lunedì 2 marzo 2026

... EFFETTO TRUMP ...

EFFETTO TRUMP 


l’elefante nella cristalleria mondiale 

Sergio Fabbrini ( Il sole 24 Ore ) 


Tocca ora all’Iran. Con l’aiuto del governo israeliano, Trump ha deciso di “annichilire” l’Iran perché non ha fermato i suoi progetti nucleari, progetti che pure aveva detto di aver “annichilito” nel giugno del 2025. Come nel caso del Venezuela il 3 gennaio scorso, Trump interviene unilateralmente, senza curarsi di avere il sostegno delle Nazioni Unite o di una qualche coalizione internazionale. Ma, soprattutto, di cosa succederà dopo. A Teheran vi è una delle più crudeli dittature al mondo. Una teocrazia che ha ucciso, qualche settimana fa, più di 30.mila persone che protestavano contro il carovita, proteste che erano seguite ad altre, come quelle per la difesa della dignità delle donne, anch’esse represse nel sangue. Anche il Venezuela era (e continua ad essere) un regime dittatoriale, dove gli oppositori del dittatore Maduro venivano uccisi o fatti morire in carcere. Tuttavia, nel sistema internazionale che la stessa America aveva contribuito a costruire dopo la Seconda guerra mondiale, nessun Paese può intervenire nella sovranità di un altro Paese, che sia l’America in Iran, la Russia in Ucraina o la Cina a Taiwan. In quel sistema vi sono istituzioni e procedure per contenere una minaccia o per regolare una contesa o per liberare una popolazione oppressa dai suoi governanti. Per Trump, quel sistema è roba del passato. L’esito è guerra e caos. Secondo Stephen Miller, uno dei più ascoltati consiglieri di Trump, la politica estera americana è ritornata, finalmente, «ai suoi fondamenti realistici», dove conta solamente il potere «brutale» della forza militare. Per Miller l’America è ritornata ad agire come una grande potenza (meglio, come la grande potenza) che persegue i suoi interessi al di fuori dei vincoli della legalità internazionale. Tuttavia, Trump va oltre il realismo. Come hanno scritto Daniel Drewzner ed Elizabeth Sauders (su Foreign Affairs), Trump persegue una visione hobbesiana, non realista, del mondo. Trump, come Thomas Hobbes (1588-1679), ritiene che il mondo sia un’arena “in cui tutti sono contro tutti”, dove l’America deve esercitare la sua forza senza considerare altro. Ma i realisti non pensano questo. Per loro, uno Stato, specie se potente, deve considerare le conseguenze delle sue azioni. Facendo ciò, anche se il mondo è anarchico, l’esito non è necessariamente la guerra. Come ha sostenuto il principale studioso realista del Secondo dopo guerra, Kenneth Waltz (1924-2013), in condizioni di anarchia internazionale, un grande potenza è spinta ad esercitare forme di auto-controllo, dato che un conflitto con un’altra potenza potrebbe condurre alla reciproca distruzione. Tali considerazioni