lunedì 31 agosto 2026

... fine mese ...

... una rapina elogiata!! ...

𝐈𝐥 𝐩𝐞𝐭𝐫𝐨𝐥𝐢𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐕𝐞𝐧𝐞𝐳𝐮𝐞𝐥𝐚 𝐞 𝐥𝐚 𝐥𝐢𝐬𝐭𝐚 𝐝𝐢 𝐜𝐡𝐢 𝐜𝐡𝐢𝐚𝐦𝐨̀ 𝐝𝐞𝐦𝐨𝐜𝐫𝐚𝐳𝐢𝐚 𝐮𝐧𝐚 𝐫𝐚𝐩𝐢𝐧𝐚 


Il #buongiorno di Giulio Cavalli 


 Sarebbe bastato ascoltarlo. «We're going to run the country», il Paese lo gestiamo noi, disse Donald Trump il 3 gennaio, poche ore dopo che i suoi avevano rapito Nicolás Maduro dal letto. Ora sappiamo che cosa voleva dire, perché venerdì Washington si è presa il controllo di maggioranza su oltre 65 miliardi di barili venezuelani, "il più grande accordo petrolifero della storia", dice sornione Trump: un quinto del greggio del Paese che ne ha più di tutti. Usiamo bene le parole: rapina a mano armata con sequestro di persona, visto che il blitz ha lasciato 80 morti a Caracas secondo il New York Times, visto che il presidente sta in cella a Brooklyn e visto che dopo otto mesi manca la data delle elezioni. È il metodo Trump ma è anche il metodo Netanyahu e il metodo Putin, tutti convinti che il cortile del vicino sia casa loro. Così l'imperialismo criminale smette di nascondersi, anzi si intesta il bottino con tanto di firma. E ricordiamoci stretti quelli che chiamavano tutto questo "democrazia". Il 4 gennaio Palazzo Chigi raccontava la telefonata di Giorgia Meloni con María Corina Machado: l'uscita di Maduro apriva "una nuova pagina di speranza" per i venezuelani che sarebbero tornati "a godere dei principi base della democrazia e dello Stato di diritto". Antonio Tajani a Rtl 102.5 spiegava che «è legittimo l'intervento statunitense», e Giuliano Ferrara sul Foglio la chiamava "amputazione chirurgica di un arto infetto". Intanto anche Machado dal primo agosto sta fuori dal tavolo della transizione. I principi base dello Stato di diritto, insomma, sono il pieno che costa meno agli automobilisti americani. 
E i difensori di quell'imperialismo sono qui, tra noi.

... una NON - SINISTRA!!! ...

