domenica 19 aprile 2026

... Cremonese - Torino ...

... datevi una mossa! ...

Per la sinistra è il tempo delle idee 


di MASSIMO GIANNINI 


Esagerando parecchio, si potrebbe usare l’appello drammatico che Il Mattino usò ai tempi del terremoto in Irpinia: «Fate presto!». Oppure, ironizzando un po’, si potrebbe optare per l’invito del Bianconiglio di Alice nel paese delle meraviglie: «Presto, che è tardi!». In ogni caso la formula che le riassume tutte è quella di Michele Serra su queste colonne: «Datevi una mossa!». Non c’è neanche bisogno di spiegare a chi è rivolta la perorazione accorata e in parte anche irritata. Voi, leader che guidate i partiti dell’opposizione, che state lì a marcarvi l’un l’altro tra la presentazione di un libro e la convocazione di una segreteria, a inseguire i retroscena dei giornali o i fruscii dei palazzi romani come il re in ascolto di Calvino, a presidiare i rispettivi terreni ognuno con una sua “campagna d’ascolto”. Cosa aspettate a spiegare al Paese che di fronte ai conclamati fallimenti della destra sovranista c’è un centrosinistra riformista già pronto per una credibile alternativa di governo? Attenzione: “già pronto” non significa tra un mese o tra sei mesi, significa qui e ora. “Credibile alternativa di governo” non vuol dire l’ennesima e pur gioiosa manifestazione di piazza: significa una riunione già fissata per stendere il programma comune con il quale presentarsi alle elezioni. E vuol dire chiudersi in una stanza, buttare la chiave e uscire solo con quel programma scritto e sottoscritto tra le mani. Finora nulla di questo è accaduto. Dopo il trionfo al referendum, oltre ai brindisi, alle pacche sulle spalle e alle ottime performance parlamentari di ognuno di voi, non si è visto nient’altro. Al contrario: è partito il tormentone non sul “cosa” ma sul “chi”. Non su quali proposte da inserire nella piattaforma programmatica della coalizione, ma sul capo o la capa che la deve guidare. E qui torno a Serra, che ve la dice come va detta: non ne vogliamo sapere niente delle vostre mire personali. Sono comprensibili, anche legittime, ma in questo momento le vediamo come un imperdonabile intralcio al lavoro che dovete fare. Se non ora, quando? Nelle urne del 22 marzo 15 milioni di elettori, insieme al sacrosanto bisogno di difendere la Costituzione dalle manomissioni capocratiche dei patrioti, hanno scaricato una somma di disagi: i salari fermi e le città insicure, le menzogne dei ministri e gli scandali dei sottosegretari, i costi economici e sociali prodotti da uno sceriffo sociopatico che ha trasformato il mondo in un Far West. Giorgia Meloni, dopo aver scelto i cavalli peggiori, comincia a pagare il prezzo delle sue scommesse sbagliate. L’asse euroscettico con Orbán, l’abbraccio mortale con Trump, la favoletta del «ponte» tra le due sponde dell’Atlantico, la burletta dell’Internazionale sovranista: tutto periclita e declina. La premier, senza ammetterlo, azzarda penose retromarce, nella speranza mal riposta che i cittadini dimentichino in fretta gli errori commessi e gli impegni traditi. Ma risalire la china sarà quasi impossibile: si vota tra un anno, la cassa è vuota, la gente è stufa. C’è occasione migliore di questa, perché Schlein e Conte, Fratoianni e Bonelli, Renzi e Magi, si mostrino all’altezza della sfida, senza personalismi né tatticismi? Non c’è. Eppure il colpo d’ala non si vede, l’assunzione di responsabilità neppure. La leader del Pd è al vertice del Partito socialista europeo a Barcellona, nella Spagna di Sánchez che proprio sulla folle guerra in Medio Oriente ha dimostrato al mondo cosa significa essere uno statista e un