giovedì 3 settembre 2026

... imbarazzanti!!! ...

I REDUCI DEL TRE PER CENTO 


C'è un'invenzione straordinaria che si chiama democrazia. Poi ci sono due signori. Due professionisti dell'intelligenza, dicono loro. Persone sobrie, colte, rigorose, che un giorno si guardano allo specchio e dicono: Noi siamo il Centro. La ragione. Poi vanno nei sondaggi e scoprono di essere un prefisso telefonico: il due, forse il tre per cento. La soglia di sbarramento è lì, come un muro. E allora che si fa? Si fa il panico. È fantastico guardare l'uomo moderno quando rischia di perdere la sedia. Un giorno si amano, si stringono la mano, promettono il “Rinascimento” delle idee. Il giorno dopo si insultano sui giornali con quell'odio raffinato che solo la gente di una presunta sinistra sa coltivare per i propri simili. Se alzano l'asticella per entrare in parlamento, non pensano a un progetto: pensano all'estinzione. E allora comincia il valzer. La ricerca disperata di un carro, un cespuglio, una deviazione. Un pezzetto di PD scontento, un residuo neoliberista, qualsiasi cosa pur di non dover tornare a lavorare davvero. Tutto per un posto in prima fila. La cosa più comica non sono loro. Siamo noi. Mettere una croce su quei simboli non è un atto politico. È un esercizio di masochismo. È la pretesa di votare l'Igiene, per poi ritrovarsi tra le mani il solito, piccolissimo, trasformismo di cabina. Qualcuno era riformista perché non voleva la destra. Qualcuno era liberale perché disprezzava la sinistra. Ma votare due così.. fa solo un po' di imbarazzo. 
Torneranno insieme? 


 Mauro David.

... voglia di conquista!! ...

La ferita da spostare in avanti: anatomia dell'imperialismo russo. Per comprendere come l'aggressione russa non nasca da un'improvvisa follia del presente ma da un metodo secolare, basta ripercorrere le tappe salienti della sua inarrestabile dilatazione geopolitica. 

- Sintesi tratta da un testo di Andreas Arno Michael Voigt - 

La concezione del confine: Storicamente lo Stato russo non ha mai concepito il confine come un limite invalicabile, ma come una linea d'attesa provvisoria da spostare sempre più avanti. La dilatazione dello spazio (dal '400): Mosca ha progressivamente assorbito e sottomesso un mosaico immenso di popoli non russi (siberiani, caucasici, baltici, ucraini, polacchi, centroasiatici), trattandoli come materia da piegare all'impero. La colonizzazione della Siberia: Un'espansione armata fatta di violenza, sfruttamento delle risorse e marginalizzazione dei popoli indigeni.Il metodo della "russificazione": Una tecnologia di dominio standardizzata: conquista militare, riscrittura dei nomi dei luoghi, deportazione delle popolazioni e sostituzione della memoria storica. La Crimea (Settecento e 1944): Incorporata nell'Impero e poi sottoposta da Stalin alla deportazione di massa dell'intero popolo nativo (i tatari) per cambiarne la demografia. Il Caucaso e la Cecenia: Conquistati con guerre feroci nell'Ottocento e sottomessi nel Novecento con rase al suolo (Grozny) e l'imposizione di vassalli fedeli a Mosca. Georgia (2008) e Ucraina (oggi): Aggressioni nate dalla logica imperiale per cui i paesi confinanti che scelgono l'indipendenza vengono visti come "proprietà smarrite" da ricondurre sotto Mosca con le armi. L'espansione a Nord e a Ovest (1939-1940): L'invasione della Finlandia (Guerra d'Inverno), l'occupazione e la sovietizzazione forzata dei Paesi Baltici (Estonia, Lettonia, Lituania) e la spartizione della Polonia. Il controllo del Blocco Orientale: L'uso dei carri armati per schiacciare ogni tentativo di autonomia o riforma democratica in Germania Est (1953), Ungheria (1956) e Cecoslovacchia (1968). Gli interventi in Asia: L'invasione devastante dell'Afghanistan e l'occupazione militare delle isole Curili ai danni del Giappone, poi trasformata in "normalità diplomatica. In definitiva, questa millenaria scia di conflitti e sottomissioni dimostra come lo Stato russo non abbia mai agito in base a improvvise follie del presente, ma secondo un metodo sistematico e una profonda pulsione imperiale che camuffa l'invasione militare sotto la perenne retorica della protezione e della stabilità territoriale. 


