venerdì 3 luglio 2026

... conti sbagliati!! ...

I CONTI SBAGLIATI DEI PROGRESSISTI: TROPPO SCARSI SUI VOTI POPOLARI _ 

SONDAGGI: LA DESTRA HA DIMOSTRATO DI RECUPERARE, IL "CAMPO LARGO" NON ATTECCHISCE 

 di Stefano Fassina 

Houston abbiamo un problema. 

 La tentazione di rimuoverlo è forte e comprensibile. Ma, come ogni rimozione, lo aggraverebbe. “Il problema” è confermato anche dalle ultime rilevazioni delle intenzioni di voto degli italiani e del gradimento del governo. Dopo quasi 4 anni di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi, il consenso aritmetico al “campo largo” è inferiore a quello delle elezioni del 2022 (tutta da verificare la somma elettorale effettiva con la presenza di ceto politico moralmente scaduto da tempo). Allora, la somma dei voti di Pd, M5S, AVS, +Europa e Iv (stimati per Iv in quanto era insieme ad Azione) arrivava al 44,8%. Oggi, secondo la più recente indagine Ipsos, siamo al 44,5% (43,7% per Emg) con il Pd inchiodato al 20%, il M5S al 14% e il significativo miglioramento di Avs (al 6%), compensato però dal ridimensionamento dei centristi coalizzati, in analogia a quanto avviene a quelli fuori campo. Dall’altro lato, FdI, Lega, FI e Noi moderati, fino all’ultima rilevazione in assenza del partito di Vannacci (gennaio scorso), aumentava i suoi consensi dal 43,8% del settembre 2022 al 47,1%. Oggi, incluso Futuro Nazionale, l’area delle destre arriva al 47.7% (al 49,9% per Emg). La girandola di numeri ha un messaggio politico inequivocabile: complessivamente, dall’autunno 2022, i partiti progressisti, nella definizione più estesa, non sono riusciti a conquistare alcuno spazio elettorale, mentre l’area di destra si è ampliata e ulteriormente radicalizzata, nonostante le performance al governo interne e internazionali. Il differenziale quantitativo e politico incrociato dal referendum sulla giustizia resta fuori gioco. In tale quadro, anche la disamina per classi sociali delle intenzioni di voto è tristemente congelata. Le fasce popolari si confermano di gran lunga le più distanti dalle urne, ben oltre il 40%. Quando vanno ai seggi, si esprimono in stragrande prevalenza per le destre. Unica eccezione il M5S che, nonostante il suo consenso medio inferiore al Pd e ancor più lontano dal partito della premier, è primo partito tra disoccupati e lavoratori precari e secondo partito, dopo FdI, tra gli operai. Di fronte a questo scenario, è davvero deprimente e autolesionista la discussione, affidata al circuito politico-mediatico, sul federatore dei “centristi”, sul destino dei “riformisti” del Pd, sulle primarie. Dovremmo, invece, provare a capire perché, in particolare ai Socialisti e Democratici, non soltanto in Italia, rimane così impervio riconquistare fasce di popolo. Perché è così difficile maturare un pensiero critico in grado di rispondere, secondo i principi costituzionali, alle domande, sempre più acute, di protezione sociale e identitaria, e quindi articolare un europeismo realista, imperniato sulle comunità democratiche nazionali. Soprattutto, dovremmo valutare la credibilità di una proposta evasiva sulla condizione necessaria, certo non sufficiente, per un’agenda di svolta economica e sociale: il superamento della lettura della Russia “minaccia esistenziale”, e quindi un’iniziativa politica e diplomatica per uno sbocco negoziale alla guerra in Ucraina. Senza prospettare un’alternativa alla guerra come orizzonte ordinario della politica, e quindi all’Europa allargata a 36 Stati, il programma della coalizione sarebbe una velleitaria lista della spesa, quasi irritante per chi è impoverito e impaurito. Certo, possiamo sperare che Vannacci resti fuori dal centrodestra e consenta all’alleanza progressista, nella versione “campo largo” (in termini di numero di sedie intorno al tavolo), di arrivare prima. Sarebbe, comunque, una “vittoria di Pirro”. Porterebbe a un governo, chiunque sia alla presidenza del Consiglio, impotente, senza adeguata legittimazione sociale e politica a compiere un’incisiva inversione di rotta. 

 Forse, siamo ancora in tempo per riflettere e correggere. 

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Fonte: Il Fatto Quotidiano, Giovedì 2 Luglio 2026

... la Costituzione ...

L'alleanza per la Costituzione senza la Costituzione. 

