mercoledì 17 giugno 2026

... NORMAN FINKELSTEIN ...

NORMAN FINKELSTEIN: 


"Se trattate le persone in questo modo, se le degradate, le umiliate, le assassinate, allora non sorprendetevi se accade una rivolta alla Nat Turner. Ed è esattamente ciò che ho detto riguardo al 7 ottobre. Se sapevate, come io sapevo, ciò che era stato fatto alla popolazione di Gaza, il fatto che persino il capo del Consiglio per la sicurezza nazionale israeliano, Giora Island, nel 2004 abbia descritto Gaza come un enorme campo di concentramento. Oppure Mary Robinson, l’Alta Commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani, che nel 2008 disse: «Un’intera civiltà viene distrutta. Non sto esagerando. Viene distrutta». Oppure, come disse The Economist nel 2023, proprio alla vigilia del 7 ottobre, quando definì Gaza una nave che affonda. Di fronte a tutto questo, non potete sorprendervi del 7 ottobre. Non potete fingere di esserne scioccati. E si possono condannare le atrocità, ma proprio come gli abolizionisti non condannavano le rivolte degli schiavi, io non condannerò la rivolta dei detenuti di un campo di concentramento, nati dentro quel campo. Perché gli abitanti di Gaza che hanno sfondato i cancelli avevano perlopiù tra i venti e i ventidue anni. Erano nati in un campo di concentramento. Hanno languito in quel campo di concentramento, ed erano destinati e condannati a morire in quel campo". 


Per chi non conoscesse Norman Finkelstein è un politologo, saggista e conferenziere statunitense, nato a Brooklyn nel 1953 da genitori ebrei sopravvissuti alla Shoah. È diventato noto a livello internazionale con libri come Image and Reality of the Israel-Palestine Conflict, The Holocaust Industry, Beyond Chutzpah e Gaza: An Inquest into Its Martyrdom. 


 Lavinia Marchetti.

... il Memorandum ...

L’accordo con l’Iran “non è definitivo” ma è un “memorandum di intesa". 

"Se non mi piace, torneremo a colpirli. Se non si comportano bene torneremo subito a bombardare”. 

 Lo ha affermato il presidente americano, Donald Trump, a margine del bilaterale con l’omologo egiziano Abdel Fattah al-Sisi. 
 Intanto, sta trapelando con sempre maggiore insistenza sui media internazionali il testo del memorandum d’intesa tra Iran e Stati Uniti, che il presidente Donald Trump ha ipotizzato di leggere “parola per parola” in conferenza stampa per evitare che venga distorto. Nelle scorse ore Bloomberg ha pubblicato la bozza di intesa, destinata a mettere fine alle ostilità e creare la cornice per un accordo più ampio e dettagliato. Ma una fonte vicina al team negoziale iraniano, citata dall’agenzia Tasnim’, ha contestato l’accuratezza del documento, sostenendo che la versione diffusa contiene “numerose inesattezze”.

 https://www.ilfattoquotidiano.it/.../g7-a-evian.../8421657/ Vedi meno

... offerte di lavoro ...

𝐂'𝐞̀ 𝐮𝐧𝐚 𝐫𝐢𝐜𝐡𝐢𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚 𝐝𝐞𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐓𝐢𝐤𝐓𝐨𝐤 


Il #buongiorno di Giulio Cavalli 


 Scorrono da giorni sui gruppi TikTok e nelle storie di Instagram: screenshot di offerte che un tempo si accettavano in silenzio. 800 euro al mese per sette ore al giorno, sabato compreso. Turni che finiscono alle due di notte senza un euro di maggiorazione. Stavolta la risposta è un secco no, fotografato e messo in rete. Lo racconta oggi La Stampa, che ci legge un manifesto della Generazione Z contro il lavoro malpagato e senza contratto. Liquidarli come la solita gioventù indolente, cresciuta col telefono in mano, è comodo. Solo che i numeri raccontano altro. Secondo l'ultimo rapporto AlmaLaurea, fra i laureati che a un anno dal titolo cercano ancora un impiego, la quota disposta ad accettare meno di 1.250 euro netti è scesa al 33% e al 26%. A Milano, dove l'affitto si mangia quasi tutto, quella cifra è la soglia della sopravvivenza. La sociologa Chiara Saraceno, sulle stesse pagine, lo scrive senza troppi giri di parole: chiedere a quali condizioni si lavora è un diritto da esercitare, altro che pretesa da viziati. E quegli screenshot condivisi sono già una bacheca sindacale per una generazione che un sindacato quasi non ce l'ha più. Cambiano gli strumenti, non la sostanza: è organizzazione del disagio, con i mezzi di oggi. Quelle richieste, del resto, sono politiche. Parlano di salari, di contratti, di welfare, di una pensione che a questi ragazzi nessuno osa più promettere, di affitti che si mangiano lo stipendio. 
La domanda, a questo punto, è se la politica saprà ascoltarle, o se preferirà raccontarsi ancora la favola dei nativi digitali sdraiati sul divano. Aspettiamo.