 Paolo Ranzani.

... Li Gotti dixit!! ...

Poco fa l’Avvocato 𝐋𝐮𝐢𝐠𝐢 𝐋𝐢 𝐆𝐨𝐭𝐭𝐢 ha scritto: 

𝘈 𝘨𝘦𝘯𝘯𝘢𝘪𝘰 𝘥𝘪 𝘲𝘶𝘦𝘴𝘵'𝘢𝘯𝘯𝘰, 𝘙𝘢𝘯𝘶𝘤𝘤𝘪 𝘧𝘦𝘤𝘦 𝘶𝘯𝘢 𝘵𝘳𝘢𝘴𝘮𝘪𝘴𝘴𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘱𝘦𝘴𝘢𝘯𝘵𝘪𝘴𝘴𝘪𝘮𝘢 𝘴𝘶𝘭 𝘤𝘰𝘪𝘯𝘷𝘰𝘭𝘨𝘪𝘮𝘦𝘯𝘵𝘰 𝘥𝘦𝘭𝘭'𝘦𝘴𝘵𝘳𝘦𝘮𝘪𝘴𝘮𝘰 𝘯𝘦𝘳𝘰 𝘯𝘦𝘭𝘭𝘦 𝘴𝘵𝘳𝘢𝘨𝘪. 
𝘊𝘰𝘯 𝘥𝘰𝘤𝘶𝘮𝘦𝘯𝘵𝘪 𝘦𝘥 𝘪𝘯𝘵𝘦𝘳𝘷𝘪𝘴𝘵𝘦. 
 𝘐𝘭 𝘗𝘳𝘰𝘤𝘶𝘳𝘢𝘵𝘰𝘳𝘦 𝘥𝘪 𝘊𝘢𝘭𝘵𝘢𝘯𝘪𝘴𝘴𝘦𝘵𝘵𝘢 𝘤𝘩𝘪𝘦𝘴𝘦 𝘶𝘯𝘢 𝘯𝘶𝘰𝘷𝘢 𝘢𝘶𝘥𝘪𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘪𝘯 𝘊𝘰𝘮𝘮𝘪𝘴𝘴𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘈𝘯𝘵𝘪𝘮𝘢𝘧𝘪𝘢. 
 𝘈 𝘧𝘦𝘣𝘣𝘳𝘢𝘪𝘰 𝘪𝘭 𝘥𝘦𝘵𝘵𝘰 𝘗𝘳𝘰𝘤𝘶𝘳𝘢𝘵𝘰𝘳𝘦 𝘴𝘪 𝘥𝘦𝘥𝘪𝘤𝘰̀ 𝘢 𝘤𝘰𝘯𝘵𝘳𝘢𝘴𝘵𝘢𝘳𝘦 𝘙𝘦𝘱𝘰𝘳𝘵, 𝘥𝘦𝘧𝘪𝘯𝘦𝘯𝘥𝘰 𝘢𝘳𝘪𝘢 𝘧𝘳𝘪𝘵𝘵𝘢 𝘲𝘶𝘦𝘭 𝘤𝘰𝘯𝘵𝘦𝘯𝘶𝘵𝘰. 
 𝘓𝘰 𝘧𝘦𝘤𝘦 𝘥𝘪𝘤𝘦𝘯𝘥𝘰 𝘧𝘢𝘭𝘴𝘪𝘵𝘢̀, 𝘪𝘯 𝘮𝘢𝘯𝘪𝘦𝘳𝘢 𝘮𝘢𝘭𝘥𝘦𝘴𝘵𝘳𝘢. 
 𝘕𝘰𝘪 𝘯𝘰𝘯 𝘥𝘰𝘣𝘣𝘪𝘢𝘮𝘰 𝘤𝘰𝘯𝘰𝘴𝘤𝘦𝘳𝘦 𝘭𝘢 𝘯𝘰𝘴𝘵𝘳𝘢 𝘴𝘵𝘰𝘳𝘪𝘢 𝘤𝘩𝘦 𝘳𝘪𝘨𝘶𝘢𝘳𝘥𝘢 𝘎𝘭𝘢𝘥𝘪𝘰 𝘦, 𝘲𝘶𝘪𝘯𝘥𝘪, 𝘭𝘢 𝘊𝘐𝘈. 
 𝘋𝘢 𝘭𝘪̀ 𝘱𝘢𝘳𝘵𝘦 𝘭𝘢 "𝘥𝘪𝘴𝘵𝘳𝘶𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦" 𝘥𝘪 𝘙𝘢𝘯𝘶𝘤𝘤𝘪. 
𝘌’ 𝘭𝘢 𝘮𝘪𝘢 𝘵𝘦𝘴𝘪. 
 𝘕𝘦 𝘷𝘦𝘥𝘳𝘦𝘮𝘰 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘦 𝘣𝘦𝘭𝘭𝘦. 
𝘕𝘰𝘯 𝘤𝘢𝘯𝘤𝘦𝘭𝘭𝘦𝘳𝘢𝘯𝘯𝘰 𝘭𝘢 𝘯𝘰𝘴𝘵𝘳𝘢 𝘴𝘵𝘰𝘳𝘪𝘢. 
𝘕𝘰𝘪 𝘢𝘣𝘣𝘪𝘢𝘮𝘰 𝘭'𝘢𝘯𝘴𝘪𝘢 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘦 𝘷𝘦𝘳𝘪𝘵𝘢̀. 
 𝘓𝘰𝘳𝘰 𝘴𝘦 𝘯𝘦 𝘷𝘰𝘨𝘭𝘪𝘰𝘯𝘰 𝘢𝘱𝘱𝘳𝘰𝘱𝘳𝘪𝘢𝘳𝘦. 