 Esiste questo richiamo consolatorio. Un rifugio prospettico quando mancano le parole. La Costituzione è evocata a mo' di facciata, è argomento buono per tutte le stagioni. Negli anni è diventata una pièce teatrale, un monologo da recitare con tono ampolloso, un oggetto di antiquariato da collezionare. Insomma è la più bella del mondo, ma nulla più di questo. Il motivo è semplice. Da qualche decennio la Costituzione non è più in vigore. I suoi canoni non ordinano più la nostra collettività che si muove seguendo altre tracce esistenziali e politiche. Il riferimento continuo alla Carta diventa così esercizio di maniera, un rimbombo retorico impercettibile per quelle masse ancora incatenate al territorio e poco avvezze alla letteratura intimista e autocompiaciuta del progressismo adolescenziale, sempre così affascinato della propria catechesi moraleggiante. Non c'è più Costituzione perché quella serie di articoli non voleva comporre un culto asfittico o un'orazione assembleare. La grande novità storica che la Carta interpretò alla perfezione risiedeva nel riconoscimento della lotta di classe quale motore della democrazia. Le libertà positive si agganciavano a quelle negative, tipicamente liberali, per far scorgere all'orizzonte pennellate di socialismo. Lo Stato rimuove gli ostacoli posti dall'ingiustizia congenita al sistema capitalista. L'iniziativa economica individuale ha la strada sbarrata di fronte all'utilità sociale. Il lavoro è un diritto effettivo promosso dalla sfera pubblica. Pronunciati così, questi postulati costituzionali, sembrano oggi fantascienza. Già perché non può esservi alcuna rimozione degli ostacoli quando il pareggio di bilancio impone spending review. Non c'è alcuna utilità sociale nella libera circolazione dei capitali o quando si vogliono attirare investitori esteri. E non c'è lavoro se la piena occupazione è sottoposta al funzionamento di un mercato "fortemente competitivo", così come statuiscono Maastricht e Lisbona. La nostra nuova Costituzione economica, eretta dalla rivoluzione civile del 1992 e sigillata da Mani Pulite, pretendeva la socializzazione dell'individualismo concorrenziale. E da allora la Presidenza della Repubblica protegge in via sovversiva quell'assetto. Che è anticostituzionale. Quindi, per carità, è sempre bene difendere ciò che resta della Carta dagli ultimi assalti eversivi della nostra infima classe dirigente, ma la sua esposizione a baluardo programmatico di governo è involontariamente comica. Tra l'altro è altresì comico presentare un'alleanza per la Costituzione con chi ha contribuito, più di ogni altro, a distruggerla negli anni, svuotandola di ogni contenuto sostanziale. Non è un caso che a quei sabotatori, sempre poco appariscenti e così aristocraticamente presentabili, interessa principalmente una sola carica, quella di stanza al Quirinale. Il luogo nel quale si progetta da almeno trent'anni la definitiva liquefazione dei principi costituzionali. Così come desiderato dai grandi fondi di investimento internazionali, così come immaginato da vecchie logge massoniche e così come imposto dagli enti sovranazionali. La Seconda Repubblica è stata solo il braccio armato di questa conventicola. 

Ed è proprio la Seconda Repubblica che andrebbe sconfitta definitivamente. Quella sì che sarebbe un'alleanza. 


 Ferdinando Pastore.

... le dimissioni ...

Barbara Floridia e i consiglieri di opposizione si sono dimessi dalla Commissione di Vigilanza Rai. Il loro è un gesto di grande dignità che racconta meglio di qualsiasi discorso quello che è accaduto negli ultimi due anni. Due anni in cui abbiamo denunciato con tutte le nostre forze il vilipendio delle istituzioni da parte del centrodestra: un organo di garanzia del Parlamento è stato di fatto messo nelle condizioni di non poter svolgere il proprio ruolo, boicottato dalla maggioranza di governo che gli ha impedito di poter svolgere le sue funzioni e finanche di riunirsi. Non solo. Chi oggi siede a Chigi ne ha approfittato per portare avanti un'occupazione sistematica della Rai, mettendo persone di stretta fiducia in ogni snodo strategico e trasformando il servizio pubblico in un terreno di conquista politica. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: ascolti deludenti, una credibilità sempre più compromessa e un danno al servizio pubblico che sarà difficile riparare. Mai si era vista un'occupazione così capillare, così pervasiva, così spregiudicata come quella inauguratasi con l'insediamento di questo. La responsabilità politica di questo sfacelo ha un nome e un cognome: Giorgia Meloni, non ci giriamo intorno. In questi anni di continua battaglia Barbara Floridia è stata in prima linea, guidando la Commissione con la schiena dritta, difendendo le prerogative del Parlamento, il pluralismo e la dignità delle istituzioni con equilibrio, correttezza e profonda consapevolezza del proprio ruolo. Per questo voglio ringraziare pubblicamente lei, i parlamentari M5S e quelli delle altre opposizioni presenti in Commissione di Vigilanza Rai. Con le loro scelte hanno restituito dignità a un'istituzione che altri hanno tentato di svuotare e umiliare. Noi continueremo a denunciare ogni abuso. Perché la Rai non appartiene al governo di turno. Appartiene ai cittadini italiani. 


