venerdì 5 giugno 2026

... follia fascista!! ...

Siamo ben oltre la follia.

 Paola Cortellesi ha aperto la festa per gli ottant'anni della Repubblica, in piazza del Quirinale, con un monologo dedicato alle donne italiane: a quelle che fino al 1946 venivano cresciute nell'obbedienza e nel silenzio, e che poi, per la prima volta, hanno messo una scheda nell'urna. E Fratelli d'Italia, invece di applaudire, ha aperto una sorta di fascicolo nei suoi confronti. Le accuse, messe in fila dal quotidiano La Stampa, danno la misura della follia. 

Prima accusa: Cortellesi ha parlato a lungo del ruolo della donna in Italia senza citare Giorgia Meloni, prima premier donna. Per loro una scelta politica, uno sgarbo studiato. Pretendevano, in sostanza, che durante le celebrazioni della Repubblica un'attrice celebrasse la presidente del Consiglio in carica. Come se gli ottant'anni della nostra democrazia fossero il curriculum di Giorgia Meloni. 

Seconda accusa: Cortellesi avrebbe lasciato intendere che le donne hanno subìto soprusi soprattutto sotto il Ventennio. E lì Fratelli d'Italia, non si sa bene perché, deve essersi sentita chiamata in causa. 

 Terza accusa: il monologo ricordava quanta strada resti da fare contro la violenza sulle donne e per la parità sul lavoro. Una verità sacrosanta. La loro replica: "Appunto, la prima premier donna fai finta non ci sia?". 

Quarta accusa, forse la più imbarazzante: sul palco Cortellesi ha ricordato le partigiane e le madri costituenti, Irma Bandiera, Tina Anselmi, Nilde Iotti, Teresa Mattei. Donne che la democrazia l'hanno costruita davvero, partendo dalla galera, dalla clandestinità, dalla tortura. Da qui, dopo che altri ospiti hanno ricordato Moro e Berlinguer, il lamento: "Ecco, non hanno nominato nessuno dei nostri. È inaccettabile". Si sono offesi perché, nel racconto della Repubblica nata dall'antifascismo, mancava un nome della loro parte. Cioè della parte che, in quegli anni, le partigiane come Irma Bandiera le torturava e le fucilava. 

A Paola Cortellesi va la nostra piena solidarietà. Ha fatto ciò che andava fatto: ha ricordato da dove veniamo e quanto cammino manca ancora. Ha trattato le donne come protagoniste della storia, altro che comparse buone per un applauso di circostanza. Il problema, semmai, è di chi ha trasformato il compleanno della Repubblica in un test di fedeltà. Di chi misura una festa nazionale col bilancino dei ringraziamenti dovuti alla propria leader. Per loro vale una regola sola. Che a un certo punto, sul palco, qualcuno si inchini a Giorgia. 
E se nessuno si inchina, allora ecco la "faziosità". Non hanno davvero limiti.

... una lettera ...

Lettera alla Procuratrice 

Di Marco Travaglio 
Direttore del Fatto Quotidiano 


Egregia procuratrice generale Francesca Nanni, 


lei è liberissima di credere a Santa Nicole Minetti, di passare un colpo di spugna sulle sue condanne per reati gravissimi senza che abbia scontato un minuto di pena; di cancellare le pesanti accuse lanciate da una testimone oculare senza neppure ascoltarla, anzi facendola “smentire” dai testimoni della difesa, cioè affidando alla Minetti le indagini sulla Minetti; di rinunciare alla rogatoria in Uruguay perché si tratta di un procedimento amministrativo e poi di prendere per oro colato le “indagini difensive” della coppia (quindi nei procedimenti amministrativi indaga solo la difesa?), anche se basta googlare i nomi giusti o andare a Ibiza e Punta del Este e tendere l’orecchio per conoscere la verità. Tutto questo lei lo può fare perché è nel suo potere insindacabile (nel procedimento amministrativo non esistono gradi di giudizio ed è lei a giudicare se stessa). Ciò che lei non può fare, perché non è nei suoi poteri, è infangare e diffamare con accuse di falso il lavoro giornalistico di un quotidiano, il Fatto che ho l’onore di dirigere, in un comunicato che non ammette contraddittorio, ma permette alla peggior feccia di darci dei falsari come se l’avesse accertato una sentenza definitiva (la famosa presunzione d’innocenza). Dopo i nostri scoop, delle 23 righe del suo parere pro grazia non resta in piedi una virgola sui due punti-cardine: la nuova vita di Santa Nicole (ha continuato quella di prima) e l’esigenza di evitare i servizi sociali per far curare il bimbo negli Usa (poteva farlo in 9 ospedali italiani). Abbiamo intervistato Graciela, ex massaggiatrice di casa Cipriani, riportando fedelmente ciò che ci ha detto e ha poi ripetuto, terrorizzata dalle possibili conseguenze, a una tv uruguayana, sui festini nel ranch di Cipriani con escort d’importazione selezionate dalla Minetti. In tv ha aggiunto di avere altre cose da riferire per non passare da “complice” di ciò che ha visto e subìto, ma che l’avrebbe fatto solo “alla Procura italiana che presumibilmente mi convocherà”. Cioè a lei, dottoressa Nanni, che invece ha scelto di non ascoltarla. Se l’avesse fatto, avrebbe potuto sapere le “altre cose” e sottoporle alle doverose verifiche. Magari sentire le due ex colleghe che le hanno scritto lodandone il “coraggio” (quindi escludono che stia mentendo). O trovare altri testimoni che i nostri cronisti sul campo continuano a incontrare registrando sempre nuove conferme su quei festini che presto il Fatto racconterà e che la Procura generale ha omesso di cercare, esponendo la Presidenza della Repubblica a nuove figuracce involontarie. Le auguro di lavorare un giorno con la passione, lo scrupolo e il culto della verità che contraddistingue i giornalisti del Fatto. Intanto attendo le sue scuse. 