C’è un’idea interessante, quasi estetica, nel fallimento della sinistra italiana. Qualcosa che ha la grazia di un suicidio assistito, ma fatto con il sorriso a trentadue denti e la cravatta sottile da rottamatore. Prendete la matita e appuntatevi due numeri. Anno 2014, Elezioni Europee: il Partito Democratico prende il 40,81%. Undici milioni e duecentomila voti. Un’estasi. Il popolo si inchina al giglio magico, all'uomo delle riforme bold e della modernità a chilometro zero. Ottanta euro in tasca e il mondo ai nostri piedi. Poi succede la magia. Arrivano le politiche del 2022. Quello stesso PD stacca un misero 19,07%. Cinque milioni e trecentomila voti. Tradotto in italiano corretto: 5.847.051 italiani hanno preso la porta e sono scappati. Più di cinque milioni e ottocentomila persone che avevano creduto alla narrazione del "nuovo corso" e che, dopo aver assaggiato il Jobs Act, le privatizzazioni felici, lo smantellamento delle tutele e il neoliberismo con la spilla d'ordinanza sulla giacca, si sono svegliate dal sogno con una solenne e sonora arrabbiatura. Un’intera regione d'Italia che dice: "Sapete cosa c’è? Andate a quel paese". L'intero schieramento di centrosinistra ha bruciato strada facendo oltre 5,2 milioni di voti, crollando dal 45,78% a un malinconico 26,13%. E mentre a sinistra si celebrava la liturgia del disastro, il centrodestra cosa faceva? Stava alla finestra a raccogliere i premi. Da quei 8,6 milioni di voti del 2014 (32,32%), si è ritrovato a quota 12,3 milioni nel 2022 (43,79%). Più 3,65 milioni di voti guadagnati. Più undici punti e mezzo di percentuale presi di rimbalzo, senza manco doversi sforzare troppo. È bastato stare fermi e guardare la sinistra che si cannibalizzava in nome del mercato. Ora, una persona comune, dotata del minimo sindacale di intelletto, di fronte a un simile disastro direbbe: "Forse abbiamo sbagliato analisi. Forse aver fatto la destra meglio della destra non è stata un'idea geniale". E invece no. Loro cosa fanno? Si mettono a progettare il Campo Largo. E verso chi spalancano le braccia? Ma certo! Verso il padre nobile di questa disfatta. Il pifferaio magico che ha polverizzato sei milioni di consensi: Matteo Renzi. Se oggi non è ancora ufficialmente seduto al tavolo è solo perché c'è Conte che si oppone e fa muro, ma l'intenzione di aprirgli la porta è chiarissima. E in tutto questo teatrino, dove sono i duri e puri della sinistra ecologista e radicale? Dove sta Alleanza Verdi e Sinistra? Stan lì. Con la testa ricurva, il cappello in mano e lo sguardo basso. Pronti ad aprire a Renzi pur di non scontentare il Nazareno, svolgendo con devozione francescana la loro storica e naturale funzione biologica: fare i portatori d’acqua al PD. Protestano un po' a favore di camera, fanno la smorfia, e poi si allineano. Obbedienti. Ma allora la domanda sorge spontanea, quasi filosofica: Ma sono stupidi? O lo fanno apposta? Perché vedete, l'incapacità pura ha un limite. La stupidità prima o poi inciampa per sbaglio in una scelta giusta. Qui siamo oltre. Qui c'è una vocazione. L'ipotesi è che non siano affatto stupidi. Hanno un compito preciso, una missione quasi liturgica: la neutralizzazione preventiva dell'alternativa. Il loro ruolo sociale non è vincere, né tantomeno cambiare le cose. Il loro compito è recintare il dissenso. Occupare lo spazio a sinistra per impedire che nasca qualcosa di autenticamente rottamante e pericoloso per i salotti che contano. Servono a rassicurare i mercati, a dire: "Tranquilli, l'opposizione siamo noi, non faremo niente di male". Fanno finta di essere l'alternativa per garantire che nulla cambi mai davvero. È la sinistra da passerella: severa nei principi, elegantissima nelle sconfitte, e rigorosamente servile nei fatti. Un capolavoro di masochismo programmatico. 


 Mauro David.

- TB 097 - TB 098 ...

domenica 30 agosto 2026

... lobotomizzati!!! ...

Ma quando davanti alla sofferenza di un uomo, di un padre e di un marito, riesci a sorridere e a scrivere “meno uno”, allora non sei più davanti al semplice dissenso politico. Sei davanti a qualcosa di molto più misero. Perché puoi odiare le sue idee. Puoi detestare la sua politica. Puoi considerarlo un avversario, puoi criticarlo, attaccarlo, contestare ogni sua parola. Ma gioire perché un essere umano sta male significa avere già perso qualcosa di fondamentale: la dignità, l'umanità, la coscienza. E forse la cosa più triste è che nemmeno ve ne rendete conto. Siete stati talmente riempiti di odio da non riuscire più a distinguere un avversario da un nemico. Un odio inculcato giorno dopo giorno da chi ha fatto dell'ignoranza uno strumento di consenso, trasformando il rancore in voti, i nemici in consenso e il consenso in poltrone. E voi, lobotomizzati da questo odio, siete arrivati al punto di festeggiare davanti alla sofferenza. Che miseria. La miseria di chi non ha più nulla da perdere perché ha già perso tutto quello che conta davvero. Ha perso la capacità di provare compassione. Ha perso il rispetto per la vita. Ha perso la dignità di distinguere la politica dalla barbarie. E allora continuate pure a scrivere “meno uno”. Continuate a sorridere. Continuate a sentirvi superiori perché qualcuno che non la pensa come voi sta attraversando un momento drammatico. Ma ricordatevi una cosa: quel “meno uno” non racconta nulla di Di Battista. Racconta tutto di voi. Racconta chi siete diventati. Perché una persona può essere ignorante, arrogante, presuntuosa, politicamente distante da noi quanto vogliamo. Ma davanti alla sofferenza rimane un essere umano. E se questo concetto vi è diventato incomprensibile, allora il problema non è più politico. È umano. Si possono combattere le idee senza desiderare la morte di chi le sostiene. Si può essere avversari senza diventare bestie. Si può essere lontanissimi politicamente senza perdere la propria umanità. Il vero dramma è che alcuni hanno talmente bisogno di sentirsi dalla parte giusta da non accorgersi di essere diventati esattamente ciò che dicono di combattere. Non avete vinto nulla. Non siete più forti. Non siete più intelligenti. Non siete più civili. Siete soltanto diventati l'ennesima dimostrazione di quanto l'odio, quando viene coltivato abbastanza a lungo, riesca a svuotare una persona fino a lasciarle dentro soltanto il rancore. E davanti alla sofferenza di un uomo, di un padre e di un marito, io non riesco a sorridere. Voi sì. E questa è la differenza. 

