mercoledì 18 marzo 2026

... serva di Trump! ...

È tempo di chiederci, con la lucidità di chi guarda le bollette e non i talk show, se Giorgia Meloni si sia resa conto dell'enorme fallimento politico che sta consumando sulla nostra pelle. Il suo "fidanzamento" con Trump non è solo un errore di calcolo: è il simbolo del tradimento della destra post-fascista verso quel popolo che diceva di voler proteggere. Chissà se ha capito che mentre lei cerca una legittimazione internazionale come statista, l'Italia affoga. Quell'amore politico noi lo stiamo pagando letteralmente in euro e dollari: compriamo energia al triplo del prezzo, subiamo dazi che strangolano le nostre imprese e investiamo miliardi in armi mentre la sanità pubblica cade a pezzi. Lei incassa il prestigio, noi paghiamo il conto. Chissà se chi l'ha votata ha ancora il coraggio di sostenerla, ricordando quando lo proponeva per il Nobel per la Pace; oggi la realtà è una pozza di propaganda dove la "sovranità" è diventata accondiscendenza totale ai poteri forti e al liberismo più sfrenato ordinato da Washington e Bruxelles. Chissà se si rende conto che la sua narrazione, tesa solo a inventare nemici immaginari per distrarre le masse, sta svanendo davanti alla realtà: la precarietà lavorativa, le tasse che aumentano e l'impossibilità di curarsi non hanno colore politico. Quando la fame morde, anche i nostalgici del Ventennio capiscono che la "Fiamma" non scalda le case e iniziano a guardare altrove, magari verso il populismo ancora più estremo di Vannacci. Chissà se ha realizzato che il suo amore per Trump è anche una delle cause principali della sua imminente sconfitta: se il "No" vincerà il referendum, sarà il segnale che gli italiani hanno capito il trucco. Non si può essere "patrioti" a parole e "coloni" nei fatti. Chissà, infine, se Meloni comprende che il limite di uno statista si misura dal benessere della sua nazione, non dai sorrisi dei potenti. Sacrificare l'Italia sull'altare dell'atlantismo più servile, trasformando un intero Paese in una periferia dell'impero americano, non la rende una leader: la rende complice di un declino che la storia non le perdonerà. 

(Ho "rubato" al Fatto Quotidiano questa bellissima vignetta di Mannelli). 


 Mauro David.

... Joe Kent ...

𝐈𝐥 𝐜𝐚𝐩𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥'𝐚𝐧𝐭𝐢𝐭𝐞𝐫𝐫𝐨𝐫𝐢𝐬𝐦𝐨 𝐚𝐦𝐞𝐫𝐢𝐜𝐚𝐧𝐨 𝐝𝐢𝐜𝐞 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐢𝐧 𝐈𝐭𝐚𝐥𝐢𝐚 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐢 𝐩𝐮𝐨̀ 𝐝𝐢𝐫𝐞 


Il #buongiorno di Giulio Cavalli 


Joe Kent, direttore del National Counterterrorism Center, scrive a Donald Trump: «L'Iran non rappresentava alcuna minaccia imminente, ed è chiaro che abbiamo iniziato questa guerra a causa delle pressioni di Israele e della sua potente lobby americana». E si dimette. Queste parole, in Italia, si chiamerebbero antisemitismo. Il meccanismo è collaudato: Moni Ovadia e Gad Lerner, entrambi ebrei, vengono accusati di antisemitismo ogni volta che nominano il genocidio di Gaza. Il 5 marzo il Senato ha approvato il ddl che adotta la definizione Ihra, International Holocaust Remembrance Alliance, per cui criticare le politiche di Israele è antisemitismo. Ora passa alla Camera. Solo che Kent non è un intellettuale di sinistra. È un veterano dei Berretti Verdi, undici missioni, ex agente Cia, vedovo di guerra. Leggeva i briefing ogni mattina ma ha scritto che l'America è stata trascinata in guerra attraverso «una campagna di disinformazione» israeliana. Trump lo ha liquidato: «Era debole sulla sicurezza». Gaza è stata il laboratorio. L'impunità concessa durante il massacro sistematico della popolazione civile, che la Corte Internazionale di Giustizia, su ricorso del Sudafrica, ha già giudicato plausibile come genocidio, ha spostato il confine del tollerabile. Poi il Libano, poi una guerra contro l'Iran su intelligence contestata dai funzionari stessi. È uno schema che Israele applica su larga scala. Trump è il servo utile, non l'architetto. Tredici soldati americani sono morti, duecento feriti. 
In Italia discutiamo di chi ha usato la parola sbagliata.

