Mauro David.
mercoledì 22 aprile 2026
... Parificazione? NO!!! ...
C'è un’aria nuova, la sentite? È quell'aria di chi vuole mettere tutto in un unico sacco, scuoterlo bene e dire che, in fondo, siamo tutti uguali. È la democrazia del livellamento, dove un’idea vale l’altra, un morto vale l’altro, e la Storia diventa una questione di galateo funebre.
Il presidente del Senato, con quel suo fare da nostalgico che ha finalmente trovato le chiavi di casa, ci parla di pacificazione. Ma attenzione, perché la parola è un trucco: lui non vuole la pace, lui vuole la parificazione. Vuole che la matematica sostituisca la coscienza. Se uno è morto di qua e l'altro è morto di là, facciamo due morti, dividiamo per due e il risultato è un bel niente.
Ma il 25 Aprile non è una cena di gala dove si stringono le mani agli spettri del passato per educazione. Non è una giornata di "volemose bene". È, per sua natura e per fortuna, una festa divisiva. È quel momento in cui si traccia una riga per terra, non per cattiveria, ma per igiene mentale.
Da una parte c'era chi voleva la libertà (magari senza sapere bene cos'era), dall'altra chi voleva il manganello (sapendo benissimo cos'era). Da una parte la Resistenza, dall'altra la Repubblica di Salò. Non è un derby sportivo, è una scelta di campo tra il respiro e l'asfissia.
E invece oggi, con questo vento che soffia da Palazzo Chigi, assistiamo a questa strana vivacità dei "rigurgiti". È un’Italia che ha mangiato pesante e ora cerca di digerire il fascismo trasformandolo in una vaga "scelta sentimentale". Come se aderire a un regime che deportava e torturava fosse solo un eccesso di romanticismo, una sbandata di gioventù da ricordare con un mazzo di fiori "equanime".
Ma la memoria non è un’operazione di contabilità. Se parifichiamo tutto, se rendiamo tutto grigio, alla fine non resterà che il nulla. E nel nulla, si sa, ci sguazzano sempre i soliti.
Il 25 Aprile è la festa di chi ha detto "no". E un "no" non si pacifica. Un "no" divide. Ed è l'unica divisione che ci permette, ancora oggi, di parlare senza dover prima chiedere il permesso a un gerarca in orbace.
... stupida donnuccia!! ...
Questa è clamorosa!
L’hanno diffidata.!!
Pietro e Rosangela Mattei, nipoti di Enrico, storico fondatore dell’Eni morto in un tragico incidente aereo nel 1962, ha ufficialmente diffidato la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni dall’usare il nome dello zio per il “piano Mattei” sbandierato dal governo.
Lo ha fatto in rappresentanza della famiglia e degli eredi, stanchi di vedere associato il nome dello zio a un governo lontano anni luce dalle sue idee, dalla sua visione, dalla sua storia.
Lo riporta oggi “La Stampa”.
Mattei, con le sue intuizioni controcorrente, aveva lanciato la sfida alle “Sette sorelle”, rotto il monopolio petrolifero, firmato accordi separati con Russia e Iran, scaricando gli Stati Uniti.
“È esattamente il contrario di quello che sta facendo Meloni” tuona la famiglia Mattei. “All’inizio ho detto vediamo che fanno. Ma adesso trovo veramente inaccettabile le politiche del governo. Si usa il nome di Mattei a meri fini propagandistici, distorcendone l’eredità politica.
Sull’immigrazione, sui costi dell’energia, sui rapporti con gli Stati Uniti, Mattei aveva sfidato gli americani, non era il loro servo. E secondo alcune tesi potrebbe essere stato ucciso proprio per questo. Meloni invece non compra gas dai russi perché deve comprarlo da Washington e assiste inerme a un genocidio in Palestina. Se lo immagina Mattei di fronte a questo?”
In poche parole gli eredi Mattei hanno denunciato e messo a nudo tutta l’ipocrisia di Meloni.
Giù le mani da Enrico Mattei.
Almeno quello, risparmiatelo a questo grande italiano.
E risparmiatecelo.
—-
Testo di Lorenzo Tosa
... Earth Day 2026 ...
... la nostra isola felice, la nostra astronave, il nostro "buen retiro" ... ma gli uomini sono stupidi e continuano a combattersi l'un contro l'altro! Meglio sarebbe se togliessero il disturbo, lasciando il posto alle creature degne di abitare questo meraviglioso pianeta.
... Noi, tra Trump e Putin!! ...
Per una cosa Trump e Putin sono diversi. Il primo, col suo narcisismo fuori controllo, dice le cose più orrende con la sua voce, minaccia di suo pugno di ridurre una civiltà millenaria all’età della pietra per poi farsela sotto e ingranare la marcia indietro. Putin, da colonnello del KGB, usa un ventriloquo per sputare insulti sessisti, negare l’evidenza, dire menzogne a mitraglia.
Per il resto si somigliano come due gocce d’acqua e sono legati come fratelli siamesi. Il loro nemico è l’Europa , perché non è un impero a maggioranza russa come quello sognato da Putin, né a maggioranza bianca, anglosassone, protestante come Trump vorrebbe l’America. L’Europa parla inglese, italiano, francese, tedesco, spagnolo, riunisce storie diverse, che possono unirsi solo con leggi giuste e rispetto reciproco.
I due imperatori sono infuriati. Contavano su Orban e Meloni per rendere difficile la convergenza dei “volonterosi”, ex potenze coloniali che si vogliono unire per resistere al colonialismo e all’imperialismo. Orban è stato cacciato a furor di popolo e il suo successore già dice che se Netanyahu passasse dall’Ungheria dovrebbe essere arrestato. Meloni si è tirata indietro, teme di perdere le elezioni, Trump la sconcerta e di lui non si può fidare. L’Italia è un paese pieno di guai, ma per storia e collocazione geografica è quello che può dare ai “volenterosi” quel quid in più che li trasformi in Europa.
So bene che il cuore di Giorgia batte a destra: si veda il pasticcio della norma anti migranti nel decreto sicurezza. Il suo protettore, La Russa, dice che commemorerà il 25 aprile sia I partigiani che i morti di Salò. Ora, il Presidente del Senato può portare quando vuole una corona ai ragazzi del ‘43 che morirono (alcuni, altri furono torturatori e assassini) per “salvare l’onore dell’a nazione italiana”, tradita dal Re e da Badoglio. Ma il 25 aprile si festeggia la liberazione di Bologna, Genova, Torino e Milano. E su quella scelta, partigiana, si fondarono la Repubblica e la Costituente. Nessuno può fingere che così non sia senza mettersi fuori dalla storia d’Italia. Sono questo i “fratell”, lo sappiamo. Ma non conta poco che persino loro sembrino voler rispondere alle minacce dell’impero americano e di quello russo
Dunque leviamo i calici. Spieghiamo a chi si attarda ancora nelle diatribe del secolo scorso che non c’è futuro per noi italiani se non in Europa. Che siamo anche noi patria del diritto, che anche noi abbiamo spento le guerre di religione, che siamo contro il genocidio nazista degli ebrei e qualunque genocidio, a cominciare da quello di Israele a Gaza e Cisgiordania.
Corradino Mineo.
martedì 21 aprile 2026
... un anno fa ...
... è capitato che io criticassi alcune sue posizioni e non ne comprendessi appieno la grandezza ... ora mi manca, ci manca, e speriamo nella sua protezione!
... Vergogna, Vergogna!! ...
L’Unione Europea ha deciso di non sospendere l’Accordo di Associazione con Israele, nonostante oltre un milione di cittadini abbiano chiesto formalmente di farlo e alcuni paesi, come la Spagna, si siano detti favorevoli. Al Consiglio dei ministri degli Esteri in Lussemburgo non è stata presa alcuna decisione concreta: i rapporti economici, politici e scientifici con Israele restano intatti. La motivazione ufficiale è che “non ci sono le condizioni politiche e numeriche”. Tradotto: c’è il veto di alcuni paesi.
In particolare Italia e Germania.
Il governo italiano si è schierato chiaramente contro la sospensione degli accordi, col ministro Tajani che come al solito ha espresso parole degne del peggiore cerchiobottista, parlando di eventuali “sanzioni individuali” come se non fosse l’intero stato israeliano con tutte le sue massime cariche a essere colpevole di quello che accade.
Al fianco dell’Italia troviamo la Germania di Mertz e l’Ungheria, col nuovo governo, non ancora insediato, filo-israeliano almeno tanto quanto il vecchio. Il risultato è evidente: mentre Israele continua a violare sistematicamente il diritto internazionale e le risoluzioni ONU, mentre compie crimini contro l’umanità a Gaza, in Cisgiordania e in Libano, gli accordi restano, le collaborazioni continuano, i flussi economici non vengono toccati.
Il nuovo asse “italo-tedesco”, come lo hanno chiamato i giornali, è come quello degli anni Trenta: sempre dalla parte sbagliata della storia.
Ci hanno solo preso in giro: nei fatti continuano a coprire Netanyahu.
L’Italia aveva l’occasione di schierarsi politicamente per stoppare gli accordi fra Israele e Unione europea. Invece no, ha scelto ancora una volta di proteggere il governo israeliano. "È stata definitivamente accantonata la proposta di sospendere l'accordo commerciale con Israele” ha specificato il Ministro Tajani, per cui il diritto internazionale vale fino a un certo punto.
