giovedì 7 maggio 2026

... mitico SANCHEZ!! ...

Il premier spagnolo Pedro Sánchez ha fatto qualcosa che né l’Italia né nessuno in Europa ha avuto il coraggio di fare. Poco fa Sánchez ha formalmente chiesto alla Commissione Europea di attivare lo Statuto di Blocco per rendere immediatamente inefficaci sul territorio europeo le sanzioni americane nei confronti della relatrice Onu per i territori palestinesi occupati e dei magistrati dell’Aja che hanno messo sotto processo il governo israeliano. 
Quello che avrebbe dovuto fare la sedicente sovranista Giorgia Meloni verso una sua cittadina coraggiosa, lo ha fatto ancora una volta Sánchez. Con parole che inorgogliscono solo chi è spagnolo: 

“La Spagna non tace e non guarda dall’altra parte. Siamo davanti a un momento decisivo per il diritto internazionale. Da mesi vengono imposte sanzioni contro giudici e procuratori della Corte Penale Internazionale e contro la relatrice speciale delle Nazioni Unite per la Palestina, Francesca Albanese. Sanzioni per aver svolto il proprio dovere. Sanzioni per aver difeso il diritto internazionale di fronte al genocidio a Gaza. Sono misure dalle conseguenze molto concrete: conti bloccati, restrizioni alla libertà di movimento, isolamento professionale. In altre parole: impedire che svolgano il loro lavoro in modo indipendente. L’Unione Europea deve smettere di restare a braccia conserte davanti a questa persecuzione. Per questo, oggi, chiediamo alla Commissione Europea di attivare lo Statuto di Blocco, affinché queste misure abusive non abbiano effetto in Europa. Va fermata ogni minaccia contro chi combatte le atrocità che si stanno commettendo in Palestina. Mentre alcuni tentano di demolire con la forza l’ordine internazionale, la Spagna continuerà a difendere i diritti umani e le persone e le istituzioni che lavorano perché siano rispettati”. 

Menomale che oggi, in questo mondo che rotola al contrario, esiste uno statista del calibro e dello spessore umano e politico di Pedro Sánchez. 

Lorenzo Tosa

... scintille in famiglia!! ...

𝐋𝐚 𝐜𝐚𝐮𝐬𝐚 𝐝𝐢 𝐍𝐨𝐫𝐝𝐢𝐨 𝐞̀ 𝐮𝐧 𝐦𝐞𝐬𝐬𝐚𝐠𝐠𝐢𝐨 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐟𝐚𝐦𝐢𝐠𝐥𝐢𝐚 𝐁𝐞𝐫𝐥𝐮𝐬𝐜𝐨𝐧𝐢. 𝐃𝐞𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐚𝐥𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐥𝐞 𝐬𝐜𝐮𝐬𝐞 𝐬𝐢 𝐜𝐡𝐢𝐞𝐝𝐨𝐧𝐨, 𝐞 𝐬𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐚𝐫𝐫𝐢𝐯𝐚𝐧𝐨 𝐬𝐢 𝐩𝐚𝐠𝐚 

Il #buongiorno di Giulio Cavalli 

 Il ministro della Giustizia porta in tribunale l'emittente del proprio alleato di governo. La vicenda che genera la mossa - la grazia a Nicole Minetti, la puntata di Cartabianca, le scuse di Ranucci e il silenzio di Berlinguer - è già nota. Quello che vale capire è altro: perché il bersaglio è Mediaset e non Sigfrido Ranucci. Ranucci si era scusato. Bianca Berlinguer no. Fin qui la cronaca. Solo che Berlinguer non lavora per una televisione qualsiasi: Mediaset è la rete di Piersilvio Berlusconi e Marina Berlusconi, eredi diretti di Silvio Berlusconi, fondatore del partito alleato che siede nel governo. Colpire Mediaset significa mandare un messaggio alla famiglia che controlla Forza Italia, che ha i voti che tengono in piedi l'esecutivo. Secondo Il Fatto Quotidiano, gli uffici del ministero hanno trattato con alti dirigenti di Mediaset, a loro volta in contatto con Piersilvio, nelle ore prima dell'annuncio. La causa era preceduta da una trattativa. Il messaggio era già scritto: le scuse si chiedono, e se non arrivano si va in tribunale. Lo scontro tra Meloni e i Berlusconi covava da tempo. Il caso Minetti ha incrinato qualcosa: Mediaset aveva ospitato Ranucci, Meloni aveva parlato di «spettacolo indegno», FdI aveva ricevuto indicazione di disertare le trasmissioni del Biscione. Nordio ha premuto sul nervo che c'era già. La sede civile, dove basta il danno all'immagine, è scelta con cura. Il risarcimento andrà in beneficenza: il gesto è sobrio, il messaggio no. 
Dentro la coalizione, le scuse non sono un atto di cortesia. Sono una dichiarazione di fedeltà.

