venerdì 6 febbraio 2026

... un'icona falsa? ...

𝐋’𝐢𝐜𝐨𝐧𝐚 𝐟𝐚𝐥𝐬𝐚 𝐝𝐞𝐠𝐥𝐢 𝐬𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐢 𝐝𝐢 𝐓𝐨𝐫𝐢𝐧𝐨


 Il #buongiorno di Giulio Cavalli 

Il primo febbraio gli account social della Polizia italiana hanno pubblicato un post per esprimere la propria vicinanza agli agenti feriti durante gli scontri di Torino. Nella foto pubblicata si scorgono Alessandro Calista e Lorenzo Virgulti nell’iconico frame in cui uno protegge l’altro dopo essere stato assalito dai manifestanti. I due poliziotti sono stati usati dalla presidente del Consiglio e dalla maggioranza come simbolo degli scontri: quell’immagine è stata strumentalizzata per chiedere di votare sì al prossimo referendum sulla giustizia, è stata esposta per giustificare l’urgenza dell’ennesimo decreto sicurezza, è diventata clava per accusare l’opposizione di essere troppo compiacente nei confronti dei violenti. Isolare un frame per trasformarlo in icona è un esercizio pubblicitario, spesso anche giornalistico. Farlo per motivazioni politiche invece è una scorciatoia: ci si può permettere di non aggiungere nessuna narrazione lucrando sulla reazione di pancia di chi vede l’immagine. Divulgare quell’immagine consente di omettere tutto il resto: strumentalizzare fingendo di semplificare. C’è un problema: quell’immagine è stata ritoccata con l’intelligenza artificiale. Lo hanno certificato diversi media che si occupano di sofisticazione digitale. Quindi non solo quell’immagine è stata utilizzata come sineddoche (pretendendo di raccontare tutto) ma addirittura è stata resa più sentimentale attraverso strumenti di ritocco. E tutto questo è opera di un corpo dello Stato che ha l’enorme responsabilità di ricostruire i fatti senza condizionamenti. Ognuno tiri le proprie conclusioni.
L'immagine che ha fatto il giro del web è stata modificata tramite l'intelligenza artificiale. A questo punto, potreste pensare di star seguendo una pagina che dà voce ai complottismi, ma se conoscete questo spazio, sapete bene che non è così. Lasciatemi spiegare. Il video che tutti noi abbiamo visto è vero. E ripetiamo una volta, ancor di più, che i violenti, infiltrati nella manifestazione, devono essere identificati e processati. MA. Molte delle immagini che abbiamo visto, si sono trasformate in volantini da campagna elettorale. E, difatti, sono state alterate tramite l'uso di intelligenza artificiale. Questa immagine, nello specifico, ripubblicata dalla stessa Polizia di Stato, presenta numerose incongruenze. Dal video, vediamo che Alessandro, il poliziotto aggredito, aveva i capelli rasati, mentre nella foto sono magicamente ricresciuti. Così come la strada asfaltata, si è trasformata in una strada in sampietrini. Inoltre, l'immagine presenta diversi errori tipici della generazione di immagini tramite AI, come la scritta, incomprensibile dietro al casco del poliziotto e gli altri elementi indicati. Questo è estremamente grave, perché dimostra che si è cercato di costruire una narrazione faziosa su quanto accaduto, speculandoci sopra. Infatti, prima ancora che venisse ripostata dal canale ufficiale della Polizia di Stato, la foto era già comparsa in una pagina Instagram dal titolo inequivocabile: "Siete dei poveri comunisti" (fonte Open). La veridicità di quanto riporto, non solo è sotto agli occhi di tutti, ma è stata confermata da alcuni fact-checker di Meta (Facta.news e Open), che hanno analizzato le immagini tramite l'utilizzo di SynthID, lo strumento di Google per il rilevamento di contenuti generati da intelligenza artificiale.

... Baroni forever? ...

TORO, IN CASO DI SALVEZZA RIMANE BARONI FINO AL 2027 ? 