 Armando Carta.

... i poeti degli altri ...

I poeti degli altri 

di MICHELE SERRA 


 Fa una certa impressione sentire la signora Zakharova, portavoce del governo russo, citare Gianni Rodari. Lei è tra le voci più violente e sprezzanti di quel regime bellicoso, lui il più gentile, sorridente e pacifico di tutti i poeti, quello che si rivolgeva ai bambini perché non ancora guastati dal potere e dal pregiudizio. È un poco, all’ennesima potenza, come quando Salvini applaude De André, che è l’opposto antropologico, prima ancora che politico, del capo leghista — non per caso il più putiniano tra i politici italiani. Quando non si hanno poeti a portata di mano, si è costretti a ricorrere ai poeti altrui. Rodari è una celebrità in Russia (anche in Russia) per meriti poetici che confliggono, uno per uno, con il potere, con la sopraffazione, con il conformismo e con la guerra. «Ci sono cose da non fare mai/ né di giorno né di notte/ né per mare né per terra: /per esempio la guerra». Provi Zakharova a scandire davanti ai microfoni dei quali dispone (e dei quali nessuna opposizione russa può disporre) questa semplice quartina di Rodari: passerebbe per pazza. Verrebbe destituita dopo dieci secondi. Se le va bene, per i suoi meriti pregressi, riuscirebbe a evitare il polonio con il quale vengono avvelenati i nemici del Capo, e le galere nelle quali vengono rinchiusi. Comunista, internazionalista, umanista e laico, Rodari credeva nell’educazione e nella fantasia come leve per cambiare gli esseri umani, a partire dall’infanzia. Che cosa di educato e di fantasioso abbia mai prodotto, in pubblico, il regime del quale Zakharova è megafono, non è ancora chiaro. I carri armati? 

Perché, invece di citare Rodari, Zakharova non prova a leggerlo?

mercoledì 2 settembre 2026

... Enzo Bianchi ...

È morto Enzo Bianchi, fondatore della Comunità monastica di Bose Il teologo aveva avviato la comunità nel 1966 e fino al 2017 ne è stato il priore. Il monastero negli anni è diventato un importante punto di riferimento per il dialogo tra religioni 