Vincenzo San 


 Comitato di cittadini attivi e democratici in difesa della Costituzione

... una "poltiglia autoritaria" ...

Ormai non hanno più paura di niente. I sorci stanno uscendo dalle fogne. E forse è arrivato il momento di smettere di considerare certi segnali come episodi isolati, folkloristici o semplicemente "folle nostalgiche". Perché, messi tutti insieme, quei segnali cominciano a delineare qualcosa di molto più inquietante. La libertà e la democrazia non sono mai conquistate una volta per tutte. Vanno difese ogni giorno. E soprattutto vanno difese quando qualcuno comincia a considerarle un ostacolo da aggirare in nome dell'ordine, della sicurezza o di una presunta volontà popolare. Noi siamo abituati a immaginare il cambio di regime come qualcosa che avviene improvvisamente: i carri armati nelle strade, il Parlamento chiuso, la sospensione della Costituzione, un colpo di Stato in piena regola. Ma oggi, nel mondo occidentale, difficilmente funzionerebbe così. Il nuovo autoritarismo è molto più subdolo. Non arriva necessariamente con i militari nelle piazze. Può avanzare lentamente, attraverso una poltiglia autoritaria, metodica e viscida, che si insinua progressivamente nelle istituzioni e nella società. Si comincia con il controllo degli apparati dello Stato e con la collocazione di uomini considerati affidabili nei punti strategici. Si continua con il condizionamento dell'informazione, con la marginalizzazione delle voci scomode, con la progressiva trasformazione del pluralismo in una contrapposizione tra "patrioti" e "nemici". Poi arrivano le leggi. Leggi presentate come necessarie per la sicurezza, per il decoro, per difendere i cittadini, ma che possono finire per comprimere progressivamente gli spazi di libertà. E arrivano le modifiche delle regole elettorali, la delegittimazione degli avversari politici, l'attacco alla stampa, il tentativo di occupare culturalmente e mediaticamente ogni spazio possibile. E soprattutto arriva la costruzione del nemico. Il migrante. L'oppositore politico. L'attivista. Lo studente. Il sindacalista. Chi protesta. Chi non si adegua. Bisogna convincere una parte della popolazione, soprattutto quella meno informata e più facilmente suggestionabile, che la libertà degli altri rappresenti una minaccia alla propria sicurezza. Ed è proprio qui che alcuni episodi recenti dovrebbero farci riflettere. Da una parte abbiamo visto una legislazione particolarmente severa nei confronti dei cosiddetti rave party: nel 2022 il Governo introdusse una specifica fattispecie penale per i raduni illegali, poi modificata durante l'iter parlamentare, prevedendo anche pene detentive e confisca dei mezzi utilizzati. Dall'altra parte assistiamo periodicamente a raduni di gruppi neofascisti nei quali compaiono camicie nere, saluti romani, richiami al fascismo e commemorazioni di Mussolini e dei gerarchi fascisti. È un fenomeno talmente evidente da essere stato oggetto, ancora nell'aprile 2026, di una specifica interrogazione al Senato. Ed è proprio questo il punto che non riesco a comprendere. Perché nei confronti di un gruppo di ragazzi che organizza un rave si può intervenire con il pugno di ferro in nome dell'ordine pubblico, mentre nei confronti di chi celebra il fascismo, indossa la camicia nera, fa il saluto romano e commemora il regime si assiste troppo spesso a una sorta di normalizzazione, quando non addirittura a una tolleranza che lascia sconcertati? La questione non è difendere i rave party. La questione è molto più seria: è la coerenza con cui uno Stato democratico applica le proprie regole. Se una manifestazione costituisce un pericolo concreto per l'ordine pubblico, la legge deve intervenire. Ma la stessa fermezza deve valere quando vengono esibiti simboli, rituali e comportamenti che richiamano esplicitamente l'ideologia fascista e la sua storia. Perché non può esistere una democrazia nella quale la libertà viene difesa soltanto quando a essere colpiti sono "gli altri". E attenzione: non sto dicendo che l'Italia sia già una dittatura. Sarebbe una forzatura. Sto dicendo un'altra cosa, molto più semplice e, proprio per questo, molto più importante: le democrazie non muoiono necessariamente con un colpo di Stato. Possono consumarsi lentamente, pezzo dopo pezzo, mentre la maggioranza dei cittadini continua a vivere come se nulla stesse accadendo. Prima si tollera un piccolo abuso. Poi si giustifica una limitazione. Poi si delegittima un giornalista. Poi si considera il dissenso un problema. Poi si costruisce un nemico. Poi si modificano le regole. E quando finalmente qualcuno si accorge che il sistema è cambiato, può essere già troppo tardi. Per questo non dobbiamo avere paura, ma dobbiamo stare con gli occhi aperti. La risposta non è la violenza, non è lo scontro di piazza, non è il fanatismo di segno opposto. La risposta è ancora una volta quella che ci hanno lasciato in eredità i padri della Repubblica: Costituzione, antifascismo, libertà di pensiero, pluralismo, indipendenza dell'informazione, separazione dei poteri e partecipazione democratica. Perché la democrazia non si difende aspettando che qualcuno la abolisca. Si difende impedendo che, giorno dopo giorno, qualcuno la svuoti dall'interno. 