 Archiviata la coppa Italia, dove i granata si sono classificati tra le migliori 8 in Italia, ma sono usciti ai quarti di finale contro l'Inter, rimane un solo obiettivo da perseguire, ovvero la salvezza. Con la venuta di club ricchissimi come il Como, sembra non esserci più spazio per una società come il Torino nei piani alti della classifica e tocca accontentarsi di lottare per obiettivi più alla portata come la salvezza. 
Riuscire ad ottenerla sarebbe un grandissimo risultato e porterebbe a una grande festa finale, con invasione di campo e champagne all'interno degli spogliatoi. 

Conseguenza finale? Baroni resterebbe sulla panchina granata anche per la stagione 2026/27 visto che il suo contratto scade proprio al termine della prossima stagione.
Ecco il cammino in coppa Italia negli anni del NULLA COSMICO ( da quando il cancro si è preso possesso del Toro ) con a capo un Presiniente senza ambizioni , senza un programma , senza la benché minima capacità gestionale di una squadra di calcio : solo mediocrità , anonimato , scoppio e e figure di merda : tutti record negativi della Cairese

... Stato di polizia? ...

𝐅𝐞𝐫𝐦𝐨 𝐩𝐫𝐞𝐯𝐞𝐧𝐭𝐢𝐯𝐨, 𝐜𝐚𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐞 𝐬𝐜𝐮𝐝𝐨 𝐩𝐞𝐧𝐚𝐥𝐞 𝐜𝐢 𝐩𝐨𝐫𝐭𝐚𝐧𝐨 𝐯𝐞𝐫𝐬𝐨 𝐥𝐨 𝐒𝐭𝐚𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐳𝐢𝐚 


Articolo di Vincenzo Musacchio 

Dalle bozze del nuovo decreto voluto dal governo Meloni emergono misure che comprimono libertà fondamentali Con il pretesto degli scontri avvenuti pochi giorni fa a Torino, il governo Meloni intende approvare immediatamente un nuovo “Pacchetto Sicurezza”. Ho letto le bozze circolate su alcuni giornali, se fossero confermate, saremmo di fronte ad un’ulteriore svolta repressiva da Stato di polizia. Dalla prima lettura – non conosciamo il testo ufficiale definitivo – emergono evidenti profili di forte criticità costituzionale. Tre misure sono, a mio avviso, particolarmente pericolose: 1) il fermo preventivo fino a dodici ore per i manifestanti ritenuti pericolosi per l’ordine pubblico; 2) la cauzione obbligatoria per gli organizzatori di manifestazioni; 3) lo scudo penale per gli agenti delle forze dell’ordine. Tutte e tre le norme palesano rilevanti ed evidenti dubbi di costituzionalità. La prima misura, in particolare, comprime la libertà personale, la seconda la libertà di manifestazione subordinandola alla capacità economica e, infine, la terza, la parità di trattamento dei cittadini di fronte alla legge. La proposta riguardante il fermo preventivo prevede che le forze di polizia possano trattenere una persona fino a dodici ore (la Lega ne vorrebbe estendere la durata fino a 48) se ritenuta potenziale pericolo per l’ordine pubblico poco prima dell’inizio di una manifestazione. I destinatari sarebbero soggetti con “precedenti specifici”, cioè persone già coinvolte in episodi di scontri o violenze durante proteste, individuate mentre si preparano a partecipare a un evento di piazza. Le mie perplessità di natura costituzionale si concentrano su una norma che, di fatto, autorizzerebbe una limitazione della libertà personale senza il controllo preventivo della magistratura, con evidenti violazioni dell’articolo 13 della Costituzione. La misura richiama alla mente i fermi preventivi adottati in passato contro oppositori politici, suscitando confronti storici e preoccupazioni per una possibile regressione istituzionale. Noi siamo una democrazia costituzionale di matrice parlamentare in cui la libertà personale è garantita dalla magistratura. Se la libertà personale fosse privata esclusivamente su decisione delle forze di polizia ci sarebbe un’evidente incompatibilità con l’articolo 13 che evidenzierebbe l’alto rischio di una deriva verso lo Stato di polizia. La proposta che si riferisce al versamento di una cauzione per gli organizzatori di manifestazioni, fortemente sostenuta dalla Lega, introduce l’obbligo per chi promuove una manifestazione di versare una garanzia finanziaria — ad esempio una fideiussione — finalizzata a risarcire eventuali danni a beni pubblici, vetrine o persone verificatisi durante i cortei di manifestanti. L’intento dichiarato è dare responsabilità gli organizzatori e impedire che i costi dei vandalismi ricadano sulla collettività. L’obbligo della cauzione, però, comporta nei fatti una discriminazione di natura economica all’accesso del diritto di riunione. Si arriverebbe all’assurdo che soltanto chi ha risorse finanziarie potrebbe organizzare proteste di ampia portata. Siamo di fronte ad un ostacolo economico all’esercizio del libero diritto di manifestare. Il codice civile e quello penale già disciplinano adeguatamente questa materia in base ai principi di responsabilità civile e penale. La norma sarebbe superflua. Lo scudo penale per le forze dell’ordine, infine, prevede un ampliamento delle tutele legali per gli agenti di polizia, con lo scopo di evitare conseguenze immediate — quali iscrizione nel registro degli indagati, sospensione dal servizio o blocco dello stipendio — in seguito all’uso di armi o della forza in situazioni critiche, fino a che non sia accertata una responsabilità concreta. Forti dubbi di costituzionalità sono evidenti anche per questa misura soprattutto rispetto al principio di uguaglianza sancito dall’articolo 3 della Costituzione. Si determinano spazi d’impunità o trattamenti giuridici diversi rispetto ai cittadini comuni che inficiano anche il principio costituzionale dell’obbligatorietà dell’azione penale. Potremmo assistere a forme d’immunità legale per gli agenti, simili a modelli adottati in altri contesti, con effetti negativi sul bilanciamento tra effettività della tutela dell’ordine pubblico e responsabilità individuale degli operatori. Mi colpisce la spinta verso lo Stato di polizia e l’apparente mancanza di umanità e di attenzione alle vittime in casi gravi, indipendentemente dalle circostanze. Non vedo onestamente in queste norme il dovuto bilanciamento tra ordine pubblico, sicurezza dello Stato e diritti costituzionali come la libertà personale, il diritto di riunione e il principio di uguaglianza. Il rischio di rafforzare e ampliare il già esistente diritto penale del nemico è altissimo. 