sono assenti in Trump, il quale ritiene che la forza militare e tecnologica dell’America sia tale da renderla invulnerabile alla reazione delle altre potenze. Il risultato è il caos, dove non vi sono vincoli né esterni né interni al comportamento del più forte. Il caos è inevitabile con Trump anche per come “fa” la politica estera. Quest’ultima è altamente personalizzata. È gestita da lui e da un gruppo ristretto di amici e familiari (come Steve Witkof e Jared Kushner). Questi ultimi hanno sostituito i funzionari di carriera (diplomatici, militari, consiglieri), dotati di competenze professionali e conoscenze internazionali. Una politica estera personalizzata è imprevedibile e incompetente. Come abbiamo visto nella guerra delle tariffe, prima introdotte, poi sospese, quindi rilanciate. Oppure, nella rivendicazione di prendersi la Groenlandia da un Paese (la Danimarca) alleato con l’America. Una politica personalizzata vive necessariamente dei media. Per Trump, i media sono la politica. I media veicolano la sua immagine ed esaltano il suo ego. Non solo. La sua politica estera è anche estrattiva, se non estorsiva. Trump si muove sempre sulla base di convenienze economiche. Nel bombardamento dell’Iran non ci sono in gioco principi umanitari, tanto meno l’idea neoconservatrice di esportare la democrazia come nell’occupazione dell’Iraq da parte dell’allora presidente George W. Bush nel 2003. In Iran come in Venezuela, in gioco vi sono gli interessi petroliferi di cui lui e il suo gruppo di amici vogliono avvantaggiarsi. L’aiuto militare americano all’Ucraina deve essere pagato dagli europei, oltre che dagli stessi ucraini concedendo agli americani gran parte dei profitti della vendita delle terre rare (come stabilito dall’ “Ukraine-United States Mineral Resources Agreement” firmato il 30 aprile 2025). La stabilità del Medio Oriente è perseguita come condizione per realizzare futuri e giganteschi progetti immobiliari in quell’area. L’incremento delle tariffe varia in relazione alle negoziazioni individuali con i singoli Paesi relativamente alla loro disponibilità ad investire in America o ad aprire i loro mercati all’America. Una politica basata sul presidente e i suoi interessi è inevitabilmente caotica. Insomma, contrariamente a ciò che aveva promesso durante la campagna elettorale del 2024, Trump non ha affatto ridotto l’intervento militare americano nel mondo, ma lo usa in modo idiosincratico e unilaterale. L’America di Trump si comporta come un rogue State, uno Stato canaglia. Trump si è liberato delle regole del liberalismo, ma rifiuta anche l’autocontrollo del realismo. È un elefante nella cristalleria, che genera guerre e caos, insieme ai piccoli elefanti che lo seguono, come Benjamin Netanyahu. 
Si può essere amici di chi agisce in questo modo?

