
Ventiquattro nomi buttati lì come ossa rosicchiate al cane, facce consumate e poi sputate via, una processione di allenatori che sembra una fila al patibolo: Stringara, De Biasi, Zaccheroni, ancora De Biasi, Novellino, poi di nuovo De Biasi, Novellino, Camolese, Colantuono, Beretta, Colantuono, Lerda, Papadopulo, Lerda, Ventura, Mihajlovic, Mazzarri, Longo, Giampaolo, Nicola, Juric, Vanoli, Baroni, D’Aversa.
Un elenco che non è memoria ma usura, non è storia ma logoramento continuo.
Ventitré cambi in vent’anni e mezzo che non raccontano evoluzione ma un eterno girare a vuoto, una porta che sbatte sempre nello stesso punto.
In mezzo a questo girone dantesco che non ha nemmeno la dignità dell’inferno, sempre lui: Urbano Cairo, fermo, immobile, incollato alla poltrona come se fosse parte dell’arredamento, come se il tempo non potesse scalfirlo.
Mentre tutto il resto cambia, si consuma, sparisce, e lui resta, parla, riempie l’aria di parole che suonano come latta vuota, sempre le stesse, sempre più leggere, sempre più lontane dalla realtà.
Il decimo posto come scelta di vita, e lui lo chiama “buon campionato” e già qui basterebbe fermarsi, basterebbe il peso di questa bestemmia calcistica per capire tutto.
Ma lui insiste, continua, si avvita nella sua stessa retorica, una litania da rosario consumato, frasi fatte ripetute con una pervicacia quasi offensiva, un ciarlare da pochi spicci che pretende di diventare verità solo perché ripetuto abbastanza volte, anche contro l’evidenza, anche contro la memoria, anche contro chi ha ancora la forza di ricordare cosa sia stato davvero il Toro.
Parla di responsabilità, la sventola come una bandiera, ma è una parola che nelle sue mani si svuota, si piega, si sgretola, perché da quattro lustri quella responsabilità è stata disattesa, evitata, aggirata con la stessa abilità con cui si evitano gli specchi quando non si ha più il coraggio di guardarsi.
Ed allora restano solo le bugie, le solite bugie storte, ripetute fino allo sfinimento, bugie pigre, senza nemmeno la capacità di reggersi in piedi da sole, e che eppure continuano ad uscire, una dietro l’altra, senza vergogna, senza esitazione da quella bocca da rana dalla bocca larga.
La squadra, il progetto, l’Europa, lo stadio, il Robaldo: quintali di merda invasettata e venduta ai fessi.
Aveva dichiarato che se ne sarebbe andato quando i tifosi non lo avrebbero più voluto.
Lo aveva promesso con quella sicurezza da piazzista scaltro e consumato, ed oggi quella promessa giace lì, svuotata, calpestata.
Mentre fuori monta una rabbia che non è più nemmeno rabbia ma stanchezza, una frustrazione che si è fatta abitudine, un dolore che ha perso perfino la voce per urlare davvero.
E lui resta, impermeabile, sordo, ostinato, non per forza ma per inerzia, non per visione ma per un’incapacità cronica di farsi da parte.
Ed è la dimostrazione più vera e plastica che lui del Toro non sa nulla e nemmeno gli frega.
Perché se qualcosa non dico lo ami, ma per lo meno lo rispetti, e sai di essere la causa principale dell’infelicitá, della disperazione, del dramma di chi per quella cosa darebbe la vita, prendi e ti fai da parte.
Invece no.
Ha preso a costo zero un qualcosa che aveva peso, storia, sangue, e lo ha ridotto ad una lenta evaporazione.
Non un crollo netto, che almeno avrebbe avuto una sua dignità, ma uno stillicidio continuo, una goccia di merda dopo l’altra, sempre uguale, sempre più opprimente, fino a trasformare tutto in un’abitudine grigia, senza scatti, senza orgoglio, senza più nemmeno la rabbia necessaria a ribellarsi davvero.
E poi quel sette, quel voto che si assegna con leggerezza, come se fosse un bilancio qualsiasi, come se bastasse un numero a chiudere vent’anni e mezzo di mediocrità diluita.
Non è un voto: è uno specchio deformante, è la misura di una distanza ormai incolmabile tra ciò che racconta e ciò che esiste, tra la narrazione e la realtà che si accumula fuori, nelle strade, tra la gente, davanti ai simboli veri.
Perché mentre lui parla, mentre si autoassolve, mentre continua a raccontare successi invisibili, c’è chi non ha più voglia di urlare e passa ai gesti, rovesciando letame davanti al Fila sotto uno striscione che in tre parole dice tutto quanto.
Ed in quell’odore acre, in quella materia gettata lì senza filtri, c’è senz’altro più verità di quanta ne sia uscita dalla sua bocca in vent’anni e mezzo.
Vent’anni di niente, maledetto.
Vent’anni di niente.
Cairo merda.
Ernesto Bronzelli.