giovedì 10 settembre 2026
... meno reati, più paura?? ...
𝐌𝐞𝐧𝐨 𝐫𝐞𝐚𝐭𝐢 𝐞 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐩𝐚𝐮𝐫𝐚: 𝐥𝐞 𝐭𝐫𝐞 𝐝𝐨𝐦𝐚𝐧𝐝𝐞 𝐝𝐢 𝐏𝐞𝐩𝐢𝐧𝐨 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐢𝐦𝐚 𝐩𝐫𝐢𝐦𝐚𝐫𝐢𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐜𝐞𝐧𝐭𝐫𝐨𝐬𝐢𝐧𝐢𝐬𝐭𝐫𝐚
Il #buongiorno di Giulio Cavalli
I numeri non interpretabili: 1.916 omicidi nel 1991, 319 nel 2024, reati giù del 10 per cento nel primo semestre di quest'anno. Sono cifre ufficiali del ministero dell'Interno, e il 15 agosto il ministro Matteo Piantedosi ha sbavato spiegandoci che «l'Italia si conferma come uno dei luoghi più sicuri al mondo». Ma c'è altro, le famiglie che dichiarano di vivere in una zona a rischio erano il 23,3 per cento nel 2023 e sono il 26,6 nel 2024: la paura quindi sale mentre i reati scendono. E sale perché fra televisioni, internet, giornali e social l'egemonia culturale della destra ha infettato tutto e adesso detta il tema pure a chi dovrebbe combatterla.
Martedì Livio Pepino, già magistrato e presidente di Magistratura democratica, ha posto tre domande al centrosinistra, da segnarsi in stampatello sull'agenda. Se trent'anni di decreti hanno lasciato la paura dov'era, cosa promette la dose successiva? Se l'insicurezza cresce mentre la criminalità cala, cosa stiamo curando davvero? Poi la terza: quando diciamo sicurezza di chi parliamo, del lavoratore o del padrone, dell'inquilino sfrattato o di chi lo sfratta?
Rispondere è già un programma di governo, e conviene scriverlo prima di occuparsi della guida dell'opposizione. Le primarie per il leader si facciano pure, servono, ma accanto ne servono altre sul programma, e il criterio ce lo lascia Pepino quando ricorda che al vetro rotto si può rispondere "investendo in poliziotti e giudici o in vetrai e assistenti sociali". Chi sceglie i vetrai ha qualcosa da dire in campagna elettorale, e da fare il giorno dopo. Gli altri hanno una scaletta che gli scrivono al Viminale.
Buon giovedì.
Per approfondire: "La fabbrica della paura. Il senso del governo Meloni per lo Stato di polizia", il nuovo libro di Left curato da Federico Tulli. Nei commenti, link per info e per acquistarlo senza spese di spedizione 👇
mercoledì 9 settembre 2026
... ITALEBANI!!! ...
Da qualche anno nel nostro Paese si è formato un gruppo sempre più compatto di individui che, per mancanza di termini più appropriati, chiameremo Italebani.
Molti di voi li avranno sicuramente incontrati, in particolare sui social, decidendo abbastanza in fretta che queste persone fossero di destra o, altro termine recente, di ultradestra.
Ma questi Italebani sono una faccenda più complicata.
Perché quando dite "di destra" state indicando una posizione politica. Un'idea più o meno precisa su tasse, giustizia, confini, ordine pubblico. Roba su cui si può discutere, persino litigare, ma iscritta dentro un sistema democratico.
Gli Italebani non hanno posizioni politiche. Hanno dogmi e i dogmi sono molto più comodi in quanto ti permettono di avere ragione senza la fatica di domandarti perché, basta credere.
E allora vediamo in cosa credono gli Italebani.
Credono che una donna che abortisce commetta un omicidio. Credono che due uomini che si baciano in uno spot corrompano le menti dei bambini. Credono che la scuola sia il posto dove degli sconosciuti indottrinano i propri figli contro la loro volontà. Credono che l'Occidente sia molle, effeminato, decadente, popolato di gente che ha dimenticato i propri valori e il proprio Dio. Credono che chi oltraggia i simboli sacri della comunità debba pagarla, e che ci voglia una legge per questo. Credono che i medici mentano e che la cultura sia una forma di snobismo da demonizzare. Credono in un’unica famiglia, eterosessuale, patriarcale e benedetta da Dio, con un uomo forte e una donna sottomessa. Credono nella militarizzazione dello Stato.