... tempo di rimpianti!! ...

DA BERLINGUER A SCHLEIN E TANTI ALTRI.. 


Non è stata una fusione, è stata un’annessione silenziosa, un’evaporazione programmata nei laboratori del potere. Un lento, elegante suicidio assistito compiuto nei salotti dove il rosso delle bandiere si è sbiadito fino a diventare un rosa pallido, buono appena per le tappezzerie dei ministeri. Siamo partiti dalla sobrietà di Enrico, da quella questione morale che era un modo di stare al mondo e un’idea di dignità, per arrivare a una sinistra che ha scambiato il conflitto sociale con l'armocromia e la difesa del lavoro con le slide dei tecnocrati. In mezzo c’è il disastro di un’operazione chirurgica mal riuscita: l'innesto degli ex democristiani che non si sono limitati a entrare in casa, ma hanno letteralmente fagocitato il partito, portando con sé il vizio atavico del compromesso senza principi. Hanno inventato la formula magica del "centro-sinistra", un contenitore vuoto dove la sinistra ha smesso di essere il motore del cambiamento per diventare il vagone di coda di un centrismo annacquato di destra. Sotto la guida di questi nuovi gestori del consenso, si è consumato il tradimento più profondo: una negoziazione permanente al ribasso sulla pelle e sul benessere delle persone. In nome di una presunta "governabilità", hanno barattato i diritti dei lavoratori con la flessibilità selvaggia e lo stato sociale con le compatibilità di bilancio. È stata una lenta ritirata strategica dove, a ogni passo indietro, si rassicuravano i mercati e si abbandonavano le periferie, trasformando la politica in una gestione burocratica dell’esistente che ha tolto speranza a chi non ha voce. Questa mutazione antropologica, guidata da una classe dirigente che ha inseguito il neoliberismo con lo zelo dei neofiti, ha creato un vuoto pneumatico di rappresentanza. Hanno chiamato "progresso" lo smantellamento delle tutele e "modernità" la precarietà esistenziale, spianando di fatto un’autostrada alla rabbia e alla frustrazione. È in questo deserto di idee e di anima che si è preparato il terreno per l'ascesa di questa destra post-fascista: la colpa storica di una sinistra fagocitata dal centro è stata quella di aver offerto su un piatto d'argento il monopolio della protezione sociale a chi oggi ne usa la retorica identitaria per nascondere il vuoto. Oggi resta una sinistra che corre affannata dietro ai sondaggi, guidata da volti che sembrano usciti da un casting pubblicitario, incapaci di ritrovare il contatto con la terra e con il dolore reale. Eppure, pur tra mille emozioni di disprezzo per questo mortificante percorso politico, la gente si ritrova costretta a fare il tifo per l'attuale tentativo (sincero?) di rintracciare qualche valore di sinistra. È una scelta di campo amara, quasi obbligata, ma questa precaria impalcatura politica che si ha davanti è l’unica diga al momento disponibile per le persone, l’unico argine che si frappone tra il Paese e il ritorno dei fantasmi del fascismo. Alla gente tocca fare il tifo, quasi per legittima difesa, in attesa che una sinistra vera, quella che oggi non ha voce né rappresentanza, riesca finalmente a crescere e a conquistare l’attenzione di una popolazione stanca, delusa e che non sa più dove sbattere la testa. 

Buona fortuna a chi ci prova, a chi ci spera e a chi ci crede, ne ha bisogno il Paese. 

Mauro David.

mercoledì 6 maggio 2026

... Hannah Natanson ...