... due anacronismi ...

ETNOCRAZIA E TEOCRAZIA: I DUE ANACRONISMI CHE GENERANO IL FANATISMO CONTEMPORANEO 


Condivido la mia riflessione pubblicata su il manifesto di domenica 1 marzo Osceno è lo sguardo suadente rivolto da Bibi Netanyahu al popolo iraniano –“non siamo nemici”, “non perdete questo appuntamento”- nel video con cui annuncia questa ennesima guerra “preventiva”, pianificata e scatenata d’intesa con l’alleato Trump. Non manca il richiamo blasfemo alla festività ebraica di Purim per santificare i bombardamenti e, di nuovo, promettere agli israeliani l’impossibile: cioè che sarà la volta buona, la svolta definitiva. Tanto più menzognere risuonano le parole d’amicizia dedicate agli iraniani per sollecitarli all’insurrezione se ricordiamo che mai ne furono rivolte di simili ai vicini di casa palestinesi, cui si nega perfino di essere una nazione. Sono appena tornato da Israele con uno degli ultimi aerei decollati prima del blocco dei voli, portandomi dietro l’immagine di uno striscione esposto nella piazza del quartiere ebraico della città vecchia di Gerusalemme, sovrastante il Muro del Pianto. C’è scritto: Make Gaza jewish again, cioè “Facciamo tornare Gaza di nuovo ebraica”. Altro che ricostruzione , altro che Board of peace. Il culto della forza su cui si fondano i nazionalismi, insieme all’autoproclamazione di essere il popolo-vittima, ha bisogno di uno stato di guerra permanente. Radicare nella società israeliana l’idea che l’antisemitismo è eterno -A olam kulò negdenu, ovvero “il mondo è tutto contro di noi”- funge da alibi morale, e con ciò rivendica l’esenzione dal rispetto del diritto internazionale. Fino a ieri Netanyahu era in svantaggio nei sondaggi per le elezioni dell’autunno prossimo. Ora calcola che una vittoria sull’Iran lo riscatterebbe conservandogli il potere. Ma è davvero possibile una vittoria definitiva? Quand’anche l’operazione militare israeloamericana provocasse la caduta degli ayatollah, non è forse già visibile in campo il prossimo nemico esistenziale con cui battersi? Lo ha raccontato Michele Giorgio su questo giornale: Naftali Bennett, il principale concorrente di Bibi, sostiene che il problema per Israele non sia tanto l’Iran quanto il “muro sunnita” fondato sull’asse della Turchia di Erdogan con il Qatar, l’Egitto e sullo sfondo l’Arabia Saudita, potenze amiche degli Usa ma aspiranti all’egemonia regionale, cominciando da Gaza. Il partner militare dell’aggressione all’Iran, l’affarista mitomane e ondivago che siede alla Casa Bianca, già più di una volta ha imposto a un Netanyahu recalcitrante la sua necessità di non inimicarsi le petromonarchie del Golfo e la Turchia. L’ammirazione per la brutalità d’Israele e il pseudosionismo delle estreme destre suprematiste, compresa quella italiana, sono soggetti a voltafaccia tutt’altro che impensabili. Certo, ripensandolo un anno dopo, fa impressione l’abbaglio di chi ha tifato Trump contro i democratici Usa in quanto un isolazionista punterebbe a chiudere le guerre anziché scatenarle. Ammettere di essersi sbagliati talvolta gioverebbe alla credibilità dell’informazione. Comunque vada a finire l’attacco all’Iran, ormai sappiamo che le guerre-lampo non esistono più. Se pure durasse pochi giorni, estende lo stato di guerra all’intera regione mediorientale e rende precarie alleanze considerate strategiche, come gli accordi di Abramo. I nodi vengono al pettine. Pur nella loro evidente diversità i due contendenti -la Repubblica islamica dell’Iran e lo Stato d’Israele- sono accomunati dall’essere due imprevisti storici del Novecento che degenerano rivelando il proprio anacronismo: l’uno come teocrazia, l’altro come etnocrazia. Nemici ideologici che non confinano ma si attaccano da duemila chilometri di distanza. Un assurdo generato dallo sconquasso della contemporaneità. 

Riprendo a scrivere su il Manifesto dopo più di quarant’anni, grato a chi mi accoglie. All’epoca, nel 1982, mi toccò fra l’altro raccontare il distacco degli ebrei italiani dalla sinistra avviatosi dopo l’attentato al Tempio Maggiore di Roma. Oggi è l’ebraismo stesso a doversi ripensare sviluppando pensiero critico, unico antidoto alla guerra continua. 

 Gad Lerner.

... tre scenari tra Usa e Iran ...

