domenica 30 agosto 2026

...

Ma quando davanti alla sofferenza di un uomo, di un padre e di un marito, riesci a sorridere e a scrivere “meno uno”, allora non sei più davanti al semplice dissenso politico. Sei davanti a qualcosa di molto più misero. Perché puoi odiare le sue idee. Puoi detestare la sua politica. Puoi considerarlo un avversario, puoi criticarlo, attaccarlo, contestare ogni sua parola. Ma gioire perché un essere umano sta male significa avere già perso qualcosa di fondamentale: la dignità, l'umanità, la coscienza. E forse la cosa più triste è che nemmeno ve ne rendete conto. Siete stati talmente riempiti di odio da non riuscire più a distinguere un avversario da un nemico. Un odio inculcato giorno dopo giorno da chi ha fatto dell'ignoranza uno strumento di consenso, trasformando il rancore in voti, i nemici in consenso e il consenso in poltrone. E voi, lobotomizzati da questo odio, siete arrivati al punto di festeggiare davanti alla sofferenza. Che miseria. La miseria di chi non ha più nulla da perdere perché ha già perso tutto quello che conta davvero. Ha perso la capacità di provare compassione. Ha perso il rispetto per la vita. Ha perso la dignità di distinguere la politica dalla barbarie. E allora continuate pure a scrivere “meno uno”. Continuate a sorridere. Continuate a sentirvi superiori perché qualcuno che non la pensa come voi sta attraversando un momento drammatico. Ma ricordatevi una cosa: quel “meno uno” non racconta nulla di Di Battista. Racconta tutto di voi. Racconta chi siete diventati. Perché una persona può essere ignorante, arrogante, presuntuosa, politicamente distante da noi quanto vogliamo. Ma davanti alla sofferenza rimane un essere umano. E se questo concetto vi è diventato incomprensibile, allora il problema non è più politico. È umano. Si possono combattere le idee senza desiderare la morte di chi le sostiene. Si può essere avversari senza diventare bestie. Si può essere lontanissimi politicamente senza perdere la propria umanità. Il vero dramma è che alcuni hanno talmente bisogno di sentirsi dalla parte giusta da non accorgersi di essere diventati esattamente ciò che dicono di combattere. Non avete vinto nulla. Non siete più forti. Non siete più intelligenti. Non siete più civili. Siete soltanto diventati l'ennesima dimostrazione di quanto l'odio, quando viene coltivato abbastanza a lungo, riesca a svuotare una persona fino a lasciarle dentro soltanto il rancore. E davanti alla sofferenza di un uomo, di un padre e di un marito, io non riesco a sorridere. Voi sì. E questa è la differenza. Vincenzo San (seguimi sul mio profilo, abbiamo tante storie da raccontarci) Comitato di cittadini attivi e democratici in difesa della Costituzione

... una "poltiglia autoritaria" ...