Nonostante il genocidio a Gaza.
Nonostante 20mila bambini uccisi.
Nonostante gli attacchi illegali di Israele a stati sovrani, che stanno provocando morte e distruzione, calpestando il diritto internazionale.
Nonostante gli enormi danni economici che le guerre illegali di Israele stanno provocando alle famiglie e alle imprese italiane.
Nonostante gli spari sui mezzi dei nostri caschi blu. Torneremo in piazza per dire sì a un’Italia diversa. Con tutta la nostra passione e partecipazione. Insieme.
Giuseppe Conte.
... Benito, Benito!!! ...
Le parole vergognose di La Russa sul 25 Aprile.
“Io rifarei l’omaggio ai partigiani e ai caduti della Repubblica di Salò.”
Ma davvero? Equiparare chi ha combattuto per liberare l’Italia dal fascismo e dal nazismo con chi ha scelto di stare dalla parte degli occupanti tedeschi e di Mussolini fino all’ultimo è un insulto alla storia, alla memoria e alla coscienza di questo Paese.
Il 25 Aprile non è il giorno della “riconciliazione” tra vittime e carnefici.
È il giorno in cui l’Italia disse basta al fascismo. Punto.
Chi oggi cerca di annacquare questa verità, di sfumare i confini tra Resistenza e collaborazionismo, non sta facendo “pacificazione nazionale”.
Sta facendo revisionismo storico puro e semplice.
La Russa, con questa frase, ha sputato sulla tomba di migliaia di italiani che morirono per la libertà. Anche la sua.
Povera e disgraziata Italia
Il “fascio”, si sa, perde il pelo ma non il vizio.
La Russa, SECONDA carica dello stato, ha ribadito oggi le sue tesi amene: “Il 25 aprile rifarei l'omaggio ai partigiani e poi ai caduti della Repubblica di Salò, serve pacificazione".
Come no. Contaci. Lui non vuole “pacificazione”: vuole “parificazione”. E parificare partigiani e fascisti è un abominio che può piacere solo a ignoranti, scemi, repubblichini fuori tempo massimo o furbacchioni senza scrupoli. La Russa, di sicuro, non è né ignorante né men che meno scemo. A voi le conclusioni.
Avere una seconda carica dello Stato come questa può lasciare sereni e indifferenti, o addirittura felici, giusto gente come Fiorello.
Che tempi miserrimi che stiamo vivendo.
Andrea Scanzi.
... il "comma Del Deo" ...
𝐒𝐪𝐮𝐚𝐝𝐫𝐚 𝐅𝐢𝐨𝐫𝐞, 𝐃𝐞𝐥 𝐃𝐞𝐨 𝐞 𝐢𝐥 "𝐜𝐨𝐦𝐦𝐚" 𝐬𝐜𝐫𝐢𝐭𝐭𝐨 𝐝𝐚 𝐌𝐞𝐥𝐨𝐧𝐢
Il #buongiorno di Giulio Cavalli
Tre giorni. Tanto ha impiegato Giuseppe Del Deo a passare dal ruolo di numero due del DIS alla poltrona di Cerved Group. Tre giorni, e un decreto di Palazzo Chigi per permettergli di farlo: il "comma Del Deo", che cancellava il divieto triennale di impiego privato per gli ex vertici dell'intelligence.
Il Ros dei carabinieri ha perquisito ieri sette persone nell'indagine della Procura di Roma sulla Squadra Fiore: gruppo clandestino di ex agenti accusato di confezionare dossier per committenti privati, accedendo abusivamente a banche dati riservate, intercettando email e chat. A Del Deo i pm contestano peculato: circa cinque milioni distratti verso società amiche. Nelle intercettazioni agli atti circola voce di un ammanco tra i sette e gli otto milioni dai fondi dell'AISI. Allo stato è un indagato.
La domanda politica è già qui. Del Deo veniva allontanato nell'aprile 2025 con tre precedenti: gli agenti AISI intorno all'auto di Andrea Giambruno nella notte tra il 30 novembre e il 1 dicembre 2023; l'"attenzionamento" del capo di gabinetto di Meloni, Gaetano Caputi; sospetti sui fondi che nelle intercettazioni risultavano "notori in ambiente dei servizi". Giorgia Meloni e Alfredo Mantovano l'hanno accompagnato fuori: pensione a 51 anni, norma su misura, tre giorni di attesa e via da Cerved.
Prima di quel decreto, chi lasciava i vertici del DIS doveva aspettare tre anni. Il governo l'ha abolita. Per tutti. Ma il nome che la norma porta è uno solo. Adesso quell'uomo è indagato per aver usato i dati dell'intelligence a fini non istituzionali.
Il favore era stato generoso.
lunedì 20 aprile 2026
... il Risiko mondiale! ...
Il Risiko non si ferma.
E nessuno ferma il Risiko
di Raffaele Crocco
In Ucraina, la guerra resta ad alta intensità. Un’intensità che pare scomparsa o quasi dai nostri media. Ma che resta letale per chi combatte o subisce. Lo dicono le analisi degli istituti di ricerca: nelle ultime settimane si registra un aumento delle perdite tra le forze russe, legato alle offensive nel Donbass, in particolare nell’area di Donetsk. La guerra continua a essere combattuta soprattutto con artiglieria e droni. Le stime complessive delle vittime, dall’inizio del conflitto, oscillano tra 200.000 e 285.000 morti. È un tritacarne, che non trova pace in alcun modo. Sul piano diplomatico, sono ripresi contatti indiretti tra Stati Uniti e Russia, senza risultati concreti sul cessate il fuoco. Contemporaneamente, il presidente ucraino zelensky prosegue il giro degli alleati europei, che paiono sempre convinti del sostegno a Kiev.
Siamo partiti da qui, questa settimana, per fare il Punto su ciò che accade. Il Risiko mondiale è sempre in pieno svolgimento, con scontri, lotte sotterranee e diplomazia a muoversi per conquistare spazi, territori, rotte. Si muore ancora a Gaza, in barba alla tregua. Il bilancio supera i 71.000 morti. I bombardamenti israeliani proseguono quotidiani e la situazione umanitaria resta critica, con carenze diffuse di acqua, cibo e assistenza sanitaria. In settimana sono arrivate nuove proposte di mediazione internazionale, sostenute anche da Cina e Pakistan, ma non ci sono stati sviluppi operativi.
Poco più lontano, nel confronto tra Iran, Israele e Stati Uniti, resta in vigore la tregua temporanea di circa due settimane, che ha messo fine agli attacchi aerei delle settimane precedenti. La tensione resta alta nello Stretto di Hormuz, area strategica per il traffico energetico globale e Israele prosegue la propria offensiva contro Hezbollah in Libano. Tutto pare appeso ad un filo, ma si tratta ancora alla ricerca di una soluzione che faccia tacere le armi. Parallelamente, in Yemen proseguono gli attacchi dei ribelli sciiti Houthi contro il traffico marittimo nel Mar Rosso. Le azioni incidono sulle rotte commerciali internazionali. Sono azioni di sostegno politico-militare sia ai palestinesi colpiti da Tel Aviv, sia all’Iran, bombardato da Stati Uniti e Israele..
Sempre in Asia, ma in Myanmar proseguono i raid aerei della giunta militare contro aree controllate dalle opposizioni. Gli attacchi colpiscono anche villaggi civili. Il conflitto interno, iniziato nel 2021, non mostra segnali di riduzione e le iniziative diplomatiche regionali restano inefficaci. Esattamente come al confine tra Afghanistan e Pakistan. Qui si sono registrati nuovi scontri e bombardamenti aerei. Le tensioni riguardano la presenza di gruppi armati lungo la linea di confine. Non sono stati annunciati accordi tra i due Paesi.
Il viaggio sulla nostra carta per il Risiko ci porta in Africa. In Sudan, i combattimenti tra esercito regolare e forze paramilitari continuano, soprattutto tra Khartoum e Darfur. I morti recenti superano le 20.000 unità e gli sfollati sono milioni. Non risultano iniziative diplomatiche efficaci. In Nigeria, si intensificano le operazioni militari contro gruppi armati nel nord del Paese. In settimana sono stati segnalati raid aerei dell’esercito contro milizie jihadiste e gruppi criminali. Le operazioni hanno causato molte vittime civili. Il Paese resta uno dei principali epicentri di violenza in Africa occidentale. Violenza che colpisce quotidianamente, ancora, anche il Sahel. In Mali, Niger e Burkina Faso continuano gli attacchi jihadisti contro civili e forze di sicurezza. La regione si conferma uno dei principali teatri di instabilità globale, con violenze diffuse e difficoltà di controllo territoriale.
Questo il quadro generale di questa settimana. Indica un aumento delle guerre e della loro intensità. Oltre 800 milioni di persone vivono in aree coinvolte direttamente da guerre o violenze armate e quasi miliardi sono in zone di conflitto e crisi. Le agenzie internazionali hanno censito, nel 2025, più di 56.000 attacchi contro civili. È il dato più alto degli ultimi anni.
www.unimondo.org www.atlanteguerre.it
Alessandro Negrini Carlo Martinelli Articolo 21 Left Uno Maggio Taranto Libero E Pensante
... ricordando Ciro ...
Il libro, ovviamente fu solo un pretesto. Claudio Minetti — militante neofascista e figlio della compagna di Stefano Delle Chiaie — il 19 aprile 1979 entrava nella biblioteca popolare nella sezione del PCI di Torpignattara chiedendo un libro. Si tratta di una chiara provocazione.