... Apocalisse!! ...

STIAMO ASSISTENDO AL BANCHETTO DEI CIECHI IL DESTINO BUSSA E TROVA SOLO SANGUE... 


C’è un’oscurità specifica nel vedere il destino bussare alla porta del mondo e trovare, ad accoglierlo, solo l’arroganza di chi crede di possedere la terra. Se Hillman ci insegnava che il Daimon può farsi demone quando non viene riconosciuto, oggi assistiamo alla metamorfosi più atroce: il potere che si fa macelleria. Trump e Netanyahu non sono errori della storia, ma le escrescenze di un'anima collettiva che ha smesso di ascoltare. Mentre il Destino bussava chiedendo cura, diplomazia e visione, loro erano distratti dallo specchio del proprio narcisismo e dalla brama di un dominio che non conosce il sacro. Questa è l'apocalisse della distrazione, in questa "bellezza di ciò che non è accaduto", oggi leggiamo una verità spaventosa: la bellezza di ciò che avremmo potuto essere e che questi architetti del massacro stanno soffocando nelle macerie. La pace che non è accaduta non è un vuoto politico, è un crimine contro l’anima del mondo. Il genocidio è l’atto estremo di chi è così sordo al richiamo dell'Invisibile da sentire solo il rumore delle proprie armi e dei propri interessi. Secondo la via della Futuwwa, il vero cavaliere protegge il debole; chi sventra il pianeta e stermina i popoli non è un leader, è un mendicante di ego vestito da sovrano. La loro distrazione non è stata una svista, ma un rifiuto deliberato della vita stessa. È la condanna dell'Invisibile... il destino ha smesso di bussare, ora osserva in silenzio. La bellezza che non è accaduta, la convivenza, il rispetto per la terra, il respiro dei bambini sotto cieli puliti, griderà contro di loro per l'eternità. Hanno scelto il rumore della distruzione perché non avevano il coraggio di sostenere il silenzio della propria anima vuota. Non c'è gloria nel trionfo sulle ceneri. C'è solo l'orrore di aver scambiato il battito del cuore del mondo con il conto alla rovescia di una bomba. E per voi, spettatori inerti che nutrite il mostro col vostro silenzio, la condanna è già scritta: non sarete visitati dal Destino, ma divorati dal suo spettro, poiché chi guarda l'orrore senza farsi scudo per l'Innocente ha già venduto la propria anima al vuoto, trasformando l'umanità in un cimitero di dèi che non hanno più un popolo da amare, ma solo cenere da giudicare. 


Karima Angiolina Campanelli

... opzione nucleare ...