5 giugno 2026

... archiviazione! ...

𝐆𝐫𝐢𝐝𝐚𝐧𝐨 𝐚𝐥𝐥'𝐚𝐬𝐬𝐨𝐥𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞, 𝐦𝐚 𝐞̀ 𝐮𝐧'𝐚𝐫𝐜𝐡𝐢𝐯𝐢𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞. 𝐄 𝐥𝐚 𝐬𝐞𝐧𝐭𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐯𝐞𝐫𝐚 𝐫𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐥𝐢̀ 


Il #buongiorno di Giulio Cavalli 


 Pochi minuti dall'archiviazione di Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri dall'inchiesta sui mandanti delle stragi del 1993, e il centrodestra che ieri si prendeva a sberle torna compatto: parlano di assoluzione. Solo che assoluzione non è. La gip di Firenze Patrizia Martucci ha archiviato perché, scrivono gli stessi pm, manca «la ragionevole previsione di condanna», eppure su Dell'Utri resta «un quadro indiziario significativo». Volevano riformare la giustizia e ignorano la differenza tra un'assoluzione e un'archiviazione, che lascia il fascicolo riapribile. Cinque pagine fitte di omissis, perché l'antimafia di Firenze sta ancora lavorando. E dentro c'è una frase che gela i festeggiamenti: ci sono «soggetti in possesso di notizie estremamente riservate su Berlusconi, mai veicolate alla magistratura». Eppure c'è memoria corta sulla sentenza vera. Il 9 maggio 2014 la Cassazione ha reso definitiva la condanna di Dell'Utri a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa: «cerniera» tra Berlusconi e i vertici di Cosa nostra, dicono i giudici. Quella è arrivata fino in fondo. L'archiviazione la vorrebbero pietra tombale, e intanto i familiari delle vittime di via dei Georgofili l'hanno saputo dai giornali, quando per legge andavano avvisati. Contate le volte che lo avete sentito assolto solo dopo la morte, il 12 giugno 2023: prima le misure patrimoniali nell'ottobre 2025, oggi le stragi. Ogni volta le trombe, ogni volta la volta buona, e poi daccapo. Si festeggia così ossessivo perché la sentenza che vorrebbero seppellire è lì in bella mostra. 
Lo cantano assolto da tre anni. Ma non ci credono nemmeno loro.

giovedì 4 giugno 2026

... brava Pina, vai, vai!! ...

E alla fine se n'è andata pure lei. Pina Picierno ha lasciato il PD. Ci sono notizie che arrivano come un temporale d'agosto: improvvise, fragorose e poi quel profumo di terra bagnata che sa di liberazione. Chi ha passato gli ultimi anni a leggerla minacciare addii a ogni intervista, a spiegare al PD cos'è il PD, a fare la vicepresidente del Parlamento europeo nei ritagli di tempo lasciati liberi dalle ramanzine al suo partito, oggi può finalmente godersi il momento. Pina Picierno, quella che votava sì alla riforma Meloni-Nordio mentre il PD chiamava al No. Pina Picierno, quella che si incontrava con il think tank della destra israeliana mentre i suoi colleghi chiedevano il cessate il fuoco a Gaza. Pina Picierno, quella che si svegliava la mattina e prima ancora del caffè aveva già attaccato Schlein. Se n'è andata. E adesso scoppieranno i titoli di giornale, le interviste-fiume in cui spiegherà che il PD non è più casa sua, che Schlein l'ha costretta, che lei voleva solo fare politica seria. Vedremo lacrime, vedremo retroscena, vedremo i soliti commentatori che da sempre ci spiegano che senza i riformisti il centrosinistra non vince. Va bene, accomodatevi. Ma intanto, oggi, lasciateci festeggiare. Perché ci sono separazioni che fanno male e separazioni che sono un regalo. E questa, diciamocelo, è di quelle che il PD aspettava da troppo tempo senza avere il coraggio di chiederla. 

