venerdì 10 aprile 2026

... schifosa puttana!! ...

𝐋𝐚 𝐯𝐢𝐭𝐭𝐢𝐦𝐢𝐬𝐭𝐚 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐩𝐨𝐭𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐝'𝐈𝐭𝐚𝐥𝐢𝐚 𝐞̀ 𝐭𝐨𝐫𝐧𝐚𝐭𝐚 𝐢𝐧 𝐬𝐜𝐞𝐧𝐚 


 Il #buongiorno di Giulio Cavalli 

 Giorgia Meloni si è presentata in Parlamento e questa, per la democrazia, è già una buona notizia. Dopo mesi di selfie adolescenziali sui social, di concetti più simili a cori da stadio e di video patinati con fotografia da telenovela turca la presidente del Consiglio s'è fatta materia. Bene così. Avrebbe potuto stupirci concedendosi perfino a un nugolo di giornalisti ma troppo confronto democratico tutto insieme avrebbe potuto congestionarla. Meloni del resto è stata costretta a presentarsi in Parlamento perché lì fuori, oltre ai meme dei giovani d'Atreju e alle isterie dei giornali d'area, è accaduto qualcosa: un referendum rovinosamente perso dopo averlo rovinosamente politicizzato, un sottosegretario alla Giustizia socio della figlia di un mafioso a sua insaputa, una ministra del Turismo inelegantemente buttata nella plastica per mimare un po' di rinnovamento, il padrone americano che esporta psicopatia a suon di bombe, l'amico genocida israeliano che non riesce a smettere di genocidiare e di colpire anche convogli italiani, un popolo (gli amati italiani) che già povero s'impoverisce al cubo per fare il pieno per andare al lavoro (povero), i sondaggi come coltelli, l'amico Orbàn che si bacia con Putin per brogliare le elezioni, la crisi che annuncia di stringere ancora più il cappio. Troppo difficile fare finta di nulla. C'è solo un piccolo problema: Meloni di tutto questo non ha parlato. Si è presentata con l'orologio politico piantato sul 2023 e ha ripiegato su un comiziaccio da campagna elettorale in vista del 2027 con il suo sempiterno ingrediente preferito: il vittimismo rabbioso. Non era un'informativa, era solo una deludente, fugace epifania.

... il mitico Gian Maria! ...

