lunedì 16 febbraio 2026

... l'incognita Vance ...

_____JD VANCE______ 


C’è qualcosa in JD Vance che mi colpisce – e non in senso positivo. Non è solo la politica. È la traiettoria. È la metamorfosi. -Prima di diventare vicepresidente degli Stati Uniti, Vance è stato il ragazzo dell’Ohio povero, cresciuto in una famiglia disfunzionale tra dipendenze e precarietà. Una storia dura, vera, americana fino al midollo. Con quella storia ha scritto “Hillbilly Elegy”, un memoir che racconta la povertà bianca degli Appalachi, la rabbia sociale, l’abbandono, l’illusione e la disillusione del sogno americano. Quel libro lo rese una voce critica del trumpismo nascente. Perché sì, all’inizio Vance __detestava Trump. Lo definì un pericolo, un imbroglione, persino “l’Hitler americano” in messaggi privati poi resi pubblici. Era l’uomo che vedeva nel populismo un inganno per la stessa classe sociale che diceva di difendere. Poi qualcosa cambia. Vance entra nei circuiti finanziari della Silicon Valley, -frequenta ambienti conservatori sempre più strutturati, -viene sostenuto da grandi donatori. E lentamente riscrive la sua posizione. Non più critico. Non più scettico. Diventa un convertito. E spesso i convertiti sono i più zelanti. Oggi appare politicamente innamorato di Donald Trump. Difende ogni scelta, amplifica ogni linea, incarna la versione più ideologica del trumpismo: nazionalismo economico, retorica identitaria, attacco alle élite… quelle stesse élite che lo hanno formato e lanciato. È una trasformazione che lascia interrogativi. E non perché le persone non possano cambiare idea. Possono, certo. Ma qui non sembra un’evoluzione lenta, sofferta, maturata. - Sembra un riposizionamento chirurgico. Sul piano personale, Vance è sposato con Usha Vance, avvocata di origini indiane, brillante, formata a Yale. Un matrimonio che racconta un’America mescolata, complessa, lontana da certe semplificazioni identitarie che lui stesso oggi alimenta politicamente. Anche questo crea una tensione evidente -tra biografia privata e -narrazione pubblica. Il punto non è attaccare la sua storia di riscatto. Quella merita rispetto. Il punto è un altro: __quando un uomo costruisce la propria credibilità sulla denuncia delle illusioni e poi abbraccia con entusiasmo il leader che prima definiva pericoloso, la domanda non è se abbia cambiato idea. __La domanda è perché. Ambizione? Opportunità? Calcolo? O convinzione autentica? A volte dà l’impressione di essere più trumpiano di Trump, come se dovesse continuamente dimostrare la propria fedeltà. E questo produce una sensazione di artificio. Di bronzo lucidato fino a sembrare oro. JD Vance incarna una figura nuova nella politica americana: __l’intellettuale che diventa populista, __il critico che diventa paladino, __il narratore del disagio che finisce per cavalcarlo. E forse è proprio questa la sua cifra più inquietante: non la rabbia. Non l’ideologia. Ma la capacità di adattarsi al vento senza che sembri mai muoversi. 


 Gloria F. Turacchi.

... un fastidio!! ...

𝐋𝐚 𝐂𝐨𝐬𝐭𝐢𝐭𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐟𝐚𝐬𝐭𝐢𝐝𝐢𝐨, 𝐓𝐫𝐮𝐦𝐩 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐨𝐩𝐩𝐨𝐫𝐭𝐮𝐧𝐢𝐭𝐚̀ 

