venerdì 17 aprile 2026

... chi resta e chi passa! ...

Qualcuno avvisi il Presidente che, per fare il Salvatore, non basta un buon software di grafica. C’è una certa aria di "democrazia spirituale" in questo strano cortocircuito americano. Da una parte abbiamo un Papa che fa il suo mestiere - che sarebbe quello di non essere d’accordo con i potenti - e dall'altra un uomo che, tra un dazio e un tweet, decide di farsi ritrarre in tunica mentre tocca le fronti dei malati. Con l'intelligenza artificiale, s'intende. Perché la carità, oggi, si fa col mouse, che è molto più igienico. È fantastico notare come la destra religiosa, dopo averlo sostenuto con un fervore quasi mistico, si scopra improvvisamente "sconcertata". Addirittura "triste". Si accorgono solo ora che il loro paladino confonde il Vaticano con una sezione elettorale e il Pontefice con un burocrate qualunque? Lo tratta come se il Papa fosse solo un impiegato statale con la veste bianca, un fastidioso oppositore politico da liquidare con una battuta. Siamo al teatro dell’assurdo: i senatori repubblicani sussurrano "Presidente, lasci stare la Chiesa", come se stessero parlando a un bambino che gioca con i fiammiferi vicino a una polveriera, mentre gli intellettuali conservatori evocano lo "spirito dell'Anticristo", ma con una certa moderazione, quasi fosse solo un problema di cattivo gusto estetico. Il punto è che il potere ha perso anche il senso del limite del ridicolo. Una volta i potenti cercavano l'appoggio della Chiesa; oggi cercano di sostituirla con un'immagine ritoccata in 4K. Ma il vero dramma non è la blasfemia di Trump; è la solitudine di un elettorato che ha così fame di sacro da scambiare un algoritmo per un miracolo e un narcisista per un Messia. Alla fine, la differenza è tecnica: il Papa è a vita, Trump è a fine mandato. Uno resta, l'altro passa. 
Ma nel frattempo, che spettacolo meraviglioso questo fango che schizza tra il Campidoglio e l'Altare. 

Parafrasando Gaber: "Io non mi sento partecipe, ma per fortuna o purtroppo lo sono." 

 Mauro David.

... Sanchez, el major!! ...

Il premier spagnolo Pedro Sánchez ha appena lanciato il più grande raduno della sinistra mondiale della Storia recente. Una sorta di Internazionale progressista che si terrà in questi giorni a Barcellona e ospiterà tutti i più grandi leader socialisti mondiali, dal Presidente della Colombia Gustavo Petro a quello brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, dal Presidente del Consiglio europeo Antonio Costa alla Presidente messicana Claudia Sheinbaum. E ci sarà, per l’Italia, la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein, ovvero colei che la famiglia socialista riconosce come una delle figure più credibili e di maggior prestigio in Europa. Qualcosa più di un attestato di stima. Una consacrazione. La dimostrazione della stima di cui gode Elly Schlein a livello europeo e mondiale, in barba a chi in Italia la attacca e la infanga quotidianamente, spesso senza alcun argomento. Da Barcellona nascerà il primo vero manifesto progressista di un’Europa alternativa a Trump e che superi la vecchia - e ormai arrugginita - alleanza con gli Stati Uniti. Mentre noi siamo ancora qui a discutere dei rapporti tra Meloni e Trump, c’è chi sta già preparando un futuro (e anche un presente) senza Trump. Di cui Pedro Sánchez non può che essere il leader e il riferimento naturale. E in cui, grazie a Elly Schlein, finalmente l’Italia toccherà palla e potrà giocare in prospettiva un ruolo da protagonista, dopo anni di sberle, figuracce internazionali, servi e cheerleader vari ed eventuali. 

Testo di Lorenzo Tosa

... il complottista? ...