Ecco, il punto è questo: questi Italebani non odiano l’Islam fondamentalista. Lo invidiano.
Un Italebano detesta il burqa, ma scrive sotto il post di una diciannovenne che forse uscendo vestita così un po’ se l’è cercata.
Un Italebano odia l’idea che chiunque possa avere quegli stessi diritti che lui non si è mai guadagnato.
Un Italebano è indignato dal massacro di una grammatica che a malapena padroneggia.
Un Italebano è accerchiato da un mondo insicuro, spaventoso, dove viene obbligato a vivere una vita che non vuole. Per questo vorrebbe obbligare gli altri a vivere vite che non vogliono in un mondo insicuro e spaventoso.
Un Italebano è felice quando, all’estero, il nazionalismo vince, perché è convinto che finalmente sbatteranno fuori gli immigrati, dimenticando che per ogni altro nazionalismo, l’immigrato è lui.
Un Italebano adora il politicamente scorretto purché sia corretto abbastanza da permettergli di prendersela esclusivamente con chi vuole.
Un Italebano è sempre sotto assedio, sempre in minoranza, soprattutto quando è in maggioranza.
Il vittimismo è diventato uno strumento utile per l’Italebano, perché al grido di “non si può più dire niente” ogni fatwa diventa possibile. E se lo disturba l’oltraggio alla religione, non lo disturba certo quello alla scienza e all’educazione.
Un Italebano difende le radici cristiane, purché queste radici formino una siepe. E non gli importa cosa ci cresce sopra sta siepe, gli importa che segni un confine preciso.
Un Italebano sminuisce l’intelligenza, piuttosto che aspirarvi. La cultura lo fa sentire inferiore. Osteggia la storia che esiste solo in frammenti confusi, ferma in un’epoca d’oro che lui non ha mai davvero vissuto.
Un Italebano ama vincere. Ma, più di ogni altra cosa, come tutti i fanatici, ama che l’altro perda. Al punto che non gli importa davvero cosa sta vincendo.
E cosa vincerà?
Vincerà la perdita di alcuni diritti per cui altra gente, forse i suoi stessi genitori o nonni, ha combattuto. Vincerà il reato di aborto, l’abolizione del divorzio, vincerà una donna sottomessa a casa a fare figli, un indice dei libri, una religione sempre più di Stato, l’orgogliosa ostracizzazione di ogni forma di cultura, una chiusura dei confini, un nazionalismo esasperato.
In altre parole, vincerà Kabul.
Gli Italebani non odiano i Talebani per quello che fanno alle donne, agli omosessuali, agli avversari politici, agli intellettuali o a chiunque la pensi diversamente.
Li odiano perché ci sono riusciti prima di loro.
... parole su cui riflettere! ...
“Nicolina Giagheddu è la madre dell’imprenditore Emanuele Ragnedda che sparò alla donna di 33 anni: «Lei mi ha dato la forza per ribellarmi. Per 30 anni sono stata picchiata, minacciata e umiliata».”
Queste parole dovrebbero farci fermare e riflettere.
La violenza contro le donne non comincia quando parte un colpo. Molto prima ci sono il controllo, le umiliazioni, le minacce, la paura, il possesso scambiato per amore.
E spesso questa cultura si impara in casa.
Per questo la scuola può e deve intervenire. Educazione affettiva, educazione sessuale, rispetto del consenso, riconoscimento della violenza psicologica. Non per sostituire la famiglia, ma per dare ai bambini e ai ragazzi gli strumenti per capire cosa è rispetto e cosa non lo è.
E mentre una donna racconta di essere stata picchiata, minacciata e umiliata per trent’anni, Vannacci sostiene che il femminicidio non sia una fattispecie specifica, ma semplicemente un omicidio.
Ma dare un nome a un fenomeno non significa stabilire che una vita valga più di un’altra. Significa riconoscerlo, studiarlo e prevenirlo.
Allora perché cancellare la parola femminicidio? Perché non cancellare anche parole come mafioso o infanticidio?
Abbiamo bisogno di meno silenzio, non di meno parole.
Abbiamo bisogno di educare i bambini al rispetto, insegnare ai ragazzi che un no è un no e che una relazione non è possesso.
La prevenzione comincia molto prima di un tribunale.
Comincia dall’educazione.