Il #buongiorno di Giulio Cavalli 


Giorgia Meloni porta l’Italia dentro il “Board of Peace” voluto da Donald Trump. La formula scelta è quella dell’osservatore. Una presenza senza adesione formale al trattato, spiegano da Palazzo Chigi. Un modo per restare al tavolo evitando l’impatto diretto con l’articolo 11 della Costituzione, che consente limitazioni di sovranità solo in condizioni di parità e per finalità di pace e giustizia tra le nazioni. La premier lo aveva indicato come ostacolo. Poi, da Addis Abeba, ha annunciato la partecipazione italiana: «Siamo stati invitati come Paese osservatore» e «penso che risponderemo positivamente». L’invito è arrivato il giorno prima. La decisione è maturata in poche ore. Intanto il governo prende le distanze dalle critiche europee al progetto trumpiano e lavora per coinvolgere altri Paesi dell’Unione. La distinzione pesa. Il limite evocato è quello tecnico, come se la politica fosse un orpello. Come se, superato l’ingombro formale, l’adesione potesse diventare naturale. l’Italia quindi si siede a un tavolo costruito fuori dai meccanismi multilaterali esistenti, contribuendo a legittimare un’architettura alternativa che divide l’Europa e alleandosi di fatto con chi da mesi si adopera per distruggere il diritto internazionale. Conviene ricordarsene quando questo stesso governo vuole aprire il cantiere delle riforme costituzionali con il prossimo referendum. Se la Costituzione è percepita come un intralcio e non come una bussola, il rischio non è solo cambiare un articolo. 
È cambiare il rapporto tra il potere e il limite che lo contiene.
L’Italia di Giorgia Meloni entrerà nel cosiddetto “Board of Peace” di Donald Trump. Ma lo farà dalla porta si servizio, ufficialmente solo come “osservatore”. Che è un modo ipocrita e furbetto per fare ciò che la Costituzione esplicitamente le vieta. In un colpo solo il governo Meloni è riuscita: Ad aggirare ed eludere l’articolo 11 che impedisce all’Italia di aderire a organizzazioni internazionali, se non in condizioni - inesistenti in questo caso - di parità. A baciare la pantofola a Donald Trump e non irritarlo. Non sia mai. A sostenere un organismo neocolonialista che disporrà a proprio piacimento di ciò che resta di Gaza trasformandolo in un’occasione di speculazione per i pochi soliti noti, sulla pelle dei palestinesi. Mentre il premier spagnolo Pedro Sanchez respinge al mittente l’invito di Trump a testa altissima, la Presidente del Consiglio china il capo al boss americano e fa ciò che l’Italia fa da sempre: schierarsi dalla parte sbagliata della Storia. Senza neanche metterci la faccia. 

Da italiano, non in mio nome. 

Lorenzo Tosa.

... il Male vince sempre? ...

Ci siamo chiesti per decenni come fosse potuto accadere ciò che accadde nella Germania nazista. Ci siamo detti che c’era qualcosa di sbagliato, di malato, in una popolazione e nelle nazioni europee che avevano lasciato fare, assecondato o addirittura partecipato a tutto questo. Ci siamo ripetuti che il male era ben visibile, che gridava alle folle. Che da quel momento in poi sarebbe stato facilmente riconoscibile, e lo avremmo osteggiato e combattuto. E invece oggi sappiamo com’è successo. Perché, in forme diverse, sta accadendo di nuovo. Ora sappiamo che il male non porta necessariamente i baffetti, non ha per forza la testa rasata e non risiede in un unico individuo, leader o meno che sia. Il male è banale e spaventosamente efficace, soprattutto quando ci si abitua a viverlo come normalità. Sigmund Freud e Albert Einstein si interrogarono in un carteggio sul “Perché la guerra?”. Io aggiungerei, perché il male? I pochi Paesi che osano alzare la testa sono soggetti a ricatti e vessazioni di vario tipo. Lo stesso accade ai singoli individui. Le distrazioni di massa continuano a funzionare, sostenute da un bombardamento mediatico che dura da decenni e dalla normalizzazione della guerra e di pratiche che un tempo avremmo definito inaccettabili. Il pensiero critico sembra morto, si procede per cieco tifo, tutto bianco o tutto nero. Il mondo sta morendo, come pianeta e come comunità umana, perché ciò che resta è sempre meno umano. Pochissimi governi sono capaci di guardare appena oltre il proprio naso e di vedere il baratro verso cui ci stiamo dirigendo da tempo. Che infinita tristezza e che dolore, soprattutto per chi, come me, pensa a ciò che stiamo lasciando alle generazioni che verranno. Che eredità è questa? Che insegnamento è? 