Vatican News 


 È morto ieri mattina all’ospedale Molinette di Torino, dove era ricoverato da alcuni giorni per uno scompenso renale, Enzo Bianchi, fondatore della Comunità monastica di Bose. Aveva 83 anni. Originario di Castel Boglione (Asti), Bianchi si era trasferito a Bose — frazione abbandonata del Comune di Magnano, nell’attuale Biellese — alla fine del 1966 (interrompendo gli studi universitari) con l’intenzione di dare inizio a una comunità monastica. Raggiunto nell’autunno del 1968 dai primi fratelli e sorelle, scrisse la regola della comunità che conta una sessantina di membri tra fratelli e sorelle di cinque diverse nazionalità ed è presente, oltre che a Bose, a Ostuni, Assisi e Civitella San Paolo. La comunità monastica nel tempo è diventata un punto di riferimento non solo per i cattolici ma anche per il dialogo ecumenico e interreligioso. È stato priore dalla fondazione fino al 25 gennaio 2017, quando ha rassegnato le dimissioni (sostituito da Luciano Manicardi) pur rimanendo all’interno del monastero. Con decreto del 13 maggio 2020 tuttavia la Santa Sede, dopo una visita apostolica, chiese a fratel Enzo di allontanarsi dalla comunità per un tempo indeterminato al fine di aiutare il processo di rilancio della vita interna. Così dal giugno 2021 Bianchi ha vissuto come fratello della comunità ma in un altro luogo distinto da Bose, legandosi alla fraternità monastica “Casa della Madia”, vicino a Ivrea. Enzo Bianchi nel 1983, con alcuni fratelli e sorelle, ha fondato la casa editrice Edizioni Qiqajon che pubblica testi di spiritualità biblica, patristica, liturgica e monastica. Ha partecipato come esperto nominato da Benedetto XVI ai sinodi dei vescovi sulla Parola di Dio (2008) e sulla Nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana (2012). E Papa Francesco lo ha nominato uditore al Sinodo dei vescovi sui giovani, la fede e il discernimento vocazionale (2018). Dal 2014 al 2019 è stato anche consultore del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani.

... si va in Serie B? ...

TORO, SETTEMBRE, CROCEVIA PER ABATE E QUEL RISCHIO DI FARE ZERO PUNTI... 


vogliamo essere schietti. Per noi Ignazio Abate andrebbe esonerato immediatamente. Non è solo una questione di risultati, ma proprio di gioco inesistente, a parte qualche episodio, non si intravede niente di costruttivo nel suo toro e non è questione di tempo o di difesa da regolare...ieri le riserve del Monza hanno dominato giocando a calcio. La squadra di Abate non è stata in grado nemmeno di mantenere il possesso del pallone in casa propria e 7/11 erano titolari. Osservando il calendario, settembre sarà il crocevia della sua esperienza in granata. Due trasferte insidiose contro Fiorentina e Bologna e poi il match casalingo contro una Roma schiacciasassi. Onestamente non vedo come Abate possa inventarsi qualcosa di diverso, nemmeno con i nuovi acquisti che, a parte Mandragora, nemmeno conosce. 

Il rischio è fare ZERO PUNTI nelle prime 5 partite. Chi inizia così finisce sempre male. E va in Serie B. 

 Urbano Cairo Fanclub.
Petrachi doveva svuotare il bidone. Cairo gli aveva dato la chiave del locale spazzatura. “Vai dentro e porta via la roba che non serve”. Semplice. Per questo era stato chiamato. Perché chi c’era prima di lui coi rifiuti viveva in simbiosi. Solo che Petrachi è entrato nell’isola ecologica ed il bidone è ancora pieno. Anzi, forse puzza persino di più. A gennaio aveva fatto il mercato, si fa per dire. Poi è arrivata l’estate e buona parte di quel mercato sembrava già roba da cassonetto. Nessun confermato: NESSUNO tranne Kulenovic, preso con un obbligo assurdo, e che oggi si tenta di sbolognare in Grecia. Un capolavoro. A giugno avrebbe dovuto vendere gli esuberi. Quelli fuori ruolo. Quelli svalutati. Quelli che nessuno voleva nemmeno gratis, probabilmente. Ne è partito uno. Ilic, che era arrivato per 16 milioni di euro. Se ne parte in prestito, con diritto di riscatto. Senza obbligo. A 5 milioni. Una Trabant del 1986 nel frattempo si è svalutata meno. Praticamente lo abbiamo accompagnato alla stazione, gli abbiamo pagato il biglietto e gli abbiamo detto: “Se ti va, magari torna”. Non è una cessione: è un appuntamento al buio pagato dal Torino. Chi di prestito ferisce di prestito perisce: capito Urbano? E gli altri? Sono ancora tutti lì. Seduti. A rubare stipendio ed ossigeno. Qualcuno a passare più tempo in infermeria che non sul campo. Petrachi doveva sfoltire: si, come no. Ha sfoltito la pazienza. Viene da chiedersi cosa avesse visto Cairo quando lo ha richiamato. Perché Petrachi aveva già un passato con il Torino e con il suo presidente. Un passato di qualche barlume di luce, un sacco di bidoni e balle a raffica. Se ne era pure andato sbattendo la porta. Aveva già lasciato il club tra polemiche e veleno. C’era stata la liaison clandestina con la Roma. C’era stata la storia del database sparito, magari fottuto. Come la moglie fedifraga che scappa svuotando il conto in banca grazie alla firma congiunta. C’era stato tutto quello che c’era stato. E Cairo lo ha richiamato lo stesso, forse perché non aveva trovato nessun altro ancora disposto a rispondergli al telefono. Oggi pare sia incazzato nero, perché il suo uomo non riesce a fargli incassare quei venti milioni di euro che gli servono per tirare a campare. Lo ha richiamato lui, ripeto. Forse aveva dimenticato. Forse pensava che la memoria, nel calcio, scadesse dopo cinque anni. Come lo yogurt. Solo che lo yogurt, quando è scaduto, almeno lo butti. Petrachi invece è ancora qui. Ed il bidone pure. Anzi, adesso abbiamo due cose da smaltire. Perché oggi ci si ritrova con una rosa che sembra progettata da uno che, entrando in ferramenta per comprare un cacciavite, è uscito con tre martelli ed una brugola. 

