giovedì 4 giugno 2026

... brava Pina, vai, vai!! ...

E alla fine se n'è andata pure lei. Pina Picierno ha lasciato il PD. Ci sono notizie che arrivano come un temporale d'agosto: improvvise, fragorose e poi quel profumo di terra bagnata che sa di liberazione. Chi ha passato gli ultimi anni a leggerla minacciare addii a ogni intervista, a spiegare al PD cos'è il PD, a fare la vicepresidente del Parlamento europeo nei ritagli di tempo lasciati liberi dalle ramanzine al suo partito, oggi può finalmente godersi il momento. Pina Picierno, quella che votava sì alla riforma Meloni-Nordio mentre il PD chiamava al No. Pina Picierno, quella che si incontrava con il think tank della destra israeliana mentre i suoi colleghi chiedevano il cessate il fuoco a Gaza. Pina Picierno, quella che si svegliava la mattina e prima ancora del caffè aveva già attaccato Schlein. Se n'è andata. E adesso scoppieranno i titoli di giornale, le interviste-fiume in cui spiegherà che il PD non è più casa sua, che Schlein l'ha costretta, che lei voleva solo fare politica seria. Vedremo lacrime, vedremo retroscena, vedremo i soliti commentatori che da sempre ci spiegano che senza i riformisti il centrosinistra non vince. Va bene, accomodatevi. Ma intanto, oggi, lasciateci festeggiare. Perché ci sono separazioni che fanno male e separazioni che sono un regalo. E questa, diciamocelo, è di quelle che il PD aspettava da troppo tempo senza avere il coraggio di chiederla. 

Buon viaggio, Pina. La porta è quella. E si chiude da sola.

... guerra tra poveri! ...