 Giovanni Pugliese.

... post partita ...

Riflessione del lunedì mattina in una situazione disperata e con una squadra allo sbando totale senza idee e senza gioco ieri sera si e’ visto un barlume di luce che ha portato i #TH , gruppo non grandissimo ma tosto e compatto come non mai, adottare una strategia ideata in maniera strategica , acquistando i biglietti in Tribuna, in ordine sparso arrivando in uno / due e compattarsi dopo cinque minuti tutti assieme a 5 metri dalla tribuna Grande Torino e contestare pesantemente il Maiale di Masio , mentre gli Ultras stanno fuori a guardare e bere la birretta… Un grande applauso ai #TH gli unici a Torino con la vera mentalità Ultras !!! 

#Respect #TH
Milinkovic Savic, Bellanova, Darmian, Bremer, Buongiorno, Singo, Ricci, Lukic, Immobile, Lucca, Kean. Undici nomi. Undici giocatori. Undici pezzi veri. Undici che oggi, messi lì, uno accanto all’altro, fanno una squadra titolare che vale tra i 200 e i 250 milioni di euro. Non sogni, non nostalgia: valore concreto, cifre vere. E invece no. Perché questa non è una squadra: è un cimitero, un cimitero di ambizioni mortificate. Un cimitero gestito da Urbano Cairo, che negli anni ha fatto una cosa sola con una costanza quasi artistica: vendere tutto quello che aveva un valore, come un rigattiere che svuota casa pezzo dopo pezzo e poi si stupisce di vivere nel vuoto. Non costruire, non proteggere, non crescere: vendere, a volte prima ancora che il pulcino diventasse pollo da mettere all’ingrasso. Bremer? Venduto. Immobile? Venduto. Singo? Venduto. Buongiorno? Venduto. Bellanova? Venduto prima ancora che disfacesse i bagagli, come uno sfratto preventivo. E potremmo continuare con Berenguer, Zappacosta, Ola Aina e tanti altri, limitandosi a quelli ancora in attività. Non inserendo nemmeno i mancati riscatti, per carità patria e gentilezza. Sempre la stessa storia sporca di conti fatti al ribasso ed ambizioni mai nate o abortite, come progetti scritti su carta igienica. Perché il punto non è vendere: il punto è come vendi e soprattutto come reinvesti. Qui si vende e si incassa. E poi si rimpiazza con una figurina presa in saldo, un prestito senza senso o, nel migliore dei casi, uno che costa un quarto, come se bastasse cambiare l’etichetta a una bottiglia vuota per chiamarla vino. E devi pure sentirti dire che è programmazione. No: questa è mediocrità organizzata, messa in fila come prodotti scaduti sugli scaffali. È il risultato di una gestione che si affida all’amico procuratore invece che a gente competente. È il risultato di chi tratta una società come un bancomat e non come una responsabilità, infilando la carta e sperando che esca ancora qualcosa, anche quando sul conto non c’è più niente. Il Torino è stato consumato così, piano piano, goccia dopo goccia, come una perdita d’acqua che nessuno ha mai voluto riparare perché tanto la bolletta la paga qualcun altro. Come l’acqua sulla pietra. E queste non sono opinioni: sono fatti. Perché qualche anno fa il valore della rosa superava i 300 milioni: oggi siamo circa alla metà. Metà valore. Metà ambizione. Zero direzione, come una nave lasciata andare alla deriva con il capitano al bar a contare gli incassi. E in campo? Stagioni anonime. Classifiche grigie. Obiettivi ridimensionati ogni anno un po’ di più, fino a diventare ridicoli, come una promessa che si restringe a ogni stagione finché non resta niente. Prima l’Europa, poi la parte sinistra della classifica, poi salvarsi tranquilli, poi ancora il salvarsi e basta. E avanti così, abbassando l’asticella anno dopo anno, finché non ci finirà dritta in fondo al culo, e a quel punto magari diranno pure che era quello l’obiettivo stagionale. E la cosa peggiore non è nemmeno questo scempio. È il silenzio, quello comodo, quello complice, quello che puzza quasi quanto il resto. Perché bisogna ricordarselo tutto. Nome per nome. Vendita per vendita. Bisogna tenerlo lì, come un conto aperto, ed ogni tanto sbatterglielo in faccia, come uno scontrino che non vuoi pagare ma che continua a tornarti indietro. Perché questa non è sfortuna e non è nemmeno calcio moderno: è una scelta, lucida e ripetuta, ed olezza di merda e fallimento. È ora di aprire la finestra, perché il cadavere puzza.