 Giuseppe Conte.

... destra pigliatutto!! ...

𝐋𝐚 𝐑𝐚𝐢 𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐩𝐫𝐢𝐠𝐢𝐨𝐧𝐢𝐞𝐫𝐢 


Il #buongiorno di Giulio Cavalli 


 La Vigilanza Rai si è sciolta da sola. Ieri si sono dimessi in blocco prima i commissari d'opposizione con la presidente Barbara Floridia (M5S), poi, poche ore dopo, anche quelli di maggioranza. Un organo di garanzia nato nel 1975 per controllare il servizio pubblico ha certificato la propria fine, e lo ha fatto con un rimpallo di accuse. La destra teneva ferma la commissione da quasi due anni. La presidenza Rai è vacante dall'ottobre 2024, da quando è saltata l'elezione di Simona Agnes, la consigliera in quota Forza Italia: per eleggerla serve la maggioranza dei due terzi, e allora i suoi hanno smesso di presentarsi. Nemmeno il richiamo di Sergio Mattarella al pieno funzionamento degli organi di garanzia ha smosso qualcosa. Le dimissioni sono arrivate ieri, alla vigilia dei palinsesti autunnali che oggi vanno in scena ad Ancona. E i palinsesti raccontano il resto: Report rientra solo dall'8 novembre, Via dei Matti n.0 di Stefano Bollani sparisce fino a dicembre, la lista degli addii resta lunga. Intanto l'European Media Freedom Act, in vigore dall'8 agosto 2025, resta disatteso, e sull'Italia pende una procedura d'infrazione. Al Senato la maggioranza lavora intanto al ddl Gasparri, per eleggere il presidente Rai a maggioranza semplice: tolto l'ultimo ostacolo, resta il pieno controllo. Meglio che questa commissione non riapra: era già un'arma della maggioranza di turno, il fiato sul collo dei dirigenti più che una garanzia. 

La destra si prende la Rai senza fare prigionieri, ora è plasticamente sotto gli occhi di tutti, e intanto chiama pluralismo la stanza che ha appena svuotato.

giovedì 2 luglio 2026

... tiro al bersaglio!! ...

Chiariamo subito una cosa: non c’è una sola indagine, inchiesta o dossier che contenga il nome di Giuseppe Conte come indagato per ipotesi di illecito. Niente. Zero. Le volte in cui il presidente è stato sentito dai magistrati ha sempre risposto alle domande e non ne è mai derivata alcuna contestazione nei suoi confronti. Per quanto avversari e detrattori si impegnino, non troverete mai il nome del presidente Conte accostato ad accuse o procedimenti per fatti illeciti. E allora cos’è questa storia della Commissione Covid? Per noi è una provocazione. Un tiro al bersaglio politico. Vogliono mettere Giuseppe Conte al centro di una continua esposizione mediatica, provocarlo, incalzarlo, logorarlo, infangarlo sul piano politico. Sperano così, da un lato, di fargli perdere la calma e, dall’altro, di alimentare un certo consenso tra chi ha costruito in questi anni una narrazione ostile sulla gestione della pandemia. Non vediamo altre ragioni che giustifichino questo accanimento. Per questo pensiamo che la Commissione Covid, così com’è stata impostata e con una maggioranza a guida Fratelli d’Italia, rischi di trasformarsi più in una sceneggiata politica contro il M5S che in uno strumento di approfondimento serio. E il presidente Conte fa bene non solo a ribadire che non teme nessuna audizione, ma anche a tutelarsi nelle sedi opportune contro chi diffonde falsità sul suo conto. E una cosa simile vogliono fare con Scarpinato e De Raho: usare le istituzioni come clava per colpire gli avversari politici. Evidentemente, davanti al nulla cosmico del governo Meloni, si sono dati alla delegittimazione. 

Non hanno capito che la storia e l’integrità di certe persone rendono questi tentativi assolutamente inconsistenti. 

 Barbara Floridia.
Dimissioni storiche alla Vigilanza Rai: l’opposizione se ne va in blocco! Una mossa senza precedenti nella storia repubblicana. Dopo oltre un anno e mezzo di paralisi totale voluta dalla maggioranza, con la destra che boicotta le sedute per puro ricatto politico, la nostra Barbara Floridia, presidente della commissione, ha detto basta: “Non ha più alcun senso presiedere una Commissione ormai svuotata delle proprie funzioni, tenuta artificialmente in vita dalla maggioranza solo per fornire una foglia di fico a decisioni che vengono prese altrove, dal Governo, sulle spalle di milioni di cittadini che ogni anno pagano il canone”. Grazie Barbara per questo gesto di dignità e responsabilità. Hai provato a denunciare, a insistere, a far funzionare la Commissione. Hai dato un segnale forte contro chi impedisce il controllo parlamentare sul servizio pubblico. Il governo Meloni continua a trattare la Rai come una prebenda personale, a svuotare le istituzioni, a rendere impossibile qualsiasi forma di vigilanza democratica. Non bastava trasformare la Rai in TeleMeloni, la destra ora ha pure ucciso la Vigilanza. Vergogna! 