Buon viaggio, Pina. La porta è quella. E si chiude da sola.

... guerra tra poveri! ...

Roberto Saviano 


"È una guerra tra poveri nei campi Sfidare i caporali non porta voti" «L'agricoltura italiana è morta, e questo governo non conosce nemmeno lontanamente un problema che può essere affrontato solo con una gestione europea e con la defiscalizzazione». Da anni Roberto Saviano denuncia la piaga del caporalato e come le organizzazioni criminali gestiscano la filiera agricola e il controllo sui braccianti, specie nel Sud Italia. Quattro cittadini pakistani uccisi da altri cittadini pakistani, è la guerra degli ultimi? «In un primo momento sembrava una guerra tra caporali. Ora sta emergendo qualcosa di impensato: sarebbero stati uccisi perché non avevano pagato l'estorsione, cioè il pedaggio per essere trasportati al campo. Se qualcuno si rifiuta di pagare, tutti gli altri smettono di pagare. Un'esecuzione esemplare. Il controllo della manodopera nelle campagne vale denaro. Chi gestisce i lavoratori decide chi lavora, chi mangia, ma non solo: anche chi resta in quel territorio. La violenza è la negoziazione unica possibile tra gruppi che gestiscono il lavoro. La guerra tra poveri è la garanzia di pace per i ricchi. E non è un episodio isolato. Era già successo? «Negli ultimi mesi nella zona di Corigliano-Rossano ci sarebbero stati quattordici incendi dolosi di auto e furgoncini di braccianti. Una escalation sistematica, sempre all'interno delle comunità migranti. Il controllo non riguarda solo il lavoro nei campi: riguarda i permessi di soggiorno, gli alloggi, tutto ciò che regola la permanenza in Italia». I sindacati parlano di almeno dieci mila schiavi impegnati ogni anno nei campi e nei vivai della piana. Serve una svolta culturale? «La parola "culturale" è un lusso che si usa quando non si vuole parlare di legge, di controlli, di responsabilità penale. La legge 199 del 2016 - il decennale cade quest'anno - è una buona legge. Va ricordato che nacque grazie a Yvan Sagnet, camerunense, studente del Politecnico di Torino, che nel 2011 organizzò lo sciopero di Nardò, la prima rivolta dei braccianti stranieri contro il caporalato in Italia. Un africano diede all'Italia una delle migliori leggi sul lavoro degli ultimi vent'anni. Punisce il caporalato con la reclusione da uno a sei anni, prevede la confisca dei beni, introduce la responsabilità delle aziende committenti. È sistematicamente inapplicata non per mancanza di cultura. Per scelta». Manca la voglia oppure le risorse economiche per cambiare? «Bisognerebbe chiedersi se manca la volontà politica. Le risorse ci sono. La legge c'è. Manca la volontà. E la volontà manca perché il sistema deve funzionare esattamente così. I responsabili sono le grandi catene della distribuzione, le aziende conserviere, i marchi che tutti conosciamo e che comprano a prezzi che rendono impossibile pagare un salario dignitoso. Il caporale è l'ultimo anello visibile di una filiera costruita apposta per non lasciare tracce». Qual è il ruolo della 'Ndrangheta nella diffusione e organizzazione del caporalato? «La 'Ndrangheta non gestisce direttamente il caporalato come gestisce il traffico di cocaina. Si accorda con le aziende agricole, assicura che le dinamiche di sfruttamento non vengano disturbate. È una funzione di protezione e di omertà, non di gestione operativa. E lo dimostra proprio questo omicidio: se i caporali fossero sotto il controllo diretto della 'Ndrangheta, quattro morti in quel modo non sarebbero stati permessi». È lo Stato che non è abbastanza presente? «Quale Stato? Non esiste uno Stato soltanto. Esistono diverse declinazioni di Stato. Una parte dello Stato è complice attiva di questo sistema: alcuni politici locali, alcuni amministratori, diversi funzionari. Ha mai visto un ministro nelle campagne della Piana di Gioia Tauro? Nei campi del Cosentino? Quella non è assenza, è scelta precisa». Pochi mesi fa il governo ha affrontato in commissione alla Camera il caso dei lavoratori sfruttati nel Cosentino. Alla fine dello scorso anno c'erano già stati quattro morti e i primi arresti. Cosa ci dice questo? «Ci dice che il sistema funziona finché non muore qualcuno. Quando arrivano i morti arriva la Commissione. Poi torna il silenzio. Senza quei lavoratori pagati tre euro l'ora, spesso meno, spesso a cottimo, l'agricoltura italiana non regge. Lo sa il governo, lo sa la grande distribuzione, lo sanno le aziende conserviere». Combattere lo sfruttamento nei campi non porta voti? «Non porta voti perché ti inimichi chi pesa sulla politica. La grande distribuzione e le associazioni dell'agroalimentare sono potentati economici con un'enorme capacità di pressione, soprattutto a livello locale, dove un'azienda che dà lavoro a migliaia di persone condiziona qualunque amministratore. Nessun politico tocca chi può determinare la sua rielezione». È così che muore l'agricoltura italiana? «Le aziende agricole italiane competono con prodotti importati dalla Spagna, dal Nordafrica, dal Medio Oriente, dove il costo del lavoro è più basso o le importazioni costano meno. Il produttore italiano ha due sole scelte: comprimere il lavoro o farsi spazzare via dal pomodoro che arriva via nave a un terzo del prezzo. Lo sfruttamento diventa la risposta a una concorrenza che lo Stato e l'Europa non governano. Non si risolverà mai. E tutta la messa in scena contro l'immigrazione ha spesso un solo compito: tenere i braccianti inchiodati alla schiavitù, con i prezzi bassi. Il migrante criminalizzato nel discorso pubblico è il migrante docile nel campo. La paura serve a non far alzare la testa a chi raccoglie». — 