Però tranquilli: il progetto c’è, da qualche parte…forse. Probabilmente sotto uno dei bidoni che Petrachi avrebbe dovuto portare via: è solo nascosto molto bene. 


 Ernesto Bronzelli.
DOMINATI DAL MONZA E FUORI AI SEDICESIMI DI COPPA ITALIA. 


 Una partita che lascia poco spazio alle interpretazioni. Inferiori tecnicamente, tatticamente e soprattutto fisicamente. Un passo indietro evidente rispetto al Monza che, nonostante giocasse fuori casa e con una rosa sulla carta inferiore, ha dominato praticamente per tutta la partita. Pali, traverse e occasioni raccontano una superiorità che va oltre il semplice risultato, un dato su tutti 8 tiri in porta per la squadra ospite, zero per noi. Non è solo una sconfitta. È il modo in cui è arrivata a preoccupare. Tre partite tre sconfitte. Una squadra indietro. Troppo indietro e con grandi ed evidenti lacune.

... Caro Daniele ...

Caro Daniele, 


ti sei lamentato sul Domani perché ho definito mediocre la scelta di affidare a te e a Giulia Presutti la conduzione di Report. Confermo, e specifico: mediocre non è la vostra professionalità, che non metto in discussione, mediocre è la scelta di mettervi alla guida del programma di inchiesta più importante della storia della televisione italiana. Un servizio realizzato per Report — peraltro mai andato in onda, e da me risistemato un paio di volte — non fa di nessuno un conduttore. Del resto la tua precedente conduzione di Popolo Sovrano, nella primavera del 2019 segnò performance dal 2,4% al 3,8%. È vero, come mi hai fatto notare, che hai realizzato a quattro mani un'inchiesta in Congo sul caso dell’ diplomatico ucciso in Congo, Attanasio. L'ho accettata perché me l'hai chiesta tu, perché avevi bisogno di lavorare, e perché ho ancora la romantica abitudine di dare una mano a chi me la chiede. Una scelta che, guarda caso, ha creato attriti anche con Giulia Presutti, che voleva occuparsi della stessa storia. Ma tu lo sai meglio di chiunque altro: quel lavoro rientrava nei Lab, i contributi che stanno fuori da Report, non dentro. Mi hai scritto che comprendi il mio stato psicologico, e che per questo mi perdoni per le critiche. Ti risparmio la fatica: non credo che tu possa comprendere cosa significhi essere bersaglio di 2800 articoli di fango, il cui unico scopo era delegittimare me, la mia storia, le persone che mi sono vicine e Report stesso, insieme a tutti i professionisti che l'hanno reso grande. Un’operazione che ha raggiunto il suo scopo, visto che sono stato rimosso perché sarebbe venuta meno la mia credibilità. Dunque sono fuori, ma essendo stato per 20 anni dentro Report, ed avendo partecipato alla sua storia, credo di aver diritto ad esternare una mia opinione. La Rai ha giustificato la vostra nomina a conduttori richiamando un concorso vinto. Si è dimenticata di specificare quale: un concorso pensato per coprire i buchi di organico nelle redazioni dei Tg regionali, che valuta la capacità di stare in video e leggere un testo di un minuto. Non la capacità di dirigere un programma di prima serata di 160 minuti di inchieste. Io sono entrato in Rai trentasei anni fa, come assistente ai programmi. Poi programmista regista, redattore al Tg3, quindi a Rainews24, inviato nei Balcani. Nel 2001 a New York, per gli attentati alle Torri Gemelle. Nel 2003sono stato in Iraq. Nel 2005 a Sumatra, a documentare la tragedia dello tsunami. Sono arrivato a Report dopo un lungo percorso nel 2006, dopo aver realizzato scoop nazionali — come l'intervista smarrita di Paolo Borsellino — e uno scoop internazionale, quello sull'uso delle armi chimiche a Falluja, in Iraq, da parte degli