La giornalista del The Washington Post Hannah Natanson è stata minacciata, trascinata in tribunale e ha visto l'FBI perquisire casa sua all'alba, sequestrandole telefono, computer e strumenti di lavoro. Non era l'indagata. Era la giornalista. La sua "colpa" sarebbe questa: aver raccontato come l'amministrazione di Donald Trump, con Elon Musk e il progetto DOGE, volesse smantellare lo Stato dall'interno. Tagli, epurazioni, licenziamenti via mail comunicati all'improvviso, agenzie svuotate, servizi pubblici indeboliti, migliaia di lavoratori espulsi e la macchina pubblica trasformata in un laboratorio ideologico. Quel lavoro, costruito con oltre mille fonti federali, protette e ascoltate, oggi ha vinto il Pulitzer Prize per il Public Service, il riconoscimento più importante del giornalismo americano. Il Pulitzer ha premiato proprio questo: aver squarciato il velo di segretezza sulla demolizione del governo federale, raccontandone con precisione il caos e le conseguenze reali e tangibili sulla vita di milioni di persone. 

Mentre il potere intimidiva, lei indagava. 
Mentre cercavano di spaventarla, lei continuava a pubblicare. 
Mentre provavano a zittirla, il suo lavoro faceva luce. 

Il giornalismo non è un crimine. 
Il giornalismo è luce nel buio. 

Testo di Roberto Saviano 

 Paolo Ranzani.

... Valditara delira! ...

Valditara nell’ultima delirante intervista rilasciata a Libero attacca “gli antifa”, sostenendo che sono “intolleranti come lo erano i comunisti". E poi parla di incompatibilità tra chi in questi mesi ha animato le piazze italiane contro il genocidio in Palestina e quelle del 25 aprile o del 1° maggio con la nostra costituzione. Ovviamente si tratta dell’ennesimo tentativo di revisionismo storico. Valditara non soltanto sa benissimo che in Italia i comunisti hanno partecipato alla Resistenza e scritto quella Costituzione che il suo governo vorrebbe stravolgere. Ma sa anche che i movimenti attuali vivono di esperienze e riflessioni che in larga misura travalicano le esperienze e le sconfitte del Novecento. Quello che si vuole attaccare con questa propaganda - e, soprattutto, bloccare coi decreti sicurezza - è una grande massa di persone che finalmente ha deciso di rimettere in discussione un ordine sociale fondato sul privilegio, sulla diseguaglianza, sulla progressiva cancellazione dei diritti faticosamente conquistati. Si usano i fatti del passato come spettri per distrarre le persone da una vita sempre più precaria, da un’inflazione devastante, dal collasso dei servizi pubblici. In questo quadro arriviamo all’assurdo di evocare le morti di Gobetti, Matteotti e Rosselli come strumento per attaccare l’antifascismo contemporaneo. Gobetti morì nel 1926 in esilio a Parigi per le conseguenze delle percosse dei fascisti; Matteotti fu rapito e assassinato nel 1924 da una squadraccia legata al regime dopo aver denunciato in Parlamento le violenze e i brogli elettorali; Rosselli venne ucciso nel 1937 in Francia da sicari legati a gruppi dell’estrema destra francese in collegamento con l’apparato fascista italiano. 

 La verità è che se Gobetti, Matteotti e Rosselli fossero qui sarebbero a lottare contro gli eredi politici di quelli che li hanno ammazzati, contro questo governo e le sue politiche liberticide e classiste.

... chi semina vento ...

𝐂𝐡𝐢 𝐬𝐞𝐦𝐢𝐧𝐚 𝐯𝐞𝐧𝐭𝐨: 𝐆𝐢𝐮𝐥𝐢 𝐞 𝐥'𝐚𝐫𝐢𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐡𝐚 𝐜𝐫𝐞𝐚𝐭𝐨 