progressista, e quanto le micidiali tossine sprigionate dalla dottrina Maga, alla faccia dei pensosi “terzisti” da salotto tv, abbiano reso ancora più irrinunciabile la distinzione culturale e valoriale tra sinistra e destra. Molto bene. Il leader di M5S va in giro a presentare il suo ultimo libro, Una nuova primavera, vero manifesto politico dell’ex premier passato da grisaglia e pochette a camicia e cravatta. Benissimo. Ma poi? In politica economica ci chiediamo quando ci faranno sapere le cinque o le dieci riforme fondamentali che vareranno su un fisco sfasciato dalle flat tax e zavorrato dall’evasione, una sanità a corto di risorse, una scuola immiserita da tagli draconiani, un reddito delle famiglie falcidiato dall’inflazione e dal fiscal drag, un’emergenza energetica destinata a durare e a infiammare bollette e carburanti, una crisi industriale da 100 tavoli aperti e 120mila lavoratori a rischio, una giustizia civile inefficiente a prescindere dalle ordalie referendarie. In politica estera ci domandiamo quando fisseranno una linea compatta e coerente su cosa è per noi Occidente, come vanno ripensate le relazioni transatlantiche, quali proposte avanziamo per rimettere la chiesa-Italia al centro del villaggio-Europa, e soprattutto quale postura vogliamo assumere sul fronte ucraino, se ha prevalso la linea dem che dice sì agli aiuti militari e no al gas russo oppure quella pentastellata che sostiene l’esatto contrario. Il tempo per tutto questo è adesso. Anzi, era otto mesi fa. A settembre, alla festa romana di Avs, mi era capitato di moderare il confronto tra i quattro leader del campo largo. Di fronte ai soliti nobili propositi — il salario minimo, il disaccoppiamento del prezzo dell’energia, più fondi alla sanità pubblica — avevo suggerito un gesto più concreto: sta per cominciare la sessione di bilancio, perché non stilate la vostra contro-manovra economica, come foste già un “governo-ombra”, e con quel testo non fate un gran tour delle piazze o dei teatri della penisola, a raccontare tutti e quattro “insieme” cosa fareste se già oggi toccasse a voi guidare l’Italia? La risposta fu sconfortante: presenteremo un pacchetto di emendamenti condivisi alla legge di stabilità. E così hanno fatto. Se n’è accorto qualcuno? Ma questo è urgente, ora: il “cosa”. Poi deciderete pure il “chi”. O il “come”. Nel migliore dei centrosinistra possibili, dove ci si unisce e ci si riconosce intorno a un’idea di mondo, di paese e di società, la scelta del leader avverrebbe serenamente, con un patto politico tra contraenti che si rispettano e si battono per un solo obiettivo: la cacciata della destra e la riconquista del governo, che è molto più della semplice “presa del potere”. Ma questo non è il migliore dei centrosinistra possibili. Quindi, alla fine, optate pure per le primarie. Ma sappiate che vi servirà tutto l’equilibrio, il buon senso e la lealtà di cui siete capaci, per evitare che diventino un regolamento di conti che lascia sul terreno solo veleni. Le divisioni interne non mancano e, se tutti i nodi politici e programmatici non si sciolgono prima, affidarsi ai gazebo rischia solo di aggrovigliarli di più. Un duello Schlein-Conte può appassionare ma anche lasciare ferite profonde tra i due elettorati. Un terzo candidato come Silvia Salis può arricchire la competizione ma non garantire la preparazione, dopo appena undici mesi da sindaca di Genova. Insomma, pensateci bene. Ma ricordate che ogni minuto di tempo sprecato a sinistra è un metro di terreno recuperato a destra. “Salvare il soldato Giorgia” — uscita a pezzi dai conflitti della Storia — è ormai una missione che può riuscire solo a voi.