Trova Ciro Principessa, militante ventitreenne. Originario di una famiglia povera del napoletano, è il secondo di otto fratelli. Dopo un’adolescenza turbolenta e un processo per renitenza alla leva, Ciro si iscrive alla FGCI, dedicandosi con impegno alla militanza politica. Partecipa a iniziative per il miglioramento dell’area di Villa Certosa ed è proprio tra i promotori della creazione della biblioteca. Uno strumento importante per la formazione dei giovani in una zona proletaria dove non sempre è facile trasmettere determinati ideali.
Quel 19 aprile Ciro svolge proprio l’attività di bibliotecario, e quando Minetti vuole in prestito un volume lui gli chiede di esibire un documento d’identità. Minetti finge di allontanarsi ma poi rientra e prova a portare via un libro. Ciro lo insegue e lo raggiunge ma Minetti estrae un coltello e lo colpisce al petto. Soccorso dai compagni della sezione, Principessa viene condotto in ospedale, ma ha una arteria rescissa. Muore dopo diverse ore di agonia.
Claudio Minetti, già iscritto all’MSI e ad Avanguardia Nazionale, ventisette anni, cresciuto in una casa piena di ritratti di Mussolini e Hitler, viene viene giudicato parzialmente incapace di intendere e volere e condannato a dieci anni di manicomio criminale, pena successivamente ridotta a quattro anni di reclusione.
... A 48 ...
... stamane tre ore passate all'Oftalmico per la terza fluorangiografia - angioscopia oculare - le altre due erano state effettuate nel 2024.
domenica 19 aprile 2026
.. la solita Sinistra!! ...
COSÌ DE BOTTO, SENZA SENSO
Certo che siamo dei fenomeni.
Complimenti, davvero! (ironici)
Giorgia e il governo vanno in bambola nel giro di pochi giorni, prima col referendum e poi con gli attacchi di Trump e, di riflesso, con la sconfitta dell'ultrasponsorizzato Orban, anche se dal giorno dopo nessuno lo conosce più.
Tajani nei fatti è sfiduciato dagli eredi Berlusconi, la Lega è ai minimi nei sondaggi.
E la sinistra cosa fa?
Butta lì a caxxo il nome di Silvia Salis. Contro cui io non ho ASSOLUTAMENTE NIENTE, ma politicamente deve ancora dimostrare TUTTO, è giovane e lo sarà ancora tra 10 anni, faccia bene la sindaca di Genova per cui è stata eletta e verrà anche il suo turno.
Così adesso i social di sinistra che frequento io - quelli di destra non li conoscono ma staranno a ridere come matti, e avrebbero ragione - sono pieni di "viva Salis, no meglio Schlein, e Conte ce lo siamo dimenticati? Ma dái, il nome giusto è Bersani!"
Da una decina di giorni non si parla letteralmente di altro.
Abbiamo in corso almeno un genocidio, se non contiamo il Sudan, una manciata di guerre, il diesel a due euro e mezzo, treni che accumulano 180 minuti di ritardo, mezza Italia che frana...
Però, invece di parlare di servizi, di priorità dei cittadini, di futuro, di pace, di salari... tutti a dire la loro sui questi quattro NOMI.
Io non so se quello della Salis l'ha davvero lanciato Renzi per scompigliare il tavolo, peraltro riuscendoci benissimo, o se è stata una sua (di Salis) iniziativa autonoma.
Ma so che regalo migliore alla destra, per darle il tempo di riprendersi e riorganizzare le idee, non si poteva fare.
Se non lo ritenessi un complimento immeritato, penserei che dietro ci sia la regia di palazzo Chigi. Sarebbe davvero un colpo di genio.
E i complimenti non sarebbero più ironici, ma reali.
Amari, come qualcos'altro che inizia anche per "c", ma reali.
Enrico Occelli
#resistenzacreativaantifascista
#ResistenzaCreativa
... Cremonese 0 - Torino 0 ...
Serviva una prova di forza ed il Toro l’ha fornita.
Contro una Cremonese parsa poca cosa, i granata hanno dato conto di maturità e classe.
Perché certe partite non si giocano, si consumano lentamente, come una rabbia che ti porti dentro.
Il Torino ha preso il campo e l’ha tenuto stretto, come se fosse l’unica cosa rimasta. Occasioni buttate via, palloni che sfiorano la gloria e poi scappano, minuti che pesano sempre di più.
Ed intanto il silenzio cresce, perché quando domini e non segni, sai già come può finire.
Ma questa volta no.
Venturin prima, Scifo poi.
Due a zero secco, per ribadire una superiorità realmente mai messa in discussione.
Ed allora capisci che il calcio non premia chi gioca meglio, ma chi resiste abbastanza a lungo da non cedere alla propria imperfezione.
Il Torino ha resistito, ed alla fine, si è preso tutto, con merito.
Perché vi sto parlando di una partita di 35 anni fa?
Perché per commentare lo schifo visto oggi ci vorrebbero stomaco d’acciaio, moquette di pelo sul suddetto stomaco ed una buona scorta di antiemetici.
Non un tiro vero, credibile, in novantotto minuti recuperi compresi: penso sia un nuovo record del ribrezzo.
No ma confermiamo pure D’Aversa, anzi confermiamoli tutti in blocco: lo meritano.
Ernesto Bronzelli.
... datevi una mossa! ...
Per la sinistra è il tempo delle idee
di MASSIMO GIANNINI
Esagerando parecchio, si potrebbe usare l’appello drammatico che Il Mattino usò ai tempi del terremoto in Irpinia: «Fate presto!». Oppure, ironizzando un po’, si potrebbe optare per l’invito del Bianconiglio di Alice nel paese delle meraviglie: «Presto, che è tardi!». In ogni caso la formula che le riassume tutte è quella di Michele Serra su queste colonne: «Datevi una mossa!». Non c’è neanche bisogno di spiegare a chi è rivolta la perorazione accorata e in parte anche irritata. Voi, leader che guidate i partiti dell’opposizione, che state lì a marcarvi l’un l’altro tra la presentazione di un libro e la convocazione di una segreteria, a inseguire i retroscena dei giornali o i fruscii dei palazzi romani come il re in ascolto di Calvino, a presidiare i rispettivi terreni ognuno con una sua “campagna d’ascolto”. Cosa aspettate a spiegare al Paese che di fronte ai conclamati fallimenti della destra sovranista c’è un centrosinistra riformista già pronto per una credibile alternativa di governo? Attenzione: “già pronto” non significa tra un mese o tra sei mesi, significa qui e ora. “Credibile alternativa di governo” non vuol dire l’ennesima e pur gioiosa manifestazione di piazza: significa una riunione già fissata per stendere il programma comune con il quale presentarsi alle elezioni.