SI COMINCIA A PARLARE TROPPO DELL’OPZIONE NUCLEARE DI US-RAELE 


Vedo con preoccupazione che in molti post si parla con relativa disinvoltura di un possibile uso dell’arma nucleare da parte di Stati Uniti ed Israele per porre fine alla resistenza iraniana. Gli argomenti di analisi che porterebbero a questo esito nefasto non sono peregrini, hanno anzi un supporto logico di fondo che potremmo riassumere così: Trump ha sbagliato completamente i conti nel pensare che l’aggressione all'Iran, insieme allo stato amico sionista, avrebbe portato ad una rapida conclusione del conflitto e alla caduta del regime. Per di più ha sottovalutato la capacità bellica iraniana ed ha dovuto constatare che quasi tutte le basi militari americane dei paesi limitrofi all’Iran sono state attaccate e distrutte. A questo si aggiunge, ed è il carico da undici, che la chiusura dello stretto di Ormuz sta innescando una crisi economica mondiale che coinvolgerà inevitabilmente anche gli Stati Uniti. Una crisi economica che si somma alle migliaia di miliardi che stanno andando in fumo per la spesa bellica, cosa che comporta un’ulteriore crescita del debito USA, già elefantiaco. L’immagine di Trump nel mondo è sempre più sbiadita anche agli occhi degli alleati. È discretamente probabile che oltre il premier spagnolo Sanchez anche altri governi stiano pensando a quando e se prendere le distanze dall’attuale presidenza degli Stati Uniti. Che Trump sia un bugiardo seriale è scontato. Per di più nel suo modo di riferire al popolo americano e al mondo intero c’è un infantilismo disarmante. Questo fa sì che i suoi messaggi vengano ormai accolti con grande scetticismo. Quando parla di vittoria schiacciante e di Iran prossimo alla resa non ci crede più nessuno, probabilmente non ci crede nemmeno lui, sta solo recitando il copione dell’America invincibile. Per molti aspetti si è cacciato incautamente in un pantano dal quale è molto difficile uscire. L’unica via di uscita sarebbe una vittoria militare netta e veloce che però non è per niente all’orizzonte. La tecnica della volpe e l’uva non può funzionare. Potrebbe dire ‘abbiamo raggiunto gli obbiettivi che ci eravamo prefissi, per cui poniamo fine alla guerra’ ma agli occhi del mondo sarebbe una sconfitta, l’Iran continuerebbe ad esistere tale e quale a com’era prima, col suo programma missilistico ed anche con quello nucleare (solo nucleare civile? Forse, ma non è detto). Il tentativo di coinvolgere nel conflitto la Nato e gli alleati, europei e non, non credo che andrà a buon fine. Gli stati satelliti del mondo arabo non possono che riconsiderare l’opportunità di continuare a puntare sulla protezione americana e sul dollaro. Di fronte a questo disastro un capo di stato con senso di responsabilità dovrebbe dire ‘ho scommesso e ho perso’ non mi resta che cercare di pilotare la mia uscita di scena nel modo più indolore. Purtroppo non abbiamo a che fare con un uomo responsabile, ma con un egocentrico che non sa perdere. Da qui potrebbe nascere l’insana tentazione di ricorrere all’arma nucleare, magari inizialmente limitata al così detto nucleare tattico, poi si vedrà. Tuttavia sono propenso a credere che per quanto esaltato, sfrontato e irragionevole, Trump molto difficilmente prenderà una decisione così grave. Spero di non sbagliarmi. Non sono invece per niente ottimista sul comportamento dell’alleato israeliano. Lì entrano in gioco altri fattori. Nell’attuale governo di Tel Aviv gli estremisti fanatici e cinici sono troppi ed hanno forte potere. In Israele poi alla ragion di stato politica si abbina un fanatismo religioso che induce a non tenere in alcuna considerazione la vita dei popoli vicini. Lo abbiamo visto con Gaza e Cisgiordania, lo stiamo vedendo col Libano. Il pericolo atomico viene principalmente da Israele, su questo non ho dubbi. A dissuadere gli sterminatori sionisti dovrebbe provvedere principalmente l’alleato americano, ma non solo. Anche Cina e Russia, che hanno tuttora relazioni col governo Israeliano, dovrebbero esercitare una forte pressione affinché la scelta dell’arma atomica venga definitivamente archiviata. Dobbiamo considerare che Cina e Russia non possono prendere in considerazione l’annientamento a colpi di atomiche del loro principale alleato in Medio Oriente, importante membro dei BRICS nonché fornitore di materie prime. Quanto a noi semplici spettatori che parliamo con troppa disinvoltura dell’opzione nucleare, dico solo che se ciò accedesse sarebbe una scelta irreversibile che segnerebbe per sempre il destino dell’umanità, indirizzandolo sui binari dell’autodistruzione. 

 Danilo Tomasetta.

martedì 17 marzo 2026

... 17 marzo 1861 ...