Roberto Saviano 


"È una guerra tra poveri nei campi Sfidare i caporali non porta voti" «L'agricoltura italiana è morta, e questo governo non conosce nemmeno lontanamente un problema che può essere affrontato solo con una gestione europea e con la defiscalizzazione». Da anni Roberto Saviano denuncia la piaga del caporalato e come le organizzazioni criminali gestiscano la filiera agricola e il controllo sui braccianti, specie nel Sud Italia. Quattro cittadini pakistani uccisi da altri cittadini pakistani, è la guerra degli ultimi? «In un primo momento sembrava una guerra tra caporali. Ora sta emergendo qualcosa di impensato: sarebbero stati uccisi perché non avevano pagato l'estorsione, cioè il pedaggio per essere trasportati al campo. Se qualcuno si rifiuta di pagare, tutti gli altri smettono di pagare. Un'esecuzione esemplare. Il controllo della manodopera nelle campagne vale denaro. Chi gestisce i lavoratori decide chi lavora, chi mangia, ma non solo: anche chi resta in quel territorio. La violenza è la negoziazione unica possibile tra gruppi che gestiscono il lavoro. La guerra tra poveri è la garanzia di pace per i ricchi. E non è un episodio isolato. Era già successo? «Negli ultimi mesi nella zona di Corigliano-Rossano ci sarebbero stati quattordici incendi dolosi di auto e furgoncini di braccianti. Una escalation sistematica, sempre all'interno delle comunità migranti. Il controllo non riguarda solo il lavoro nei campi: riguarda i permessi di soggiorno, gli alloggi, tutto ciò che regola la permanenza in Italia». I sindacati parlano di almeno dieci mila schiavi impegnati ogni anno nei campi e nei vivai della piana. Serve una svolta culturale? «La parola "culturale" è un lusso che si usa quando non si vuole parlare di legge, di controlli, di responsabilità penale. La legge 199 del 2016 - il decennale cade quest'anno - è una buona legge. Va ricordato che nacque grazie a Yvan Sagnet, camerunense, studente del Politecnico di Torino, che nel 2011 organizzò lo sciopero di Nardò, la prima rivolta dei braccianti stranieri contro il caporalato in Italia. Un africano diede all'Italia una delle migliori leggi sul lavoro degli ultimi vent'anni. Punisce il caporalato con la reclusione da uno a sei anni, prevede la confisca dei beni, introduce la responsabilità delle aziende committenti. È sistematicamente inapplicata non per mancanza di cultura. Per scelta». Manca la voglia oppure le risorse economiche per cambiare? «Bisognerebbe chiedersi se manca la volontà politica. Le risorse ci sono. La legge c'è. Manca la volontà. E la volontà manca perché il sistema deve funzionare esattamente così. I responsabili sono le grandi catene della distribuzione, le aziende conserviere, i marchi che tutti conosciamo e che comprano a prezzi che rendono impossibile pagare un salario dignitoso. Il caporale è l'ultimo anello visibile di una filiera costruita apposta per non lasciare tracce». Qual è il ruolo della 'Ndrangheta nella diffusione e organizzazione del caporalato? «La 'Ndrangheta non gestisce direttamente il caporalato come gestisce il traffico di cocaina. Si accorda con le aziende agricole, assicura che le dinamiche di sfruttamento non vengano disturbate. È una funzione di protezione e di omertà, non di gestione operativa. E lo dimostra proprio questo omicidio: se i caporali fossero sotto il controllo diretto della 'Ndrangheta, quattro morti in quel modo non sarebbero stati permessi». È lo Stato che non è abbastanza presente? «Quale Stato? Non esiste uno Stato soltanto. Esistono diverse declinazioni di Stato. Una parte dello Stato è complice attiva di questo sistema: alcuni politici locali, alcuni amministratori, diversi funzionari. Ha mai visto un ministro nelle campagne della Piana di Gioia Tauro? Nei campi del Cosentino? Quella non è assenza, è scelta precisa». Pochi mesi fa il governo ha affrontato in commissione alla Camera il caso dei lavoratori sfruttati nel Cosentino. Alla fine dello scorso anno c'erano già stati quattro morti e i primi arresti. Cosa ci dice questo? «Ci dice che il sistema funziona finché non muore qualcuno. Quando arrivano i morti arriva la Commissione. Poi torna il silenzio. Senza quei lavoratori pagati tre euro l'ora, spesso meno, spesso a cottimo, l'agricoltura italiana non regge. Lo sa il governo, lo sa la grande distribuzione, lo sanno le aziende conserviere». Combattere lo sfruttamento nei campi non porta voti? «Non porta voti perché ti inimichi chi pesa sulla politica. La grande distribuzione e le associazioni dell'agroalimentare sono potentati economici con un'enorme capacità di pressione, soprattutto a livello locale, dove un'azienda che dà lavoro a migliaia di persone condiziona qualunque amministratore. Nessun politico tocca chi può determinare la sua rielezione». È così che muore l'agricoltura italiana? «Le aziende agricole italiane competono con prodotti importati dalla Spagna, dal Nordafrica, dal Medio Oriente, dove il costo del lavoro è più basso o le importazioni costano meno. Il produttore italiano ha due sole scelte: comprimere il lavoro o farsi spazzare via dal pomodoro che arriva via nave a un terzo del prezzo. Lo sfruttamento diventa la risposta a una concorrenza che lo Stato e l'Europa non governano. Non si risolverà mai. E tutta la messa in scena contro l'immigrazione ha spesso un solo compito: tenere i braccianti inchiodati alla schiavitù, con i prezzi bassi. Il migrante criminalizzato nel discorso pubblico è il migrante docile nel campo. La paura serve a non far alzare la testa a chi raccoglie». — 


 Maurizio Migliarini

... visita di controllo ...

alla 14,20 dal Dottor Parino per una visita di controllo all'alluce valgo: andamento positivo!

mercoledì 3 giugno 2026

... Sinistra illiberale? ...

𝐋𝐢𝐛𝐞𝐫𝐭𝐚̀ 𝐝𝐢 𝐞𝐬𝐩𝐫𝐞𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐞 𝐝𝐢𝐫𝐢𝐭𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐜𝐫𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚, 𝐢 𝐜𝐚𝐬𝐢 𝐃𝐞 𝐋𝐮𝐜𝐚 𝐞 𝐃𝐞 𝐆𝐫𝐞𝐠𝐨𝐫𝐢 𝐦𝐚𝐧𝐝𝐚𝐧𝐨 𝐢𝐧 𝐭𝐢𝐥𝐭 𝐥𝐚 𝐝𝐞𝐬𝐭𝐫𝐚 