Ormai non hanno più paura di niente. I sorci stanno uscendo dalle fogne. E forse è arrivato il momento di smettere di considerare certi segnali come episodi isolati, folkloristici o semplicemente "folle nostalgiche". Perché, messi tutti insieme, quei segnali cominciano a delineare qualcosa di molto più inquietante. La libertà e la democrazia non sono mai conquistate una volta per tutte. Vanno difese ogni giorno. E soprattutto vanno difese quando qualcuno comincia a considerarle un ostacolo da aggirare in nome dell'ordine, della sicurezza o di una presunta volontà popolare. Noi siamo abituati a immaginare il cambio di regime come qualcosa che avviene improvvisamente: i carri armati nelle strade, il Parlamento chiuso, la sospensione della Costituzione, un colpo di Stato in piena regola. Ma oggi, nel mondo occidentale, difficilmente funzionerebbe così. Il nuovo autoritarismo è molto più subdolo. Non arriva necessariamente con i militari nelle piazze. Può avanzare lentamente, attraverso una poltiglia autoritaria, metodica e viscida, che si insinua progressivamente nelle istituzioni e nella società. Si comincia con il controllo degli apparati dello Stato e con la collocazione di uomini considerati affidabili nei punti strategici. Si continua con il condizionamento dell'informazione, con la marginalizzazione delle voci scomode, con la progressiva trasformazione del pluralismo in una contrapposizione tra "patrioti" e "nemici". Poi arrivano le leggi. Leggi presentate come necessarie per la sicurezza, per il decoro, per difendere i cittadini, ma che possono finire per comprimere progressivamente gli spazi di libertà. E arrivano le modifiche delle regole elettorali, la delegittimazione degli avversari politici, l'attacco alla stampa, il tentativo di occupare culturalmente e mediaticamente ogni spazio possibile. E soprattutto arriva la costruzione del nemico. Il migrante. L'oppositore politico. L'attivista. Lo studente. Il sindacalista. Chi protesta. Chi non si adegua. Bisogna convincere una parte della popolazione, soprattutto quella meno informata e più facilmente suggestionabile, che la libertà degli altri rappresenti una minaccia alla propria sicurezza. Ed è proprio qui che alcuni episodi recenti dovrebbero farci riflettere. Da una parte abbiamo visto una legislazione particolarmente severa nei confronti dei cosiddetti rave party: nel 2022 il Governo introdusse una specifica fattispecie penale per i raduni illegali, poi modificata durante l'iter parlamentare, prevedendo anche pene detentive e confisca dei mezzi utilizzati. Dall'altra parte assistiamo periodicamente a raduni di gruppi neofascisti nei quali compaiono camicie nere, saluti romani, richiami al fascismo e commemorazioni di Mussolini e dei gerarchi fascisti. È un fenomeno talmente evidente da essere stato oggetto, ancora nell'aprile 2026, di una specifica interrogazione al Senato. Ed è proprio questo il punto che non riesco a comprendere. Perché nei confronti di un gruppo di ragazzi che organizza un rave si può intervenire con il pugno di ferro in nome dell'ordine pubblico, mentre nei confronti di chi celebra il fascismo, indossa la camicia nera, fa il saluto romano e commemora il regime si assiste troppo spesso a una sorta di normalizzazione, quando non addirittura a una tolleranza che lascia sconcertati? La questione non è difendere i rave party. La questione è molto più seria: è la coerenza con cui uno Stato democratico applica le proprie regole. Se una manifestazione costituisce un pericolo concreto per l'ordine pubblico, la legge deve intervenire. Ma la stessa fermezza deve valere quando vengono esibiti simboli, rituali e comportamenti che richiamano esplicitamente l'ideologia fascista e la sua storia. Perché non può esistere una democrazia nella quale la libertà viene difesa soltanto quando a essere colpiti sono "gli altri". E attenzione: non sto dicendo che l'Italia sia già una dittatura. Sarebbe una forzatura. Sto dicendo un'altra cosa, molto più semplice e, proprio per questo, molto più importante: le democrazie non muoiono necessariamente con un colpo di Stato. Possono consumarsi lentamente, pezzo dopo pezzo, mentre la maggioranza dei cittadini continua a vivere come se nulla stesse accadendo. Prima si tollera un piccolo abuso. Poi si giustifica una limitazione. Poi si delegittima un giornalista. Poi si considera il dissenso un problema. Poi si costruisce un nemico. Poi si modificano le regole. E quando finalmente qualcuno si accorge che il sistema è cambiato, può essere già troppo tardi. Per questo non dobbiamo avere paura, ma dobbiamo stare con gli occhi aperti. La risposta non è la violenza, non è lo scontro di piazza, non è il fanatismo di segno opposto. La risposta è ancora una volta quella che ci hanno lasciato in eredità i padri della Repubblica: Costituzione, antifascismo, libertà di pensiero, pluralismo, indipendenza dell'informazione, separazione dei poteri e partecipazione democratica. Perché la democrazia non si difende aspettando che qualcuno la abolisca. Si difende impedendo che, giorno dopo giorno, qualcuno la svuoti dall'interno. 


 Raffaello Briguglio.

... Cuba dimenticata ...

CUBA DIMENTICATA... QUESTO NON È IL MOMENTO PER LE PREGHIERE COMODE. 