E vuol dire chiudersi in una stanza, buttare la chiave e uscire solo con quel programma scritto e sottoscritto tra le mani. Finora nulla di questo è accaduto. Dopo il trionfo al referendum, oltre ai brindisi, alle pacche sulle spalle e alle ottime performance parlamentari di ognuno di voi, non si è visto nient’altro. Al contrario: è partito il tormentone non sul “cosa” ma sul “chi”. Non su quali proposte da inserire nella piattaforma programmatica della coalizione, ma sul capo o la capa che la deve guidare. E qui torno a Serra, che ve la dice come va detta: non ne vogliamo sapere niente delle vostre mire personali. Sono comprensibili, anche legittime, ma in questo momento le vediamo come un imperdonabile intralcio al lavoro che dovete fare. Se non ora, quando? Nelle urne del 22 marzo 15 milioni di elettori, insieme al sacrosanto bisogno di difendere la Costituzione dalle manomissioni capocratiche dei patrioti, hanno scaricato una somma di disagi: i salari fermi e le città insicure, le menzogne dei ministri e gli scandali dei sottosegretari, i costi economici e sociali prodotti da uno sceriffo sociopatico che ha trasformato il mondo in un Far West. Giorgia Meloni, dopo aver scelto i cavalli peggiori, comincia a pagare il prezzo delle sue scommesse sbagliate. L’asse euroscettico con Orbán, l’abbraccio mortale con Trump, la favoletta del «ponte» tra le due sponde dell’Atlantico, la burletta dell’Internazionale sovranista: tutto periclita e declina. La premier, senza ammetterlo, azzarda penose retromarce, nella speranza mal riposta che i cittadini dimentichino in fretta gli errori commessi e gli impegni traditi. Ma risalire la china sarà quasi impossibile: si vota tra un anno, la cassa è vuota, la gente è stufa. C’è occasione migliore di questa, perché Schlein e Conte, Fratoianni e Bonelli, Renzi e Magi, si mostrino all’altezza della sfida, senza personalismi né tatticismi? Non c’è. Eppure il colpo d’ala non si vede, l’assunzione di responsabilità neppure. La leader del Pd è al vertice del Partito socialista europeo a Barcellona, nella Spagna di Sánchez che proprio sulla folle guerra in Medio Oriente ha dimostrato al mondo cosa significa essere uno statista e un progressista, e quanto le micidiali tossine sprigionate dalla dottrina Maga, alla faccia dei pensosi “terzisti” da salotto tv, abbiano reso ancora più irrinunciabile la distinzione culturale e valoriale tra sinistra e destra. Molto bene. Il leader di M5S va in giro a presentare il suo ultimo libro, Una nuova primavera, vero manifesto politico dell’ex premier passato da grisaglia e pochette a camicia e cravatta. Benissimo. Ma poi? In politica economica ci chiediamo quando ci faranno sapere le cinque o le dieci riforme fondamentali che vareranno su un fisco sfasciato dalle flat tax e zavorrato dall’evasione, una sanità a corto di risorse, una scuola immiserita da tagli draconiani, un reddito delle famiglie falcidiato dall’inflazione e dal fiscal drag, un’emergenza energetica destinata a durare e a infiammare bollette e carburanti, una crisi industriale da 100 tavoli aperti e 120mila lavoratori a rischio, una giustizia civile inefficiente a prescindere dalle ordalie referendarie. In politica estera ci domandiamo quando fisseranno una linea compatta e coerente su cosa è per noi Occidente, come vanno ripensate le relazioni transatlantiche, quali proposte avanziamo per rimettere la chiesa-Italia al centro del villaggio-Europa, e soprattutto quale postura vogliamo assumere sul fronte ucraino, se ha prevalso la linea dem che dice sì agli aiuti militari e no al gas russo oppure quella pentastellata che sostiene l’esatto contrario. Il tempo per tutto questo è adesso. Anzi, era otto mesi fa. A settembre, alla festa romana di Avs, mi era capitato di moderare il confronto tra i quattro leader del campo largo. Di fronte ai soliti nobili propositi — il salario minimo, il disaccoppiamento del prezzo dell’energia, più fondi alla sanità pubblica — avevo suggerito un gesto più concreto: sta per cominciare la sessione di bilancio, perché non stilate la vostra contro-manovra economica, come foste già un “governo-ombra”, e con quel testo non fate un gran tour delle piazze o dei teatri della penisola, a raccontare tutti e quattro “insieme” cosa fareste se già oggi toccasse a voi guidare l’Italia? La risposta fu sconfortante: presenteremo un pacchetto di emendamenti condivisi alla legge di stabilità. E così hanno fatto. Se n’è accorto qualcuno? Ma questo è urgente, ora: il “cosa”. Poi deciderete pure il “chi”. O il “come”. Nel migliore dei centrosinistra possibili, dove ci si unisce e ci si riconosce intorno a un’idea di mondo, di paese e di società, la scelta del leader avverrebbe serenamente, con un patto politico tra contraenti che si rispettano e si battono per un solo obiettivo: la cacciata della destra e la riconquista del governo, che è molto più della semplice “presa del potere”. Ma questo non è il migliore dei centrosinistra possibili. Quindi, alla fine, optate pure per le primarie. Ma sappiate che vi servirà tutto l’equilibrio, il buon senso e la lealtà di cui siete capaci, per evitare che diventino un regolamento di conti che lascia sul terreno solo veleni. Le divisioni interne non mancano e, se tutti i nodi politici e programmatici non si sciolgono prima, affidarsi ai gazebo rischia solo di aggrovigliarli di più. Un duello Schlein-Conte può appassionare ma anche lasciare ferite profonde tra i due elettorati. Un terzo candidato come Silvia Salis può arricchire la competizione ma non garantire la preparazione, dopo appena undici mesi da sindaca di Genova. Insomma, pensateci bene. Ma ricordate che ogni minuto di tempo sprecato a sinistra è un metro di terreno recuperato a destra. “Salvare il soldato Giorgia” — uscita a pezzi dai conflitti della Storia — è ormai una missione che può riuscire solo a voi.
sabato 18 aprile 2026
... Roba da adulti!! ...
Mentre in Italia il dibattito politico è fermo a "la Meloni ha stretto la mano a Trump col gomito troppo flesso?" a Barcellona succede una cosa insolita: la sinistra mondiale si parla.
Abituati alla sinistra italiana che litiga sui social, si scinde in tre correnti per scegliere il font di un volantino e poi perde le elezioni spiegando che in realtà ha vinto "moralmente", fa davvero strano.
A Barcellona, convocati da Pedro Sánchez (quello che secondo alcuni non conta nulla) arrivano presidenti, premier e leader progressisti da mezzo mondo.
Non per fare la foto col pugno chiuso, ma per una cosa che in politica è diventata rarissima: coordinarsi.
Avete presente la destra internazionale?
Quella che si passa i meme, i consulenti, le bugie e pure i soldi?
Ecco. Stessa cosa.
Ma senza la nostalgia per il Ventennio e con qualche libro letto in più.
Tranquilli.
Non stanno rifondando l'Unione Sovietica. Non stanno abolendo la proprietà privata del vostro scooter del 2007. Non è una setta woke che vuole imporvi il tofu obbligatorio.
Stanno solo provando a dire che il mondo non è obbligato a scegliere tra gli USA e il nulla.
Che esiste un'alternativa all'idea che la democrazia sia una scocciatura e la politica estera un torneo di braccio di ferro tra ego ipertrofici.
Parlano di come tassare i giganti globali invece di tassare sempre gli stessi tre cristi e di come evitare che la politica diventi un reality show con missili veri.
Roba noiosa, insomma.
Roba da adulti.
Pedro Sánchez non è il leader perfetto, anzi.
Ma è uno che governa con una linea internazionale chiara. Senza spiegare ogni giorno che "ce lo chiede l'Europa" o che "non ci sono alternative".
E ora fa qualcosa che in Italia sembra fantascienza: usa il potere che ha per costruire, non per fare dirette Facebook.
Per questo a Barcellona non si celebra Sánchez come messia, ma come metodo: coordinamento invece di improvvisazione; politica invece di storytelling; visione invece di paura.
Il punto non è Trump.
Il punto è il dopo.
Chi dice "vogliono un'Europa anti-Trump" non ha capito niente.
Trump è solo il sintomo.
Il problema è un mondo dove la democrazia è opzionale e il futuro è sempre rinviato.
A Barcellona non stanno facendo il funerale a qualcuno.
Stanno tentando di scrivere il copione di qualcosa che viene dopo.
Ovviamente non è garantito che ci riescano.
Ma almeno ci stanno provando, insieme, invece di commentare il disastro sentenziando "ve l'avevo detto".
Se questa cosa vi infastidisce, è normale: la politica che pensa e coordina dà fastidio.
Soprattutto a chi vive benissimo nel rumore, nel cinismo e nell'idea che "tanto sono tutti uguali".
A Barcellona, per due giorni, qualcuno sta provando a dire che non è vero.
È già una bestemmia sufficiente.
Antonio Micciulli.
... soft. leggero o penale? ...
𝐈𝐥 «𝐦𝐨𝐝𝐨 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐬𝐨𝐟𝐭» 𝐬𝐞𝐜𝐨𝐧𝐝𝐨 𝐂𝐫𝐨𝐬𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐡𝐚 𝐮𝐧 𝐟𝐚𝐬𝐜𝐢𝐜𝐨𝐥𝐨 𝐩𝐞𝐧𝐚𝐥𝐞
Il #buongiorno di
Giulio Cavalli
«Il modo più soft, più leggero possibile». Così il ministro della Difesa Guido Crosetto (Fratelli d'Italia) descriveva, il 2 ottobre 2025 ospite di Paolo Del Debbio su Retequattro, l'abbordaggio israeliano alla Global Sumud Flotilla. L'azione israeliana, spiegava, «poteva essere compiuta in modo più o meno violento». Era andata bene. Ringraziava il ministro israeliano Israel Katz perché non era «accaduto nulla a nessun cittadino». Era soddisfatto.
La procura di Roma ha aggiunto al fascicolo il reato di tortura. I pm Stefano Opilio e Lucia Lotti, coordinati dal procuratore capo Francesco Lo Voi, indagano contro ignoti per sequestro di persona, rapina e danneggiamento con pericolo di naufragio. I 36 attivisti italiani a bordo hanno raccontato ai magistrati percosse e privazione del sonno e dell'acqua. Nelle celle veniva sparata musica ad alto volume per ore. «Ci hanno messo in ginocchio, a faccia in giù. Se ci muovevamo, ci colpivano», ha riferito Paolo Romano, consigliere regionale lombardo del Partito Democratico. I pm sono pronti a inoltrare una rogatoria a Israele. La rogatoria, però, passa per il ministero della Giustizia, che ha ampio potere discrezionale.
Quello stesso giorno Meloni annunciava da Vinitaly la sospensione del rinnovo automatico del memorandum di difesa con Tel Aviv. Le opposizioni hanno esultato, la piazza ha festeggiato. La lettera di sospensione l'ha firmata Crosetto, indirizzata allo stesso Katz che aveva ringraziato mesi prima per la sua "leggerezza".
Il "modo più soft" ha un fascicolo penale. La sospensione arriva sei mesi dopo.
... Essere di Sinistra ...
Essere di Sinistra
Essere “di sinistra” non è una cosa unica e rigida: storicamente significa mettere al centro l’uguaglianza, i diritti sociali, la dignità del lavoro e la giustizia economica. In Europa, e in Italia in particolare, vuol dire anche opposizione al fascismo, difesa della democrazia e costruzione di uno Stato che garantisca diritti per tutti, non solo per pochi.
Questi principi trovano una base concreta nella Costituzione della Repubblica Italiana, nata dalla Resistenza antifascista, dove si afferma che la Repubblica è fondata sul lavoro (Art. 1) e che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale (Art. 3).