Articolo di Lucio Caracciolo del 02.03.2026 

Tre scenari per capire cosa succede ora tra Usa e Iran 

L’eliminazione di Khamenei moltiplica le incognite per una Persia malridotta. L’America di Trump agisce da cliente di Israele in Medio Oriente, giocando al buio una partita geopolitica rischiosa per sé e i partner regionali. Niente da fare. La guerra per l’America è tentazione irresistibile. Nevrosi. Anche quando tutto sembrerebbe invitare alla sobrietà, scatta la coazione a ripetere. Siamo i più forti, nessuno ci può battere. E se qualcuno lo pensasse gli faremo cambiare idea. L’attacco all’Iran combinato con Israele è guerra preventiva contro una potenza talmente malridotta che alla vigilia dell’attacco aveva accettato di rinunciare nei fatti all’atomica, come svelato dal ministro degli Esteri dell’Oman, mediatore fra Washington e Teheran.Trump e Netanyahu vogliono prevenire la pace. E mentre Israele già annuncia l’eliminazione di Khamenei, l’attacco rischia di volgere in conflitto regionale. Trump ama descriversi brillante pokerista. Sarà. Ma questa mano la sta giocando al buio. E senza nessuna urgenza né minaccia esistenziale all’orizzonte. Dopo avere frenato ma non spento il bellicismo fine a sé stesso di Netanyahu, Trump ne sposa lo stile: guerra per la guerra. Senza strategia. Meglio: la strategia è la guerra. Dettata da privati interessi di potere assai più che dalla salvaguardia della nazione. In perfetta contraddizione con quanto sostenuto finora dall’aspirante Nobel per la Pace. Dopo aver beffeggiato i suoi predecessori, da Bush figlio alla “scimmia” Obama e a “Sleepy Joe” Biden per le loro guerre invincibili in Medio Oriente, Trump ne inaugura l’ennesima versione. Fino a proclamare l’obiettivo che nessuno aveva mai osato azzardare: far fuori il regime iraniano. Come se l’Iran fosse una qualsiasi petrodittatura postcoloniale del Golfo e non la Persia. Al cui “nobile popolo” lui e Bibi si rivolgono per completare l’opera avviata dall’operazione militare. Ma chiunque venisse insediato da Stati Uniti e Israele sul metaforico (o effettivo?) Trono del Pavone parrebbe agente straniero a buona parte del “nobile popolo”. Soprattutto ai coraggiosi oppositori del regime che per rovesciarlo rischiano la vita. Colpisce il divario fra scopo e mezzi, propaganda e realtà. Il Pentagono avrebbe munizioni per 5-7 giorni di difesa missilistica sostenuta. E delle undici portaerei disponibili sulla carta solo quattro sono oggi utilizzabili: le due in teatro (Lincoln e Ford, quest’ultima frenata nei giorni scorsi da guasti al sistema fognario), più George Herbert Walker Bush in Atlantico e Theodore Roosevelt nel Pacifico. L’America arrischia questa guerra spaccata come mai e con gli apparati militari e di intelligence piuttosto scettici sulla possibilità di vincerla in tempi accettabili. Comunque non a costo zero, anzi. E allora? I casi sembrano tre. Primo, entro la settimana o poco più una parte ribelle dei pasdaran e di quel che resta di esercito regolare e polizia, in combutta con Mossad e Cia, prende il potere a Teheran (non per forza in tutta la Persia) in nome del “nobile popolo”. Secondo, il regime non crolla, la guerra si allarga in modo insostenibile e gli Stati Uniti d’intesa con Israele usano lo scalpo di Khamenei per dichiarare “missione compiuta”. Terzo, la scelta iraniana di rispondere colpendo le installazioni americane nei paesi arabi del Golfo e nell’intero Medio Oriente costringe Trump e Netanyahu a impantanarsi in un conflitto prolungato. Cadono le maschere e la guerra dei pochi giorni non ha più limiti. Né di tempo né di mezzi. Compresi stivali a stelle e strisce a calpestare il suolo persiano. All’ombra delle rispettive atomiche. In un clima di mobilitazione generale. Oggi l’America sta agendo da cliente di Israele, il quale a sua volta è impegnato dal 7 ottobre in una guerra infinita contro sé stesso. La fu superpotenza globale è agita da una potenza regionale impazzita — scenario ideale per Cina e Russia. Trump pare il ventriloquo di Netanyahu. Dice o fa dire dai suoi quel che Bibi pensa ma non può (vuole) esprimere. L’ambasciatore americano a Gerusalemme, Mike Huckabee, ha stabilito che Israele deve per concessione divina estendersi su tutto il Medio Oriente, dal Nilo all’Eufrate. Magari con un proconsole a vegliare sull’acrocoro iraniano? Follie, certo. 
Ma forse la vera follia è intravvedere una logica in questa America fuori sesto. 

#LucioCaracciolo #Iran #Geopolitica

... Nuovo Ordine Globale ...