La mia teoria del complotto - 

di Michele Serra 

Il complottista che è in me (in ognuno di noi) è sempre stato molto poco influente. Direi inoffensivo. Recluso dentro una solida gabbia di certezze politico-culturali e, direi, anche umane: né la società né la vita individuale sono spiegabili con formulette semplici. Nessun “complotto” basta a spiegare nulla. La famosa complessità (ogni avvenimento, ogni gruppo umano, ogni persona è il prodotto di un insieme di cause e di circostanze) è, per me, una certezza. Chi ragiona – penso – si imbatte continuamente in nuove complicazioni e nuove sfumature. La vita è prevalentemente grigia, dividerla in zone solo bianche e solo nere può dare l’illusione di saperla leggere, ma è appunto un’illusione. Va detto, però, che in questo periodo il complottista che è in me si sta prendendo qualche piccola rivincita. È sempre in catene, ma lo sento sogghignare alle mie spalle, e nelle notti di luna piena ulula: «avevo ragione ioooooooooooo…». Qual è la novità? Che cosa è accaduto, che possa averlo ringalluzzito? Si è fatta strada l’idea che il nostro destino, il destino di tutti, sia nelle mani di pochi potenti, alcuni dei quali sciocchi e malvagi. E non è un’idea facile da digerire. Chi dice che è sempre stato così trascura di considerare che per un paio di secoli, su per giù l’ultimo e il penultimo, si era dato per acquisito il fatto che la politica e i destini del mondo fossero una faccenda collettiva: irriducibile all’arbitrio di qualche manciata di potenti. La democrazia, il socialismo, il suffragio universale, l’opinione pubblica, la borghesia, il proletariato, i movimenti di massa, i partiti politici: non singole persone, ma soggetti composti da moltitudini di uomini e donne erano gli artefici del futuro. Il momento storico, da questo punto di vista, è micidiale, spietato nell’escludere anche la sola ipotesi che esista un “noi” (o un “loro”) in grado di determinare gli avvenimenti, e di contrastare il dominio di minuscole lobbies con uno smisurato potere: Trump ne è l’espressione perfetta. Anche Putin, certo, ma nessuno ha mai pensato alla Russia come a un punto forte della democrazia. Tutt’altra è la storia dell’America. Trump parla, e bombarda, come se niente e nessuno potesse interferire nel suo daffare e nei suoi affari. La cerchia ristretta dei suoi serventi (il genero immobiliarista che tratta gli assetti del mondo: ma vi rendete conto?) non vale che come conferma del suo potere. Che possa esistere uno scarto, anche minimo, tra i suoi interessi personali e quelli del suo popolo (tra l’io e il noi) è un dubbio che non lo sfiora. Quanto all’umanità non americana, per lui è solo un fondale, uno scenario inerte nel quale il Demiurgo (lui) plasma il mondo a suo piacimento. Come i selvaggi nei film di Tarzan, i non americani sono solo comparse da stendere a sberle o a fucilate. Non sono complottista, dicevo: ma se c’è un momento nel quale vacilla ogni solida e ragionevole visione della società e della politica come una faccenda collettiva, nella quale ognuno di noi ha una sua parte, è questo. Se qualcuno mi dicesse che il mondo è nelle mani di una cinquantina di famiglie dedite alla magia nera, o di una lobby transnazionale di tecnocrati manipolatori, non gli crederei, ma lo ascolterei. Il me complottista ha rialzato la testa, sente di avere qualche possibilità in più di dare una risposta a un bel po’ di domande: dove diavolo è finita la democrazia? Da quando è morta l’idea che la società umana, rispetto all’era tribale, non possa che evolvere? Come è possibile che Trump sia presidente degli Stati Uniti, e Pete Hegseth, un invasato convinto di avere indetto la nona crociata (l’ottava fu nel tredicesimo secolo), sia capo del più potente esercito della Terra? Che Israele sia governato da nazionalisti allucinati, aperti persecutori dell’umanità non israelita? Che la Persia sia la preda contesa tra un regime di preti sanguinari e un impero straniero? Che la Cina del partito unico, tutto tranne che un modello di democrazia, improvvisamente ci sembri, se accostata all’America fuori di testa, un polo di moderazione e di equilibrio? Ovviamente non ho nessuna intenzione di dargli retta, al complottista che è in me. Sono sicuro che non avrebbe una risposta convincente a nessuna di queste domande – anche se in ogni bar c’è un complottista che te lo spiega lui, come sono andate le cose, e pure come andranno. Ma devo ammettere che la strada per zittirlo si è fatta più stretta. Per esempio: bisogna credere nella politica come mobilitazione di moltitudini, capaci di cambiare la storia e magari di migliorarla. Credere nel peso quotidiano che ogni nostra azione e ogni nostra parola mantengono, anche se sembriamo tutti foglie secche in balìa dello spostamento d’aria delle bombe. Credere – e qui fatico a scrivere, per quanto mi sembra azzardato – nella libertà e nella pace, nell’uguaglianza tra gli uomini, nelle carte che sono state scritte per regolare il diritto internazionale. Insomma credere in cose che in questo momento sembrano, tutte insieme, legate in un mazzo rinsecchito e buttate nel fuoco della violenza e della sopraffazione. Quelle famose cose che, a dirle, come minimo finisci nel novero delle “anime belle”, che è l’eufemismo derisorio con il quale i cinici classificano gli illusi. La prossima volta che andrò a trovare il mio complottista, recluso in una celletta severa ma confortevole del mio cervello, gli spiegherò, per l’ennesima volta, che non credo nella magia nera, nemmeno in Satana, nella Spectre, nel Grande Algoritmo. Credo, in compenso, in cose perfino più fantasmatiche e inverosimili (la democrazia, per dirne una) e dunque sono molto più illuso di lui. Ma conservo, per lo meno, un pezzo di ragionevole speranza. Poi berremo insieme il solito bicchiere, alla salute del mondo. Ci tiene anche lui, alla salute del mondo, anche se preferisce fare il duro e non vuole ammetterlo. 