In pratica, essere di sinistra implica:
Difendere i lavoratori e i diritti sindacali
→ riconosciuti negli Articoli 35–40, che tutelano il lavoro, la giusta retribuzione e il diritto di sciopero.
Ridurre le disuguaglianze economiche
→ principio fondamentale dell’Art. 3, che impegna lo Stato a rimuovere gli ostacoli economici e sociali.
Garantire istruzione, sanità e welfare accessibili
→ Art. 32 (diritto alla salute)
→ Art. 34 (diritto allo studio)
Opporsi a sistemi autoritari come il fascismo
→ valore implicito nei principi fondamentali e nella democrazia rappresentativa (Art. 1, Art. 49)
Promuovere libertà, partecipazione democratica e uguaglianza
→ Art. 2 (diritti inviolabili dell’uomo)
→ Art. 48 (diritto di voto)
Di seguito alcune citazioni importanti di figure storiche che hanno contribuito a questi ideali
Karl Marx
“I lavoratori non hanno patria.”
“Proletari di tutti i paesi, unitevi!”
“La storia di ogni società esistita finora è storia di lotte di classe.”
“Da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni.”
👉 Marx è il punto di partenza: critica il capitalismo e propone una società più giusta basata sull’uguaglianza economica, anticipando principi che ritroviamo nell’idea costituzionale di giustizia sociale (Art. 3).
Palmiro Togliatti
“La libertà senza giustizia sociale non è che una parola vuota.”
“La democrazia deve entrare nelle fabbriche, non fermarsi ai cancelli.”
👉 Togliatti lega il socialismo alla democrazia, contribuendo alla nascita della Repubblica e alla centralità del lavoro sancita nell’Art. 1.
Giacomo Matteotti
“Uccidete pure me, ma l’idea che è in me non la ucciderete mai.”
“Io il mio discorso l’ho fatto. Ora preparate il discorso funebre per me.”
👉 Matteotti è simbolo del coraggio contro il fascismo: la sua lotta anticipa i valori democratici e antifascisti alla base della Costituzione.
Antonio Gramsci
“Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza.”
“Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo.”
“Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza.”
👉 Gramsci sottolinea il ruolo della cultura e dell’istruzione, principi che trovano fondamento nell’Art. 34.
Sandro Pertini
“Il fascismo è l’antitesi di tutte le fedi politiche, perché opprime la libertà.”
“La libertà senza giustizia sociale non è vera libertà.”
👉 Pertini rappresenta la sintesi tra libertà e giustizia sociale, pilastri della Repubblica (Art. 2 e 3).
Piero Calamandrei
“La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare.”
“La Costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé.”
👉 Calamandrei collega direttamente questi valori alla difesa attiva della Costituzione, ricordando che i diritti vanno esercitati e difesi ogni giorno.
In sintesi
Essere di sinistra, soprattutto nella tradizione italiana, significa:
antifascismo
centralità del lavoro (Art. 1)
uguaglianza reale, non solo formale (Art. 3)
diritti sociali garantiti (Art. 32, 34, 35–40)
difesa della democrazia e della Costituzione
Non è solo un’ideologia economica, ma una visione della società dove la dignità umana viene prima del profitto, esattamente come indicato dallo spirito della Costituzione della Repubblica Italiana.
#EssereDiSinistra #Sinistra #Politica #CostituzioneItaliana #Diritti #DirittiUmani #DirittiDeiLavoratori #Lavoro #Uguaglianza #GiustiziaSociale #Antifascismo #Democrazia #Libertà #StatoSociale #Welfare #Italia #Storia #Marx #Gramsci #Matteotti #Togliatti #Pertini #Calamandrei #Resistenza #Repubblica #Costituzione #Articolo1 #Articolo3 #DirittoAlLavoro #DirittiSociali
... cambio gomme! ...
... un sole caldo, quattro chiacchere con un altro cliente, il mio autista personale Antonio che mi riporta a casa ... ora è così! spero vivamente che cambi la situazione!
venerdì 17 aprile 2026
... chi resta e chi passa! ...
Qualcuno avvisi il Presidente che, per fare il Salvatore, non basta un buon software di grafica. C’è una certa aria di "democrazia spirituale" in questo strano cortocircuito americano. Da una parte abbiamo un Papa che fa il suo mestiere - che sarebbe quello di non essere d’accordo con i potenti - e dall'altra un uomo che, tra un dazio e un tweet, decide di farsi ritrarre in tunica mentre tocca le fronti dei malati. Con l'intelligenza artificiale, s'intende. Perché la carità, oggi, si fa col mouse, che è molto più igienico.
È fantastico notare come la destra religiosa, dopo averlo sostenuto con un fervore quasi mistico, si scopra improvvisamente "sconcertata". Addirittura "triste". Si accorgono solo ora che il loro paladino confonde il Vaticano con una sezione elettorale e il Pontefice con un burocrate qualunque? Lo tratta come se il Papa fosse solo un impiegato statale con la veste bianca, un fastidioso oppositore politico da liquidare con una battuta.
Siamo al teatro dell’assurdo: i senatori repubblicani sussurrano "Presidente, lasci stare la Chiesa", come se stessero parlando a un bambino che gioca con i fiammiferi vicino a una polveriera, mentre gli intellettuali conservatori evocano lo "spirito dell'Anticristo", ma con una certa moderazione, quasi fosse solo un problema di cattivo gusto estetico.
Il punto è che il potere ha perso anche il senso del limite del ridicolo. Una volta i potenti cercavano l'appoggio della Chiesa; oggi cercano di sostituirla con un'immagine ritoccata in 4K. Ma il vero dramma non è la blasfemia di Trump; è la solitudine di un elettorato che ha così fame di sacro da scambiare un algoritmo per un miracolo e un narcisista per un Messia.
Alla fine, la differenza è tecnica: il Papa è a vita, Trump è a fine mandato. Uno resta, l'altro passa.
Ma nel frattempo, che spettacolo meraviglioso questo fango che schizza tra il Campidoglio e l'Altare.
Parafrasando Gaber: "Io non mi sento partecipe, ma per fortuna o purtroppo lo sono."
Mauro David.
... Sanchez, el major!! ...
Il premier spagnolo Pedro Sánchez ha appena lanciato il più grande raduno della sinistra mondiale della Storia recente.
Una sorta di Internazionale progressista che si terrà in questi giorni a Barcellona e ospiterà tutti i più grandi leader socialisti mondiali, dal Presidente della Colombia Gustavo Petro a quello brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, dal Presidente del Consiglio europeo Antonio Costa alla Presidente messicana Claudia Sheinbaum.
E ci sarà, per l’Italia, la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein, ovvero colei che la famiglia socialista riconosce come una delle figure più credibili e di maggior prestigio in Europa.
Qualcosa più di un attestato di stima.
Una consacrazione.
La dimostrazione della stima di cui gode Elly Schlein a livello europeo e mondiale, in barba a chi in Italia la attacca e la infanga quotidianamente, spesso senza alcun argomento.
Da Barcellona nascerà il primo vero manifesto progressista di un’Europa alternativa a Trump e che superi la vecchia - e ormai arrugginita - alleanza con gli Stati Uniti.
Mentre noi siamo ancora qui a discutere dei rapporti tra Meloni e Trump, c’è chi sta già preparando un futuro (e anche un presente) senza Trump.
Di cui Pedro Sánchez non può che essere il leader e il riferimento naturale.
E in cui, grazie a Elly Schlein, finalmente l’Italia toccherà palla e potrà giocare in prospettiva un ruolo da protagonista, dopo anni di sberle, figuracce internazionali, servi e cheerleader vari ed eventuali.
Testo di
Lorenzo Tosa
... il complottista? ...
La mia teoria del complotto -
di Michele Serra
Il complottista che è in me (in ognuno di noi) è sempre stato molto poco influente. Direi inoffensivo. Recluso dentro una solida gabbia di certezze politico-culturali e, direi, anche umane: né la società né la vita individuale sono spiegabili con formulette semplici. Nessun “complotto” basta a spiegare nulla. La famosa complessità (ogni avvenimento, ogni gruppo umano, ogni persona è il prodotto di un insieme di cause e di circostanze) è, per me, una certezza.
Chi ragiona – penso – si imbatte continuamente in nuove complicazioni e nuove sfumature. La vita è prevalentemente grigia, dividerla in zone solo bianche e solo nere può dare l’illusione di saperla leggere, ma è appunto un’illusione.
Va detto, però, che in questo periodo il complottista che è in me si sta prendendo qualche piccola rivincita. È sempre in catene, ma lo sento sogghignare alle mie spalle, e nelle notti di luna piena ulula: «avevo ragione ioooooooooooo…». Qual è la novità? Che cosa è accaduto, che possa averlo ringalluzzito?
Si è fatta strada l’idea che il nostro destino, il destino di tutti, sia nelle mani di pochi potenti, alcuni dei quali sciocchi e malvagi. E non è un’idea facile da digerire. Chi dice che è sempre stato così trascura di considerare che per un paio di secoli, su per giù l’ultimo e il penultimo, si era dato per acquisito il fatto che la politica e i destini del mondo fossero una faccenda collettiva: irriducibile all’arbitrio di qualche manciata di potenti.
La democrazia, il socialismo, il suffragio universale, l’opinione pubblica, la borghesia, il proletariato, i movimenti di massa, i partiti politici: non singole persone, ma soggetti composti da moltitudini di uomini e donne erano gli artefici del futuro.
