mercoledì 1 aprile 2026

... un mostro giuridico! ...

𝐈𝐬𝐫𝐚𝐞𝐥𝐞 𝐞 𝐥𝐚 𝐩𝐞𝐧𝐚 𝐝𝐢 𝐦𝐨𝐫𝐭𝐞. 𝐐𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐥𝐚 𝐝𝐢𝐬𝐮𝐦𝐚𝐧𝐢𝐭𝐚̀ 𝐬𝐢 𝐟𝐚 𝐒𝐭𝐚𝐭𝐨 


Articolo di Massimo Lensi 


L'introduzione della pena di morte per atti di terrorismo da parte della Knesset (parlamento israeliano) segna un passaggio che interroga, prima ancora che la politica, la qualità giuridica dello Stato. Non si tratta solo del ritorno a una sanzione estrema, da tempo espunta dagli ordinamenti che si riconoscono nel costituzionalismo contemporaneo, ma della modalità con cui essa viene configurata: una pena potenzialmente applicabile senza richiesta dell'accusa, senza necessità di unanimità tra i giudici e, soprattutto, costruita su una definizione normativa che finisce per selezionare in concreto una sola categoria di destinatari. Il diritto penale, quando si piega a finalità identitarie o securitarie, smette di essere limite al potere e diventa suo strumento. In questo caso, la tipizzazione dell'illecito - «causare intenzionalmente la morte con l'obiettivo di negare l'esistenza dello stato» - appare meno come descrizione di un fatto e più come qualificazione politico-esistenziale dell'autore. Il rischio evidente è quello di un diritto penale del nemico, in cui la persona è giudicata per ciò che rappresenta, più che per ciò che ha fatto. La storia giuridica israeliana conosce un solo precedente di applicazione della pena capitale: nel 1962, nei confronti di Adolf Eichmann. Un caso eccezionale, legato a crimini di dimensione e natura tali da essere considerati fuori dall'ordinario. Proprio quell'eccezionalità aveva contribuito, nel tempo, a mantenere la pena di morte ai margini dell'ordinamento. La scelta odierna rompe quell'equilibrio e introduce una frattura ulteriore: tra diritto e uguaglianza, tra giurisdizione e politica, tra sicurezza e garanzie. In un sistema che già presenta anomalie - dall'assenza di una costituzione formale alla centralità di leggi fondamentali suscettibili di revisione politica - l'innesto della pena capitale, con tali caratteristiche, accentua una deriva in cui il diritto perde la sua funzione di contenimento e si espone al rischio di essere, esso stesso, veicolo di discriminazione.

... settimana corta? ...

𝐋𝐚 𝐬𝐞𝐭𝐭𝐢𝐦𝐚𝐧𝐚 𝐜𝐨𝐫𝐭𝐚 𝐞̀ 𝐛𝐫𝐮𝐭𝐭𝐚 𝐬𝐨𝐥𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐢 𝐠𝐥𝐢 𝐚𝐥𝐭𝐫𝐢 


Il #buongiorno di Giulio Cavalli 

 Venerdì 10 aprile Giorgia Meloni avrebbe dovuto presentarsi in Parlamento per rilanciare l'azione di governo. Lo ha comunicato il ministro Luca Ciriani (Fratelli d'Italia) nel pomeriggio di martedì. Poi qualcosa è cambiato: l'informativa è slittata al giovedì 9 perché i parlamentari di maggioranza non volevano restare a Roma il venerdì. La settimana corta, insomma, è brutta solo per tutti gli altri. È un copione già visto. A marzo la Camera ha bocciato la proposta di Pd, Avs e M5S per ridurre l'orario di lavoro a 32 ore settimanali a parità di salario: 132 voti a favore dell'emendamento soppressivo, 90 contrari. Costi insostenibili, ha spiegato il centrodestra. Già lo scorso giugno Ciriani aveva proposto di spostare le interpellanze al giovedì per allungare il weekend. Al Senato, del resto, si chiude il giovedì da anni. C'è una cosa che vale la pena scrivere per esteso. Gli stessi parlamentari che non volevano restare a Roma di venerdì hanno tutto l'interesse a tenere in vita questo governo almeno fino all'aprile del 2027. Per maturare il diritto alla pensione servono quattro anni, sei mesi e un giorno di mandato: la XIX legislatura ha iniziato il 13 ottobre 2022, la data scatta intorno alla metà di aprile del prossimo anno. Chi non ci arriva perde i contributi. Davvero c'è qualcuno che pensa che questi parlamentari faranno di tutto per non arrivare fino in fondo? Sostanzialmente questa è la cosiddetta "visione politica" della maggioranza: arrivare a fine mandato con le tasche in ordine. 
Il comando di Meloni è tanto autorevole che la sua agenda la decidono loro.

... calendario ...

... il lupo mannaro, nella sua ferocia, esprime tutta la mia rabbia per il mancato rinnovo della patente di guida, perdita che pregiudica anche i soggiorni nel nostro "buen retiro"!!!

... aprile ...

... si lo so, sono ripetitivo, ma è il periodo di MERDA che lo richiede, periodo che dura dal 2024!!!

martedì 31 marzo 2026

... fine mese ...

... senza commento - le immagini parlano da sole!!

... incred ... no, niente!! ...

Incredibile. 

