sabato 4 luglio 2026

... VIVA RAI 3!!! ...

Si sono messi tutti insieme, giornaliste e giornalisti, premi Nobel, attivisti, donne e uomini della cultura e dello spettacolo, per fare qualcosa che non era mai accaduto prima: Un video-comunicato per difendere un patrimonio culturale di questo Paese come Rai 3 dall’agguato di Telemeloni e dalla destra che sta facendo di tutto per smantellarla, trasformarla, piegarla, silenziarla. 


 Da Anna Foglietta ad Alessio Boni, da Giuliano Sangiorgi dei Negramaro a Daria Bonfietti per l’associazione Parenti strage di Ustica. E poi Maurizio De Giovanni, Ottavia Piccolo, Ascanio Celestini, il premio Nobel Giorgio Parisi, Viola Ardone, Vinicio Capossela, Dacia Maraini, le lavoratrici di Electrolux, Gherardo Colombo, i genitori di Giulio Regeni, le colleghe e i colleghi di Usigrai e moltissimi altri ancora. 

Eppure quel video così grondante passione civile non è mai andato in onda, bloccato, censurato dai vertici dell’azienda, che evidentemente non hanno gradito il messaggio Anche per questa ragione oggi le giornaliste e i giornalisti di Tg3 e Tgr hanno deciso di ritirare le proprie firme come atto di protesta. "La RAI smantella l'identità storica della terza rete. Una decisione che nell'ultimo anno ha portato ad un grave calo di ascolti. Così si toglie forza anche a tutta l'informazione del canale, patrimonio per il pluralismo e per la democrazia di questo paese. Le giornaliste e i giornalisti di Usigrai, Tg3 e Tgr dicono no. Ridate un'identità a Rai3. Non muoia Rai3. Viva Rai3. Che non muoia Rai3. Viva Rai3”. Eccolo, il messaggio che Telemeloni ha bloccato. Se hanno paura di mandarlo in onda, facciamolo girare noi. Che tutti sappiano e che arrivi lontano. Solidarietà a tutte le colleghe e ai colleghi di che stanno lottando per difendere Rai 3 e il Servizio pubblico dal più grave attacco della storia repubblicana. E grazie a tutti quelli che ci hanno messo la faccia e la voce. Di questi tempi è tantissimo. 


 Lorenzo Tosa.

... il regime di Erdogan ...

Un nostro delegato, invitato a partecipare a un meeting contro il vertice NATO di Ankara convocato a Istanbul dal Partito dei Lavoratori di Turchia TIP Türkiye İşçi Partisi, viene intercettato dalla polizia turca all'arrivo dell'aereo, identificato ed espulso, con divieto di tornare in territorio turco per 5 anni. Ironicamente, viene da commentare: roba da montarsi la testa! La realtà è che, mentre a centinaia di km l'autocrate fascista di Ankara di appresta a "baciare il culo" a Trump (i termini sono quelli usati dal presidente USA per questo genere di occasioni), all'opposizione è stato recapitato, una volta di più, un messaggio chiaro: non disturbare. Il vettore di questo messaggio è stata l'espulsione del nostro compagno e di altri invitati internazionali all'evento di Istanbul, tra cui la delegazione tedesca di Die Linke. La considerazione da fare, a questo punto, è una: un regime autoritario che non riesce più a mantenere i livelli minimi di libertà di espressione, organizzazione e dissenso su cui, per vent'anni, si è retta la sua legittimità internazionale, è un regime che ha crepe evidenti. Tanto evidenti da costringerlo, per tenersi in piedi, a incarcerare, uno dopo l'altro, tutti i candidati presidenziali forti dell'opposizione con false accuse di corruzione. Tanto evidenti da perdere le elezioni in tutte le principali città del paese, poi mettere in galera i sindaci eletti e nominare commissari. Tanto evidenti da calpestare l'immunità parlamentare e tenere in carcere Can Atalay, deputato del TIP, colpevole solo di essere stato alla testa delle proteste del 2013 e per questo condannato a 18 anni di prigione. La nostra piccola, rapida esperienza d'ingiustizia subita ci dice a cosa devono far fronte, ogni giorno, le nostre compagne e i nostri compagni turchi. Per loro chiediamo la solidarietà di chi ci segue. Noi, da questa esperienza, traiamo un insegnamento. Più minuto è il sistema d'intimidazione e repressione, più debole è il regime che lo attua. Ne siamo certi: tra non molto tempo Erdoğan finirà, come tutti i suoi simili che lo hanno preceduto, nella spazzatura della Storia. 