 Maurizio Migliarini

... visita di controllo ...

alla 14,20 dal Dottor Parino per una visita di controllo all'alluce valgo: andamento positivo!

mercoledì 3 giugno 2026

... Sinistra illiberale? ...

𝐋𝐢𝐛𝐞𝐫𝐭𝐚̀ 𝐝𝐢 𝐞𝐬𝐩𝐫𝐞𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐞 𝐝𝐢𝐫𝐢𝐭𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐜𝐫𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚, 𝐢 𝐜𝐚𝐬𝐢 𝐃𝐞 𝐋𝐮𝐜𝐚 𝐞 𝐃𝐞 𝐆𝐫𝐞𝐠𝐨𝐫𝐢 𝐦𝐚𝐧𝐝𝐚𝐧𝐨 𝐢𝐧 𝐭𝐢𝐥𝐭 𝐥𝐚 𝐝𝐞𝐬𝐭𝐫𝐚 


Articolo di Valerio Di Fonzo 


Due figure pubbliche si esprimono su Israele e Gaza e la stampa conservatrice ne approfitta per costruire un nemico immaginario: la sinistra illiberale Nei titoli di molti giornali la controversia è già saldata dentro un dispositivo: alcuni soggetti vengono autorizzati al dubbio, altri consegnati alla diagnosi.«De Gregori, De Luca e l’intolleranza della nuova sinistra illiberale su Israele e Gaza». «La sinistra e i suoi cartellini retorici». «Più Erri De Luca, meno Mamdani». «La lezione di De Gregori, La sinistra non si chiuda e ami la libertà del dubbio». Non sono semplici titoli. Producono una scena discorsiva: da una parte il dubbio, la misura, la distinzione; dall’altra il riflesso, il cartellino, la colpa. Poi arrivano anche De Gregori e De Luca. Francesco De Gregori rivendica il diritto di non trasformare il palco in tribuna. Erri De Luca scioglie il sionismo dalla destra di Netanyahu e respinge la parola “genocidio” per Gaza, che chiama una distorsione storica e verbale. Intorno fioccano le reazioni: alcune serie, altre solo rumore. Poi arriva la parte che conta: qualcuno raccoglie le scorie e ne ricava una diagnosi. La sinistra sarebbe diventata illiberale, incapace di dubbio, allergica alla distinzione. Da qui in poi non siamo più dentro una polemica. Siamo dentro una piccola macchina di classificazione. “Illiberale” non è un’etichetta neutra. Marlene Laruelle, storica e politologa che dirige l’Illiberalism studies program, ha mostrato che non è un’ideologia né un regime, ma una categoria relazionale che cambia senso col contesto, al punto che la disciplina che ha coniato il termine si chiede ancora se un illiberalismo di sinistra esista davvero...