 Raffaello Briguglio.

... Cuba dimenticata ...

CUBA DIMENTICATA... QUESTO NON È IL MOMENTO PER LE PREGHIERE COMODE. 



Da ieri vedo il popolo della rete inginocchiarsi, versare lacrime digitali e battersi il petto per la salute di Alessandro Di Battista. Lo ammiro e lo stimo profondamente, perché è un uomo che ha scelto di consumarsi nelle crepe del mondo anziché marcire nell'apatia. Ma guardatevi allo specchio: la vostra pietà istantanea è una truffa morale, un anestetico per liberarvi la coscienza. Dov’era la vostra devozione in questi lunghi, vergognosi anni di embargo contro Cuba? Sono certa che molti non sapevano nemmeno perché Alessandro Di Battista era lì. Mentre vi sperticate in genuflessioni da tastiera, un intero popolo, fatto di donne, vecchi e bambini, viene soffocato nell'ombra. Quella povertà, quella mancanza di medicinali essenziali, quella morte lenta non cadono dal cielo: portano la nostra firma. Siamo i servi compiacenti dell'imperialismo americano, gli alleati miseri e spudorati che voltano le spalle mentre un'intera nazione viene torturata per il solo delitto di non essersi piegata. L'inconscio collettivo dell'Occidente è malato di un'ipocrisia profonda: proiettate la vostra bontà su un singolo uomo per non dover guardare il mostro che nutrite ogni giorno con il vostro silenzio. Alessandro è forse uno strumento, una crepa nella parete attraverso cui filtra una luce scomoda, per mostrarci la statura di un popolo che abbiamo cercato di cancellare. Mentre l'Europa marciva nella sua arroganza, Cuba mandava i suoi medici in giro per il mondo, salvando vite durante le pandemie, dividendo il poco che aveva senza chiedere nulla in cambio. Ha mostrato una dignità ruvida, fatta di terra, fatica e resistenza contro la follia impietosa dell'Occidente. E noi, piccoli uomini comprati e venduti, abbiamo ripagato quella generosità con la complicità nel loro isolamento. Spero che Alessandro torni presto, con più forza e più rabbia. Non per consolarvi, ma per piantarci in faccia la vergogna di ciò che siamo: servi complici dei peggiori misfatti contro l'umanità. Risparmiate le vostre preghiere per voi stessi. Ne avete molto più bisogno voi di quel popolo che continua a resistere con coraggio e con quella dignità che avete perso. Ad Alessandro e al popolo di Cuba.... Ad Alessandro, perché possa tornare presto a far oscillare la scure della verità sul nostro torpore, a ricordarci con la solita furia necessaria da che parte sta la dignità. E a Cuba, a quel gigante fatto di scorte al lumicino, mani consumate e cuori smisurati, che continua a insegnare al mondo cosa significa restare in piedi quando intorno tutto chiede di strisciare. Che la storia vi restituisca ogni briciolo della luce che ci avete regalato nell'oscurità. Noi restiamo qui, a fare la guardia alla vergogna, aspettando di vedervi vincere insieme. 


Karima Angiolina Campanelli