#erdogan #turkey #nonato Workers' Party of Turkey - International Relations Committee 


 Fronte Popolare.

... Gianni Mellillo ...

Questa è una di quelle giornate che segnano un prima e un dopo. Una di quelle date che finiscono dritte nei libri di storia perché quello che è successo non ha precedenti. Il Procuratore nazionale antimafia Gianni Melillo ha preso carta e penna e ha scritto una lettera senza appello al Ministro della Giustizia Carlo Nordio, al Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e alla presidente della Commissione antimafia Chiara Colosimo. Non era mai successo che la massima autorità investigativa contro le mafie dovesse arrivare a un gesto così estremo e pubblico per denunciare il rischio di un collasso del sistema. Il contenuto è da brividi. Melillo parla di unl“obiettivo arretramento della linea di efficacia delle investigazioni in materia di criminalità organizzata e terrorismo” Avete capito bene? Grazie alle norme di questo governo, siamo tornati indietro nella lotta ai clan e ai terroristi. Un effetto che il Procuratore definisce “oltremodo grave e allarmante” Siamo davanti a paradossi che gridano vendetta. Per colpa dei nuovi limiti, oggi puoi usare le intercettazioni di un altro processo per una ricettazione o un documento falso, ma non puoi usarle per inchiodare qualcuno per riciclaggio mafioso o scambio elettorale-mafioso. È una follia pura che favorisce solo i colletti bianchi e i boss. Le procure sono costrette a spendere il doppio dei soldi per rifare le stesse intercettazioni, sprecando risorse preziose. E mentre accade tutto questo, la Presidente della Commissione antimafia Chiara Colosimo si è tenuta la lettera nel cassetto per giorni senza dire nulla a nessuno. È “gravissimo e inaccettabile” che una comunicazione così urgente sia stata nascosta. Sembra quasi che qualcuno debba fare da "guardaspalle" al governo invece di difendere la legalità. Dopo questo schiaffo della realtà, ci auguriamo che la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni abbia la decenza di non pronunciare mai più i nomi di Falcone e Borsellino. Non puoi fare passerelle ogni 19 luglio e poi avallare leggi che, come dice Melillo, creano un vulnus nell'azione di contrasto ai rapporti tra mafia e colletti bianchi.
 La lotta alla mafia si fa con i fatti, non con le sceneggiate da Mentana mentre si disarmano i magistrati. Noi non stiamo zitti. Gli italiani hanno già detto NO a questo scempio con il Referendum, ma loro continuano a ignorare il voto e gli allarmi di chi rischia la vita sul campo. 
È ora di finirla con questa ipocrisia. 

#Antimafia #Melillo #Giustizia #Intercettazioni #GovernoMeloni #Borsellino #Legalità #Italia #FattiNonParole 


 Angelo Mazzone.

... la follia al potere! ...

Alla vigilia del 250esimo anniversario della nascita degli Stati uniti, il presidente Donald Trump si è scagliato contro i suoi avversari politici, definendoli comunisti "senza Dio" e "malvagi". Nel suo discorso pronunciato dal Monte Rushmore, il tycoon ha usato toni durissimi nei confronti di quella che ritiene essere la principale minaccia degli Stati Uniti: il comunismo

venerdì 3 luglio 2026

... conti sbagliati!! ...

I CONTI SBAGLIATI DEI PROGRESSISTI: TROPPO SCARSI SUI VOTI POPOLARI _ 

SONDAGGI: LA DESTRA HA DIMOSTRATO DI RECUPERARE, IL "CAMPO LARGO" NON ATTECCHISCE 

 di Stefano Fassina 

Houston abbiamo un problema. 