Il #buongiorno di Giulio Cavalli 

 Benedetta Fiorini è già stata deputata di Forza Italia poi passata alla Lega, senza precedenti nel settore cinematografico, nel CdA di Enac e appena eletta in quello di Eni. Fino a poche settimane fa era nella sottocommissione del Ministero della Cultura che ha bocciato i 131.000 euro chiesti dal film "Tutto il male del mondo" su Giulio Regeni. Ieri mattina al Quirinale il ministro Giuli ha definito quella bocciatura «un'inaccettabile caduta». Ha promesso «mai più». Giuste parole, per chi ha firmato la nomina. Funziona così: i corpi intermedi imparano a leggere l'aria. La stessa Meloni aveva parlato di "filmopoli del PD". Speranzon (FdI) aveva dichiarato finita la pacchia dei «film inutili coi soldi dei contribuenti». Donzelli scriveva di «mangiatoia» e «case amiche della sinistra». In quel clima nessuna direttiva serviva. Ginella Vocca, unica ad aver dichiarato la propria opposizione nella sottocommissione, si è dimessa scrivendo di essersi «fermamente opposta». Con lei hanno lasciato Paolo Mereghetti e Massimo Galimberti. Nella stessa sessione: un milione al biopic su Gigi D'Alessio, 800.000 a un film di Pingitore. È lo stesso meccanismo che ha prodotto il monologo di Scurati cancellato all'ultimo minuto dalla Rai e la notizia del treno di Lollobrigida data da RaiNews24 solo dopo che il comitato di redazione aveva scritto una nota di protesta. Nessun ordine scritto. Solo l'aria. Giuli si duole. Ma è la stessa aria che il suo governo ha respirato con soddisfazione, presentando ogni finanziamento alla cultura come un furto. Chi semina vento raccoglie tempesta e la chiama «mai più».

... trovo ributtante! ...

So bene che tutto questo non serve a nulla e che le cose continueranno ad andare come devono andare, cioè male. Tuttavia, non so se voi condividete con me il fastidioso disagio e la sensazione di rabbia impotente che provo ogni qual volta giungono immagini sull’orgia di rabbiosa violenza che lo Stato ebraico e il suo governo da oltre due anni stanno perpetrando ai danni di quanti, verosimilmente, ritengono essere i nuovi “untermenschen”. L’esercito che si autodefinisce “il più morale del mondo” invade, occupa, distrugge, perseguita in nome del suo diritto di esistere, negando ad altri quello di vivere. Accanto a quelli in uniforme altri e non pochi cittadini di etnia e religione ebraica (entrambe le definizioni sono sottolineate proprio da quel governo) sono lasciati liberi di uccidere, devastare e rapinare altri uomini da essi stessi ritenuti appartenenti ad un’etnia inferiore o che professano un credo blasfemo. Trovo ributtante spintonare una suora e, una volta a terra, tornare indietro e prenderla a calci. Trovo ributtante picchiare e dileggiare per la via religiosi cristiani. Trovo ributtante radere al suolo interi villaggi in un paese straniero e sovrano. Trovo ributtante sparare sulle ambulanze, falciare gente disarmata che si arrende e costringere più di un milione di persone a sopravvivere tra topi e fame, negando anche la pietà di cercare e seppellire i propri morti. Trovo ributtante che un ministro di quel governo auspichi che in Libano rimanga in piedi qualche villaggio in modo che il proprio figlio possa, a tempo debito, divertirsi a distruggerli e ad uccidere altri esseri umani deprivandoli di ogni speranza. Trovo ributtante che un altro ministro si batta per portare un popolo “all’età della pietra”. Trovo ributtante che un terzo ministro festeggi il proprio compleanno con una torta dove al posto degli auguri la gentile consorte ha fatto disporre una forca di zucchero per ringraziarlo di aver fatto approvare una legge sulla pena di morte per i non appartenenti al popolo eletto. Trovo ributtante far vivere milioni di persone nella paura e continuare a sostenere che lo si faccia anche per me, per salvaguardare la mia civiltà e i valori della democrazia. Ma chi ve ne ha dato il diritto? Chi vi ha autorizzato a parlare anche in mio nome? Per questo trovo ancora più ributtante che il mio paese, il mio governo, il mio parlamento e quelli dell’Unione di cui facciamo parte accettino ancora di avere qualsiasi forma di relazione e collaborazione con questo stato palesemente volto al male. Lasciarli andare per la loro strada non è conveniente? Non è opportuno? Pazienza, ma questo silenzio che avvolge il loro agire ci rende complici e questo si che non è né conveniente, né opportuno. 


Gen. Paolo Capitini