 Ernesto Bronzelli.


CAIRO: “Baroni scelta giusta per noi… L’Europa? È un obiettivo ma meglio non sbandierarlo troppo…” 

#fblifestyle

domenica 15 febbraio 2026

... Alexei Navalny ...

Ieri è arrivata la conferma: Alexei Navalny è morto a causa di un avvelenamento. L’analisi sui campioni prelevati mostra la presenza di epibatidina, come dimostrato dai test realizzati da Regno Unito, Francia, Germania, Svezia e Paesi Bassi. Non voglio però parlare dell’ennesimo omicidio di Putin, bensì della bassezza umana dei suoi lacchè italiani. La cronistoria è per stomaci forti, preparatevi. Nel gennaio del 2018 Navalny concede un’intervista all’Ansa. Prima ancora della nascita del governo gialloverde, i suoi bersagli sono chiari. “Sono irrazionali e abbastanza irritanti i legami fra il regime di Putin e l’establishment italiano”. Sulla Lega: “La Lega ama molto Putin e Putin ama molto loro”. Sul M5S: “Mi rincresce molto che il Movimento 5 Stelle abbia una posizione favorevole nei confronti di Putin perché, sulla base di quello che dicono, lo dovrebbero odiare”. Nell’agosto del 2020 Navalny viene avvelenato dai russi con il novichok. Si salva per miracolo. Qualche settimana dopo, il 17 settembre, l’Europarlamento vota una risoluzione in cui si chiede un’indagine internazionale sull’avvelenamento di Navalny. La Lega dà voto contrario, il M5S si astiene. In Italia la votazione passa quasi sottotraccia, con il Paese concentrato sull’arrivo della seconda ondata della pandemia. Leggendo oggi le votazioni di Lega e M5S su Navalny, vengono i brividi. Passano quattro anni e arriva la notizia della morte di Navalny. Matteo Salvini reagisce facendo spallucce, dicendo che se ne occuperanno i giudici russi. Il premio “faccia di bronzo” lo vince Giuseppe Conte con questa dichiarazione: “Avevamo chiesto giustizia nei suoi confronti già nel 2020, quando era stato ricoverato in gravi condizioni per l’avvelenamento tramite l’agente nervino novichok”. Le votazioni al Parlamento europeo dicono altro. Passiamo all’altro leader del M5S: Marco Travaglio. Nel suo editoriale scrive: “Per gli anti-russi, Putin non vedeva l’ora di tappare la bocca per sempre al grillo parlante; per i filorussi quel cadavere eccellente serve al mondo Nato per scagliarlo addosso a Putin ora che sta vincendo la guerra in Ucraina e gli Usa e l’Europa si sono abbondantemente stufati di svenarsi per quella causa persa”. Già due anni fa Travaglio parlava di una Russia che stava vincendo la guerra, ma non è questo il tema. Ancora Travaglio: “Se bastasse il cui prodest per accusare Putin di aver ucciso Navalny, allora i fratelli Kennedy sarebbero gli assassini di Marilyn, Schmidt dei capi della Raf, Marcinkus di Calvi, Andreotti di Pecorella, Sindona e tanti altri”. Il manettaro a targhe alterne. Passiamo ad altri due alfieri della galassia filorussa. Alessandro Di Battista, ospite a DiMartedì, tenta la strada della supercazzola. Floris e Bocchino lo ascoltano senza capire il senso delle sua parole, finché Bocchino - ripeto, Bocchino! - non decide che la pantomima può finire, incalzandolo in modo diretto: “Ammettilo che l’ha ucciso Putin”. Di Battista, balbettando, risponde così: “Mi sembra molto strano, sarebbe una follia, in questo momento in cui Putin è più forte rispetto a mesi fa, ordinare l'omicidio di una persona che da mesi è dimenticata”. Chiudiamo con Elena Basile e il suo orripilante articolo pubblicato, ça va sans dire, dal Fatto Quotidiano. “La scomparsa di Navalny è strumentalizzata per sostenere la guerra contro Mosca, per un invio senza termine di armi e finanziamenti. Chi osa affermare che il regime lo lasciava comunicare sui social, non aveva bisogno di ucciderlo in quanto già seppellito in una prigione, oppure che la sua morte giova alla propaganda occidentale, rischia il linciaggio”. Nell’articolo chiama la vedova di Navalny “la sua bionda e fremente moglie”. Fine del racconto. Con la nausea ancora addosso, mi permetto di scrivere una considerazione tentando di non scivolare nell’imbuto dell’hybris o di chissà quale supponenza da inquisitore. Non chiedo che le quinte colonne del Cremlino vengano emarginate dalla società civile, sbattute fuori dalla televisione italiana, dal Parlamento, dagli eventi pubblici. L’eco del loro martirio sarebbe insostenibile. Non chiedo nemmeno di relegarle nelle loro nicchie filoputiniane in modo che non possano inquinare l’opinione pubblica. Spero solo che questi personaggi, in televisione o in fila al supermercato, vengano osservati e chiamati con il loro nome: collaborazionisti. E che il senso della vergogna ritrovi il suo posto nella coscienza collettiva. 

