«Passano gli anni, i mesi,
e se li conti anche i minuti,
è triste ritrovarsi adulti
senza essere cresciuti;
la maldicenza insiste,
batte la lingua sul tamburo,
un nano è una carogna di sicuro,
perché ha il cuore vicino al buco del culo».
Raramente una frase si è adattata meglio al carattere pubblico e politico di Stephen Miller, vice capo di gabinetto alla Casa Bianca e influente consigliere di Trump per la sicurezza interna, oggetto di un lungo articolo oggi sul The New York Times.
Un ometto di aspetto decisamente ridicolo, ma capace di esercitare una forma di potere feroce, punitiva, ossessivamente rivolta contro i più deboli.
Miller ha costruito la sua carriera sulla disumanizzazione: deportazioni di massa, famiglie spezzate al confine, attacchi agli automatismi della cittadinanza, una macchina amministrativa orientata non a governare, ma a punire. Non è efficienza burocratica: è ideologia della crudeltà.
E oggi quella stessa mentalità viene proiettata sul piano globale. Qui il suo ruolo diventa ancora più chiaro — non semplice consigliere, ma architetto di una politica di potenza regressiva, che recupera categorie ottocentesche in un mondo che dovrebbe essere oltre quelle logiche.
Il caso Groenlandia è emblematico.
Nel primo mandato di Trump, l’idea di “prendere la Groenlandia” veniva raccontata come una battuta eccentrica, un capriccio presidenziale che i consiglieri fingevano di prendere sul serio solo per assecondarlo. Era una goliardata di corridoio, uno scherzo.
Quei consiglieri non ci sono più.
Miller sì.
Nel secondo mandato, quell’assurdità è diventata dottrina geopolitica: minaccia di annessione, logica predatoria sulle risorse, linguaggio da potenza coloniale travestito da “sicurezza nazionale”. È Miller che prende l’impulso grezzo del leader, lo rafforza, lo giustifica, lo trasforma in dispositivo politico.
Quello che ieri era ridicolo, oggi diventa programma di governo.
E non è un caso isolato. La stessa dinamica si vede:
• in Venezuela, dove la retorica interventista scivola verso l’idea di “diritto di sfruttamento” delle risorse altrui;
• nel modo in cui Miller parla del mondo come luogo “governato dalla forza”, cancellando ogni nozione di diritto internazionale;
• nella sua ascesa come figura centrale, circondata da uno staff numeroso, investita di funzioni che saldano sicurezza interna e proiezione esterna.
Miller non frena il potere — lo radicalizza.
Non corregge gli impulsi presidenziali — li estremizza e li rende operativi.
Dietro la sua retorica muscolare, però, non c’è grandezza storica: c’è la piccolezza morale di chi cerca riscatto trasformando il rancore in sistema politico. La stessa energia amara che De André descriveva: la cattiveria come compensazione personale, travestita da ordine, identità, disciplina.
La sua parabola — dal liceo allo staff del Senato, fino al cuore della Casa Bianca — racconta sempre la stessa storia: indignazione verso i fragili, ossessione per il controllo, piacere per l’umiliazione altrui. È una visione del mondo coerente, e proprio per questo pericolosa.
Alla fine, la lezione resta attuale: il problema non è la statura fisica di un uomo, ma la bassezza morale di chi costruisce il proprio potere sulla sofferenza degli altri — e di chi gli lascia spazio per farlo.
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Mark Pisoni.

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