Da ieri vedo il popolo della rete inginocchiarsi, versare lacrime digitali e battersi il petto per la salute di Alessandro Di Battista. Lo ammiro e lo stimo profondamente, perché è un uomo che ha scelto di consumarsi nelle crepe del mondo anziché marcire nell'apatia. Ma guardatevi allo specchio: la vostra pietà istantanea è una truffa morale, un anestetico per liberarvi la coscienza. Dov’era la vostra devozione in questi lunghi, vergognosi anni di embargo contro Cuba? Sono certa che molti non sapevano nemmeno perché Alessandro Di Battista era lì. Mentre vi sperticate in genuflessioni da tastiera, un intero popolo, fatto di donne, vecchi e bambini, viene soffocato nell'ombra. Quella povertà, quella mancanza di medicinali essenziali, quella morte lenta non cadono dal cielo: portano la nostra firma. Siamo i servi compiacenti dell'imperialismo americano, gli alleati miseri e spudorati che voltano le spalle mentre un'intera nazione viene torturata per il solo delitto di non essersi piegata. L'inconscio collettivo dell'Occidente è malato di un'ipocrisia profonda: proiettate la vostra bontà su un singolo uomo per non dover guardare il mostro che nutrite ogni giorno con il vostro silenzio. Alessandro è forse uno strumento, una crepa nella parete attraverso cui filtra una luce scomoda, per mostrarci la statura di un popolo che abbiamo cercato di cancellare. Mentre l'Europa marciva nella sua arroganza, Cuba mandava i suoi medici in giro per il mondo, salvando vite durante le pandemie, dividendo il poco che aveva senza chiedere nulla in cambio. Ha mostrato una dignità ruvida, fatta di terra, fatica e resistenza contro la follia impietosa dell'Occidente. E noi, piccoli uomini comprati e venduti, abbiamo ripagato quella generosità con la complicità nel loro isolamento. Spero che Alessandro torni presto, con più forza e più rabbia. Non per consolarvi, ma per piantarci in faccia la vergogna di ciò che siamo: servi complici dei peggiori misfatti contro l'umanità. Risparmiate le vostre preghiere per voi stessi. Ne avete molto più bisogno voi di quel popolo che continua a resistere con coraggio e con quella dignità che avete perso. Ad Alessandro e al popolo di Cuba.... Ad Alessandro, perché possa tornare presto a far oscillare la scure della verità sul nostro torpore, a ricordarci con la solita furia necessaria da che parte sta la dignità. E a Cuba, a quel gigante fatto di scorte al lumicino, mani consumate e cuori smisurati, che continua a insegnare al mondo cosa significa restare in piedi quando intorno tutto chiede di strisciare. Che la storia vi restituisca ogni briciolo della luce che ci avete regalato nell'oscurità. Noi restiamo qui, a fare la guardia alla vergogna, aspettando di vedervi vincere insieme. 


Karima Angiolina Campanelli

... si va in Tribunale!! ...