UN COMUNISTA AL DI SOPRA DI OGNI SOSPETTO 


Qui, nella foto, siamo nel 1971: Gian Maria Volonté viene arrestato durante una manifestazione in solidarietà con i lavoratori della Coca-Cola, in sciopero da due mesi. Si dirà: altri tempi. Un gesto che dà la misura della statura non solo artistica, ma civile di un uomo che non si limita a interpretare il conflitto ma ci entra dentro. Di sé Volontè diceva: <>. Gian Maria Volontè nasce a Milano il 9 aprile 1933. Nel dopoguerra il padre finisce in carcere per una serie di delitti commessi in nome del Duce. La vita prende subito un’altra piega. Nella primavera del 1947, Gian Maria abbandona gli studi e comincia a lavorare in alcuni alberghi di Torino e provincia per aiutare la madre e il fratello. Due anni più tardi lascia Torino per il sud della Francia, dove va a lavorare nei campi alla raccolta delle mele. Dopo alcuni mesi, trovato sprovvisto di documenti, viene condotto in un istituto per minori di Marsiglia. Con l’aiuto dell’Esercito della Salvezza e di un amico di famiglia, rientra in Italia a fine agosto del 1950. Volonté comincia a frequentare lo Studio Drammatico Internazionale i Nomadi. Gian Maria non può permettersi l’iscrizione regolare ai corsi, ma partecipa agli spettacoli allestiti dalla compagnia. L’Antigone di Anouilh, rappresentata il 20 aprile 1951, è la prima esperienza sul palco. Si fa le ossa con il teatro itinerante dei Carri di Tespi. Nel 1957 si diploma all'Accademia di Arte Drammatica. Non passa inosservato. È il momento del teatro in tv. Con L'idiota di Dostoevskij e Il Caravaggio conosce un notevole successo televisivo. Nel gennaio 1964 Volonté costituisce una compagnia di teatro militante con Carlo Cecchi, Claudio Meldolesi e altri artisti. Il gruppo passerà alla storia per aver tentato di rappresentare in via Belsiana 48 a Roma Il Vicario di Rolf Hochhuth. L’opera, almeno nella capitale, non verrà mai rappresentata se non in forma di semplice lettura, interrotta dalle forze di polizia in ossequio al Concordato del 1929 Negli anni Sessanta sbarca al cinema, affermandosi tra gli interpreti di punta del cosiddetto cinema politico: (Un uomo da bruciare, 1962; Il terrorista, 1963; Svegliati e uccidi, 1966; A ciascuno il suo, 1967; I sette fratelli Cervi, 1968; Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970, la pellicola riceverà il premio Oscar come miglior film straniero), Uomini contro (1970), Sacco e Vanzetti (1971), La classe operaia va in paradiso (1971), Il caso Mattei (1972), Sbatti il mostro in prima pagina (1972), Giordano Bruno e Lucky Luciano (1973), Il sospetto (1975), Todo modo (1976), Io ho paura (1977), Cristo si è fermato a Eboli (1979), Ogro (1979). Si cimenta anche con il western all'italiana, in cui interpreta il ruolo del cattivo (Per un pugno di dollari, 1964; Per qualche dollaro in più, 1965, Quién sabe?, 1967. Magnetico, mimetico sul set ripeteva con garbo: <>. Ha lavorato anche all'estero: in Francia per I senza nome (1970) e L'attentato (1973), in Messico per Actas de Marusia (1976), in Svizzera per La morte di Mario Ricci che gli ha permesso di vincere a Cannes, nel 1983, il premio per la miglior interpretazione. Tra i film successivi: Cronaca di una morte annunciata (1987), Il caso Moro (1986), L'opera al nero (1988), Tre colonne in cronaca (1990), Porte aperte (1990), Una storia semplice (1991). 6 dicembre 1994. Muore a Florina in Grecia sul set di Lo sguardo di Ulisse di Anghelopoulos. 
 Un gigante. 

 Alfredo Facchini

... A 230 ...

... mattinata all'ospedale Regina Margherita per il ritiro degli esami genetici di Marco - nulla di rilevato, ripetere gli esami al compimento della maggiore età!

giovedì 9 aprile 2026

... una donnetta becera!! ...

Quello appena pronunciato da Giorgia Meloni alla Camera non è un discorso da statista e neppure da Presidente del Consiglio, e meno che mai all’altezza dell’ora della Storia. È stato un comiziaccio difensivo e offensivo verso le opposizioni, verso ogni critica e dissenso e, soprattutto, verso i 15 milioni di italiani che hanno bocciato sonoramente la sua riforma della Costituzione al Referendum, liquidato come semplice incidente di percorso. Non c’è stata nessuna riflessione sui suoi errori clamorosi degli ultimi 30 giorni e i risultati fallimentari di 3 anni e mezzo di governo. Nessuna scusa per gli attacchi e le offese ai giudici in campagna elettorale. Anzi, ha tirato dritto sulla fine della legislatura. Ha fatto la vittima sulle questioni e le vicinanze coi clan che hanno lambito membri del suo partito, su cui il minimo che ci si aspetta è serietà e chiarezza. E in tutto questo non è riuscita a pronunciare una sola parola vera di condanna e di distanza dall’unico vero responsabile della crisi economica mondiale che stiamo vivendo e pagando. Ovvero il suo amico personale Donald Trump. Perché altrimenti avrebbe dovuto ammettere che lei non è e non ha la soluzione, ma è parte - e complice - del problema. È iniziata la fase 2 del governo Meloni, ma assomiglia tanto alla fase 1 della campagna elettorale 2027. Nell’ora più buia, avremmo bisogno di leader all’altezza della Storia. 
 E invece non è stata all’altezza neanche di quell’aula. Ancora una volta. 