 La tentazione di rimuoverlo è forte e comprensibile. Ma, come ogni rimozione, lo aggraverebbe. “Il problema” è confermato anche dalle ultime rilevazioni delle intenzioni di voto degli italiani e del gradimento del governo. Dopo quasi 4 anni di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi, il consenso aritmetico al “campo largo” è inferiore a quello delle elezioni del 2022 (tutta da verificare la somma elettorale effettiva con la presenza di ceto politico moralmente scaduto da tempo). Allora, la somma dei voti di Pd, M5S, AVS, +Europa e Iv (stimati per Iv in quanto era insieme ad Azione) arrivava al 44,8%. Oggi, secondo la più recente indagine Ipsos, siamo al 44,5% (43,7% per Emg) con il Pd inchiodato al 20%, il M5S al 14% e il significativo miglioramento di Avs (al 6%), compensato però dal ridimensionamento dei centristi coalizzati, in analogia a quanto avviene a quelli fuori campo. Dall’altro lato, FdI, Lega, FI e Noi moderati, fino all’ultima rilevazione in assenza del partito di Vannacci (gennaio scorso), aumentava i suoi consensi dal 43,8% del settembre 2022 al 47,1%. Oggi, incluso Futuro Nazionale, l’area delle destre arriva al 47.7% (al 49,9% per Emg). La girandola di numeri ha un messaggio politico inequivocabile: complessivamente, dall’autunno 2022, i partiti progressisti, nella definizione più estesa, non sono riusciti a conquistare alcuno spazio elettorale, mentre l’area di destra si è ampliata e ulteriormente radicalizzata, nonostante le performance al governo interne e internazionali. Il differenziale quantitativo e politico incrociato dal referendum sulla giustizia resta fuori gioco. In tale quadro, anche la disamina per classi sociali delle intenzioni di voto è tristemente congelata. Le fasce popolari si confermano di gran lunga le più distanti dalle urne, ben oltre il 40%. Quando vanno ai seggi, si esprimono in stragrande prevalenza per le destre. Unica eccezione il M5S che, nonostante il suo consenso medio inferiore al Pd e ancor più lontano dal partito della premier, è primo partito tra disoccupati e lavoratori precari e secondo partito, dopo FdI, tra gli operai. Di fronte a questo scenario, è davvero deprimente e autolesionista la discussione, affidata al circuito politico-mediatico, sul federatore dei “centristi”, sul destino dei “riformisti” del Pd, sulle primarie. Dovremmo, invece, provare a capire perché, in particolare ai Socialisti e Democratici, non soltanto in Italia, rimane così impervio riconquistare fasce di popolo. Perché è così difficile maturare un pensiero critico in grado di rispondere, secondo i principi costituzionali, alle domande, sempre più acute, di protezione sociale e identitaria, e quindi articolare un europeismo realista, imperniato sulle comunità democratiche nazionali. Soprattutto, dovremmo valutare la credibilità di una proposta evasiva sulla condizione necessaria, certo non sufficiente, per un’agenda di svolta economica e sociale: il superamento della lettura della Russia “minaccia esistenziale”, e quindi un’iniziativa politica e diplomatica per uno sbocco negoziale alla guerra in Ucraina. Senza prospettare un’alternativa alla guerra come orizzonte ordinario della politica, e quindi all’Europa allargata a 36 Stati, il programma della coalizione sarebbe una velleitaria lista della spesa, quasi irritante per chi è impoverito e impaurito. Certo, possiamo sperare che Vannacci resti fuori dal centrodestra e consenta all’alleanza progressista, nella versione “campo largo” (in termini di numero di sedie intorno al tavolo), di arrivare prima. Sarebbe, comunque, una “vittoria di Pirro”. Porterebbe a un governo, chiunque sia alla presidenza del Consiglio, impotente, senza adeguata legittimazione sociale e politica a compiere un’incisiva inversione di rotta. 

 Forse, siamo ancora in tempo per riflettere e correggere. 

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Fonte: Il Fatto Quotidiano, Giovedì 2 Luglio 2026

... la Costituzione ...

L'alleanza per la Costituzione senza la Costituzione. 