RANUCCI CONTRO LA RAI: LA PARTITA ADESSO SI SPOSTA IN TRIBUNALE. E IO UNA PREVISIONE ME LA SENTO DI FARLA 



La Rai ha deciso di togliere Sigfrido Ranucci dalla conduzione di Report. La motivazione ufficiale parla di una nuova fase, del rafforzamento del giornalismo investigativo e della valorizzazione di nuove professionalità. Una formula elegante, istituzionale, apparentemente inattaccabile. Ma dietro le formule ufficiali c'è una realtà molto più inquietante. Ranucci ha annunciato battaglia e ha parlato senza mezzi termini della sua lotta per la libertà di stampa. E sul piano giudiziario la questione potrebbe diventare tutt'altro che semplice per la Rai. Perché il problema non è soltanto stabilire se l'Azienda abbia il diritto di cambiare un conduttore. Il problema è capire se dietro questa scelta editoriale ci sia realmente una legittima riorganizzazione, oppure una decisione che, per modalità e conseguenze, possa configurare un demansionamento o nascondere motivazioni diverse da quelle ufficialmente dichiarate. La Rai ha cercato di mettere in sicurezza la propria posizione proponendo a Ranucci altre collocazioni professionali. Ma questo non cancella automaticamente la questione. E allora mi sento di fare una previsione. Se Ranucci presenterà ricorso, credo che abbia argomenti seri per mettere in difficoltà la Rai e non mi sorprenderei affatto di fronte a una pronuncia favorevole almeno sul piano della tutela professionale. Non significa necessariamente che il giudice ordinerà alla Rai di rimetterlo alla guida di Report. Questo sarebbe un automatismo che non possiamo dare per scontato. Ma c'è un altro aspetto che considero persino più grave. Report potrebbe essere distrutto prima ancora che un tribunale abbia il tempo di decidere. Gli inviati e la redazione storica hanno definito la decisione della Rai "completamente irricevibile" e hanno prospettato dimissioni in blocco, contestando che la nuova conduzione rappresenti la storia e i valori della trasmissione. E questo cambia completamente lo scenario. Perché Report non è semplicemente un titolo depositato negli archivi Rai, non è un logo, non è uno studio televisivo e non sono due conduttori davanti a una telecamera. Il patrimonio di Report è costituito soprattutto dalle persone che lo hanno costruito negli anni, dagli inviati, dagli autori, dai giornalisti, dalle fonti, dalle competenze investigative, dalla memoria delle inchieste e da quel patrimonio professionale che consente di affrontare una storia e trasformarla in un'inchiesta. Se davvero tutta la redazione storica dovesse dimettersi, quel patrimonio rischierebbe di andare irrimediabilmente perduto. E qui c'è il paradosso più clamoroso. Anche se domani un giudice desse ragione a Ranucci e ordinasse il suo reintegro, potrebbe essere ormai troppo tardi per salvare Report. Perché Ranucci da solo non è Report sebbene sia una sua parte fondamentale. Ma Report è soprattutto una squadra. Se quella squadra viene dispersa, se gli inviati storici se ne vanno, se il patrimonio di conoscenze e di fonti costruito in anni di lavoro viene perso, non basta riportare Ranucci davanti alle telecamere per ricostruire ciò che è stato distrutto. Sarebbe come restituire il direttore a un'orchestra dopo aver mandato via tutti i musicisti. L'orchestra non esisterebbe più. Ed è questo che, secondo me, la Rai dovrebbe spiegare agli italiani. Non soltanto perché ha deciso di sostituire Ranucci. Ma soprattutto perché rischia di perdere, insieme a lui, una delle poche vere squadre di giornalismo investigativo rimaste nel servizio pubblico. La Rai dice di voler "rafforzare il giornalismo investigativo". Mi permetto di osservare che, se per rafforzarlo si finisse con il perdere proprio le persone che quel giornalismo investigativo lo hanno costruito, sarebbe una contraddizione difficile da spiegare. E allora la mia previsione diventa ancora più netta. Ranucci potrebbe anche vincere la sua causa. Ma se nel frattempo la redazione storica dovesse andarsene, la Rai potrebbe aver già perso la partita più importante: quella di preservare il patrimonio professionale e investigativo di Report. E a quel punto non basterebbe nessun reintegro. Perché un conto è cambiare il conduttore di una trasmissione. Un altro conto è svuotare una squadra fino a renderla irriconoscibile e poi continuare a chiamarla con lo stesso nome. Io non so quale sarà la decisione di un giudice. Ma una cosa la so. Il valore di Report non appartiene a un dirigente Rai, a un governo, a un consiglio di amministrazione o a un singolo conduttore. È un patrimonio del servizio pubblico e, quindi, dei cittadini che lo finanziano. E se quel patrimonio venisse disperso per una scelta sbagliata, non sarebbe semplicemente Ranucci ad aver perso il suo programma. Avremmo perso tutti qualcosa di molto più importante: un pezzo dell'informazione libera e indipendente del nostro Paese. 


G.S.

sabato 29 agosto 2026

... il contrattacco!!! ...

È arrivato il contrattacco della redazione di Report. E per i vertici Rai è una gran brutta notizia. Dopo l’allontanamento di Sigfrido Ranucci, giornalisti e inviati hanno preso posizione con un documento che manda in frantumi settimane di retroscena, indiscrezioni e raccontini interessati su una squadra ormai stanca del suo conduttore. 

Scrivono: 

“La decisione assunta dalla Rai è per noi completamente irricevibile. È inaccettabile per il metodo, dal momento che l’azienda ha rifiutato qualsiasi interlocuzione con la squadra in queste settimane facendoci apprendere la scelta dalle agenzie, e nel merito, dal momento che le figure scelte non sono in alcun modo rappresentative della storia e dei valori di Report. Dal momento che l’intenzione dell’azienda sembra quella di voler distruggere la storia e l’integrità della trasmissione, su un evidente mandato politico, annunciamo che: 

NEL CASO IN CUI LA RAI NON INTENDA TORNARE SUI PROPRI PASSI, ABBANDONEREMO IN BLOCCO IL PROGRAMMA”. 