Il momento storico, da questo punto di vista, è micidiale, spietato nell’escludere anche la sola ipotesi che esista un “noi” (o un “loro”) in grado di determinare gli avvenimenti, e di contrastare il dominio di minuscole lobbies con uno smisurato potere: Trump ne è l’espressione perfetta. Anche Putin, certo, ma nessuno ha mai pensato alla Russia come a un punto forte della democrazia. Tutt’altra è la storia dell’America.
Trump parla, e bombarda, come se niente e nessuno potesse interferire nel suo daffare e nei suoi affari. La cerchia ristretta dei suoi serventi (il genero immobiliarista che tratta gli assetti del mondo: ma vi rendete conto?) non vale che come conferma del suo potere. Che possa esistere uno scarto, anche minimo, tra i suoi interessi personali e quelli del suo popolo (tra l’io e il noi) è un dubbio che non lo sfiora. Quanto all’umanità non americana, per lui è solo un fondale, uno scenario inerte nel quale il Demiurgo (lui) plasma il mondo a suo piacimento. Come i selvaggi nei film di Tarzan, i non americani sono solo comparse da stendere a sberle o a fucilate.
Non sono complottista, dicevo: ma se c’è un momento nel quale vacilla ogni solida e ragionevole visione della società e della politica come una faccenda collettiva, nella quale ognuno di noi ha una sua parte, è questo. Se qualcuno mi dicesse che il mondo è nelle mani di una cinquantina di famiglie dedite alla magia nera, o di una lobby transnazionale di tecnocrati manipolatori, non gli crederei, ma lo ascolterei.
Il me complottista ha rialzato la testa, sente di avere qualche possibilità in più di dare una risposta a un bel po’ di domande: dove diavolo è finita la democrazia? Da quando è morta l’idea che la società umana, rispetto all’era tribale, non possa che evolvere? Come è possibile che Trump sia presidente degli Stati Uniti, e Pete Hegseth, un invasato convinto di avere indetto la nona crociata (l’ottava fu nel tredicesimo secolo), sia capo del più potente esercito della Terra? Che Israele sia governato da nazionalisti allucinati, aperti persecutori dell’umanità non israelita? Che la Persia sia la preda contesa tra un regime di preti sanguinari e un impero straniero? Che la Cina del partito unico, tutto tranne che un modello di democrazia, improvvisamente ci sembri, se accostata all’America fuori di testa, un polo di moderazione e di equilibrio?
Ovviamente non ho nessuna intenzione di dargli retta, al complottista che è in me. Sono sicuro che non avrebbe una risposta convincente a nessuna di queste domande – anche se in ogni bar c’è un complottista che te lo spiega lui, come sono andate le cose, e pure come andranno. Ma devo ammettere che la strada per zittirlo si è fatta più stretta.
Per esempio: bisogna credere nella politica come mobilitazione di moltitudini, capaci di cambiare la storia e magari di migliorarla. Credere nel peso quotidiano che ogni nostra azione e ogni nostra parola mantengono, anche se sembriamo tutti foglie secche in balìa dello spostamento d’aria delle bombe. Credere – e qui fatico a scrivere, per quanto mi sembra azzardato – nella libertà e nella pace, nell’uguaglianza tra gli uomini, nelle carte che sono state scritte per regolare il diritto internazionale.
Insomma credere in cose che in questo momento sembrano, tutte insieme, legate in un mazzo rinsecchito e buttate nel fuoco della violenza e della sopraffazione. Quelle famose cose che, a dirle, come minimo finisci nel novero delle “anime belle”, che è l’eufemismo derisorio con il quale i cinici classificano gli illusi.
La prossima volta che andrò a trovare il mio complottista, recluso in una celletta severa ma confortevole del mio cervello, gli spiegherò, per l’ennesima volta, che non credo nella magia nera, nemmeno in Satana, nella Spectre, nel Grande Algoritmo. Credo, in compenso, in cose perfino più fantasmatiche e inverosimili (la democrazia, per dirne una) e dunque sono molto più illuso di lui. Ma conservo, per lo meno, un pezzo di ragionevole speranza.
Poi berremo insieme il solito bicchiere, alla salute del mondo. Ci tiene anche lui, alla salute del mondo, anche se preferisce fare il duro e non vuole ammetterlo.
Michele Serra, 14 aprile 2026
fonte: https://www.ilpost.it/ok-boomer/la-mia-teoria-del-complotto/
giovedì 16 aprile 2026
... l'Anticristo è giunto!! ...
Trump si fa “divino” con l’IA: quando la propaganda sfiora la blasfemia
La pubblicazione da parte di Donald Trump di immagini generate con intelligenza artificiale che lo ritraggono accanto a Gesù Cristo non è un episodio folkloristico né una semplice provocazione comunicativa. È un atto politico preciso, costruito per rafforzare un’idea pericolosa: la sovrapposizione tra leadership politica e investitura quasi “sacra”.
Qui non siamo più nel terreno della libertà di espressione, ma in quello della manipolazione simbolica. L’uso dell’IA consente di creare immagini emotivamente potenti, capaci di parlare direttamente all’inconscio collettivo, saltando ogni mediazione critica. E quando queste immagini attingono al patrimonio religioso, il messaggio diventa ancora più insidioso: si costruisce una narrazione in cui il leader non è solo un candidato, ma una figura “predestinata”, quasi intoccabile.
È una dinamica tipica dei populismi più aggressivi: trasformare il consenso in fede, l’avversario in nemico, e la politica in una sorta di religione civile deformata. In questo schema, il ricorso al sacro non è casuale ma funzionale: serve a blindare il consenso, a rendere ogni critica un atto di eresia.
C’è poi un tema democratico che non può essere ignorato. Se la comunicazione politica si affida a contenuti artificiali progettati per manipolare emozioni e percezioni, il confronto pubblico perde trasparenza. Non si discute più su fatti e programmi, ma su immagini costruite per orientare istintivamente il giudizio.
Il punto, quindi, non è stabilire se queste immagini siano di cattivo gusto, offensive o addirittura blasfeme — per molti lo sono — ma riconoscere che rappresentano un salto di qualità nella propaganda: più sofisticata, più pervasiva, più difficile da smontare.
Quando il potere politico inizia a vestirsi di una costruita sacralità, la posta in gioco non è solo il rispetto della religione. È la tenuta stessa dello spazio democratico.
Perché una democrazia sana ha bisogno di cittadini, non di fedeli.
G.S.
... sporchi vigliacchi!!! ...
Voglio ringraziare e solidarizzare - con loro sì, totalmente - con tutte le giornaliste e i giornalisti de “L’Espresso” per aver fatto qualcosa che in Italia è sempre più raro e non scontato:
Del Giornalismo.
Di più. Del grande Giornalismo.
Perché ci vuole coraggio e anche grande intuito per pubblicare questa copertina di un colono armato che umilia e ridicolizza una donna palestinese in Cisgiordania.
Un’immagine talmente intollerabile che l’ambasciatore israeliano in Italia l’ha bollata come fake e frutto dell’intelligenza artificiale. Facendo una figura barbina.
Perché l’immagine non è soltanto verissimo - frutto del lavoro straordinario del fotografo Pietro Masturzo - ma anche drammaticamente vera. Potente. Attualissima. Necessaria.
Splendida - e direi definitiva - la risposta con cui il vicedirettore de “L’Espresso” Enrico Bellavia ha respinto al mittente le critiche e le accuse intollerabili di antisemitismo:
“In quella foto che ha fatto il giro del mondo c’è la sintesi e il grado zero del sopruso: lo scherno. Più di un corpo martoriato, stabilisce senza lambiccamenti il torto e la ragione. Documenta un surplus di prevaricazione nella sproporzione tra un maschio armato e una donna inerme, cacciata dal suolo che ha calpestato.
Se l’ambasciatore si fosse preso la briga di controllare – era in chiaro, sfogliando il settimanale dalla seconda pagina – si sarebbe evitato il corto circuito di impartire lezioni sull’uso della ‘responsabilità’ e della ‘correttezza’ che gli si sono ritorte contro da parte di chi non si è fermato alle figure, ma si è concesso l’ormai raro scrupolo di leggere.
Non siamo noi a promuovere ‘stereotipi’ e ‘odio’. Il genocidio si chiama con quel nome.
e non si fanno sconti a chi nasconde o mistifica la realtà.
Neppure in nome della Storia”.
Ecco una pagina di alto Giornalismo.
Ne avevamo bisogno.
Lorenzo Tosa.
... un fatale declino! ...
