sabato 30 maggio 2026

... il "melonellum" ...

Qualche giorno addietro avevo dato notizia della iniziativa lanciata dal Quirinale per festeggiare l'ottantesimo compleanno della Repubblica Italiana, nata dal voto popolare del 2 giugno 1946, all'indomani del crollo rovinoso del fascismo. Avrei voluto anche io partecipare col mio modestissimo contributo ed elogiare ciò che mi ha reso e mi rende ancora fiero di vivere nella Repubblica e nella Costituzione... 
Grazie alla attuale Repubblica, in cui sono nato e vissuto, ho potuto studiare, laurearmi, esercitare la libera professione, vincere un concorso a cattedra, insegnare per trentasei anni, andare in pensione ...ed essere curato quando ne ho avuto bisogno. 
Ma poi ho deciso, a beneficio di molti e soprattutto di quei 15.085.410 elettori che hanno detto e votato #NO al referendum sul DdL Nordio-Meloni, quello sulla riforma della Giustizia (divenuto carta straccia), di scrivere ciò che la Repubblica NON è per me. 

NON è la #autonomiadifferenziata, che mira a sfasciare l'unità d'Italia e sostituirla con venti piccoli staterelli "l'un contro l'altro armati" e tutti sottomessi al potere centrale, il quale agisce serrando e disserrando i cordoni della borsa, ma solo a favore di chi si mostra servile e prono. 

NON è il #premierato, che mira a sostituire la democrazia con la "democratura", cioè con l'investitura popolare come ai tempi del "Duce". 

NON è lo #stabilicum, da più parti dichiarato incostituzionale, come già il "Porcellum" (sentenza Corte Costituzionale n.1/2014) e l'"Italicum" (sentenza Corte Costituzionale n.35/2017) e tanto ma tanto simile alla legge-truffa della DC, quella del 1953, se non peggiore. Con esso, ribattezzato subito "melonellum", chi è oggi al governo governo mira a stabilizzare ...solo se stesso ed a togliere rappresentatività agli altri che la pensano diversamente e che potrebbero avere ragione su tante, tantissime cose. 

Che fare? #votare e trasformare il "melonellum" in un boomerang per la Meloni. 

 Antonio Anelli.

... Vannacci, "il lupo" ...

Quello che io chiamo "effetto Vannacci" funziona più o meno così. 

Immaginiamo un allevamento in cui ogni giorno vengono uccise centinaia di galline. Migliaia ogni mese. È un fenomeno costante, enorme, ma ormai considerato normale. Nessuno ne parla, nessuno si scandalizza. Poi arriva un lupo e uccide una gallina. La notizia si diffonde immediatamente. Dibattiti, titoli, indignazione. Dopo qualche tempo il lupo ne uccide una seconda e l'attenzione pubblica esplode. Tutti discutono delle due galline morte per colpa del lupo. Nel frattempo, le migliaia di galline che continuano a morire ogni mese passano inosservate. Non perché non esistano, ma perché non sono al centro della narrazione. A questo punto entra in scena Vannacci. Nella metafora, il lupo rappresenta l'immigrato. Non importa che la stragrande maggioranza degli immigrati lavori, viva la propria vita e non commetta alcun reato. L'attenzione viene concentrata sui casi più eclatanti, più emotivi e più facili da trasformare in simboli. Le due galline uccise dal lupo diventano così la prova che il problema principale del Paese sono i lupi. E più se ne parla, più l'immagine del lupo finisce per rappresentare tutti gli altri, anche quelli che non hanno fatto nulla. Secondo questa lettura, la forza della retorica della paura non sta nel negare che esistano reati commessi da immigrati. Sta nel selezionare alcuni episodi reali, amplificarli fino a farli apparire come la questione dominante e spostare l'attenzione collettiva lontano da altri problemi che, per dimensioni o impatto, potrebbero essere molto più rilevanti. Alla fine il lupo non viene giudicato per ciò che fa, ma per ciò che rappresenta nella narrazione. 
E quando una categoria di persone viene trasformata in un simbolo di pericolo, ogni suo gesto viene interpretato attraverso quella lente. È così che la percezione può finire per contare più della realtà. 