Più chiaro di così servirebbe un cartellone luminoso davanti a viale Mazzini. Per settimane una parte della destra ha provato a dipingere Ranucci come un generale rimasto senza esercito, un uomo solo che avrebbe perso perfino la fiducia dei suoi. Poi parla l’esercito. E annuncia che, se la Rai insiste, se ne va insieme a lui. Altro che redazione pronta alla liberazione. Qui siamo davanti a professionisti disposti a lasciare una delle trasmissioni più importanti del servizio pubblico pur di non diventare le comparse di un Report svuotato, addomesticato e rimesso in palinsesto con lo stesso nome. Perché il punto adesso è semplicissimo: puoi tenerti la sigla, lo studio, il marchio e magari pure la stessa grafica. Se mandi via Ranucci e perdi anche la squadra che quelle inchieste le costruisce da anni, Report resta scritto soltanto sulla scatola. Dentro, hai fatto il trasloco. E questa sarebbe la grande operazione di rilancio della Rai? Complimenti. Prima provano a togliere il direttore d’orchestra. Adesso rischiano di perdere pure tutti i musicisti. 
Onore alla redazione di Report per la dignità e il coraggio. 

Abolizione del suffragio universale 

 Paolo Ranzani.

... che buca, Stefano!!! ...

Il problema delle dichiarazioni di Stefano Bonaccini non è quello che ha detto. 

È che l’abbia detto lui. 

Perché se sei un sociologo, un politologo, un ricercatore dell’Istituto Cattaneo e spieghi che nelle democrazie occidentali il voto di destra è cresciuto tra gli elettori meno istruiti, nelle periferie e nelle fasce economicamente più fragili, benissimo. Mostri i grafici. Incroci i dati. Pubblichi lo studio. Se invece sei il presidente del Partito Democratico, forse prima di aprire bocca dovresti porti una domanda molto semplice: «Questa frase, domani mattina, sulla pagina Facebook di Giorgia Meloni come ci sta?» Perché Stefano Bonaccini è riuscito nella considerevole impresa di voler dire: «La sinistra ha perso il proprio elettorato popolare» e di farsi capire: «A destra votano quelli che hanno studiato poco». Applausi. Una raffinatezza comunicativa che ricorda quello che inciampa e, per non cadere, si aggrappa alla tovaglia. Naturalmente Giorgia Meloni non aspettava altro. Credo abbia visto quelle dichiarazioni con la stessa espressione con cui mia nonna guardava arrivare il vassoio dei pasticcini la domenica. Prego. Servitevi. Perché da anni la destra costruisce una parte enorme della propria propaganda su un concetto semplicissimo: loro sono le élite, noi siamo il popolo. Loro stanno nei salotti, noi nelle officine. Loro hanno il master, noi abbiamo la partita IVA. Loro bevono il vino naturale prodotto da una cooperativa ecosostenibile sulle colline umbre, noi la birra al bar. È una caricatura? Certo che lo è. E allora magari non sarebbe indispensabile che il presidente del PD si presentasse spontaneamente con i colori e si mettesse a finirla. La parte più comica è che Bonaccini stava facendo un ragionamento perfettamente difendibile. Anzi, persino importante. Se operai, periferie, piccoli redditi e persone con minori opportunità sociali non votano più a sinistra, la domanda gigantesca dovrebbe essere: come caxxo abbiamo fatto a perderli? Perché quelli erano i vostri. Non erano in comodato d’uso a Fratelli d’Italia. Per decenni sono stati il cuore politico, sociale e sentimentale della sinistra italiana. L’operaio di Mirafiori nel 1975 non usciva dal turno di notte con un dottorato in Scienze politiche alla Normale di Pisa. Eppure al PCI andava benissimo. Nessuno controllava il titolo di studio all’ingresso della sezione. Poi, a un certo punto, quell’elettorato se n’è andato. E questo sì che sarebbe un tema. Enorme. Potresti dire: «Se chi ha meno vota contro di noi, abbiamo fallito noi.» Poche parole. Chiare. Forti. Persino umili. Invece abbiamo scelto la versione con incorporato il comunicato stampa di Fratelli d’Italia. Poi arriva inevitabilmente la spiegazione. Sono stato frainteso. La frase è stata estrapolata. Il ragionamento era più complesso. Ma certamente. Il ragionamento è quasi sempre più complesso. Il problema è che siamo nel 2026 e un dirigente politico nazionale che ancora si stupisce perché una frase viene estrapolata è come un bagnino che a fine agosto scopre con sincero stupore che il mare contiene acqua. Stefano, ti estrapolano. È il mestiere. Ti tagliano. Ti montano. Ti fanno il reel. Ci mettono il sottotitolo. Se possibile scelgono anche un fotogramma in cui sembri appena uscito dall’anestesia. E lo fanno soprattutto gli avversari politici. Bisogna tenerne conto prima. Non spiegarlo dopo. Ed è questo che rende la faccenda irresistibile. Bonaccini voleva spiegare come la sinistra possa tornare a parlare al popolo e, nel tentativo, ha fornito alla destra un eccellente argomento per spiegare al popolo perché non dovrebbe votare a sinistra. Non è politica. È beneficenza. A questo punto Giorgia Meloni dovrebbe almeno mandargli un mazzo di fiori. O una tessera sostenitore. Perché l’opposizione, in teoria, dovrebbe cercare di mettere in difficoltà il governo. Quella italiana ha sviluppato un modello più innovativo: prima prepara l’assist, poi passa il pallone e infine si sposta educatamente dalla porta. E Meloni deve soltanto tirare. Il problema, dunque, non è stabilire se Bonaccini abbia ragione sui flussi elettorali. Può anche averne moltissima. Il problema è che un politico non viene pagato per avere ragione durante un seminario. Viene pagato anche per capire cosa succederà cinque minuti dopo che avrà pronunciato una frase. E se sei il presidente del principale partito d’opposizione e riesci a trasformare un’autocritica sulla perdita del voto popolare in uno spot in cui Giorgia Meloni può presentarsi come Giovanna d’Arco dei diplomati alla terza media, qualche domanda sulla strategia comunicativa me la farei. 