Michele Serra, 14 aprile 2026 

fonte: https://www.ilpost.it/ok-boomer/la-mia-teoria-del-complotto/

giovedì 16 aprile 2026

... l'Anticristo è giunto!! ...

Trump si fa “divino” con l’IA: quando la propaganda sfiora la blasfemia La pubblicazione da parte di Donald Trump di immagini generate con intelligenza artificiale che lo ritraggono accanto a Gesù Cristo non è un episodio folkloristico né una semplice provocazione comunicativa. È un atto politico preciso, costruito per rafforzare un’idea pericolosa: la sovrapposizione tra leadership politica e investitura quasi “sacra”. Qui non siamo più nel terreno della libertà di espressione, ma in quello della manipolazione simbolica. L’uso dell’IA consente di creare immagini emotivamente potenti, capaci di parlare direttamente all’inconscio collettivo, saltando ogni mediazione critica. E quando queste immagini attingono al patrimonio religioso, il messaggio diventa ancora più insidioso: si costruisce una narrazione in cui il leader non è solo un candidato, ma una figura “predestinata”, quasi intoccabile. È una dinamica tipica dei populismi più aggressivi: trasformare il consenso in fede, l’avversario in nemico, e la politica in una sorta di religione civile deformata. In questo schema, il ricorso al sacro non è casuale ma funzionale: serve a blindare il consenso, a rendere ogni critica un atto di eresia. C’è poi un tema democratico che non può essere ignorato. Se la comunicazione politica si affida a contenuti artificiali progettati per manipolare emozioni e percezioni, il confronto pubblico perde trasparenza. Non si discute più su fatti e programmi, ma su immagini costruite per orientare istintivamente il giudizio. Il punto, quindi, non è stabilire se queste immagini siano di cattivo gusto, offensive o addirittura blasfeme — per molti lo sono — ma riconoscere che rappresentano un salto di qualità nella propaganda: più sofisticata, più pervasiva, più difficile da smontare. Quando il potere politico inizia a vestirsi di una costruita sacralità, la posta in gioco non è solo il rispetto della religione. È la tenuta stessa dello spazio democratico. Perché una democrazia sana ha bisogno di cittadini, non di fedeli. 