 Mattia Madonia.

... Torino 1 - Bologna 2 ...

... studenti OK! ...

𝐒𝐭𝐮𝐝𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐕𝐒 𝐌𝐨𝐧𝐝𝐨 𝟏𝟎 𝐚 𝟎 


[Premessa: il video nella sua INTEREZZA è difficilissimo da trovare. Questo vi renderà ancora più preoccupati per ciò che sto per dirvi.] 

Ci sono momenti in cui mi chiedo se la mia professione di insegnante abbia un senso. Un giorno ti capita di vedere questo: una signora in videoconferenza (quindi registrata e disponibile per il riascolto, anche per tre, cinque, mille volte) pronuncia in una frase il sintagma A - un noto Stato del medioriente -, e successivamente il sintagma B - «abbiamo un nemico comune» -. Tra sintagma Stato A e sintagma B «abbiamo un nemico comune» ci sono 96 parole. Il legame morfo-sintattico non è né diretto né indiretto: può essere creato solo tagliando in malafede le due parti e mettendole vicine. Dei parlamentari francesi, non avendo voglia di trattare i gravi problemi interni al proprio paese, impiegano il proprio tempo e i soldi pubblici per accusare questa signora di una cosa che non ha detto. Peggio, per chiedere la sua testa. Seguono a ruota molti giornalisti italiani che, invece di ascoltare l’intervento integrale, rimbalzano questa esotica accusa, senza verificarne l’esattezza. Insomma, un distillato di incompetenza. Gente che è pagata spesso con soldi pubblici. Da docente do a tutti un'insufficienza grave, la prova non è superata. 
Per fortuna i miei studenti sono notevolmente più bravi di questi adulti davvero poco poco preparati. Ne sono davvero molto felice. Studente VS Mondo, 10 a 0. 
 Per chi volesse verificare con le proprie orecchie, lascio il link al video originale di X nel primo commento qui sotto. #FactChecking #Informazione #GiornalismoItaliano #ComprensioneDelTesto #Scuola #SensoCritico #Manipolazione #SensoCritico #FakeNews #Informazione --- 


