI NOI 


Basta, basta con la glorificazione della "mamma che si sacrifica". Lo faccia lei per prima Presidente! No, non c’è nulla di poetico nel sacrificio di una mamma, non c'è bellezza nel dover scegliere tra una scrivania e un figlio, né c’è nobiltà nel sentirsi dire che la stanchezza è un "dono" o una "sfida profonda" da affrontare con il sorriso. La narrazione della madre onnipresente, che trova forze sovrumane anche quando è distrutta, è un’arma a doppio taglio, serve a normalizzare l’assenza di servizi, di welfare e di una reale condivisione dei carichi. Se la mamma è un'eroina per natura, allora non ha bisogno di aiuto. Vi piacerebbe! Basta credere a questa favoletta. Oggi il nostro pensiero, il nostro augurio deve volare altrove: Alla Madre chi si arrende, perché la forza è finita e non c’è vergogna nell'ammetterlo. Alla Madre che guarda i propri figli e prova il peso del rimpianto, schiacciata da una responsabilità che il mondo le ha scaricato addosso senza sconti. Alla Madre chi è in coda alla Caritas, o aspetta un aiuto dal vicino, perché l’amore non paga le bollette né riempie i piatti. Alla Madre che convive con la depressione e resta in silenzio per paura del giudizio, o peggio, per il terrore che quello Stato che la loda a parole le porti via i figli nei fatti. Il sacrificio materno non è né romantico, né nobile. Non c'è dignità nella disperazione. Nel sacrificio materno, spesso, c'è solo solitudine. Smettiamo di celebrare la fatica e iniziamo a pretendere il diritto di essere madri senza dover per forza essere martiri. 

#festadellamamma #governomeloni 


 Lucia Coluccia.

sabato 9 maggio 2026

... 9 maggio 1978 ...

PER ALDO MORO, PEPPINO IMPASTATO E TUTTE LE VITTIME DI MAFIA E TERRORISMO 


 🔴 Il 9 maggio 1978 è una delle date più drammatiche della storia repubblicana. Nello stesso giorno, a Roma, veniva ritrovato il corpo di Aldo Moro, assassinato dalle Brigate Rosse dopo 55 giorni di prigionia. A Cinisi, in Sicilia, venivano rinvenuti i resti di Peppino Impastato, ucciso dalla mafia per il suo coraggio e la sua denuncia contro Cosa Nostra. Due delitti politici. Due ferite profonde. Due simboli di un’Italia attraversata da terrorismo, mafia, depistaggi e oscuri intrecci di potere. 

🔴 Nella scorsa legislatura ho avuto l’onore di presiedere la sottocommissione Antimafia sul caso Moro. Un lavoro serio, rigoroso, condotto insieme al giudice Guido Salvini, che ha portato a una relazione finale a mia prima firma: 

 https://bit.ly/3VOKGYv 
Abbiamo approfondito le interferenze di ambienti istituzionali italiani e stranieri nella preparazione del sequestro, nella gestione delle trattative e persino nell’eccidio di via Fani. E ciò che emerge è inquietante. I brigatisti, per loro stessa ammissione, non avevano né l’addestramento militare né le capacità operative necessarie per portare a termine un’azione di quella complessità. È evidente che vi fosse il supporto di soggetti esterni, esperti nell’uso delle armi e nelle operazioni paramilitari. 

🔴 A sparare in via Fani non furono soltanto i quattro brigatisti ufficialmente riconosciuti. Altri soggetti erano presenti e sono rimasti impuniti. Così come è sempre più difficile credere alla versione ufficiale sull’esecuzione di Moro. Per questo sarebbe necessario continuare a indagare, approfondire, cercare la verità senza paura. E invece oggi assistiamo a una Commissione Antimafia che sembra avere altre priorità: attaccare l’antimafia stessa, delegittimare anni di battaglie civili e giudiziarie, stravolgere la storia delle stragi e mettere in discussione il lavoro di magistrati, giornalisti e familiari delle vittime. 

🔴 È gravissimo. Perché senza verità non c’è giustizia. E senza memoria non c’è democrazia. Oggi ricordiamo Aldo Moro, Peppino Impastato e tutte le vittime del terrorismo e della mafia. Persone che hanno pagato con la vita le proprie idee, il proprio impegno, il proprio coraggio. Per loro continueremo a chiedere verità e giustizia. Sempre. 