sabato 18 aprile 2026

... Roba da adulti!! ...

Mentre in Italia il dibattito politico è fermo a "la Meloni ha stretto la mano a Trump col gomito troppo flesso?" a Barcellona succede una cosa insolita: la sinistra mondiale si parla. Abituati alla sinistra italiana che litiga sui social, si scinde in tre correnti per scegliere il font di un volantino e poi perde le elezioni spiegando che in realtà ha vinto "moralmente", fa davvero strano. A Barcellona, convocati da Pedro Sánchez (quello che secondo alcuni non conta nulla) arrivano presidenti, premier e leader progressisti da mezzo mondo. Non per fare la foto col pugno chiuso, ma per una cosa che in politica è diventata rarissima: coordinarsi. Avete presente la destra internazionale? Quella che si passa i meme, i consulenti, le bugie e pure i soldi? Ecco. Stessa cosa. Ma senza la nostalgia per il Ventennio e con qualche libro letto in più. Tranquilli. Non stanno rifondando l'Unione Sovietica. Non stanno abolendo la proprietà privata del vostro scooter del 2007. Non è una setta woke che vuole imporvi il tofu obbligatorio. Stanno solo provando a dire che il mondo non è obbligato a scegliere tra gli USA e il nulla. Che esiste un'alternativa all'idea che la democrazia sia una scocciatura e la politica estera un torneo di braccio di ferro tra ego ipertrofici. Parlano di come tassare i giganti globali invece di tassare sempre gli stessi tre cristi e di come evitare che la politica diventi un reality show con missili veri. Roba noiosa, insomma. Roba da adulti. Pedro Sánchez non è il leader perfetto, anzi. Ma è uno che governa con una linea internazionale chiara. Senza spiegare ogni giorno che "ce lo chiede l'Europa" o che "non ci sono alternative". E ora fa qualcosa che in Italia sembra fantascienza: usa il potere che ha per costruire, non per fare dirette Facebook. Per questo a Barcellona non si celebra Sánchez come messia, ma come metodo: coordinamento invece di improvvisazione; politica invece di storytelling; visione invece di paura. Il punto non è Trump. Il punto è il dopo. Chi dice "vogliono un'Europa anti-Trump" non ha capito niente. Trump è solo il sintomo. Il problema è un mondo dove la democrazia è opzionale e il futuro è sempre rinviato. A Barcellona non stanno facendo il funerale a qualcuno. Stanno tentando di scrivere il copione di qualcosa che viene dopo. Ovviamente non è garantito che ci riescano. Ma almeno ci stanno provando, insieme, invece di commentare il disastro sentenziando "ve l'avevo detto". Se questa cosa vi infastidisce, è normale: la politica che pensa e coordina dà fastidio. Soprattutto a chi vive benissimo nel rumore, nel cinismo e nell'idea che "tanto sono tutti uguali". A Barcellona, per due giorni, qualcuno sta provando a dire che non è vero. È già una bestemmia sufficiente. 

 Antonio Micciulli.

... soft. leggero o penale? ...

𝐈𝐥 «𝐦𝐨𝐝𝐨 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐬𝐨𝐟𝐭» 𝐬𝐞𝐜𝐨𝐧𝐝𝐨 𝐂𝐫𝐨𝐬𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐡𝐚 𝐮𝐧 𝐟𝐚𝐬𝐜𝐢𝐜𝐨𝐥𝐨 𝐩𝐞𝐧𝐚𝐥𝐞 