TESTO INTEGRALE TRADOTTO e aggiustato per l’algoritmo Facebook --- 

"Abbiamo trascorso gli ultimi due anni a osservare la pianificazione e la realizzazione di un [crimine internazionale contro un popolo]. E il [crimine internazionale contro un popolo] non è finito. Il [crimine internazionale contro un popolo], inteso come distruzione intenzionale di un gruppo in quanto tale, è ormai chiaramente svelato. Era nell'aria da molto tempo e ora è sotto gli occhi di tutti. È stato difficile raccontare il [crimine internazionale contro un popolo]. Al Jazeera lo sa meglio di chiunque altro nel panorama dell'informazione a causa di tutte le perdite che ha subito come azienda mediatica. Ma nessun altro popolo lo sa meglio degli stessi [abitanti di uno Stato confinante con lo Stato mediorientale in questione]. [Queste persone] hanno continuato a narrare il diluvio sulle coscienze che si è abbattuto su di loro inesorabilmente. E questa è una sfida. Il fatto che, invece di fermare [𝐥𝐨 𝐒𝐭𝐚𝐭𝐨 𝐦𝐞𝐝𝐢𝐨𝐫𝐢𝐞𝐧𝐭𝐚𝐥𝐞 𝐢𝐧 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐢𝐨𝐧𝐞], la maggior parte del mondo lo abbia armato, fornendogli scuse politiche, coperture politiche, supporto economico e finanziario, questa è una sfida. Il fatto che la maggior parte dei media nel mondo occidentale abbia amplificato la narrazione pro [violazione dei diritti umani] e [legato al crimine internazionale contro un popolo] è una sfida. E allo stesso tempo, qui risiede anche l'opportunità. Perché se il diritto internazionale è stato [ferito] al cuore, è anche vero che mai prima d'ora la comunità globale aveva visto le sfide che tutti noi affrontiamo. Noi, che non controlliamo grandi quantità di capitali finanziari, algoritmi e [dispositivi difensivi], ora vediamo che noi, come umanità, 𝐚𝐛𝐛𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐮𝐧 𝐧𝐞𝐦𝐢𝐜𝐨 𝐜𝐨𝐦𝐮𝐧𝐞. E le libertà, il rispetto delle libertà fondamentali, sono l'ultima via pacifica, l'ultimo strumento pacifico che abbiamo per riconquistare la nostra libertà. Ma dobbiamo prendere posizione. Dobbiamo fare la cosa giusta. Tutti noi, nella nostra sfera individuale, come avvocati, giornalisti, educatori, studenti, semplici cittadini, a casa, abbiamo tutti un ruolo da svolgere. E questo ruolo consiste nel cambiare le nostre abitudini: da ciò che scegliamo di comprare, consumare, leggere, fino a come ci poniamo di fronte al potere. Dobbiamo essere in grado di far sentire la nostra voce. Dobbiamo avere la forza di guardarci l'un l'altro, di vedere i nostri fratelli e sorelle e di scorgere in loro degli alleati. E a questo proposito, credo che Al Jazeera abbia una sfida più grande degli altri, perché deve rimanere fedele ai suoi valori fondamentali, fedele alla missione che l'ha resa nota in tutto il mondo: la sua capacità di produrre fatti veri e di marciare verso la giustizia con questi tra le mani. Credo fermamente che la [Stato confinante con lo Stato mediorientale in questione] sarà libera. Credo fermamente che tutti noi saremo liberi, perché c'è troppa coscienza dei diritti umani radicata nel mondo di oggi, dopo otto anni di predicazione e insegnamento dei diritti umani. Ma dobbiamo agire. E il momento è adesso. Quindi, per un '26 di pieno impegno verso l'assunzione di responsabilità e la giustizia." 

Enrico Mecenero.