𝐈𝐥 𝐧𝐮𝐨𝐯𝐨 𝐨𝐫𝐝𝐢𝐧𝐞 𝐠𝐥𝐨𝐛𝐚𝐥𝐞: 𝐜𝐡𝐢 𝐜𝐨𝐥𝐩𝐢𝐬𝐜𝐞 𝐝𝐞𝐜𝐢𝐝𝐞 𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐞̀ 𝐠𝐢𝐮𝐬𝐭𝐨 


Il #buongiorno di Giulio Cavalli 


Hanno bombardato l’Iran e insieme hanno bombardato l’idea stessa di limite. Non è la prima volta che accade, però questa volta il silenzio pesa più delle esplosioni. L’articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite vieta l’uso della forza contro uno Stato sovrano. L’articolo 5 dello Statuto della Corte penale internazionale qualifica la guerra di aggressione come crimine. Sono norme scritte, vigenti, precise. E sono carta straccia mentre i missili sorvolano il Medio Oriente. Non è in discussione la natura del regime iraniano, ovvio. Ma il diritto internazionale non funziona a simpatia. Funziona per regole comuni, applicate a tutti oppure svuotate per chiunque. Se l’aggressione diventa strumento legittimo quando conviene alla potenza giusta, allora diventa legittima per tutti. Ieri l’Ucraina, oggi Teheran, domani Taiwan o Cuba. Il precedente è la più pericolosa arma di distruzione di massa. L’Europa, che per quattro anni ha ripetuto la distinzione tra aggressore e aggredito, ora balbetta. Anzi, è presa dall’irrefrenabile voglia di partecipare. Ma la coerenza selettiva erode credibilità più di qualsiasi sconfitta militare perché senza uniformità nell’uso delle categorie giuridiche, il lessico dei diritti diventa propaganda. Intanto il mondo resta armato fino ai denti: migliaia di testate nucleari, nove potenze pronte a invocare la sicurezza per giustificare ogni corsa agli armamenti. Si investe in arsenali. Ora ancora di più, mentre si dichiara di volere pace. Il diritto internazionale vive se qualcuno lo difende quando costa. Altrimenti resta un monumento visitabile, buono per le cerimonie e inutile quando serve. E quando il limite cade, la forza prende posto sul trono senza chiedere il permesso.

domenica 1 marzo 2026

... Prepotenza!! ...

𝐋𝐚 𝐩𝐫𝐞𝐩𝐨𝐭𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐚𝐧𝐝𝐚 𝐬𝐮𝐥 𝐦𝐨𝐧𝐝𝐨 


Non chiamatelo almeno “attacco preventivo”: bombardare l’Iran è stata un’aggressione premeditata e deliberata, non scaturita da alcuna minaccia imminente. L’Iran non voleva la guerra e non pensava di usare armi di distruzione contro Israele e non perché sia un paese di pacifisti innocui ma perché sapeva che un attacco a Israele avrebbe decretato la distruzione dell’Iran e la fine del regime. Che è avvenuta comunque, anche in mancanza di un’azione aggressiva di Teheran. Certo, il regime degli ayatollah è repressivo e liberticida, una parte della popolazione, non sappiamo se maggioritaria, lo sostiene e un’altra lo detesta. Non sappiamo davvero quale delle due sia maggioritaria e quanto sia estesa la zona grigia nel mezzo. Non sappiamo quanto sia reale la rappresentazione che ne viene data in occidente e quanto la protesta sia autoctona e genuina o manovrata, sobillata dall’esterno. Ma ci fa inorridire un ordine mondiale imposto con la forza delle armi e la prepotenza dei capi; un impero che decide in modo unilaterale chi merita di stare sulla faccia della terra e chi no, e un paese che può impunemente da anni colpire i paesi vicini. Un imperatore prepotente affiancato da un criminale di guerra, sterminatore di popolo, che decidono a loro insindacabile e irreparabile giudizio chi sono i Criminali da uccidere e quelli invece che sono amici e alleati. Trump e Netanyahu stanno mettendo a rischio il pianeta, l’equilibrio internazionale e stanno legittimando con le loro azioni di guerra altri soprusi e altre aggressioni nel mondo. Speriamo che l’attacco non si estenda e non inneschi altri conflitti interni e internazionali. E l’Italia? Cosa volete che possa fare, è stata tenuta all’oscuro di tutto, come una minorenne. Continua a pettinare le bambole delle leggi elettorali… 


 Marcello Veneziani.