Il #buongiorno di Giulio Cavalli 

 «Il modo più soft, più leggero possibile». Così il ministro della Difesa Guido Crosetto (Fratelli d'Italia) descriveva, il 2 ottobre 2025 ospite di Paolo Del Debbio su Retequattro, l'abbordaggio israeliano alla Global Sumud Flotilla. L'azione israeliana, spiegava, «poteva essere compiuta in modo più o meno violento». Era andata bene. Ringraziava il ministro israeliano Israel Katz perché non era «accaduto nulla a nessun cittadino». Era soddisfatto. La procura di Roma ha aggiunto al fascicolo il reato di tortura. I pm Stefano Opilio e Lucia Lotti, coordinati dal procuratore capo Francesco Lo Voi, indagano contro ignoti per sequestro di persona, rapina e danneggiamento con pericolo di naufragio. I 36 attivisti italiani a bordo hanno raccontato ai magistrati percosse e privazione del sonno e dell'acqua. Nelle celle veniva sparata musica ad alto volume per ore. «Ci hanno messo in ginocchio, a faccia in giù. Se ci muovevamo, ci colpivano», ha riferito Paolo Romano, consigliere regionale lombardo del Partito Democratico. I pm sono pronti a inoltrare una rogatoria a Israele. La rogatoria, però, passa per il ministero della Giustizia, che ha ampio potere discrezionale. Quello stesso giorno Meloni annunciava da Vinitaly la sospensione del rinnovo automatico del memorandum di difesa con Tel Aviv. Le opposizioni hanno esultato, la piazza ha festeggiato. La lettera di sospensione l'ha firmata Crosetto, indirizzata allo stesso Katz che aveva ringraziato mesi prima per la sua "leggerezza". Il "modo più soft" ha un fascicolo penale. La sospensione arriva sei mesi dopo.

... Essere di Sinistra ...

Essere di Sinistra 

Essere “di sinistra” non è una cosa unica e rigida: storicamente significa mettere al centro l’uguaglianza, i diritti sociali, la dignità del lavoro e la giustizia economica. In Europa, e in Italia in particolare, vuol dire anche opposizione al fascismo, difesa della democrazia e costruzione di uno Stato che garantisca diritti per tutti, non solo per pochi. Questi principi trovano una base concreta nella Costituzione della Repubblica Italiana, nata dalla Resistenza antifascista, dove si afferma che la Repubblica è fondata sul lavoro (Art. 1) e che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale (Art. 3). In pratica, essere di sinistra implica: Difendere i lavoratori e i diritti sindacali → riconosciuti negli Articoli 35–40, che tutelano il lavoro, la giusta retribuzione e il diritto di sciopero. Ridurre le disuguaglianze economiche → principio fondamentale dell’Art. 3, che impegna lo Stato a rimuovere gli ostacoli economici e sociali. Garantire istruzione, sanità e welfare accessibili → Art. 32 (diritto alla salute) → Art. 34 (diritto allo studio) Opporsi a sistemi autoritari come il fascismo → valore implicito nei principi fondamentali e nella democrazia rappresentativa (Art. 1, Art. 49) Promuovere libertà, partecipazione democratica e uguaglianza → Art. 2 (diritti inviolabili dell’uomo) → Art. 48 (diritto di voto) Di seguito alcune citazioni importanti di figure storiche che hanno contribuito a questi ideali Karl Marx “I lavoratori non hanno patria.” “Proletari di tutti i paesi, unitevi!” “La storia di ogni società esistita finora è storia di lotte di classe.” “Da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni.” 

👉 Marx è il punto di partenza: critica il capitalismo e propone una società più giusta basata sull’uguaglianza economica, anticipando principi che ritroviamo nell’idea costituzionale di giustizia sociale (Art. 3). Palmiro Togliatti “La libertà senza giustizia sociale non è che una parola vuota.” “La democrazia deve entrare nelle fabbriche, non fermarsi ai cancelli.” 

👉 Togliatti lega il socialismo alla democrazia, contribuendo alla nascita della Repubblica e alla centralità del lavoro sancita nell’Art. 1. Giacomo Matteotti “Uccidete pure me, ma l’idea che è in me non la ucciderete mai.” “Io il mio discorso l’ho fatto. Ora preparate il discorso funebre per me.” 

👉 Matteotti è simbolo del coraggio contro il fascismo: la sua lotta anticipa i valori democratici e antifascisti alla base della Costituzione. Antonio Gramsci “Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza.” “Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo.” “Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza.” 