E dal coraggio di chiamare le cose con il loro nome.
E continuerò all'infinito a pensare e scrivere che nelle scuole italiane serve l'educazione sesso-affettivo.
Ogni volta che una donna morirà per mano di un uomo.
Vincenzo San.
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Comitato di cittadini attivi e democratici in difesa della Costituzione
... analisi dell'AfD ...
Il dibattito pubblico tende a liquidare sotto la categoria di “nazismo” qualsiasi fenomeno politico che si collochi nell’area della destra radicale. Nel caso dell’Alternative für Deutschland (AfD), questa etichetta rischia di farci prendere fischi per fiaschi.
La realtà ideologica di questo partito è piuttosto un ibrido che si è allontanato dalle sue origini liberiste per approdare a una sintesi inedita tra sciovinismo economico, pacifismo strumentale e nazionalismo etnico. Se si analizza il manifesto politico originario di AfD, emerge un’incompatibilità strutturale con l’architettura economica del nazionalsocialismo storico. Il Terzo Reich concepiva lo Stato come un Moloch interventista: l’economia della Germania degli anni ‘30 era sottoposta a un rigido dirigismo, a piani quadriennali e al controllo statale di prezzi e salari.
AfD propone sulla carta uno scenario diverso. Nata nel 2013 per iniziativa di economisti e accademici contrari all’Euro, mantiene formalmente nei suoi programmi federali tesi derivate dal neoliberismo radicale e dalla Scuola Austriaca. Il partito non chiede la pianificazione statale, bensì la deregolamentazione dei mercati e l’abolizione delle imposte di successione: misure pensate per sottrarre potere fiscale allo Stato centrale.
Tuttavia, commetteremmo l’errore opposto se considerassimo AfD un partito puramente libertario o anarcocapitalista. Negli ultimi anni, la componente dei professori neoliberisti della prima ora è stata ampiamente emarginata. Con la crescita delle roccaforti elettorali nell’Est della Germania, l’agenda economica del partito si è spostata verso il cosiddetto “sciovinismo del benessere” (Welfare Chauvinism). AfD non vuole abolire lo stato sociale; vuole restringerlo drasticamente su base etnica. La proposta attuale prevede un capitalismo protetto dove lo Stato garantisce pensioni e sussidi ai soli cittadini autoctoni, escludendone tassativamente i migranti. Inoltre, a differenza del liberismo puro, il partito adotta oggi posizioni fortemente protezioniste nei confronti dell’industria nazionale contro i mercati globali.
A questa mutazione economica si è affiancato un formidabile catalizzatore elettorale: il posizionamento geopolitico e l’opposizione intransigente alla guerra in Ucraina. Presentandosi come l’unico vero “partito della pace” (Friedenspartei), AfD ha intercettato i timori profondi della popolazione – storicamente più radicati nei territori dell’ex Germania Est – legati al rischio di un’escalation militare con Mosca e alle pesanti ripercussioni economiche delle sanzioni (a partire dalla crisi energetica e dall’inflazione). La retorica contraria all’invio di armi a Kiev e la richiesta di riaprire i canali commerciali con la Russia hanno permesso al partito di raccogliere massicci consensi, trasformando la stanchezza per il conflitto in voti di protesta e di “autoconservazione” economica.
Perché allora le istituzioni tedesche e l’Intelligence monitorano ufficialmente l’AfD come una minaccia per la democrazia? Il motivo non risiede nei suoi modelli fiscali o nel pacifismo di facciata, ma nella sua smaccata deriva identitaria ed etno-nazionalista. La magistratura tedesca definisce l’estremismo di destra moderno soprattutto in base al rifiuto dei principi democratico-liberali, al revisionismo storico (si vedano le provocazioni di leader come Björn Höcke) e a programmi che minacciano l’universalismo dei diritti umani, come i controversi piani di remigrazione forzata emersi nel summit di Potsdam.
La chiave di volta per comprendere l’AfD non è il totalitarismo novecentesco in senso stretto, ma una forma contemporanea, opportunistica e contraddittoria di populismo identitario. Chiamarli semplicemente “nazisti” impedisce di vedere la vera natura della loro sfida: non un ritorno allo statalismo burocratico del passato, ma la transizione verso una società frammentata ed escludente.
Serena Contardi.
... ancora su Report ...