Giornata dell'Unità nazionale, della Costituzione, dell'inno e della bandiera 

17 marzo 2026 

 La Giornata dell’Unità nazionale, della Costituzione, dell’inno e della bandiera, celebrata ogni anno il 17 marzo, rappresenta una delle ricorrenze civili più significative per la Italia. Essa ricorda la proclamazione del Regno d’Italia avvenuta il 17 marzo 1861 e costituisce un momento di riflessione sui valori fondanti dello Stato, sull’identità nazionale e sui simboli che rappresentano l’unità e la storia del popolo italiano. Il 17 marzo 1861 il Parlamento riunito a Torino proclamò la nascita del Regno d’Italia, segnando il compimento di un lungo e complesso processo storico noto come Risorgimento. In quel giorno Vittorio Emanuele II assunse ufficialmente il titolo di Re d’Italia. L’unificazione fu il risultato dell’azione politica, diplomatica e militare di figure centrali della storia italiana. Tra queste si ricordano: Giuseppe Garibaldi, protagonista della Spedizione dei Mille; Camillo Benso, Conte di Cavour, abile statista e promotore dell’unificazione sotto la monarchia sabauda; Giuseppe Mazzini, ideologo repubblicano e sostenitore dell’idea di nazione unita e democratica. L’Unità d’Italia non fu soltanto un evento politico, ma anche un processo culturale e identitario che portò popolazioni diverse per tradizioni, dialetti e storie locali a riconoscersi in un’unica nazione. La ricorrenza del 17 marzo non celebra soltanto l’unità territoriale, ma anche i valori sanciti dalla Costituzione della Repubblica Italiana, entrata in vigore il 1° gennaio 1948 dopo la fine della Seconda guerra mondiale e la nascita della Repubblica. La Costituzione rappresenta il fondamento della democrazia italiana. In essa sono espressi principi fondamentali come: la sovranità popolare; il riconoscimento dei diritti inviolabili dell’uomo; il principio di uguaglianza; la tutela del lavoro; il ripudio della guerra. Questi valori costituiscono il cuore dell’identità repubblicana e danno continuità ideale al percorso iniziato con l’Unità, orientandolo verso un modello di Stato democratico e partecipativo. Tra i simboli celebrati il 17 marzo vi è l’inno nazionale italiano, Il Canto degli Italiani, noto anche come “Inno di Mameli”. Il testo fu scritto nel 1847 da Goffredo Mameli e musicato da Michele Novaro. L’inno richiama lo spirito patriottico del Risorgimento e l’aspirazione alla libertà e all’unità. Le sue parole evocano il coraggio, il senso di appartenenza e la volontà di un popolo di essere nazione. Cantato nelle cerimonie ufficiali e negli eventi sportivi, esso rappresenta ancora oggi un forte elemento di coesione collettiva. Altro simbolo fondamentale è la bandiera tricolore, composta da tre bande verticali di colore verde, bianco e rosso. Nata alla fine del XVIII secolo sull’esempio del modello francese, essa divenne progressivamente il simbolo dei movimenti patriottici risorgimentali. Il verde viene spesso associato alla speranza, il bianco alla fede e il rosso alla carità, ma nel tempo il tricolore ha assunto soprattutto il significato di unità e identità nazionale. Esposta sugli edifici pubblici e nelle scuole durante la ricorrenza del 17 marzo, la bandiera rappresenta visivamente la continuità storica dello Stato italiano. La Giornata del 17 marzo è stata istituita ufficialmente nel 2012. Pur non essendo un giorno festivo, essa è considerata una “giornata promossa” nelle scuole, negli enti pubblici e nelle istituzioni, dove si organizzano momenti di approfondimento storico e riflessione civica. Il suo valore è soprattutto educativo: invita i cittadini, in particolare i giovani, a conoscere la storia nazionale e a comprendere l’importanza delle istituzioni democratiche. Celebrare questa giornata significa riconoscere che l’unità non è solo un fatto del passato, ma un impegno continuo verso la coesione sociale, il rispetto delle regole e la partecipazione attiva alla vita pubblica. La ricorrenza del 17 marzo rappresenta dunque un momento di memoria e di consapevolezza. Essa unisce in un’unica celebrazione la nascita dello Stato unitario, i principi della Costituzione e i simboli che incarnano l’identità nazionale. Ricordare l’Unità d’Italia significa riflettere sul lungo cammino compiuto dal Paese, dalle lotte risorgimentali alla costruzione della democrazia repubblicana. Allo stesso tempo, significa rinnovare l’impegno a difendere i valori di libertà, uguaglianza e solidarietà che costituiscono il fondamento della convivenza civile. In questo senso, il 17 marzo non è soltanto una data storica, ma un’occasione per riaffermare il senso di appartenenza a una comunità nazionale fondata su diritti, doveri e responsabilità condivise.

... schiaffi meritati! ...