Possibilmente in silenzio. Perché ultimamente, quando parlate, Giorgia prende voti.

... Sassuolo 2 - Torino 1 ...

“Moriremo: noi siamo stupidi” Pris, la replicante punkettona e di facili costumi di Blade Runner, non tifava Toro, ma aveva già capito tutto più di quarant’anni fa. Noi moriremo. Perché siamo stupidi. Perché da ventun anni viviamo con un piede che ci schiaccia il collo ed il massimo che sappiamo fare è organizzare scampagnate per pochi intimi, canticchiando due cori in rima baciata. Quella non deve mai mancare, mi raccomando. Noi moriremo. Perché siamo stupidi. Perché qualcuno esultava quando Vagnati veniva cacciato a calci in culo per far posto a uno che pochi anni prima volevamo a sua volta vedere cacciato a calci in culo, e che ad oggi in due sessioni di calciomercato ci ha tenuto a rimarcare con vigore di essere uno che non distingue un pallone da un goldone. Noi moriremo. Perchè siamo stupidi. Perché qualcuno solo un mese fa parlava di “buone avvisaglie” come se le avvisaglie potessero essere in qualche misura buone. Le avvisaglie di una tempesta, le avvisaglie di una crisi, le avvisaglie di un cancro. Non conosciamo l’italiano, figuriamoci il resto. Noi moriremo. Perché siamo stupidi. Perché siamo i più furbi di tutti, quelli che credono che vendendo a cento e sostituendo comprando a due il risultato non cambi. Come se pescare il gratta e vinci buono fosse consuetudine e non eccezionalità. Noi moriremo. Perché siamo stupidi. Perché una parte di ambiente sotto sotto ci spera ancora, ci crede ancora, fa finta di giocare alle anime disilluse ma poi accende un cero alla Madonna e prega anche se ateo. Noi moriremo, Perché siamo stupidi. Perché un’altra parte di noi passa le giornate a beccarsi come i capponi di Renzo, fra wannabe, finti influencer, analisti di stocazzo e parassiti scrocca tartine da tribuna. Pulci che litigano fra di loro per sostenere il diritto di proprietà del cane su cui stanno. Noi moriremo Perchè siamo stupidi. Perché siamo già pronti con la corda nella mano sinistra ed il sapone in quella destra. La forca per Abate è già stata attrezzata. Abate che era la quarta scelta dopo De Rossi, Gattuso ed Aquilani, che è appena passato all’incasso e ci ha dato due scuffie. Mentre Cairo ride ed incassa pure lui: ben 28 milioni da un mercato che lo vede uscire ancora una volta trionfatore. Spesa ridotta all’osso, prestiti che non saranno mai riscattati ed incassi fiume. La sua Cairese a nolo viaggia che è un piacere. Ottiene il suo scopo, fa il suo interesse e chi s’è visto s’è visto: tanto nessuno gli chiederà mai conto di nulla. Noi moriremo. Perchè siamo stupidi. Perché era chiaro sin dal principio che questa squadra che anno dopo anno viene sistematicamente depauperata sotto il piano tecnico, umano, morale, non avesse nè capo nè coda. Con un centravanti che storicamente canna la sua seconda stagione dimezzando i gol e che in più aveva già le valigie pronte in direzione