👉 Gramsci sottolinea il ruolo della cultura e dell’istruzione, principi che trovano fondamento nell’Art. 34. Sandro Pertini “Il fascismo è l’antitesi di tutte le fedi politiche, perché opprime la libertà.” “La libertà senza giustizia sociale non è vera libertà.” 

👉 Pertini rappresenta la sintesi tra libertà e giustizia sociale, pilastri della Repubblica (Art. 2 e 3). Piero Calamandrei “La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare.” “La Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé.” 

👉 Calamandrei collega direttamente questi valori alla difesa attiva della Costituzione, ricordando che i diritti vanno esercitati e difesi ogni giorno. 

In sintesi Essere di sinistra, soprattutto nella tradizione italiana, significa: antifascismo centralità del lavoro (Art. 1) uguaglianza reale, non solo formale (Art. 3) diritti sociali garantiti (Art. 32, 34, 35–40) difesa della democrazia e della Costituzione Non è solo un’ideologia economica, ma una visione della società dove la dignità umana viene prima del profitto, esattamente come indicato dallo spirito della Costituzione della Repubblica Italiana. 


#EssereDiSinistra #Sinistra #Politica #CostituzioneItaliana #Diritti #DirittiUmani #DirittiDeiLavoratori #Lavoro #Uguaglianza #GiustiziaSociale #Antifascismo #Democrazia #Libertà #StatoSociale #Welfare #Italia #Storia #Marx #Gramsci #Matteotti #Togliatti #Pertini #Calamandrei #Resistenza #Repubblica #Costituzione #Articolo1 #Articolo3 #DirittoAlLavoro #DirittiSociali

... cambio gomme! ...

... un sole caldo, quattro chiacchere con un altro cliente, il mio autista personale Antonio che mi riporta a casa ... ora è così! spero vivamente che cambi la situazione!

venerdì 17 aprile 2026

... chi resta e chi passa! ...

Qualcuno avvisi il Presidente che, per fare il Salvatore, non basta un buon software di grafica. C’è una certa aria di "democrazia spirituale" in questo strano cortocircuito americano. Da una parte abbiamo un Papa che fa il suo mestiere - che sarebbe quello di non essere d’accordo con i potenti - e dall'altra un uomo che, tra un dazio e un tweet, decide di farsi ritrarre in tunica mentre tocca le fronti dei malati. Con l'intelligenza artificiale, s'intende. Perché la carità, oggi, si fa col mouse, che è molto più igienico. È fantastico notare come la destra religiosa, dopo averlo sostenuto con un fervore quasi mistico, si scopra improvvisamente "sconcertata". Addirittura "triste". Si accorgono solo ora che il loro paladino confonde il Vaticano con una sezione elettorale e il Pontefice con un burocrate qualunque? Lo tratta come se il Papa fosse solo un impiegato statale con la veste bianca, un fastidioso oppositore politico da liquidare con una battuta. Siamo al teatro dell’assurdo: i senatori repubblicani sussurrano "Presidente, lasci stare la Chiesa", come se stessero parlando a un bambino che gioca con i fiammiferi vicino a una polveriera, mentre gli intellettuali conservatori evocano lo "spirito dell'Anticristo", ma con una certa moderazione, quasi fosse solo un problema di cattivo gusto estetico. Il punto è che il potere ha perso anche il senso del limite del ridicolo. Una volta i potenti cercavano l'appoggio della Chiesa; oggi cercano di sostituirla con un'immagine ritoccata in 4K. Ma il vero dramma non è la blasfemia di Trump; è la solitudine di un elettorato che ha così fame di sacro da scambiare un algoritmo per un miracolo e un narcisista per un Messia. Alla fine, la differenza è tecnica: il Papa è a vita, Trump è a fine mandato. Uno resta, l'altro passa. 
Ma nel frattempo, che spettacolo meraviglioso questo fango che schizza tra il Campidoglio e l'Altare. 

Parafrasando Gaber: "Io non mi sento partecipe, ma per fortuna o purtroppo lo sono." 

 Mauro David.