Articolo di Valerio Di Fonzo 


Due figure pubbliche si esprimono su Israele e Gaza e la stampa conservatrice ne approfitta per costruire un nemico immaginario: la sinistra illiberale Nei titoli di molti giornali la controversia è già saldata dentro un dispositivo: alcuni soggetti vengono autorizzati al dubbio, altri consegnati alla diagnosi.«De Gregori, De Luca e l’intolleranza della nuova sinistra illiberale su Israele e Gaza». «La sinistra e i suoi cartellini retorici». «Più Erri De Luca, meno Mamdani». «La lezione di De Gregori, La sinistra non si chiuda e ami la libertà del dubbio». Non sono semplici titoli. Producono una scena discorsiva: da una parte il dubbio, la misura, la distinzione; dall’altra il riflesso, il cartellino, la colpa. Poi arrivano anche De Gregori e De Luca. Francesco De Gregori rivendica il diritto di non trasformare il palco in tribuna. Erri De Luca scioglie il sionismo dalla destra di Netanyahu e respinge la parola “genocidio” per Gaza, che chiama una distorsione storica e verbale. Intorno fioccano le reazioni: alcune serie, altre solo rumore. Poi arriva la parte che conta: qualcuno raccoglie le scorie e ne ricava una diagnosi. La sinistra sarebbe diventata illiberale, incapace di dubbio, allergica alla distinzione. Da qui in poi non siamo più dentro una polemica. Siamo dentro una piccola macchina di classificazione. “Illiberale” non è un’etichetta neutra. Marlene Laruelle, storica e politologa che dirige l’Illiberalism studies program, ha mostrato che non è un’ideologia né un regime, ma una categoria relazionale che cambia senso col contesto, al punto che la disciplina che ha coniato il termine si chiede ancora se un illiberalismo di sinistra esista davvero...

... fuori il sionista!! ...

Erri De Luca è stato escluso dal Festival di Salerno Letteratura in programma a giugno. E subito orde social, destroidi, ultrà filo israeliani e gente che non ha mai partecipato a un festival letterario in vita sua ha cominciato a gridare alla “censura”, alla “vergogna”, al “vogliono tappargli la bocca” e via col solito repertorio di sciocchezze assortite. Sarebbe bastato, al solito, contare fino a dieci e avrebbero scoperto che non c’è stata nessuna censura, semmai una scelta perfettamente libera, autonoma e consapevole da parte degli organizzatori privati di invitare (o meno) un autore al proprio festival. E lo è tanto più perché Erri De Luca non era un ospite tra i tanti, ma colui che avrebbe dovuto tenere la prolusione inaugurale, ovvero il discorso che rappresenta e incarna l’identità culturale del festival. E mi sembra evidente - e aggiungo SACROSANTO - che un festival culturale non possa oggi essere rappresentato da uno che nega un genocidio in atto a Gaza e interpreta in questo modo il senso della parola “sionista”. Lo ha spiegato con parole perfette lo stesso direttore artistico Gennaro Carillo a “Il Mattino”. “Abbiamo ritenuto opportuno riconsiderare la decisione iniziale perché la prolusione inaugurale rappresenta in qualche modo l’identità culturale del festival e presuppone una condivisione di vedute con chi la commissiona, soprattutto rispetto a una tragedia umanitaria come quella che si sta consumando a Gaza”. Perfetto. Ricapitolando, non c’è stata nessuna censura. Nessun castigo. Nessuna negazione del pensiero altrui. Si chiama libertà di scelta e autonomia di pensiero. 

Capisco che suoni strano in questo Paese alla rovescia, ma per fortuna qualcuno ha ancora una dignità e un’indipendenza E la schiena dritta per sostenere entrambe le cose. 


 Lorenzo Tosa.

... a chi tocca? ...