... Torino 2 - Lazio 0 ...

Due a zero. 

Pulito, quasi semplice, come una cosa fatta senza pensarci troppo ma che finalmente riesce. Il Torino di D’Aversa non ha fatto miracoli, non ha riscritto la storia, non ha nemmeno giocato chissà che grande calcio. Ha semplicemente fatto quello che andava fatto: prendere a schiaffi una Lazio gentile che non si è nemmeno presentata, se non per onorare il referto e disturbare il traffico. E già questo, di questi tempi, vale come una redenzione. Perché diciamocelo: dopo la vittoria di Sal Da Vinci a Sanremo e con il mondo che gioca a Risiko con le bombe vere, un’altra sconfitta del fu Toro sarebbe stata la prova definitiva che Dio esiste ma ha smesso di guardare. Invece no. Due gol, tre punti, e un passo fuori dalla melma. Quella melma che conosciamo bene, che sa di domeniche andate a male, di classifiche che puzzano e di speranze riciclate. 
Questa vittoria certifica almeno due cose. 

La prima: l’idiozia ostinata di certa gente che va allo stadio a battere le mani a comando, come foche ammaestrate in saldo. Quando fuori da lì c’è un mondo granata che chiede silenzio, chiede distanza, chiede dignità. Perché sì, a volte anche non esserci è un atto d’amore. Ma l’amore, si sa, è una cosa troppo complicata per chi preferisce applaudire. 

La seconda è ancora più semplice, e fa più male: quanto abbia pesato l’handicap di Agonia Baroni in panchina. Uno che costruiva castelli in aria ed in area, senza mai capire dove fosse il campo e dove finissero le sue fantasie. Uno che aveva una specie di allergia per Zapata, come se il gol fosse una malattia da evitare. Ed invece oggi, al primo cross decente, Zapata l’ha buttata dentro. Semplice, naturale, quasi offensivo per tutto quello che abbiamo visto prima. 
Troppo presto per dire chi sia davvero D’Aversa. Ma non è troppo presto per dire chi è stato Baroni: una disgrazia. Di quelle che arrivano senza bussare e ti svuotano il frigorifero. Al livello di Cairo, più o meno. E non è un complimento. Adesso manca poco alla salvezza. Il tempo di tirare il fiato, sputare il sangue e restare in piedi. Poi ricomincerà il solito circo. Quello che va avanti da vent’anni. Con gli stessi numeri, gli stessi clown, e noi sempre lì, a chiederci perché continuiamo a parlarne. 