 Marco Croatti.

... 5 anni dopo ...

Quasi 200 miliardi di euro. Negoziati e ottenuti in Europa dal Presidente Conte e dal M5S lottando con le unghie e con i denti. Era la più grande occasione della storia repubblicana: il PNRR doveva garantire asili nido in ogni quartiere per non costringere le donne a scegliere tra lavoro e maternità, Case di comunità per curare gli anziani vicino casa, treni moderni per unire il Nord al Sud e incentivi per la transizione energetica delle imprese. Ma proprio mentre si preparava a gestirlo, il governo Conte fu fatto cadere e il timone passò ad altri. E oggi, quello che doveva rappresentare il nuovo piano Marshall per l'Italia si è tramutato nel peggior fallimento del governo Meloni. Abbiamo perso il treno, e non si tratta dell'ennesimo ritardo alla Salvini: lo abbiamo proprio perso. 5 anni dopo, i progetti conclusi sono solo il 36%: uno su tre. E nonostante ciò, solo grazie al PNRR il Paese non è ancora in recessione. Basta guardare l'Italia di oggi per capire il disastro. Una sanità allo stremo dove quasi 6 milioni di cittadini rinunciano a curarsi per liste d’attesa infinite e le poche Case di comunità restano scatole vuote senza personale. Le infrastrutture al collasso, con un servizio ferroviario regolare appena sei giorni al mese tra guasti e continui disagi, mentre il carovita morde con l'inflazione risalita al 3,2% e gli stipendi fermi al palo. L'industria in ginocchio dopo tre anni di calo della produzione, affossata dalla burocrazia di "Transizione 5.0", trasformata da volano di sviluppo a palude che mette a rischio le imprese. Non hanno semplicemente gestito male i fondi, hanno tradito la missione del PNRR, trasformando la più grande opportunità di rilancio della Repubblica in chiacchiere da campagna elettorale. Hanno scelto di fare propaganda anziché cambiare la vita delle persone e il conto, salatissimo, lo stanno pagando gli italiani. 


 Chiara Appendino.

... paura di perdere!! ...

𝐒𝐞 𝐜𝐚𝐦𝐛𝐢 𝐥𝐞 𝐫𝐞𝐠𝐨𝐥𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐯𝐢𝐧𝐜𝐞𝐫𝐞, 𝐞̀ 𝐩𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞́ 𝐡𝐚𝐢 𝐩𝐚𝐮𝐫𝐚 𝐝𝐢 𝐩𝐞𝐫𝐝𝐞𝐫𝐞 


Il #buongiorno di Giulio Cavalli 


 Cinque milioni e ottocentomila italiani nel 2024 hanno rinunciato a una visita o a un esame, un milione e trecentomila più dell'anno prima: lo certifica l'Istat. Gli stipendi reali, dice l'Ocse, sono gli unici tra i grandi paesi a valere meno di trent'anni fa, sotto del 7,5% rispetto al 2021. Il 1° luglio il Ministero della Salute ha segnato 25 città da bollino rosso per il caldo, mentre il mondo brucia di guerre. E il governo Meloni, in mezzo a tutto questo, ha una sola ossessione: la legge elettorale. Il 26 giugno il testo che le opposizioni chiamano Melonellum è arrivato alla Camera, il voto è slittato al 14 luglio. Ufficialmente per il disagio dei treni della settimana prossima, che è già una confessione: la maggioranza passa le notti nei palazzi a spartirsi la riforma e dà la colpa alle Ferrovie. Dentro la legge non c'è niente che riguardi chi vota. Liste bloccate, nessuna preferenza: gli eletti continuano a sceglierli le segreterie. C'è invece il premio di maggioranza, 70 seggi in più alla Camera e 35 al Senato a chi supera il 42%, e il nome del candidato premier stampato sulla scheda accanto alle liste. Serve a tenersi il potere che si ha. La stampa estera l'ha vista subito. Euronews si è chiesta se Giorgia Meloni stia ridisegnando il sistema per rieleggersi, Politico ha registrato le accuse di un voto inclinato a proprio favore. Un giudizio che qui dentro nessuno pronuncia ad alta voce. Cinque milioni di italiani hanno rinunciato a curarsi. La maggioranza la poltrona se la tiene stretta, e la legge del 14 luglio serve a questo.