Guido Crosetto si è svegliato e si è ricordato di essere il ministro della Difesa di un Paese sovrano che ripudia la guerra per Costituzione, specie quelle illegali. E cosa ha fatto? Ha negato a Donald Trump l’utilizzo della base di Sigonella. È accaduto venerdì, lo scopriamo ora. Bene, anzi benino. C’è voluto un mese di guerra, un mese di morti, disastri economici ed energetici epocali, violazioni di ogni diritto internazionale, balbettii, silenzi complici, castronerie totali, ma alla fine persino il governo italiano ha voltato - una volta tanto e per una volta - le spalle a Trump. E ora li vedi lì i destroidi in fila sui social reclamanti applausi, scuse e pacche sulle spalle. Gli stessi che per settimane hanno deriso il premier spagnolo Pedro Sánchez per aver fatto molto prima e molto meglio la stessa cosa. Gli hanno dato dell’ingenuo, del populista, del pazzo. Allora forse si poteva fare. Bastava - si fa per dire - statura politica e coraggio. O ce l’hai o, come don Abbondio, non te lo puoi dare. 
Ora è tardi, tardissimo. Quasi grottesco. 
Ma meglio tardi che mai. 

 Lorenzo Tosa.
Fermi tutti, falso allarme. 

Per un attimo, per un istante fugace, per un battito di ciglia, avevamo sperato. Qualcuno aveva messo in giro la voce che l'Italia avesse sospeso l'uso della base di Sigonella agli americani. Come la Spagna, come Sánchez. Come un Paese con la schiena dritta. E noi, poveri illusi, ci avevamo creduto. Qualche ora di speranza pura. Qualche ora in cui abbiamo assaporato l'idea di un'Italia che per una volta, una sola, dicesse: no. Ore bellissime. Ma poi è arrivato il ministro della Difesa Guido Crosetto, che qualche minuto fa si è fiondato su X per rassicurare il mondo. "Qualcuno sta cercando di far passare il messaggio che l’Italia avrebbe deciso di sospendere l’uso delle basi agli assetti USA. Cosa semplicemente falsa, perché le basi sono attive, in uso e nulla è cambiato. Non c’è alcun raffreddamento o tensione con gli USA". Nulla è cambiato. Grazie ministro, ci scusi. Per un attimo ci eravamo illusi che questo governo avesse fatto qualcosa di intelligente. Per un attimo avevamo pensato che l'Italia avesse smesso di stare in ginocchio. Ma lei, premuroso, è corso a rettificare: stiamo ancora in ginocchio, state tranquilli, posizione invariata. E la cosa straordinaria è che Crosetto lo dice con orgoglio. Scusi, ministro. Davvero. Non avremmo mai dovuto dubitare di voi. Sia mai che per sbaglio facciate qualcosa di dignitoso. Per carità. Si romperebbe una tradizione. E le tradizioni, si sa, per voi patrioti sono sacre". Siamo un paese senza speranze. 
 Grazie agli amici di Abolizione del suffragio universale. 

 Mario Imbimbo.

... "leggerezza"?? ...

𝐄𝐜𝐜𝐨 𝐥𝐚 "𝐥𝐞𝐠𝐠𝐞𝐫𝐞𝐳𝐳𝐚" 𝐝𝐢 𝐃𝐞𝐥𝐦𝐚𝐬𝐭𝐫𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐭𝐫𝐨𝐯𝐚𝐯𝐚 𝐮𝐧𝐚 𝐝𝐞𝐟𝐢𝐧𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐠𝐢𝐮𝐫𝐢𝐝𝐢𝐜𝐚 


Il #buongiorno di Giulio Cavalli 


 Diciassette dicembre 2024. A Biella, davanti a un notaio, sei persone costituiscono la "Le 5 Forchette". Tra loro Delmastro e Miriam Caroccia, diciottenne figlia del prestanome condannato del clan Senese. Lo sappiamo, certo, ma c’è una novità: secondo la procura di Roma, è quel momento il punto d'innesco del reato: da quella data inizia il riciclaggio di capitali mafiosi. L'avviso a comparire notificato a Miriam Caroccia non è un aggiornamento burocratico. È il salto di qualità che trasforma mesi di ipotesi in imputazione formale: la Bisteccheria d'Italia avrebbe permesso al clan di reinvestire capitali illeciti, rafforzare la propria posizione territoriale e sottrarre beni a misure ablatorie. Sporchi, scrivono i pm, erano i soldi con cui i Caroccia si sarebbero attribuiti fittiziamente il cinquanta per cento della società. Sporchi anche i capitali nella fase di avviamento. Giorgia Meloni aveva detto "leggerezza". Ogni giorno quella parola costa di più. Nel locale che la procura sospetta fosse un nodo di riciclaggio, i vertici del Dap erano stati fotografati a cena. Delmastro era ancora presente a fine gennaio 2026, mesi dopo aver ceduto le quote. E lui, in quel periodo, aveva la delega proprio al Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, cioè al cuore del sistema carcerario: quello stesso sistema per cui nel febbraio 2025 era stato condannato in primo grado per rivelazione di segreto d'ufficio. La commissione Antimafia, con voto unanime che include Fratelli d'Italia, ha approvato un ciclo di audizioni: procura di Roma, forze dell'ordine, Dap, scorta. E Delmastro stesso. "Leggerezza" attende ancora una definizione giuridica.