Il declino di un winner
Michele Serra
Esiste già un “dopo Trump”: lo si coglie nelle parole di distacco e addirittura di biasimo di parte dei suoi sostenitori americani delusi — specie gli isolazionisti che non ne vorrebbero sapere di guerra — e nei silenzi imbarazzati dei politici europei suoi apparentati, i populisti di destra e gli anti-europeisti, termini politicamente quasi sinonimi. Se ne prende atto con sollievo, ma è impossibile resistere a una domanda che definirei “naturale” per la spontaneità con la quale sorge: ma non lo sapevate già da prima, chi era Donald Trump? Come avete potuto non accorgervi dei suoi modi, del suo linguaggio e del suo spirito di sopraffazione? Come è possibile che l’assalto al Parlamento dei suoi sostenitori non vi abbia impedito di votare per lui? Ben al di là degli orientamenti ideologici di ognuno, come si fa a confidare in un ottantenne delirante che sprizza vanagloria da ogni frase, e usa la Casa Bianca come cassa di risonanza per i suoi quattrini e i suoi affari privati? Temo che la risposta, ammesso che qualcuno si prenda la briga di darla, non sarebbe confortante. A parte qualche frangia moderata del suo elettorato (per esempio i cattolici americani feriti dagli insulti al Papa), Trump perde consenso soprattutto perché è debole. Impantanato nel Golfo, incastrato da Netanyahu, maldestro nelle nomine dei suoi ministri e vendicativo nel rimangiarsele. Non è il winner che prometteva di essere, e se il suo elettorato vorrà scaricarlo non sarà per la sua orribile cultura del potere, già lampante da molto tempo. Sarà perché non è forte come prometteva di essere, recente scoperta che ferisce i suoi adoratori ben più della sua nera figura umana. Trump è la proiezione politica di idee e sensibilità che milioni di esseri umani condividono. Perderà voti non perché voleva cancellare l’Iran, ma perché non è riuscito a farlo.
... coraggio, gioggia!! ...
Giorgia, so che adesso fa male. Un male cane, soprattutto la mattina quando apri il telefono e non c'è un suo messaggio ad augurarti il buongiorno con aquile e bandiere. Nessun nickname affettuoso. Nessun Epstein file in chat.
So che non è stato facile. Che ti è costato molto.
Hai dovuto scegliere tra lui e la tua dignità, e per farlo hai prima dovuto trovarla la tua dignità. E quella birbante, lo sappiamo, si nasconde.
Ti mancano le sue attenzioni. Ti mancano le telefonate, i summit, quelle foto dove sembrava che ti guardasse come se fossi l'unica leader populista al mondo. Ti mancano le sue mani piccolissime sul tuo corpo. Quelle mani, quello sguardo, quell’odore di bagno di fast food che ti faceva sentire diversa. Che ti faceva sentire speciale.
Ma adesso è finita.
Era l’oro e adesso è come l’Hormuz.
Chiuso.
La tentazione di tornare da lui è forte, non negarlo. Di mandargli un messaggio. Solo uno. Solo per dirgli che ci sei, che lo pensi, che l’Italia ha bisogno di lui. Che tu hai bisogno di lui.
Basterebbe poco. Un cuoricino a una foto di lui che cura i lebbrosi. Un like a un meme dove abbraccia Gesù. E lui tornerebbe da te. Ma devi essere forte.
Sparlano sui social. Dicono che sei coraggiosa per convenienza, che hai fatto la voce grossa solo quando era sicuro farlo, quando anche Parigi, Berlino e Madrid si erano già mosse e tu potevi seguire il gruppo simulando leadership.
Tu lasciarli parlare. Sono solo invidiosi. Non sanno quanto è difficile fare la cosa giusta per i motivi sbagliati. Non sanno quant’è difficile prendere la rincorsa per saltare sul carro dei vincitori.
Dicono che l’hai fatto per recuperare punti dopo la sconfitta al referendum, che stai cercando di riposizionarti, che stai provando a smarcarti da quel sovranismo che ti ha messo dove stai.
Ma io ti dico: non tradirti. Non dimenticare chi sei. Non scordare cosa hai fatto e cosa puoi fare.
Non buttare le felpe di Atreju.
Perché ti prometto che anche se sembra ancora lontano, un giorno questo dolore, questa sofferenza finirà.
E tu starai di nuovo bene.
Benino.
Benito.
E nei momenti bui, Giorgia, ricordati quello che ha osato dirti.
Che sei debole, che non hai coraggio.
Tu, senza coraggio.
Una persona senza coraggio lavorerebbe nella stessa stanza con Nordio adesso che le giornate diventano più calde?
Una persona senza coraggio sarebbe stata capace di addestrare un Salvini al punto da farlo diventare bipede in appena mezza legislatura?
Una persona senza coraggio nominerebbe a Ministro della Difesa un busto del Duce che crede di essere un bambino vero?
Io non credo.
Giorgia, verranno tempi duri, tempi in cui ti sentirai sola, tempi in cui avrai perso i punti di riferimento e proverai la sensazione di essere in balia di un destino avverso e ovunque ti volterai vedrai persone che vogliono approfittarsi di te.
Ma io ti dico solo una cosa: resisti.
Resisti, Giorgia.
Come?
Cosa vuol dire resistere?
È tipo quello che facciamo noi ogni giorno.
mercoledì 15 aprile 2026
... 730/2026 ...
... consegnati oggi pomeriggio i nostri documenti per la compilazione del modello 730/2026 - saldato uno dei due modelli - euro 60,00.
... la lettera misteriosa ...
CROSETTO, EDGAR ALLAN POE E IL TIMES OF ISRAEL
di Lavinia Marchetti
In attesa della famosa lettera di Crosetto a Katz, che comincia a somigliare alla lettera del Ministro D. nel racconto di Edgar Allan Poe "La lettera rubata" e sperando di non dover attendere Dupin per svelare l'arcano, ovvero se sia una denuncia che permetta (per effetto dell'Art. 9) di recidere in 6 mesi il contratto, oppure un rimando al prossimo governo nel 2031 il boccone avvelenato, ritengo utile leggere assieme un articolo del Times of Israel di stamani, dove si parla, appunto, della sospensione degli accordi sulla difesa tra Italia e Israele.
Il ministero degli Esteri israeliano affida alla stampa una smentita dal sapore stantio. Tentano di sminuire la portata della decisione di Roma derubricandola ad una specie di accidente burocratico. Sostengono che il memorandum firmato ai tempi del governo Berlusconi fosse privo di sostanza materiale. Mentono sapendo di farlo. Senza ritegno. Sanno benissimo quanto pesi spegnere il pilota automatico di un trattato militare in corso da vent'anni.
Yair Lapid, dall'opposizione alla Knesset, infatti smaschera questa goffa operazione di facciata. Il leader dell'opposizione punta il dito contro un esecutivo incapace di preservare le alleanze acquisite. Ricorda a tutti l'appartenenza di Giorgia Meloni al campo conservatore europeo per evidenziare lo strappo. Perdere l'appoggio tacito delle destre occidentali certifica l'isolamento di Tel Aviv. Subito dopo si produce in una promessa grottesca. Si dice certo che basterà cambiare premier per far tornare Israele il Paese amato dalle cancellerie globali. Ovviamente non gli balena, neanche per un attimo, nella testa, che dopo uno, quasi due genocidi, una crisi energetica mai vista, difficilmente qualcuno in futuro vorrà avere a che fare con Israele.
Palazzo Chigi intanto si muove per puro calcolo contabile. La fedeltà a Netanyahu produce ormai un debito d'immagine politicamente insostenibile. Il milione di firme depositate per sospendere l'Accordo di associazione con l'Unione Europea spaventa i palazzi del potere continentale. La presidente del Consiglio capisce all'improvviso che le fiamme rischiano di lambire gli interessi nazionali attorno allo stretto di Hormuz. Decide di fare un passo indietro. S'inventa una mossa sovranista fuori tempo massimo per mascherare l'opportunismo elettorale.
Nel mezzo di questa ritirata incassa l'attacco frontale di Donald Trump. Il presidente americano la definisce inaccettabile dalle colonne del Corriere della Sera. La punisce pubblicamente per aver negato l'uso della base di Sigonella ai jet statunitensi. Lei si ripara lesta dietro i moniti del Papa. Finge un moto di coscienza superiore che copre a fatica la banale difesa del proprio tornaconto.
Mentre l'Italia frena bruscamente, il mercato degli armamenti israeliano cerca sbocchi alternativi. Il times of Israel mette sotto la notizia dell'Italia, un po' in stile "morto un Papa (che non dispiacerebbe troppo a Trump) se ne fa un altro) che Belgrado accelera. Aleksandar Vucic si offre di produrre droni da combattimento in società con l'azienda israeliana Elbit Systems. Il vuoto lasciato da un partner storico viene così colmato da alleanze periferiche. Israele rastrella sponde pur di alimentare la propria industria bellica. La retromarcia italiana traccia però una linea netta. Il capitale di credibilità di Netanyahu si sta esaurendo e trascina a fondo una rete di coperture diplomatiche che nessun esecutivo accetta più di pagare in prima persona.
Permane il mistero della lettera di Crosetto. Ai posteri l'ardua sentenza.
... i servi di un pazzo! ...
𝐋𝐨 𝐬𝐜𝐢𝐨𝐜𝐜𝐚𝐭𝐨 𝐞 𝐢 𝐬𝐮𝐨𝐢 𝐬𝐞𝐫𝐯𝐢
Il #buongiorno di Giulio Cavalli
«Sono scioccato da Meloni. Pensavo avesse coraggio, mi sbagliavo.» Donald Trump lo ha detto ieri al Corriere della Sera. Vale la pena rileggere la frase: il presidente degli Stati Uniti, che Meloni auspicava potesse vincere il Nobel per la pace, la chiama codarda. Tre anni e mezzo di devozione riassunti in una riga.