G.S.

... sporchi vigliacchi!!! ...

Voglio ringraziare e solidarizzare - con loro sì, totalmente - con tutte le giornaliste e i giornalisti de “L’Espresso” per aver fatto qualcosa che in Italia è sempre più raro e non scontato: Del Giornalismo. Di più. Del grande Giornalismo. Perché ci vuole coraggio e anche grande intuito per pubblicare questa copertina di un colono armato che umilia e ridicolizza una donna palestinese in Cisgiordania. Un’immagine talmente intollerabile che l’ambasciatore israeliano in Italia l’ha bollata come fake e frutto dell’intelligenza artificiale. Facendo una figura barbina. Perché l’immagine non è soltanto verissimo - frutto del lavoro straordinario del fotografo Pietro Masturzo - ma anche drammaticamente vera. Potente. Attualissima. Necessaria. Splendida - e direi definitiva - la risposta con cui il vicedirettore de “L’Espresso” Enrico Bellavia ha respinto al mittente le critiche e le accuse intollerabili di antisemitismo: “In quella foto che ha fatto il giro del mondo c’è la sintesi e il grado zero del sopruso: lo scherno. Più di un corpo martoriato, stabilisce senza lambiccamenti il torto e la ragione. Documenta un surplus di prevaricazione nella sproporzione tra un maschio armato e una donna inerme, cacciata dal suolo che ha calpestato. Se l’ambasciatore si fosse preso la briga di controllare – era in chiaro, sfogliando il settimanale dalla seconda pagina – si sarebbe evitato il corto circuito di impartire lezioni sull’uso della ‘responsabilità’ e della ‘correttezza’ che gli si sono ritorte contro da parte di chi non si è fermato alle figure, ma si è concesso l’ormai raro scrupolo di leggere. Non siamo noi a promuovere ‘stereotipi’ e ‘odio’. Il genocidio si chiama con quel nome. e non si fanno sconti a chi nasconde o mistifica la realtà. 
Neppure in nome della Storia”. 
Ecco una pagina di alto Giornalismo. 
 Ne avevamo bisogno. 

 Lorenzo Tosa.

... un fatale declino! ...

Il declino di un winner 

Michele Serra 

Esiste già un “dopo Trump”: lo si coglie nelle parole di distacco e addirittura di biasimo di parte dei suoi sostenitori americani delusi — specie gli isolazionisti che non ne vorrebbero sapere di guerra — e nei silenzi imbarazzati dei politici europei suoi apparentati, i populisti di destra e gli anti-europeisti, termini politicamente quasi sinonimi. Se ne prende atto con sollievo, ma è impossibile resistere a una domanda che definirei “naturale” per la spontaneità con la quale sorge: ma non lo sapevate già da prima, chi era Donald Trump? Come avete potuto non accorgervi dei suoi modi, del suo linguaggio e del suo spirito di sopraffazione? Come è possibile che l’assalto al Parlamento dei suoi sostenitori non vi abbia impedito di votare per lui? Ben al di là degli orientamenti ideologici di ognuno, come si fa a confidare in un ottantenne delirante che sprizza vanagloria da ogni frase, e usa la Casa Bianca come cassa di risonanza per i suoi quattrini e i suoi affari privati? Temo che la risposta, ammesso che qualcuno si prenda la briga di darla, non sarebbe confortante. A parte qualche frangia moderata del suo elettorato (per esempio i cattolici americani feriti dagli insulti al Papa), Trump perde consenso soprattutto perché è debole. Impantanato nel Golfo, incastrato da Netanyahu, maldestro nelle nomine dei suoi ministri e vendicativo nel rimangiarsele. Non è il winner che prometteva di essere, e se il suo elettorato vorrà scaricarlo non sarà per la sua orribile cultura del potere, già lampante da molto tempo. Sarà perché non è forte come prometteva di essere, recente scoperta che ferisce i suoi adoratori ben più della sua nera figura umana. Trump è la proiezione politica di idee e sensibilità che milioni di esseri umani condividono. Perderà voti non perché voleva cancellare l’Iran, ma perché non è riuscito a farlo.