... RUINI - in memoriam ...

IL CARDINAL RUINI - IN MEMORIAM 


articolo di Giovanni Colombo, già responsabile dei giovani di Azione Cattolica della Diocesi di Milano e consigliere comunale di Milano. 


 Ha lasciato questa terra di terra e sassi colui che è stato il capo della Chiesa italiana per più di trent'anni. Eminence, come lo chiamava scherzosamente la Littizzetto, dal 1991, per 16 anni, ha guidato la Conferenza Episcopale italiana. Ma già dal 1986, da segretario, ha comandato. E la sua influenza si è stesa pure sui dieci anni di presidenza del suo successore, il fido cardinal Bagnasco. Di lui ho tre ricordi personali. Nel 1977, quando era ancora il don Camillo alla guida degli Studenti Democratici di Reggio Emilia e io un adolescente in cerca d'autore, lo vidi sottrarsi alla sottoscrizione del manifesto del costituendo Coordinamento Interregionale Studenti - promosso dal Gruppo Confronto di Milano per riunire alcuni gruppi studenteschi di ispirazione cristiana del Nord Italia perché il testo gli suonava troppo di sinistra. Nel 1989, alla fine di una tristissima vicenda, pose il suo veto alla mia nomina a responsabile nazionale dei giovani di Ac perché "Colombo non può promuovere la comunione ecclesiale" (per forza, ero della diocesi del Cardinal Martini). Nel 1990, quando fu lui stesso per qualche mese assistente della Azione Cattolica Italiana, diede queste consegne al Consiglio Nazionale: obbedite ai preti (cioè a me), non fate politica (ovvero lasciatela a me), non litigate con gli altri movimenti (quindi fidatevi di me che so come trattarli). Tre episodi che, nel piccolo, dicono tre aspetti fondamentali del suo modo di procedere. Anticomunismo viscerale: vedeva Pepponi da tutte le parti. Ortodossia inossidabile: fedele esecutore della linea wojtyliana, voleva una Chiesa disciplinata e forza sociale, in cui ovviamente non c'era più posto per un laicato vivace e intelligente. Centralismo ferreo: controllava tutto, ma proprio tutto, dall'articolino sulla stampa alle nomine dei vescovi. Non si muoveva foglia senza il suo placet. In un trentennio il cardinal Ruini (da ora in poi "lui") ha provato di tutto per contare nella vita sociale e politica. Ha sostenuto per anni l'insostenibile, ovvero la Dc compromessa con la corruzione e le mafie. Preso atto con grande ritardo che la stagione dell'unità politica era finita per sempre, ha inventato una serie di sigle dipendenti direttamente da "lui", pronte a muoversi ad un suo cenno: Progetto Culturale, Forum delle famiglie, Retinopera, Comitato Scienza e Vita (quest'ultimo fondamentale per la sua campagna astensionista sul referendum sulla procreazione assistita del 2005). Alla guida di Avvenire e della televisione Sat 2000 (ora TV2000) per 20 anni ha blindato il suo amato Dino Boffo. Quando ha avuto bisogno di sponde nel mondo economico, si è affidato per anni alle mani di Giampiero Fiorani, l'amministratore delegato della Banca Popolare di Lodi, un vero cattolico modello (chi se lo ricorda più?). In politica ha sempre preferito appoggiare Silvio, il libertino, piuttosto che Romano, il cattolico adulto di cui aveva celebrato le nozze. Quando ha fatto progetti in grande si è appoggiato ad Antonio Fazio, il governatore della Banca d'Italia (e quando Fazio nel 2005 venne coinvolto nelle inchieste bancarie sui "furbetti del quartierino", "lui" non fece un plissé, e subito ripartì con le telefonate, candidando alle politiche del 2006 alcuni suoi fiduciari). Non ha voluto dare il funerale religioso al povero Welby. Ha organizzato in prima persona il Family Day del 12 maggio 2007 contro i Dico, il progetto di legge sulle unioni civili proposto dal governo dell'Ulivo. Da pensionato non ha fatto mai mancare il suo puntuale sostegno al centrodestra e le sue puntute critiche al pontificato di Francesco, tramite le immancabili interviste di Aldo Cazzullo (assurto al ruolo di suo portavoce). L'aspetto che mi ha sempre colpito di "lui", più che la contiguità con i poteri di tutti i tipi, è stata la disinvoltura nel far finta di niente. Ogni volta che un bubbone esplodeva e gli "amici" finivano nei guai, "lui" voltava pagina con freddezza, come era già successo con il crollo della Dc, senza mai fare i conti con la debolezza culturale prima ancora che spirituale ed etica che l'aveva portato a dare credito a personaggi senza scrupoli e ad affidare i progetti più ambiziosi a gente modesta. Al fine di combattere il relativismo con alleanze di ogni tipo, "lui", la Chiesa, l'ha ampiamente relativizzata. Le ha fatto perdere autorevolezza. Ha contributo a svuotarla. Il suo dominio è stato così lungo e devastante che anche oggi la Chiesa italiana stenta a riprendersi, nonostante il papato di Francesco e l'azione in sede Cei dei cardinali Bassetti e Zuppi. L'Ac è esausta, Cl si ritrova divisa e commissariata, gli altri movimenti vivacchiano. Nelle parrocchie rimangono preti in crisi di identità e tanti vecchi meditabondi sulla morte vicina. Le donne vanno a far yoga, i giovani cercano fremiti altrove. I discorsi sulla sinodalità non incidono. Aumentano le messe con preti extracomunitari che parlano a stento l'italiano. E chissà quali altri dati ha in mano Papa Leo, che sta facendo fatica a trovare nuovi vescovi. Intanto "lui" è morto. Prendendo spunto dal finale dell'omelia dell'arcivescovo Delpini per il funerale di Silvio Berlusconi, mi vien da chiudere cosi: "In questo momento di cordoglio che cosa possiamo dire del cardinal Ruini? È stato un ecclesiastico assai importante: un desiderio di destra, un desiderio di potere, un desiderio di gloria. Ora incontra il giudizio di Dio."