In quarantott'ore Palazzo Chigi ha sospeso il rinnovo automatico del memorandum di difesa con Israele, firmato nel 2003 e in vigore dal 2016, e ha trovato il vocabolario per definire "inaccettabili" le parole di Trump su papa Leone XIV. Solo in ritardo di tre anni e mezzo. A gennaio, davanti al cancelliere tedesco Friedrich Merz, Meloni aveva auspicato il Nobel per la pace al tycoon. Al Board of Peace, il direttorio privato costruito con autocrati vari, ha evitato di aderire solo perché il Quirinale l'ha bloccata per motivi costituzionali; su Gaza nel frattempo taceva.
Il papa non c'entra. Trump aveva attaccato Leone XIV definendolo «debole sulla criminalità e pessimo in politica estera» il 13 aprile: Meloni ha aspettato dieci ore, le bordate di Salvini e delle opposizioni. Le parole sul pontefice non sono la causa di nulla: Trump ne ha dette di peggiori nell'ultimo anno, con Meloni sostanzialmente allineata. Sono stati i sondaggi. FdI cala al 27,9%, la fiducia nell'azione del governo è scesa dal 49 al 37% dall'insediamento, la batosta referendaria ha aperto uno scenario di parità con il campo largo.
Tre anni e mezzo per capire che il vassallo non è un alleato. Ci voleva una batosta elettorale. E intanto Trump è “scioccato". C’è da capirlo: per lui l’unico pregio dei servi è proprio la fedeltà.
martedì 14 aprile 2026
... un grande uomo!! ...
Per lui la camorra mandò sei sicari. Lo inseguirono e fermarono sulla tangenziale e lo crivellarono di colpi. In sei, per uccidere un uomo.
Giuseppe Salvia, vicedirettore del carcere di Poggioreale, aveva fatto una cosa irricevibile per la camorra: aveva perquisito lui stesso Raffaele Cutolo.
«Dottò, cosa dobbiamo fare? Sa, noi abbiamo famiglia…», gli avevano infatti detto i suoi agenti quando Cutolo si era rifiutato di farsi perquisire lì in carcere. Lui non ci pensò due volte e andò a farlo lui stesso, perfettamente conscio di cosa andava ad affrontare. Lo fece al posto degli agenti.
Cutolo gli mollò infatti uno schiaffo e Salvia capì subito che quello non era solo un gesto di stizza, ma una condanna a morte.
La eseguirono in questo giorno, il 14 aprile del 1981.
Al suo funerale, arrivarono ben sessantotto corone di fiori. Le spedirono gli stessi carcerati che lui doveva sorvegliare. Lo fecero perché Salvia non era solo un grande uomo di Stato, ma anche un uomo buono che non aveva mai trasformato il “suo” carcere in un inferno per i detenuti, ma anzi lo aveva umanizzato.
In questo giorno, anche quest'anno il nostro ricordo va a lui.
Fa bene rinfrescare la memoria su questi personaggi.
Alla sua storia, il suo coraggio, il suo essere stato ed essere ancora un grande esempio.
... una violenza cieca!! ...
𝐀 𝐌𝐚𝐬𝐬𝐚 𝐬𝐢 𝐦𝐮𝐨𝐫𝐞. 𝐀 𝐑𝐨𝐦𝐚 𝐬𝐢 𝐩𝐨𝐬𝐭𝐚
Il #buongiorno di Giulio Cavalli
«Babbo, alzati. Per favore alzati.» Lo ha detto un bambino di undici anni stringendo la mano al padre che moriva in piazza Felice Palma a Massa. Giacomo Bongiorni, 47 anni, aveva chiesto a un gruppo di ragazzi di smettere di lanciare bottiglie contro una vetrina. Lo hanno ammazzato. Il figlio undicenne ha visto tutto.
Cinque gli identificati dai carabinieri: due maggiorenni di 19 e 23 anni, indagati per concorso in omicidio volontario, e tre minorenni la cui posizione è al vaglio della procura minorile di Genova. I fermi, spiega la procura, sono stati possibili grazie alle telecamere di sorveglianza della piazza. Matteo Salvini (Lega), vicepresidente del Consiglio e ministro delle Infrastrutture, ha aperto i social e ha scritto: "Basta col buonismo: chi delinque deve avere certezza e paura di pagare i suoi errori fino in fondo". Pene certe, nessuno sconto.
Il sindaco di Massa, Francesco Persiani, governa con il sostegno di Lega e Forza Italia da quasi otto anni. La sua risposta all'omicidio: controlli rafforzati e un coprifuoco. Pochi giorni prima, nello stesso centro storico, c'era già stata un'altra rissa con lancio di bottiglie. Salvini governa l'Italia. Il suo partito siede al tavolo del governo da tre anni. Su sicurezza e pene può legiferare quando vuole. Ha tempo. Ha i voti. L'indignazione ha un vantaggio rispetto alle leggi: richiede molto meno sforzo. Un post alle dieci di mattina, il dolore della città trasformato in carburante per il prossimo comizio. Il bambino che chiedeva al padre di alzarsi meritava qualcosa di più.
... un finto pazzo? ...
L'ULTIMA RECITA DI CALIGOLA: LA DEMENZA COME CORAZZA..
La pazzia è un mestiere che s'impara presto, la presunta pazzia di Trump ha ali d'aquila, lingua di pappagallo e occhi di talpa.
Quelli di Trump non chiamateli deliri; chiamateli scialuppe di salvataggio. Quello a cui assistiamo non è il collasso di una mente, ma l’astuta messinscena di un organismo che ha capito di essere braccato. L'Es di quest'uomo, quella forza oscura, egoistica e primordiale che lo ha spinto sul trono, ha fiutato l'odore del ferro: quello delle sbarre, non quello del potere.
È la strategia del naufrago, il "pazzo" che oggi urla sui palchi non sta cercando voti, sta cercando un’infermità mentale preventiva. È la Madman Theory applicata al codice penale.
Se il mondo lo crede incapace di intendere, come potranno condannarlo per i file Epstein quelli che scottano come le fiamme dell'interno, per le trame oscure con i predatori della peggior specie o per aver aizzato la folla come un macellaio di democrazie?
Trump è un narciso in fuga.. per un uomo che ha vissuto nel mito della propria onnipotenza, la sconfitta è una morte simbolica. Piuttosto che accettare il fallimento del "vincente", preferisce il travestimento del "folle".
La pazzia è l’unico rifugio dove il tribunale non può entrare senza guanti di velluto.
Sono convintissima che la sua è una dissociazione strategica: ogni parola sconnessa è un mattone rimosso dall'edificio della sua responsabilità penale. È un escapismo calcolato, se distruggi la realtà, non devi rispondere delle macerie che hai lasciato.
Non è solo la legge a fargli tremare le membra; è il peso dei segreti condivisi con i macellai della storia. La sua "follia" è un sudario sotto cui nascondere le mani sporche del sangue versato in Medio Oriente.
È il patto osceno con i destabilizzatori che lo inchioda: dietro i suoi deliri si cela il terrore di essere trascinato alla sbarra come il complice silenzioso e cinico di Netanyahu. Sa bene che la Storia lo marchierà come l'architetto del caos, colui che ha dato il via libera alla tentata destabilizzazione del pianeta per puro tornaconto elettorale. Teme che il mondo smetta di vederlo come un leader e inizi a guardarlo come un complice di genocidio, un uomo che ha giocato a scacchi con la sopravvivenza dei popoli.
Il terrore della sedia elettrica lo sta consumando nell'anima: ma c'è un terrore ancora più intimo, un verme che gli rode il ventre, è il fantasma di Epstein che lo perseguita, le liste di Epstein sono nelle mani di Netanyahu.
Il solo pensiero che i file segreti possano vomitare la verità sui suoi abusi, sulle depravazioni commesse su minori indifesi, lo riduce a una larva. Non teme solo la condanna; teme la "morte sociale" prima di quella fisica.
La sua maschera da folle è l'ultimo tentativo di evitare la destinazione finale: il cemento freddo della peggiore galera americana. Immagina se stesso lì, privato dell'oro, della lacca e dei servi, costretto a marcire tra le mura di un braccio di massima sicurezza, dove il suo nome non incuterà più rispetto ma solo disprezzo.
Egli sa che per i crimini contro l'umanità e per l'orrore della pedofilia non esiste perdono elettorale. La sua strategia del "pazzo" non è che il rantolo di un condannato che vede già la porta della cella chiudersi per l'eternità. È il terrore di morire da mostro, nudo e dimenticato, nel buio di un penitenziario federale.
L'impostura finale è un teatro dell’assurdo dove il carnefice si trucca da vittima del proprio cervello. Ma dietro il fumo dei suoi sproloqui, restano i fatti: le magagne societarie, il tradimento dei valori fondamentali, l'ombra dei complici genocidi, Netanyahu lo tiene ben stretto non solo per i testicoli, ma per il ciuffo, pronto a tagliare la sua testa.
Fingersi pazzo non è un segno di debolezza, è l’ultimo, disperato atto di un predatore che, vistosi circondato dai cacciatori della giustizia, decide di fingersi morto o infetto per non essere toccato. Ma il trucco è logoro. La sua non è una "fuga psicogena", è una ritirata vigliacca verso l'impunità.
Il verdetto della storia non si farà incantare da un tic nervoso o da una frase sconnessa: la sua "follia" è solo la maschera di un terrore purissimo. Il terrore di essere, inesorabilmente, un uomo comune davanti alla legge.
Karima Angiolina Campanelli
Iscriviti a:
Commenti (Atom)







