Due puntate in meno di Report nel periodo cruciale, in pieno inverno, nel momento in cui i programmi d’informazione fanno più audience. Ma anche, se si dovesse votare tra la seconda metà di aprile e il mese di maggio come vorrebbe Giorgia Meloni, pure in piena campagna elettorale. Due puntate in meno di inchieste possono fare gioco a tutti i partiti, soprattutto a chi sta a Palazzo Chigi. Le puntate di Report per la stagione 2026/2027, infatti, saranno le stesse dell’anno scorso, 24 serate, dopo il taglio di 4 puntate avvenuto nella passata stagione. Così suddivise: 13 puntate da domenica 8 novembre fino al 31 gennaio e altre 11 puntate da domenica 4 aprile fino al 13 giugno. Con uno stop a febbraio e marzo, e due puntate in meno in questa prima fase (l’anno scorso erano 15), che saranno recuperate a giugno, il 6 e il 13. Per il resto, la solita alternanza con Presa Diretta di Riccardo Iacona.
Come mai questo spostamento? Ragioni di palinsesto e di incastri con gli altri programmi, viene spiegato dai vertici aziendali. Ma qualcuno più malizioso ci vede un intento politico: meglio far diminuire le puntate durante una possibile campagna elettorale (a febbraio e marzo, appunto) e aumentarle a ridosso dell’estate, quando fanno meno danni. Sarà davvero così? Può darsi, anche se la data del voto ancora non c’è e non sono escluse le urne a fine legislatura, nell’autunno 2027. “Se si voterà in autunno vorrà dire che l’anno prossimo ci faranno partire a Natale”, ironizza qualcuno in redazione. Al di là di possibili intenti politici, togliere due puntate nella prima parte della stagione sembra un altro sgarbo per indebolire il programma.
Non è poi sfuggito, inoltre, come tutti quelli che negli ultimi mesi hanno attaccato Sigfrido Ranucci siano stati premiati dall’azienda. Come Salvo Sottile, che qualche giorno fa ha avuto uno scontro verbale con un paio di giornalisti di Report nel cortile di Via Teulada. Sottile quest’anno è stato dirottato su Ore 14, programma lasciato orfano da Milo Infante. Parliamo di circa 200 puntate tra il programma quotidiano (Ore 14) e la versione serale (Ore 14 sera), il giovedì in prima serata su Raidue dal 24 settembre. Poi c’è Antonino Monteleone, che ha iniziato con Filorosso estate e ora proseguirà con altre 30 puntate nella stagione autunno/inverno, il martedì in prima serata su Raitre dal 15 settembre. Infine, Massimo Giletti che, dopo i tagli della passata stagione, quest’anno torna con 30 puntate de Lo Stato delle Cose, in onda tutti i lunedì in prime time su Raitre dal 14 settembre. E proprio Giletti nei giorni scorsi per il suo ritorno in video ha annunciato importanti novità sull’inchiesta Ranucci/Lavitola. Mentre Sottile e Monteleone non si sono sottratti dall’attaccare l’ex conduttore di Report anche nelle ultime ore. “Ranucci è un mitomane. Capisco che avendo contestato la doppia morale del santone Sigfrido io debba finire sul rogo come gli eretici…”, ha detto il giornalista palermitano. Mentre Monteleone ha rinfacciato a Ranucci di non aver voluto parlare con l’inviato del suo programma “perché ho una condanna in primo grado per diffamazione, quando invece fu lui nel 2011 a volermi a Report, ma forse per essere suo amico bisogna avere una fedina penale più importante…”. Insomma, veleni in circolo tra i corridoi della tv pubblica.
Nel frattempo, in attesa dell’esito del ricorso per essere reintegrato, Ranucci ieri è tornato in redazione, dove ha iniziato a fare gli scatoloni. “Ci sono cose che sono lì da vent’anni, ci vorrà del tempo…”, osserva il giornalista. Protagonista poi di un lungo abbraccio con Claudia Di Pasquale. “L’incontro con la redazione è stato un momento emozionante, anche di confronto”, racconta l’ex conduttore. E proprio Di Pasquale ieri ha rilasciato la sua prima intervista (al Corriere): “Con Sigfrido ho sempre avuto un buon rapporto, con lui ho lavorato 15 anni in totale autonomia, ma io sono fedele a Report, renderemo il programma più forte e rigoroso”, ha spiegato la nuova conduttrice. Che si sta preparando alla partenza, domenica 8 novembre.