L’autore: Vincenzo Musacchio è docente di strategie di contrasto alla criminalità organizzata, associato al RIACS di Newark (USA) 

Foto di Marioluca Bariona

giovedì 5 febbraio 2026

... controllo referti ...

... nel pomeriggio controllo dei referti per gli esami di Maria Rosa in vista dell'operazione all'alluce valgo ... e domani mattina iniezione intravitreale anche per lei!

... capra, capra!!! ...

Fermi tutti. Fermi tutti perché qui abbiamo una vincitrice. L'unica, inimitabile, insuperabile Susanna Ceccardi. Signori questa non sa nulla di nulla. Ma proprio nulla. Nemmeno i principi base della democrazia e dell'elezione di un qualunque Presidente di una assemblea. Anche della bocciofila sotto casa. Ieri, a L’aria che tira su La7, il noto matematico, scrittore ed opinionista Piergiorgio Odifreddi ha ricordato il 12 aprile del 1973, quando durante una manifestazione neof@scista, guarda caso guidata da un giovane La Russa, morì l’agente Antonio Marino. La tesi di Odifreddi, ribaltando le corbellerie della destra dopo le violenze di Torino che vorrebbe la sinistra complice dei violenti, era quella di dipingere La Russa, come mandante morale di quella violenza. A quel punto interviene la sdegnata Ceccardi, europarlamentare leghista che sbotta: "Quindi Mattarella ha dato l’incarico di presidente del Senato a un omicida?". Mattarella? Mattarella? Ma Mattarella al più un incarico lo ha dato alla Meloni per formare il governo, poiché questo prevede la nostra Costituzione. Maledetta capra ignorante. Il Presidente del Senato, cara insipida e ignorante oca giuliva, come qualunque Presidente di qualunque assemblea viene eletto dall'assemblea stessa. Nel caso del presidente del Senato appunto, dai senatori stessi, a scrutinio segreto. E Mattarella non c'entra nulla. Ma proprio nullaaaaaaaaaaa! Ma può una capra come questa sedere nel Parlamento Europeo e ignorare cose che neanche il più svogliato studente di educazione civica ignora? Senza parole. Totalmente senza parole! 