martedì 16 giugno 2026

... il dilemma Trump ...

È ancora viva la memoria della bullesca propaganda con cui Trump e Netanyahu avevano dato inizio alla guerra contro l’Iran. Minacciavano l’annientamento di ogni traccia della civiltà persiana se i pasdaran non si fossero piegati, davano per imminente il cambio di regime, già preparavano riunioni con gli affaristi per spartirsi il paese. Ebbene, il memorandum di pace che circola in queste ore delinea una situazione un po’ diversa. Stando ai leaks pubblicati da Reuters e altri, ammesso che si arrivi alla firma, venerdì prossimo gli Stati uniti potrebbero accettare un protocollo che pare oggettivamente sbilanciato a favore del nemico. Lasciamo ai geopolitici di grido occuparsi della telenovela nucleare e concentriamoci sul nocciolo del problema: la disputa commerciale e finanziaria. Ecco i punti principali. In primo luogo, Washington si appresta a sbloccare circa 25 miliardi di dollari di fondi iraniani congelati all’estero. Gli sherpa americani puntualizzano che lo sblocco avverrà «sotto condizioni» ma la precisazione appare ogni ora più flebile. Metà dei soldi potrebbero esser consegnati ai legittimi proprietari già all’atto della firma. Inoltre, gli Stati uniti sono pronti a inaugurare una progressiva rimozione delle cosiddette «sanzioni» contro il regime teocratico. Significa, in sostanza, che saranno allentate le barriere protezioniste, non solo verso il petrolio ma anche verso le imprese estere che hanno continuato a interagire con Teheran. Lo sbandierato friend shoring americano potrebbe così diventare enemy shoring: una stagione di nuovi commerci col vecchio nemico. C’è poi il capitolo dei fondi per la ricostruzione dell’Iran bombardato. Trump ha ancora la faccia di venderla come occasione di profitto per i sodali del suo golf club. Ma gli iraniani la vedono diversamente, come riparazioni di guerra a carico dei demolitori. In un caso o nell’altro, è difficile immaginare che gli investitori americani potranno muoversi a proprio agio, in un paese ormai ampiamente innestato nella fitta rete di relazioni inter-capitalistiche sino-russe. Resta infine il disastro di Hormuz. All’inizio della guerra, Washington e Tel Aviv puntavano sulla presa del canale per condizionare i transiti verso oriente e mettere la Cina sotto scacco. Non è andata bene. Adesso si accontentano di invocare una riapertura senza condizioni. Ma potrebbe andargli peggio. Ora infatti è Teheran che esige denari da coloro che passeranno lo stretto, non più come «pedaggi» ma come «servizi di navigazione e sicurezza». Per il diritto internazionale la definizione è più digeribile. Ma la sostanza è la stessa: l’iniziale azzardo piratesco di americani e israeliani potrebbe sfociare in un umiliante ribaltamento di ruoli. L’esito della contesa militare è alquanto sorprendente ma tra i contabili di guerra non c’è troppo stupore. Oggi l’America indebitata può spendere per armamenti meno di un decimo rispetto agli enormi investimenti militari che destinava alle campagne medio-orientali nell’epoca d’oro delle grandi invasioni. La ragione risiede in un limite già delineato da Ian Ferguson: quando la spesa per interessi sul debito supera la spesa militare, l’espansione imperiale entra in crisi. Ferguson parla solo di debito pubblico, come vari commentatori poco avvezzi all’argomento. In realtà si tratta di debito verso l’estero, sia pubblico che privato. Ma l’implicazione è quella. Come era accaduto nella crisi dell’impero britannico, il cosiddetto vincolo esterno inizia a mordere anche l’impero americano. Presi nell’inedita morsa, gli Stati uniti saranno presto o tardi forzati verso un drammatico bivio: rassegnarsi al declino imperiale e accettare di governarlo pacificamente con gli altri paesi, oppure giocarsi il tutto per tutto con una escalation bellica generale, in spregio al dissesto finanziario e forti di una supremazia militare ancora difficile da scalzare. O Pechino o morte. A lungo il dilemma incomberà sul mondo. Per adesso, anziché affrettarsi a inviare navi italiane su Hormuz, Meloni farebbe bene a chiedere all’amico Trump in che direzione vuol mettere la freccia.