 Stefania Ascari.

... blitz a Mattie! ...

... e finalmente toccò a me di raggiungere il nostro "buen retiro", anche se per pochissimo tempo!!!

... Torino 2 - Sassuolo 1 ...

La cosa più IMBARAZZANTE sono i commenti di quelli che dopo una vittoria in amichevole fra due squadre senza obiettivi ed in ciabatte parlano di confermare D’aversa ed inserire 3/4 innesti per “puntare in alto”… 
Ti fa veramente capire che è giusto stare nella merda in cui stiamo e starci a vita. Solo la settimana scorsa uscivamo umiliati da Udine, stasera vinci una partita TOTALMENTE INUTILE e si parla di Europa…. 
Capite perché Cairo ci piscia in culo da 21 anni? 


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 Gattuso è una brava persona. Di quelle dirette, senza giri strani, che non ti raccontano storie per farti piacere il racconto. È anche un discreto allenatore, nel senso più onesto possibile del termine: lavoro, disciplina, organizzazione, zero illusioni inutili. Uno che mette ordine dove c’è disordine…o almeno ci prova con convinzione. A volte gli va bene, altre male: ci sta. Ha lavorato spesso in condizioni pessime, a volte senza vedere un euro. Roba seria per uomini seri. Ma il punto non è lui. È come sempre Urbano Cairo. Si perché nella derelitta Torino color granata, dopo trent’anni di attesa e ventuno sotto la stessa gestione scellerata, se ci sono cose di cui la gente granata non ha davvero più bisogno sono l’ennesima liturgia sul “cuore Toro”, sulla “grinta”, sul “non mollare mai”. Sono slogan che hanno fatto il loro tempo. Ripetuti così tante volte da diventare rumore di fondo. Ed i coglioni toccano terra per rimanerci. Perché parliamoci chiaro, la verità è che il pubblico non è stanco del Toro: è stanco della sua versione imbalsamata targata Masio. Gattuso, nel bene e nel male, sembra una scelta comoda, una scelta facile. Una di quelle che rassicurano perché non spaventano nessuno, non aprono conflitti, non promettono rivoluzioni. Un uomo che porta ordine, sì, ma anche continuità con un certo tipo di pensiero: solido, prevedibile, difensivo e difensivista, perché l’unica cosa che interessa ad Urbano il munifico è limitare i danni, sfangarla, portare a casa la salvezza ed i diritti tv che sostengono la sua gestione da amministratore di condominio. Una scelta facile come facile è quel 3-5-2 che gli atterriti sostenitori granata si sucano da lustri. Sistema che per attitudine sicuramente ti permette di mascherare le magagne difensive, coprendo le crepe con ordine e densità, e che trasforma gente con il cemento ai piedi in difensori decenti, ma che resta, nel suo fondo più sincero, la castrazione congenita del talento. Nel 3-5-2 non si dribbla. Non si salta l’uomo. Non si prova la giocata sugli esterni. È tutto un ripiegare, un tornare indietro, un passaggio prudente che rinvia la responsabilità. Dall’area avversaria a quella propria, come se il rischio fosse sempre un errore e mai un’opportunità. Ed il talento, in tutto questo, impara a stare zitto, non si espone, non emerge. Al Torino fu Toro, e per Toro ritornare, servirebbe altro. Un allenatore giovane, con idee nuove, offensive, ma non nel senso di insultanti per chi guarda la partita. Un calcio che prenda iniziativa, che vada a comandare, che non si vergogni di creare. Un calcio brioso, spregiudicato, che provi far divertire. Perchè, porca troia, il calcio è colore, è passione, è vertigine, è divertimento. Invece sono trent’anni che qui manca la gioia, e, lasciatemelo dire: non è vivere. Tutto inutile ovviamente: discorsi sul nulla di un povero disco rotto targato Cuneo. 
Arriverà Gattuso, e se non sarà lui sarà uno su quella falsariga, lo so, lo sappiamo. 
E quindi? 
E quindi nulla. 
Speriamo almeno che prima o poi sia qualcun altro a fare le valigie. 


 Ernesto Bronzelli.