Mario Imbimbo.
L’ultimo poliziotto ucciso in una manifestazione in Italia si chiamava Antonio Marino.

 IL GIOVEDÌ NERO 

Aveva 22 anni. Era il 12 aprile 1973. Morì a Milano, durante un corteo non autorizzato. A ucciderlo fu una bomba a mano lanciata da due militanti neofascisti, Vittorio Loi e Maurizio Murelli, poi condannati per quell’omicidio. In quella stessa piazza, tra i leader della manifestazione, figuravano anche Ignazio La Russa, oggi Presidente del Senato, e suo fratello Romano. La manifestazione del 12 aprile 1973 fu promossa dal Movimento Sociale Italiano (MSI) e dal suo Fronte della Gioventù, con l’obiettivo dichiarato di protestare contro la cosiddetta “violenza rossa”. Era stata vietata dalla Questura per gravi motivi di ordine pubblico, ma venne comunque portata avanti. Da lì partirono scontri, assalti alle forze dell’ordine, lanci di ordigni. Antonio Marino era un ragazzo del Sud, in Polizia da poco tempo. Quel giorno stava facendo servizio come migliaia di altri agenti negli anni di piombo: tenere una linea fragile tra politica e guerra di strada. Una di quelle bombe lo colpì in pieno. Morì poche ore dopo al Fatebenefratelli. Di lui si è parlato poco, molto meno di altri morti di quegli anni. Eppure, a oggi, Antonio Marino resta l’ultimo appartenente alle forze dell’ordine ucciso in Italia durante una manifestazione di piazza. Ricordarlo non è questione di parte. È questione di verità storica. E fa un certo effetto pensare che oggi, nelle più alte cariche dello Stato, sieda chi quella piazza la guidava, mentre il nome di un ragazzo di 22 anni fatica ancora a trovare spazio nella memoria pubblica. La storia non passa: cambia solo il modo in cui scegliamo di raccontarla... O di rimuoverla. 

 Francesco Iovino.

... undicesima puntura! ...

... con stamane ho finito la serie di tre punture!

mercoledì 4 febbraio 2026

... un commento ...