Comitato di cittadini attivi e democratici in difesa della Costituzione 

Vincenzo San

... il crimine d'Israele! ...

Il crimine dei crimini Ieri ho pubblicato sul mio profilo un lungo articolo, uscito su Left, che prova a fare il punto sul procedimento in corso davanti alla Corte internazionale di giustizia tra Sudafrica e Israele. Al centro c’è l’accusa di genocidio e l’eventuale violazione della Convenzione ONU del 1948. Un tema complesso, che offre materia per ragionamenti giuridici capaci di affascinare chi continua a vedere nel diritto internazionale uno strumento per comprendere e, forse, governare i conflitti del mondo. La realtà, tuttavia, è sempre più ostinata delle categorie giuridiche. In una lunga intervista pubblicata oggi su L’Unità, Anna Foa sostiene che Israele sia ormai prigioniero del sionismo, un’ideologia che, a suo giudizio, entra in tensione con i principi della democrazia liberale. Richiama le limitazioni alla partecipazione politica dei partiti arabi e descrive una società attraversata da paure, pulsioni suprematiste e derive che stanno erodendo i fondamenti democratici dello Stato. Per quel che vale, e anche alla luce di esperienze ormai lontane nel tempo, credo che questa fotografia colga aspetti reali della situazione. Non so se ciò che sta accadendo a Gaza sia genocidio. Non so se si tratti di genocidio, di atti genocidari o di altro ancora; se le responsabilità siano individuali, statali o entrambe le cose. E, a dire il vero, mi interessa relativamente attribuire un nome giuridico alla morte, alla distruzione e alla sofferenza. Le qualificazioni giuridiche sono importanti; le vite umane lo sono di più. Il 17 giugno, alle ore 17 (non è un venerdì, peccato: sarebbe stato perfetto), presenterò insieme ad amiche e amici il mio libro sul genocidio alle Oblate. Parleremo probabilmente anche di questo, e sarà soprattutto un’occasione di confronto. 


 Massimo Lensi.

venerdì 29 maggio 2026

... indecenti!! (2) ...

Lo hanno eletto sindaco di Reggio Calabria con il 65% dei voti. Sessantacinque per cento. Si chiama Francesco “Ciccio” Cannizzaro, è di Forza Italia, e il suo comizio conclusivo, quello con cui ha chiuso la campagna elettorale e convinto quasi sette reggini su dieci ad andare a votarlo, è questo che state per leggere. Non un’imitazione di Cetto La Qualunque, ma il comizio vero, dell’uomo vero, che da oggi guiderà una delle principali città del Mezzogiorno. 

Leggetelo tutto. 
Poi possiamo continuare a parlare di programmi, di idee, di visioni per il Sud, di rinascita del Mezzogiorno, di classe dirigente. Possiamo riempire convegni, scrivere editoriali, organizzare scuole di formazione politica. 
Tanto poi al seggio succede questo: 

“Mi candido a guidare Reggio, permettetemi la presunzione, e può anche apparire un pizzico di arroganza, ma è il sentimento, io mi candido a scrivere la storia insieme a voi. Mi candido a diventare il miglior sindaco che la città di Reggio Calabria abbi (pronunciato proprio così, ndr) mai avuto, perché io mi candido a scrivere la storia. Io, insieme a voi scriveremo la storia. Quella storia che i bambini di oggi e gli adulti di domani leggeranno… e poter soltanto dire: beh, questa cosa l'ha realizzata il sindaco Cannizzaro con la sua squadra. Mi piacerebbe immaginare fuori dalle scuole, dai seggi elettorali, file chilometriche perché proprio quelle immagini rappresenteranno la voglia del cambiamento, la voglia del risorgimento. E io vi prometto, io vi prometto, io vi prometto che Reggio, con l'aiuto di Dio e della Madonna della Consolazione risorgerà! Reggio risorgerà! Viva Reggio! Viva Reggio! Viva i reggini! Che Dio vi benedica! Che Dio benedica i reggini! Che Dio benedica Reggio! Che Dio benedica la Calabria! Adesso Reggio! Adesso Reggio! Adesso Reggio! Adesso Reggio!” 