 Esiste questo richiamo consolatorio. Un rifugio prospettico quando mancano le parole. La Costituzione è evocata a mo' di facciata, è argomento buono per tutte le stagioni. Negli anni è diventata una pièce teatrale, un monologo da recitare con tono ampolloso, un oggetto di antiquariato da collezionare. Insomma è la più bella del mondo, ma nulla più di questo. Il motivo è semplice. Da qualche decennio la Costituzione non è più in vigore. I suoi canoni non ordinano più la nostra collettività che si muove seguendo altre tracce esistenziali e politiche. Il riferimento continuo alla Carta diventa così esercizio di maniera, un rimbombo retorico impercettibile per quelle masse ancora incatenate al territorio e poco avvezze alla letteratura intimista e autocompiaciuta del progressismo adolescenziale, sempre così affascinato della propria catechesi moraleggiante. Non c'è più Costituzione perché quella serie di articoli non voleva comporre un culto asfittico o un'orazione assembleare. La grande novità storica che la Carta interpretò alla perfezione risiedeva nel riconoscimento della lotta di classe quale motore della democrazia. Le libertà positive si agganciavano a quelle negative, tipicamente liberali, per far scorgere all'orizzonte pennellate di socialismo. Lo Stato rimuove gli ostacoli posti dall'ingiustizia congenita al sistema capitalista. L'iniziativa economica individuale ha la strada sbarrata di fronte all'utilità sociale. Il lavoro è un diritto effettivo promosso dalla sfera pubblica. Pronunciati così, questi postulati costituzionali, sembrano oggi fantascienza. Già perché non può esservi alcuna rimozione degli ostacoli quando il pareggio di bilancio impone spending review. Non c'è alcuna utilità sociale nella libera circolazione dei capitali o quando si vogliono attirare investitori esteri. E non c'è lavoro se la piena occupazione è sottoposta al funzionamento di un mercato "fortemente competitivo", così come statuiscono Maastricht e Lisbona. La nostra nuova Costituzione economica, eretta dalla rivoluzione civile del 1992 e sigillata da Mani Pulite, pretendeva la socializzazione dell'individualismo concorrenziale. E da allora la Presidenza della Repubblica protegge in via sovversiva quell'assetto. Che è anticostituzionale. Quindi, per carità, è sempre bene difendere ciò che resta della Carta dagli ultimi assalti eversivi della nostra infima classe dirigente, ma la sua esposizione a baluardo programmatico di governo è involontariamente comica. Tra l'altro è altresì comico presentare un'alleanza per la Costituzione con chi ha contribuito, più di ogni altro, a distruggerla negli anni, svuotandola di ogni contenuto sostanziale. Non è un caso che a quei sabotatori, sempre poco appariscenti e così aristocraticamente presentabili, interessa principalmente una sola carica, quella di stanza al Quirinale. Il luogo nel quale si progetta da almeno trent'anni la definitiva liquefazione dei principi costituzionali. Così come desiderato dai grandi fondi di investimento internazionali, così come immaginato da vecchie logge massoniche e così come imposto dagli enti sovranazionali. La Seconda Repubblica è stata solo il braccio armato di questa conventicola. 

Ed è proprio la Seconda Repubblica che andrebbe sconfitta definitivamente. Quella sì che sarebbe un'alleanza. 


 Ferdinando Pastore.

... le dimissioni ...

Barbara Floridia e i consiglieri di opposizione si sono dimessi dalla Commissione di Vigilanza Rai. Il loro è un gesto di grande dignità che racconta meglio di qualsiasi discorso quello che è accaduto negli ultimi due anni. Due anni in cui abbiamo denunciato con tutte le nostre forze il vilipendio delle istituzioni da parte del centrodestra: un organo di garanzia del Parlamento è stato di fatto messo nelle condizioni di non poter svolgere il proprio ruolo, boicottato dalla maggioranza di governo che gli ha impedito di poter svolgere le sue funzioni e finanche di riunirsi. Non solo. Chi oggi siede a Chigi ne ha approfittato per portare avanti un'occupazione sistematica della Rai, mettendo persone di stretta fiducia in ogni snodo strategico e trasformando il servizio pubblico in un terreno di conquista politica. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: ascolti deludenti, una credibilità sempre più compromessa e un danno al servizio pubblico che sarà difficile riparare. Mai si era vista un'occupazione così capillare, così pervasiva, così spregiudicata come quella inauguratasi con l'insediamento di questo. La responsabilità politica di questo sfacelo ha un nome e un cognome: Giorgia Meloni, non ci giriamo intorno. In questi anni di continua battaglia Barbara Floridia è stata in prima linea, guidando la Commissione con la schiena dritta, difendendo le prerogative del Parlamento, il pluralismo e la dignità delle istituzioni con equilibrio, correttezza e profonda consapevolezza del proprio ruolo. Per questo voglio ringraziare pubblicamente lei, i parlamentari M5S e quelli delle altre opposizioni presenti in Commissione di Vigilanza Rai. Con le loro scelte hanno restituito dignità a un'istituzione che altri hanno tentato di svuotare e umiliare. Noi continueremo a denunciare ogni abuso. Perché la Rai non appartiene al governo di turno. Appartiene ai cittadini italiani. 


 Giuseppe Conte.