... coraggio, gioggia!! ...

Giorgia, so che adesso fa male. Un male cane, soprattutto la mattina quando apri il telefono e non c'è un suo messaggio ad augurarti il buongiorno con aquile e bandiere. Nessun nickname affettuoso. Nessun Epstein file in chat. So che non è stato facile. Che ti è costato molto. Hai dovuto scegliere tra lui e la tua dignità, e per farlo hai prima dovuto trovarla la tua dignità. E quella birbante, lo sappiamo, si nasconde. Ti mancano le sue attenzioni. Ti mancano le telefonate, i summit, quelle foto dove sembrava che ti guardasse come se fossi l'unica leader populista al mondo. Ti mancano le sue mani piccolissime sul tuo corpo. Quelle mani, quello sguardo, quell’odore di bagno di fast food che ti faceva sentire diversa. Che ti faceva sentire speciale. Ma adesso è finita. Era l’oro e adesso è come l’Hormuz. Chiuso. La tentazione di tornare da lui è forte, non negarlo. Di mandargli un messaggio. Solo uno. Solo per dirgli che ci sei, che lo pensi, che l’Italia ha bisogno di lui. Che tu hai bisogno di lui. Basterebbe poco. Un cuoricino a una foto di lui che cura i lebbrosi. Un like a un meme dove abbraccia Gesù. E lui tornerebbe da te. Ma devi essere forte. Sparlano sui social. Dicono che sei coraggiosa per convenienza, che hai fatto la voce grossa solo quando era sicuro farlo, quando anche Parigi, Berlino e Madrid si erano già mosse e tu potevi seguire il gruppo simulando leadership. Tu lasciarli parlare. Sono solo invidiosi. Non sanno quanto è difficile fare la cosa giusta per i motivi sbagliati. Non sanno quant’è difficile prendere la rincorsa per saltare sul carro dei vincitori. Dicono che l’hai fatto per recuperare punti dopo la sconfitta al referendum, che stai cercando di riposizionarti, che stai provando a smarcarti da quel sovranismo che ti ha messo dove stai. Ma io ti dico: non tradirti. Non dimenticare chi sei. Non scordare cosa hai fatto e cosa puoi fare. Non buttare le felpe di Atreju. Perché ti prometto che anche se sembra ancora lontano, un giorno questo dolore, questa sofferenza finirà. E tu starai di nuovo bene. Benino. Benito. E nei momenti bui, Giorgia, ricordati quello che ha osato dirti. Che sei debole, che non hai coraggio. Tu, senza coraggio. Una persona senza coraggio lavorerebbe nella stessa stanza con Nordio adesso che le giornate diventano più calde? Una persona senza coraggio sarebbe stata capace di addestrare un Salvini al punto da farlo diventare bipede in appena mezza legislatura? Una persona senza coraggio nominerebbe a Ministro della Difesa un busto del Duce che crede di essere un bambino vero? Io non credo. Giorgia, verranno tempi duri, tempi in cui ti sentirai sola, tempi in cui avrai perso i punti di riferimento e proverai la sensazione di essere in balia di un destino avverso e ovunque ti volterai vedrai persone che vogliono approfittarsi di te. Ma io ti dico solo una cosa: resisti. Resisti, Giorgia. Come? Cosa vuol dire resistere? È tipo quello che facciamo noi ogni giorno.