Riporto qui di seguito il commento di Alberto Graziani, un economista serio e che ha il grande dono della chiarezza, al discorso di Mario Draghi. Sono sicuro che apprezzerai, in particolare i riferimenti alla difesa in quanto componente fondamentale della costruzione di un'Europa federalista: La domanda da cui prende avvio la riflessione di Mario Draghi è semplice. In una fase politica che evolve con una rapidità inedita, l’Europa deve porsi una domanda essenziale: che cosa possiamo fare per non essere travolti dagli eventi? Le priorità sono due: la difesa e la crescita. La difesa, perché è ormai evidente che nessuno continuerà a garantirci sicurezza gratuitamente, o anche solo a farlo con la prevedibilità del passato. Quel mondo, durato ottant’anni, è finito — e probabilmente sarebbe finito comunque, anche senza Donald Trump. Nessun Paese europeo, nemmeno la Germania, ha però dimensioni e risorse sufficienti per difendersi da solo. Non solo perché la difesa è costosa, ma perché lo è ancora di più quando i sistemi d’arma non sono integrati. Gli Stati Uniti dispongono da soli di un numero di aerei da combattimento pari a quello di tutti i Paesi europei della NATO messi insieme; a differenza dell’Europa, però, li concentrano su un numero molto ridotto di modelli, con enormi risparmi di costo ed evidenti guadagni di efficienza, dalla manutenzione alla gestione dei pezzi di ricambio. Una difesa comune europea realmente efficiente può essere costruita solo finanziandola con debito comune. L’emissione di titoli europei non serve perché “qualcun altro” ripagherà il debito, ma perché vincola i Paesi a muoversi insieme, coordinando acquisti e investimenti ed evitando duplicazioni. È questo che rende possibile costruire sistemi d’arma interoperabili, capaci di “parlarsi” tra loro. Valutare il debito comune sotto l’aspetto puramente economico, come combinazione convessa dei debiti nazionali, che ogni investitore, in un mercato concorrenziale, può già replicare nel suo portafoglio e che quindi non riduce il costo medio, ma potenzialmente aumenta il costo della quota che resta agli stati nazionali, e’ una lettura completamente fuorviante. Il problema non è questo. È sicuramente una preoccupazione comprensibile, che affonda le radici nei negoziati sul PNRR, quando l’allora governo italiano sosteneva — erroneamente — che grazie al PNRR l’Italia avrebbe ricevuto risorse senza aumentare il proprio debito, perché il debito comune sarebbe stato ripagato dall’Unione. Un’affermazione sbagliata, che ha rafforzato i timori di alcuni Stati. In realtà, i benefici del debito comune non derivano dal fatto che qualcuno paghi al posto nostro, ma dal fatto, ben più importante, che esso costringe i Paesi europei a coordinarsi. E’ un beneficio metaeconomico, politico, dei singoli Stati e dell’Unione nel suo insieme. Ma ancora più importante della difesa — perché ne è la condizione necessaria — è la crescita. Come ha ricordato con forza Mario Draghi, il principale motivo del divario di crescita tra Stati Uniti ed Europa negli ultimi trent’anni è il cronico sotto-investimento europeo in ricerca e sviluppo. Escludendo il settore tecnologico, le due economie si equivalgono. L’economia europea è tutt’altro che un cimitero degli elefanti. I settori nei quali l’Europa ha perso terreno sono sempre gli stessi: quelli a più alta produttività. Negli anni Novanta è stato internet; oggi è l’intelligenza artificiale. Eppure l’Europa dispone della scala necessaria e delle tecnologie per reagire. Il vero ostacolo non è la mancanza di mezzi, ma l’incapacità di agire come un soggetto unitario: una somma di veti non può essere una potenza. Serve un federalismo pragmatico, concentrato su poche leve decisive — difesa, energia, tecnologia. L’unità europea non nasce dai proclami, ma dall’azione comune. Agendo si diventa uniti e non il contrario. Recuperare il tempo perduto non significa necessariamente imparare a produrre chip come Nvidia o costruire nuovi grandi modelli linguistici. Esiste uno spazio enorme — e un vantaggio comparato europeo — nell’applicazione dei modelli di intelligenza artificiale già esistenti al sistema produttivo europeo, fatto di imprese manifatturiere, servizi avanzati e catene del valore complesse. L’Unione Europea investe in R&S meno degli Stati Uniti (circa il 2,2 per cento del PIL contro il 3,5) e meno anche della Cina (2,8). Per investire quanto gli Stati Uniti sarebbe necessario spendere circa 500 miliardi di euro in più all’anno. Una cifra che, significativamente, corrisponde più o meno al risparmio che ogni anno l’Europa “esporta”, cioè investe nel resto del mondo anziché all’interno dell’Unione. Il problema, dunque, non è la mancanza di risorse, ma l’incapacità di creare le condizioni perché quelle risorse vengano investite in Europa. Il risparmio investito all’interno, oltre a dotare i cittadini europei di preziose infrastrutture, riequilibrerebbe gli attuali squilibri commerciali senza ricorrere a strumenti protezionistici inutili e dannosi. Oggi un imprenditore italiano o tedesco che voglia far crescere la propria impresa su scala europea è costretto a creare fino a 27 società diverse, una per ciascun Paese membro. Ciò comporta costi fissi elevatissimi — legali, fiscali, amministrativi — che spesso rendono l’impresa non redditizia prima ancora di aver raggiunto una dimensione significativa. Negli Stati Uniti, al contrario, una singola registrazione consente in poche ore di operare sull’intero mercato nazionale. Per questo, come ha di nuovo sottolineato Draghi, la risposta più concreta che l’Europa può dare a un contesto geopolitico instabile e a leadership americane imprevedibili è accelerare il passaggio da una confederazione ad un “federalismo pragmatico”. Non è solo una priorità d’ordine economico ma principalmente un obiettivo strategico. Se questo principio mancherà di affermarsi, l’Europa politica non si farà, per limiti d’ordine economico, per carenza di risorse. 

Alberto Graziani 

 • Guido Errera.