 Lo hanno eletto sindaco di Reggio Calabria con il 65% dei voti. Sessantacinque per cento. 


Gianni Cali'

... indecenti!!! ...

In un gruppo WhatsApp, chiamato "Congresso FdI", dirigenti territoriali e candidati di Fratelli d’Italia si scambiano messaggi antisemiti senza alcun imbarazzo. Cristian Zanetti, ex candidato alla presidenza provinciale di FdI in Trentino e oggi nel coordinamento locale del partito, scrive: “Peggio degli ebrei non so cosa possa esserci”. Sotto quella frase arrivano altre risposte dello stesso tono: Antonio Manara parla dei “leccaculo dei giudei”, mentre Silvia Farci, candidata del partito alle comunali, rincara la dose. Parliamo di persone che hanno ricoperto ruoli politici, che siedono nei coordinamenti provinciali, che si sono candidate nelle liste del partito della presidente del Consiglio. Davanti a tutto questo, la signora M non apre bocca. La premier che ogni 27 gennaio compare puntuale con il post sulla Shoah, che stringe la mano ai rappresentanti della comunità ebraica nelle foto ufficiali, cosa ha da dire mentre i suoi dirigenti si scambiavano quei messaggi? Il suo partito ha provato a cavarsela dicendo che quel gruppo non gli apparteneva. Ma il nome del gruppo richiama esplicitamente il partito, gli autori dei messaggi sono organici al partito. E poi è arrivato il capolavoro: il problema, secondo loro, non sarebbero i messaggi antisemiti ma chi li ha resi pubblici. Come sempre, quando il contenuto è indifendibile, si prova ad attaccare il metodo. E infatti Zanetti, nel giro di poche ore, è passato dal dire che gli screenshot fossero “falsi” al sostenere che le frasi fossero “decontestualizzate”. 

Qualcuno dovrebbe spiegargli che certe parole non hanno un contesto che le renda accettabili. 

Se messaggi identici fossero emersi da una chat di attivisti dell'opposizione, qualcuno starebbe ancora minimizzando? 


(Fonti: Domani, Rai News, Fanpage)

... no comment!!! ...