Cairo merda 

 Ernesto Bronzelli.
𝐑𝐨𝐛𝐞𝐫𝐭𝐨 𝐃'𝐀𝐯𝐞𝐫𝐬𝐚 𝐞̀ 𝐢𝐥 𝐭𝐞𝐫𝐳𝐨 𝐭𝐞𝐜𝐧𝐢𝐜𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐞𝐫𝐚 𝐔𝐫𝐛𝐚𝐧𝐨 𝐂𝐚𝐢𝐫𝐨 𝐚 𝐯𝐢𝐧𝐜𝐞𝐫𝐞 𝐚𝐥𝐥’𝐞𝐬𝐨𝐫𝐝𝐢𝐨 𝐢𝐧 𝐒𝐞𝐫𝐢𝐞 𝐀 𝐬𝐮𝐥𝐥𝐚 𝐩𝐚𝐧𝐜𝐡𝐢𝐧𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐓𝐨𝐫𝐢𝐧𝐨 𝐅𝐂. 𝐂𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐥𝐚 𝐋𝐚𝐳𝐢𝐨 𝐡𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐟𝐞𝐫𝐦𝐚𝐭𝐨 𝐮𝐧 𝐝𝐚𝐭𝐨 𝐞𝐬𝐭𝐫𝐞𝐦𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐮𝐚 𝐜𝐚𝐫𝐫𝐢𝐞𝐫𝐚: 𝐦𝐚𝐢 𝐮𝐧 𝐩𝐚𝐫𝐞𝐠𝐠𝐢𝐨, 𝐜𝐨𝐧 𝟐 𝐯𝐢𝐭𝐭𝐨𝐫𝐢𝐞 𝐞 𝟏𝟏 𝐬𝐜𝐨𝐧𝐟𝐢𝐭𝐭𝐞 𝐢𝐧 𝟏𝟑 𝐬𝐟𝐢𝐝𝐞. 𝐍𝐞𝐬𝐬𝐮𝐧 𝐞𝐪𝐮𝐢𝐥𝐢𝐛𝐫𝐢𝐨 𝐧𝐞𝐩𝐩𝐮𝐫𝐞 𝐧𝐞𝐢 𝐜𝐨𝐧𝐟𝐫𝐨𝐧𝐭𝐢 𝐝𝐢𝐫𝐞𝐭𝐭𝐢 𝐜𝐨𝐧 𝐌𝐚𝐮𝐫𝐢𝐳𝐢𝐨 𝐒𝐚𝐫𝐫𝐢: 𝟐 𝐬𝐮𝐜𝐜𝐞𝐬𝐬𝐢 𝐞 𝟒 𝐤𝐨. 𝐈𝐥 𝐬𝐮𝐜𝐜𝐞𝐬𝐬𝐨 𝐡𝐚 𝐫𝐢𝐩𝐨𝐫𝐭𝐚𝐭𝐨 𝐢𝐥 𝐓𝐨𝐫𝐨 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐯𝐢𝐭𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐜𝐚𝐬𝐚𝐥𝐢𝐧𝐠𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐢 𝐛𝐢𝐚𝐧𝐜𝐨𝐜𝐞𝐥𝐞𝐬𝐭𝐢 𝐝𝐨𝐩𝐨 𝐬𝐞𝐭𝐭𝐞 𝐚𝐧𝐧𝐢, 𝐫𝐢𝐭𝐫𝐨𝐯𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐮𝐧 𝐜𝐥𝐞𝐚𝐧 𝐬𝐡𝐞𝐞𝐭 𝐜𝐡𝐞 𝐦𝐚𝐧𝐜𝐚𝐯𝐚 𝐝𝐚𝐥 𝟏° 𝐟𝐞𝐛𝐛𝐫𝐚𝐢𝐨. 𝐏𝐞𝐫 𝐃’𝐀𝐯𝐞𝐫𝐬𝐚 𝐞̀ 𝐮𝐧 𝐬𝐞𝐠𝐧𝐚𝐥𝐞 𝐟𝐨𝐫𝐭𝐞 𝐢𝐧 𝐮𝐧 𝐦𝐨𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐥𝐢𝐜𝐚𝐭𝐨: 𝐩𝐫𝐢𝐦𝐚 𝐝𝐢 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐠𝐚𝐫𝐚 𝐢 𝐠𝐫𝐚𝐧𝐚𝐭𝐚 𝐚𝐯𝐞𝐯𝐚𝐧𝐨 𝐯𝐢𝐧𝐭𝐨 𝐬𝐨𝐥𝐨 𝐮𝐧𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐩𝐫𝐞𝐜𝐞𝐝𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐨𝐭𝐭𝐨 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐢𝐭𝐞. 𝐔𝐧 𝐝𝐞𝐛𝐮𝐭𝐭𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐩𝐞𝐬𝐚, 𝐩𝐞𝐫 𝐜𝐥𝐚𝐬𝐬𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚 𝐞 𝐦𝐨𝐫𝐚𝐥𝐞.

... calendario ...

... marzo si presenta "MERDOSO", quindi oltre ai doppi scongiuri aggiungo un orrore finale, tanto per meglio definire il periodo!!!