Baires. Con una squadra in leasing o a parametro zero. Con un portiere retrocesso in serie C arrivato qui dopo una trattativa estenuante e già relegato a secondo dopo 270 minuti ed un paio di gol evitabili. Se c’è una cosa di cui i tifosi granata hanno bisogno come il pane è tornare, non dico a vincere, ma almeno a divertirsi. Invece siamo qui a trangugiare antiacidi all’unisono dopo tre partite di una bruttezza rara. Giocate con un modulo osceno, un atteggiamento remissivo e claudicante e la stessa voglia di vivere trascinante e rigenerante scatenata dalla visione dei funerali di Papa Bergoglio. È una questione di qualità. È una questione di qualità. O una formalità. Avrebbero detto i CCCP. Ma non solo di qualità dentro il rettangolo verde, ma di qualità della vita. Tifare Torino oggi significa vivere a Scampia tra siringhe, cessi rotti e zoccole che escono dalle fogne. Noi moriremo. Perché siamo stupidi. Perché abbiamo passato un’estate a sperare che Don Urbano il focomelico non vendesse Cacciamani, mentre lui già progettava di intascare il doppio da altri due. Diabolico… E figlio di madre ignota viene da aggiungere. Noi moriremo. Perché siamo stupidi. Mentre Cairo è furbo, intelligente, intoccabile. Ciarla a ruota libera sostenendo che Oristanio sia un fenomeno mai visto da queste parti e che questa sarà la sua miglior stagione da quando è presidente. Tutto intorno una pletora di leccapiedi, giullari di corte e tapini senza capacità di replica di fronte al potere costitutito, annuisce sorridente come Filippo al falò di confronto di Temptation Island, mentre davanti ai suoi occhi ha due ex innamorati che si sputano in faccia ed accusano le reciproche genitrici di copulare con i cani. E la testolina va su e va giù, va su e va giù. In loop. Noi moriremo. Perché siamo stupidi. E viene da dire “meno male”, perché qui è tutto finito, tutto devastato. È un Sahara di sentimenti, speranze, sogni, fede. Siamo il remake del Titanic ma senza nemmeno Di Caprio che si fa una sana ed onesta chiavata. Noi moriremo. Perché siamo stupidi. E forse è giusto così. Perché alla fine non ci serve una rivoluzione. Non ci serve un nuovo presidente. Non ci serve un nuovo allenatore. Non ci serve un nuovo direttore sportivo. Ci serve soltanto una cosa. Un miracolo. Ma siccome anche Dio, ormai, quando sente parlare di Toro mette il telefono in modalità aereo, possiamo tranquillamente organizzarci da soli. Ci vediamo al prossimo comunicato. Ci sarà scritto che il progetto continua. E qualcuno farà finita di crederci. Poi perderemo una partita, poi due, poi tre. Ricominceremo ad insultarci. Qualcuno organizzerà una scampagnata. Qualcuno farà un coro. Qualcuno venderà una maglietta. Cairo incasserà. E noi moriremo. Perché siamo stupidi. Ma almeno, dirá qualcuno, avremo cantato e postato un paio di meme contro Cairo porca puttana! Si, mentre lui conterà i milioni e noi le pasticche di maalox. Beh, sono soddisfazioni. 


 Ernesto Bronzelli.