americani. Un’inchiesta che per la prima volta nella storia ha portato il nome della Rai nel mondo. Da allora, per dieci anni, sono stato coautore di Milena Gabanelli, ho respirato la sua stessa aria. Ho imparato da lei il rigore, la lealtà, la dedizione al servizio pubblico. Ho imparato come si resiste alle pressioni della politica, difendendo il lavoro dei colleghi invece di scaricarlo. Ho passato dieci anni lunghi anni accanto a lei in studio, a guardare come si scrive un testo, come si impara a memoria, dove si interviene dentro le inchieste altrui con rispetto ma anche con decisione quando si pensa al bene del prodotto, ma anche come si costruisce una grafica. In quel ruolo ho imparato, e tanto anche da quella generazione di inviati storici, a selezionare e a far crescere una squadra. Una squadra di giornalisti straordinari. Ruvidi, anche un po' stronzi — non hanno mai fatto sconti a nessuno, tantomeno a me, come raccontano le cronache di questi giorni — ma sempre leali con il pubblico. Ed è per questo che voglio loro ancora un gran bene, e cerco di difendere la loro storia. Come sono grato a tutte le persone della produzione, professioniste straordinarie che avrebbero da insegnare il mestiere a molti giornalisti e conduttori alle prime armi. E' stato un percorso lungo. Non ho avuto la disgrazia di prendere una testata da un mafioso, né ho avuto la passione per il rugby. Ma alla fine di sedici anni di Rai, passati in ruoli diversi, non sono stato calato dall’ alto, ma sono stato accettato da un gruppo perché scelto da Milena Gabanelli, l'unica persona in grado di capire davvero cosa servisse a Report. Una scelta basata esclusivamente sul merito e rispettata anche dai vertici della Rai. Il merito non fa rumore quando arriva. Fa rumore solo quando qualcuno prova a scavalcarlo. Anche che Giulia Presutti ha lavorato a Report. Ha realizzato, con nota insofferenza, dei Lab. Mai un'inchiesta principale. Sono stato il primo a credere nelle sue qualità. Ma dopo un paio di anni se n'era andata per guadagnare di più. Poi l’ ho accolta a braccia aperte, quando mi ha chiesto di ritornare perché aveva bisogno di sentirsi protetta da un programma importante. Era reduce da un periodo personale difficile. Ora però quel programma che generosamente l’ha protetta rischia di distruggerlo. Pur sapendo da settimane che sarebbe stata la nuova conduttrice di Report ha mentito in maniera seriale a me e ai suoi colleghi — anche quelli più vicini — tenendo nascosto l’ accordo che aveva già chiuso. Giulia sa bene di averla fatta grossa: da quando la notizia è uscita, non mi ha risposto più al telefono. Il coraggio e la tenuta psicologica non sono le sue migliori qualità. Se la cava meglio con opportunismo e furbizia. Ma la questione ora è un’altra. Come si può pensare, al di là del merito, che possa essere il volto credibile di una squadra di fuoriclasse ai quali ha mentito per settimane? Una frattura insanabile. In questa vicenda la grande assente è la gratitudine. Non ferisce chi non ti deve nulla. Ferisce chi ti doveva tutto e ha scelto di non ricordarlo. È umano, per un giornalista, desiderare di condurre il programma più importante della televisione italiana. È disumano pensare di farlo senza averlo meritato, camminando indifferenti sulle sue macerie. E’ disumano mortificare le professionalità straordinarie che da trent'anni lo hanno reso grande anche rischiando la propria incolumità. Per questo non posso non tornare al concetto di mediocrità che tanto vi ha irritato. Non è mediocre chi non ce l'ha fatta. È mediocre chi ce l'ha fatta senza essersela guadagnata. 


Sigfrido Ranucci