Il Fatto Quotidiano 8.9.2026
martedì 8 settembre 2026
... BOCCIATI!!! ...
I padroni del vapore hanno deciso che dobbiamo fare la guerra. Anzi, no: che dobbiamo “prepararci alla pace armandoci”, che è quella bellissima formula che si usa quando si vogliono spendere i soldi degli altri per comprare cannoni invece che ospedali.
E la signora Von der Leyen, con il suo sorriso di porcellana e la piega sempre impeccabile, si è messa a capofitto a disegnare il grande piano. Il “mostro” del riarmo europeo. Un capolavoro di ingegneria politica: sacrificare il benessere, la sanità, le pensioni e il futuro dei cittadini sul sacro altare della spesa militare, trascinando un intero continente sul ciglio del burrone con la Russia. Tutto per obbedire fedelmente ai soliti burattinai d’oltreatlantico e ai comitati d’affari dell’industria bellica, quelli che non sbagliano mai un investimento perché tanto a morire ci vanno gli altri.
Solo che persino la Corte dei Conti europea, un organo non proprio sovversivo visto che parliamo di contabili con le maniche di panno e la calcolatrice in mano, alla fine ha dovuto guardare le carte e dire: “Guardate che questo piano è una fesseria”. Bocciato, inadeguato, un disastro tecnico prima ancora che morale.
I motivi ce li spiegano proprio i contabili di Bruxelles, con la freddezza di chi fa i conti della serva. C’è innanzitutto un’incapacità strutturale: vorrebbero la “prontezza militare” entro il 2030, ma l’industria europea è frammentata, lenta e dipende per quasi tutto dai fornitori extra-UE, rivelandosi in sostanza un’illusione d’impotenza venduta come forza. Poi ci sono il debito e le macerie economiche, perché il riarmo a debito farà schizzare le finanze dei paesi membri portando a meno stato sociale, più tasse e più debito, vale a dire il perfetto manuale per impoverire i cittadini oggi e indebitarli domani. E infine ci sono i soldi buttati al vento, con il rischio elevatissimo di sprecare risorse imponenti in sovrapposizioni e colli di bottiglia, senza nemmeno ottenere la sicurezza millantata.
Ecco la cifra dell’Europa di oggi: una leadership mediocre e servile che gioca ai soldatini con la pelle e con le tasche dei propri cittadini. Un teatrino tragico in cui si fa finta di costruire la difesa del futuro, mentre l’unica cosa vera resta l’inadeguatezza di chi ci governa.
Mauro David.
... la grande bugia!!! ...
La grande bugia della destra: perché i poveri votano contro se stessi?
I dati parlano chiaro: a votare per i partiti di estrema destra sono spesso gli operai, i disoccupati e chi fa fatica ad arrivare a fine mese. Persone che vivono nel disagio e che spesso non hanno avuto la possibilità di studiare per capire le trappole della politica.
Ma vi siete mai chiesti perché questi politici non attaccano mai i grandi ricchi o gli imprenditori avidi?
La risposta è semplice: la destra ha creato il perfetto capro espiatorio. Ha convinto i lavoratori che la colpa della povertà sia dei migranti. Ci dicono che i salari sono bassi per colpa di chi scappa dalla guerra o dalla fame, e non dei padroni che vogliono guadagnare sempre di più tagliando i diritti. Ci dicono che gli affitti sono alti per colpa degli stranieri, nascondendo la speculazione di chi possiede centinaia di case e fa i soldi sulla pelle della gente.
Ci hanno fatto credere che, cacciando i migranti, i capitalisti diventeranno magicamente generosi e aumenteranno gli stipendi. È una bugia enorme. La realtà è che se un lavoratore italiano perde il lavoro o non riesce a pagare l'affitto, questo sistema economico lo sbatte in mezzo alla strada senza pietà, esattamente come fa con gli altri.
I politici della finta destra difendono i portafogli dei ricchi e usano la rabbia dei poveri per prendere voti. Fanno fare la guerra tra gli ultimi, mentre i primi continuano a arricchirsi.
Apriamo gli occhi: non lasciamoci usare come pedine da chi sta in alto. La vera lotta non è tra italiani e stranieri, ma tra chi lavora onestamente e chi sfrutta il lavoro degli altri .
Vincenzo San --
Comitato di cittadini attivi e democratici in difesa della Costituzione
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