Gli Stati Uniti prendono schiaffi dalla NATO e dalla Cina. Trump chiede aiuto nello sblocco dello stretto di Hormuz. Mentre qualche ora fa invitava le petroliere alla disobbedienza, oggi è costretto a chiedere aiuto militare agli alleati e non solo. Nessun comandante di nave sano di mente, ovviamente, ha accettato l’invito a suicidarsi in acque iraniane solo perché a dirlo è il capo dell’America. La risposta del mondo occidentale, finalmente, è stata dura: la guerra l’hai causata tu, riveditela tu. Nessuna nave sarà inviata a supporto americano. Trump ha avvertito che la NATO rischia “un futuro molto brutto” se gli alleati non aiuteranno a proteggere la rotta petrolifera più importante del pianeta. Ma le capitali occidentali hanno rispedito le accuse al mittente. L’Unione Europea ha ricordato che lo Stretto di Hormuz non rientra nell’area operativa della NATO. La Germania è stata ancora più netta: “Questa guerra non è la guerra della NATO.” Il Giappone pure picche. Non se ne parla di inviare navi da guerra. L’Australia ha fatto sapere che non manderà alcun supporto nello stretto. La Cina, manco a dirlo, invita tutti a fermarsi immediatamente e ad evitare un’escalation che potrebbe colpire l’economia globale. Il risultato è evidente. Mentre Washington chiede una coalizione militare, molti degli alleati storici degli Stati Uniti hanno preso le distanze. E lo stanno facendo pubblicamente. Sebbene Spagna, Germania, Gran Bretagna, Francia, Ungheria, Giappone, Cina, Canada e Australia abbiano chiaramente preso le distanze dalla guerra di Trump, solo l’Italia continua a restare in silenzio in evidente imbarazzo perché sempre prona ai voleri americani. E così, nel silenzio interessato, continuiamo a subire danni militari ed economici dall’Iran il cui avvertimento è più che chiaro. Si stimano già circa 50 milioni di euro di danni a preziose apparecchiature militari italiane presenti nel Golfo ed ora non più funzionanti. 
La domanda ora è inevitabile: quanto è disposto davvero il resto del mondo a seguire gli Stati Uniti in questo suicidio collettivo? 

 Manuele Martelli.

... indegno benito!! ...

𝐔𝐭𝐢𝐥𝐢 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐝𝐞𝐬𝐭𝐫𝐚 𝐟𝐢𝐧𝐨 𝐚𝐥 𝟐𝟑 𝐦𝐚𝐫𝐳𝐨 

Il #buongiorno di Giulio Cavalli 

 Palazzo Madama, sede della seconda carica dello Stato, aprirà le porte a Nathan Trevallion e Catherine Birmingham il 25 marzo: tre giorni dopo il referendum sulla giustizia. Ignazio La Russa lo ha confermato in un video, specificando di essersi «divertito molto» a leggere le polemiche. Divertito, appunto. Il caso è noto. La famiglia anglo-australiana che dal 2021 viveva nei boschi di Palmoli, in provincia di Chieti, senza allacci alle reti né scuola obbligatoria per i tre figli. A novembre 2025 il Tribunale per i Minorenni dell'Aquila ha disposto l'allontanamento urgente dei bambini. Da lì, il centrodestra ha costruito la sua narrativa: magistratura fuori controllo, genitori vittime dello Stato. Giorgia Meloni ha detto che «i figli non sono dello Stato». Matteo Salvini ha promesso di andare a Palmoli, poi non ci è andato. Il ministro Carlo Nordio ha inviato gli ispettori al Tribunale tre mesi e mezzo dopo aver chiesto le carte. L'incontro in Senato chiude il cerchio. La riforma della giustizia in votazione domenica e lunedì non avrebbe cambiato nulla per i bambini di Palmoli, come hanno ricordato i pentastellati in commissione Giustizia. Del resto, il governo che si erge a difesa della famiglia ha approvato il decreto Caivano, che prevede fino a due anni di carcere per i genitori che non mandano i figli a scuola: esattamente la scelta che Nathan e Catherine avevano fatto. La Russa ha detto di non voler chiedere «scusa o il permesso» a nessuno. Ha ragione su questo: il permesso non lo chiede mai. Lo prende, insieme alla vicenda altrui, e la usa. Quando il referendum sarà passato, la famiglia nel bosco tornerà nel bosco. Come succede sempre ai derelitti trasformati in clava.