 Lorenzo Tosa.

... fottuti bastardi!!! ...

Giuseppe Colella: 

“La questione piú rilevante della giornata appena conclusa, a mio avviso, non si svolgeva in Iran. Che Taco facesse il Taco era quasi scontato e oggi i guadagni in borsa e sulle crypto della famiglia Trump saranno mostruosi come per ogni singola operazione condotta dall'inizio di questa sciagurata presidenza, maledetti cani corrotti fino al midollo. La questione davvero rilevante, dunque, si è svolta a Budapest con il sostegno diretto dato a Orban dalla Casa Bianca (e dalla parte piú radicale di questa nuova destra americana). JD Vance si é mosso in prima persona per portare il sostegno a questo fottuto autocrate filoputiniano e anti-UE. É andato lí, di persona, per farlo votare; e insieme a lui (insieme nel senso complessivo del sostegno), c'erano anche i Russi e i Cinesi. Attenzione. Qua non parliamo di Germania, Francia o Regno Unito, che uno può dire ok, non mi piace, ma ci sta che la Casa Bianca faccia pressioni per orientare il voto. Qui siamo in Ungheria che, economicamente e militarmente, vale quanto un peto nell'universo. Inoltre, in questo caso, non siamo neppure di fronte a una sfida elettorale tra un conservatore e un "sedizioso socialista". Peter Magyar, l'avversario di Orban, è un suo ex collaboratore, cosí come ex ministra di Orban è sua moglie Judit Varga. L'unica colpa di Magyar è di non volere piú mantenere il legame con Putin e ripristinare lo stato di diritto nel Paese, membro dell'Unione Europea e dell'Alleanza Atlantica. Punto. Dunque tutto questo movimento, inaudito, dei cani pazzi di Washington sta a significare solo una cosa: loro vogliono l'annientamento dell'Europa e di ciò che essa rappresenta. E (anche) in questo sono totalmente allineati con Putin e la peggiore destra neonazista internazionale. Per me ieri è caduto definitivamente quel residuo di maschera che ancora copriva un pezzettino della faccia di questa feccia. Per me, da ieri, gli Stati Uniti d'America di Trump, Vance, Miller e Thiel sono il vero nemico da cui difenderci. E di cui liberarci il prima possibile. 

Altro che Iran.

... uno stronzo col ciuffo! ...

La notizia che tutto il mondo voleva sentire è arrivata alla mezzanotte e 34 minuti ora italiana. Donald Trump ha smentito in modo plateale e imbarazzante sé stesso e con l’ennesimo penultimatum e ha rinviato di due settimane ogni minaccia di “cancellazione di una civiltà”. Stati Uniti e Iran hanno appena firmato il cessate il fuoco, che durerà per due settimane a partire da stanotte e prevede, tra le altre cose, la sospensione immediata dei bombardamenti da parte di Usa e Israele in Iran e anche in Libano e la riapertura dello Stretto di Hormuz. Doveva essere la notte della “devastazione totale”. È diventata la notte della fine di un incubo mondiale. Ma pure della figura più imbarazzante e il più grande fallimento di Donald Trump da quando è alla guida degli Stati Uniti, in quella che la tv di Stato iraniana definisce già una “ritirata umiliante”. Tutti (o quasi) i punti imposti da Teheran sono stati accettati. La garanzia che l’Iran non venga più attaccato (e vedremo se e quanto durerà) La fine degli attacchi israeliani in Libano. La revoca di tutte le sanzioni. La fine di tutti i combattimenti regionali contro gli alleati iraniani. Tutto in cambio di Hormuz, per altro riaperto a costo di un salatissimo pedaggio. La verità è che Trump non aveva la più pallida idea di come uscire dal pantano in cui si è cacciato con le sue mani, e ha finito per accettare le peggiori condizioni possibili e uscirne da sconfitto pur di potersi definire vincitore. Siamo di fronte alla tragedia di un uomo ridicolo, che per nostra disgrazia tiene il mondo appeso ai suoi deliri e ai suoi capricci. Per gli Usa è la notte dell’umiliazione nazionale. Per il mondo è una notizia straordinaria. In una sola notte è cessata (per ora) la guerra e forse è finito pure Trump e il trumpismo. Ma non i suoi deliri e le sue catastrofi. Per quello ci vorrà tempo. 