... Trump e Bibi ...

𝐓𝐫𝐮𝐦𝐩 𝐞 𝐍𝐞𝐭𝐚𝐧𝐲𝐚𝐡𝐮 𝐡𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐩𝐞𝐫𝐬𝐨 𝐥𝐚 𝐠𝐮𝐞𝐫𝐫𝐚 𝐜𝐨𝐧 𝐥'𝐈𝐫𝐚𝐧, 𝐞 𝐚𝐝𝐞𝐬𝐬𝐨 𝐟𝐞𝐬𝐭𝐞𝐠𝐠𝐢𝐚𝐧𝐨 𝐥𝐚 𝐫𝐞𝐬𝐚 


Il #buongiorno di Giulio Cavalli 


 Donald Trump ha attaccato l'Iran il 28 febbraio per far cadere il regime e smantellare il nucleare. Quasi quattro mesi dopo il regime è in piedi, l'uranio arricchito è dov'era, e  quello festeggia. La guida suprema Ali Khamenei è morta sotto le bombe, certo: solo che al suo posto siede il figlio Mojtaba, eletto dall'Assemblea degli esperti l'8 marzo, una dinastia al posto della dinastia. Cambio di regime da manuale, lo chiamava Trump. Auguri. Ma attenzione, quello che si firma venerdì 19 giugno a Ginevra è un memorandum d'intesa, la pace è un'altra cosa: una tregua di 60 giorni che riapre lo Stretto di Hormuz e libera 25 miliardi di dollari di asset iraniani congelati. Teheran incassa ossigeno e tiene la sua postura. Washington rinvia il nucleare e porta a casa una foto. Due fasi di guerra, militare e blocco navale, costate decine di miliardi, e nessuna vera concessione strappata al tavolo. E Israele? Benjamin Netanyahu non ha firmato niente, anzi continua a bombardare Beirut e si tiene le zone cuscinetto in Libano, Gaza e Siria. «Lo scontro non è ancora finito», dice, «non solo contro l'Iran ma anche contro i suoi proxy». Tradotto: la guerra resta aperta perché aperta conviene. Intanto il 14 giugno, per i suoi ottant'anni, Trump si è regalato un torneo di arti marziali alla Casa Bianca, 60 milioni di dollari, gabbia ottagonale sul prato sud e un bombardiere a illuminare il cielo. Il 37% di gradimento e i gladiatori in giardino. La pace come spettacolo e la guerra come fondale: del resto chi guadagna dal conflitto permanente non ha motivo di chiuderlo. La prossima la stanno già preparando.

... chez O - Leandro ...

... stamane, alle 10,00 appuntamento dal dentista per una nuova detartrasi: livello tartaro 73!! (un abisso dallo splendido 32 di Maria Rosa!).