"Duecentoventi studenti italiani ammessi a Medicina si ritrovano spediti d’ufficio a Tirana, in un ateneo privato convenzionato con Tor Vergata, con una retta iniziale vicina ai diecimila euro l’anno: non è un errore burocratico, è una dichiarazione politica sul valore reale del diritto allo studio in questo Paese. E che a pronunciare la parola “revisione” sia la stessa ministra che ha voluto il semestre filtro, rende questa storia ancora più amara. Perché qui non c’è solo il destino di 220 ragazzi finiti in fondo a una graduatoria e in cima a una fattura fuori portata: c’è uno Stato che chiama “opportunità” ciò che assomiglia più a un esilio di classe, un modo elegante per dire a chi ha meno che può studiare, sì, purché accetti di farlo lontano, pagando cifre che un’università pubblica non dovrebbe neanche sognarsi. E c’è un ministero che si accorge “all’improvviso” che chiedere quasi 10 mila euro l’anno, in un’unica soluzione, a ragazzi di vent’anni contraddice ogni retorica sul merito, sulla mobilità sociale, sull’Italia che “non lascia indietro nessuno”. Le storie che arrivano da questa graduatoria sono di ragazzi che hanno superato un semestre filtro pensato per selezionare, non per umiliare: in molti non avevano nemmeno compreso che quella “sede di Tirana” significasse un corso privato all’estero, con tasse oltre i 9.600 euro, costi di vita aggiuntivi, famiglie a cui dire che no, Medicina forse non è più possibile, non per mancanza di capacità ma per mancanza di conto in banca. Il merito qui è un paravento: chi ha preso meno voti paga di più, chi è più fragile economicamente viene invitato con garbo a cambiare sogno. Intanto la ministra Bernini definisce “sbagliata” e “sproporzionata” la tassazione, convoca il rettore, promette che gli studenti a Tirana pagheranno le stesse tasse di Roma, come se il problema fosse solo la cifra in bolletta e non l’idea di un sistema che gioca con la vita delle persone come con caselle di un foglio Excel. Si interviene dopo, sempre dopo: dopo le proteste, dopo i ricorsi annunciati, dopo che tremila studenti hanno già bussato agli studi legali per non vedersi trasformare in clienti forzati di un’università privata a centinaia di chilometri da casa. Ma si rende conto Bernini di cosa significa dire a un diciannovenne “sei idoneo, però vai in Albania e paga il triplo”? Di cosa significa chiedere a una famiglia di scegliere tra un mutuo e la vocazione del proprio figlio, mentre si continua a giurare in ogni conferenza stampa che il diritto allo studio è sacro, che la sanità ha bisogno di medici, che i giovani sono il futuro? Questo non è un incidente di percorso: è un messaggio chiarissimo. In Italia puoi diventare medico, sì, ma prima devi superare un semestre filtro, una graduatoria nazionale e, soprattutto, la prova definitiva: dimostrare di poterti permettere il lusso di studiare." 


(Fabrizio Nardelli)

... Meloni dixit!! ...

𝐌e𝐥o𝐧i d𝐢c𝐞 𝐪u𝐞l𝐥o c𝐡e a𝐢 𝐩a𝐜i𝐟i𝐬t𝐢 𝐞r𝐚 𝐩r𝐨i𝐛i𝐭o d𝐢r𝐞 


Il buongiorno di Giulio Cavalli 


A Mattino Cinque, il 28 maggio 2026, Giorgia Meloni ha detto una frase che andrebbe incorniciata, anzi inchiodata anche senza cornice: «Non possiamo dire ai cittadini che i soldi ci sono solo per la difesa». L'ha detto da persona che, ci tiene a precisare, ritiene indispensabile armarsi di più. Eccola qui la confessione, con solo tre anni di ritardo. Torniamo indietro, a marzo 2023, Aula del Senato, sempre lei: «Giudico puerile la propaganda di chi racconta che l'Italia spende soldi inviando armi sottraendo risorse alle necessità degli italiani, è falso». Poi, luglio 2025, audizione Camera-Senato dopo l'Aia: Guido Crosetto assicurava che «nessun euro verrà sottratto alla sanità, all'istruzione o alla spesa sociale», Antonio Tajani ci mette la firma, dice. Ottobre 2025, Giancarlo Giorgetti in commissione Bilancio non vuole «finanziare la Difesa togliendo risorse ad altre voci di spesa tantomeno sociale». Quattro voci, tre anni e sullo sfondo una favola: spendere in armi senza togliere a niente. Chi obiettava che i soldi non si moltiplicano veniva trattato da pacifista, ignorante, e Crosetto del resto definiva «vigliacca» l'idea stessa di mettere in concorrenza armamenti e welfare. Eccoli i numeri: nel triennio 2023-2025 il Servizio sanitario ha perso 13,1 miliardi. La sanità sul Pil è scivolata dal 6,3% al 6%, sarà al 5,9% nel 2027. Nel 2024 quasi un italiano su dieci ha rinunciato a curarsi. La spesa militare 2025 è arrivata a 32 miliardi, più 12,4% in un anno. Su 2026-2028 l'Osservatorio Milex stima 23 miliardi di spesa militare aggiuntiva. La verità ora c'è, l'ha detta Meloni in persona. Manca solo che chieda scusa a chi era ignorante. Sì, come no.