𝐀 𝐓𝐫𝐮𝐦𝐩 𝐧𝐨𝐧 𝐝𝐢𝐬𝐩𝐢𝐚𝐜𝐜𝐢𝐨𝐧𝐨 𝐥𝐞 𝐛𝐨𝐦𝐛𝐞, 𝐠𝐥𝐢 𝐝𝐢𝐬𝐩𝐢𝐚𝐜𝐞 𝐥𝐚 𝐛𝐫𝐮𝐭𝐭𝐚 𝐟𝐢𝐠𝐮𝐫𝐚 


Il #buongiorno di Giulio Cavalli 


 Lunedì sera Donald Trump ha telefonato a Benjamin Netanyahu per fermargli la mano su Beirut. Lo racconta Axios, citando tre funzionari: il presidente americano avrebbe dato del pazzo al premier israeliano, gli avrebbe rinfacciato di averlo tenuto fuori dal carcere durante il processo per corruzione, gli avrebbe detto che ormai "tutti odiano Israele per questo". Sette ore prima Netanyahu aveva ordinato di colpire Dahiyeh. Il raid non c'è stato. Conviene leggerla lentamente, quella frase: tutti odiano Israele. Il problema, per Trump, è l'odio, non i morti. È la faccia. Israele isolata, l'America che ci rimette, l'intesa con l'Iran che lui promette "entro la settimana" e che un'escalation in Libano farebbe saltare. Dei civili libanesi schiacciati sotto i palazzi per ammazzare un comandante di Hezbollah se ne discute semplicemente come di un costo d'immagine. E vale per tutti. Yair Lapid, ex primo ministro israeliano e oggi capo dell'opposizione, commenta la telefonata con una parola sola, "protettorato": a indignarlo è un'Israele ridotta a Stato vassallo di Washington, che si fa dire al telefono cosa può e cosa non può bombardare. Dei civili libanesi uccisi, invece, non spende una sillaba. Mark Levin, alleato di Trump, si indigna per la fuga di notizie perché fa sembrare gli Stati Uniti "deboli e disperati". Del resto è tutto qui: credibilità, prestigio. Il diritto internazionale non entra nella stanza. I cadaveri nemmeno. E allora forse proprio qui dovrebbe entrare il giornalismo, e non per fare da stenografo della lite fra due ego: il mestiere sarebbe un altro, rimettere al centro i fatti e i diritti, inchiodare i potenti a quello che fanno e non a come appaiono. La coppia Trump-Netanyahu si batte col conflitto politico e soprattutto sociale. I politici sono troppo succubi per provarci. Quindi a chi tocca?

martedì 2 giugno 2026

... niente parate!! ...

La nostra Repubblica non ama le parate 


di Raffaele Crocco 

 La Repubblica ha chiuso la stagione della dittatura, della guerra e della devastazione fascista. È il risultato della lotta della Liberazione, della Resistenza, del sacrificio di donne e uomini che da civili – non da soldati – immaginarono uno Stato fondato non sulla disciplina militare, ma sui diritti umani, sulla dignità della persona, sul lavoro, sulla partecipazione democratica. Così, è sempre più contraddittorio trasformare la Festa della Repubblica in una vetrina di militarizzazione simbolica. Le parate militari romane, gli armamenti esibiti, il linguaggio patriottico costruito attorno alla forza dell’esercito e al mito della difesa di confini che non abbiamo mai dovuto difendere, rischiano di alterare il senso profondo del 2 giugno. Perché una democrazia non si riconosce innanzitutto nella potenza militare. Si riconosce nella qualità delle istituzioni, nella giustizia sociale, nella libertà dei cittadini, nella pace. La Costituzione nata dalla Resistenza è il risultato dell’incontro tra tre grandi culture politiche: quella liberale, che difese i diritti e i limiti del potere; quella socialista e del lavoro, che pose al centro uguaglianza e dignità sociale; quella cattolica democratica, che affermò solidarietà e valore della persona. Culture diverse, spesso conflittuali, unite dal rifiuto del fascismo e della guerra come strumenti ordinari della politica. Ridurre questa storia complessa all’immagine di soldati in parata significa impoverire la memoria repubblicana e mancare di rispetto a chi quella Costituzione ha scritta. Significa dimenticare che l’articolo 11 della Costituzione “ripudia la guerra” e che la Repubblica si fonda sul lavoro, non sulle armi. L’esercito appartiene alle istituzioni democratiche e svolge funzioni previste dalla Costituzione: non può e non deve diventare il simbolo identitario principale della Repubblica nata dall’antifascismo. Il 2 giugno dovrebbe essere soprattutto la festa della cittadinanza democratica: delle scuole, dei lavoratori, del volontariato, della cultura, della sanità pubblica, della partecipazione civile. Dovrebbe ricordare il voto delle donne nel referendum del 1946 e ribadire la necessità di costruire una democrazia vera eliminando ogni disuguaglianza di genere. Dovrebbe fare memoria della speranza collettiva di ricostruire un Paese devastato, il compromesso alto che rese possibile la Costituzione. La Repubblica italiana è nata per allontanarsi dalla retorica della forza e del nazionalismo aggressivo. Rifiutare le parate e difenderne oggi il significato significa custodire quella promessa originaria: una democrazia fondata sulla pace, sulla pluralità e sui diritti, non sull’esibizione stupida e maschilista delle armi. 


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