 Lorenzo Tosa.

... un buffone col ciuffo! ...

Stanotte “un’intera civiltà” sarebbe dovuta “morire”, Serge July fondatore di Liberation, gran giornalista francese, aveva scritto che una minaccia simile avrebbe potuto farla solo Tamerlano. Non Gensig Khan, né i crociati assetati di sangue che razziavano in Terra Santa, né tanto meno Salā ad-dīn che lasciò liberi ebrei e cristiani quando prese Gerusalemme. Alla fine Trump non ha scatenato l’apocalisse che aveva promesso perché ha mediato quello che avrebbe dovuto essere il “nemico”, cioè la Cina. Netanyahu, ha chiarito che la tregua non vale per il Libano, dove Israele vuole completare il lavoro colonialista ed annettere Tiro e la zona a sud del fiume Litani, per tirare una riga dritta con la terra che ha già sottratto alla Siria, il Golan fino al monte Hermon. Due settimane, dunque, senza che aerei americani (e, credo, israeliani) sorvolino i cieli dell’Iran compiendo crimini di guerra. Missili su scuole, ponti, ospedali, università, centrali elettriche e atomiche. Lo stretto di Hormuz sarà riaperto, D’altra parte l’orrendo regime che prese il sopravvento, dopo la rivoluzione iraniana e dopo le stragi compiute da Saddam per ordine di Reagan, che fu all’inizio “regime teocratico”, poi “teocratico mafioso”, non aveva bloccato Hormuz in 46 anni. C’era voluto il Tamerlano del XXI secolo, Donald Trump, insieme a un “criminale di guerra e contro l’umanità”, Netanyahu, asseverato dalla Corte Penale Internazionale, era stato necessario che per due volte costoro fingessero di trattare per poi colpire a tradimento, tutto questo e un’infinità di crimini, c’erano voluti per indurre i “cattivi” a fare l’impensabile, danneggiare la propria economia per colpire quelle degli aggressori. E chiudere lo stretto. A mediare anche due paesi islamici, Pakistan e Turchia, sunniti come quelli che Bibi e Donald citano come “amici”, desiderosi di entrare nei Patti di Abramo con Israele. Ma giorni fa Erdogan aveva invocato il castigo di Dio su Israele. E Il Pakistan aveva dovuto contenere un assalto, di popolo e contro la guerra, al Consolato americano di Karachi, mentre da tempo sta combattendo una guerra con i Taliban dell’Afghanistan, ex alleati degli americani e dei pakistani quando sparavano sull’Armata Rossa, ma ora sunniti fanatici, come quelli che infestano il Sahel, e disposti a dialogare con la Cina, pur di emergere. Insomma, “il buffone in chief “non ha affatto vinto. Qualunque cosa dica tra qualche ora, quando l’America si sarà svegliata. E noi europei avremo forse un po’ di petrolio e di fertilizzanti, ma continueremo a non contare. Perché l’unico modo di essere presi in considerazione sarebbe dire, insieme e a chiare lettere, “Caro Trump hai stufato coi ricatti. Non vogliamo baciarti il deretano, come tanto a te piace. Ci difenderemo da soli, se sarà necessario, e contesteremo gli attacchi tuoi e di Netanyahu alla pace e al diritto internazionale”. 

Corradino Mineo.