mercoledì 16 settembre 2026

martedì 15 settembre 2026

... "il Matto in Culo" ...

Ve lo ricordate nonno Joe Biden? Quello che è stato coperto di merda perché dicevano che era vecchio e rincoglionito? Che negli USA avevano soprannominato "sleepy Joe", e che gli italici #ciucciacazzodiTrump (variante ancora più idiota dei #ciucciacazzodiPutin) chiamavano "Rimbambiden"? Ma sopratutto, quello che a detta di mezzo mondo era troppo vecchio e malandato per fare il Presidente degli Stati Uniti? Ecco, sul fatto che probabilmente fosse troppo vecchio e malandato non ci piove. Ma qualche giorno fa, durante una commemorazione per l'11 settembre, a 83 anni suonati e con il c@ncro che ormai penso gli stia mangiando metà dell'apparato scheletrico, nonno Joe è rimasto per una quarantina di minuti in piedi, schiena dritta, mano sul cuore e sguardo attento, esattamente come dovrebbe fare un presidente in queste circostanze. Quello che non dovrebbe fare un presidente, fra l'altro di tre anni più giovane, è invece stare seduto; magari addormentandosi in pubblico per l'ennesima volta, permettendoci di ammirare la sua bocca pendente con tanto di rivoletto di bava tipica di chi ha avuto un ictus, in pieno stile Nonno Simpson; e, a giudicare dall'espressione della povera Melania, probabilmente dopo essersi anche cacato addosso. Questo è lo spettacolo offerto dall'omuncolo arancione al Pentagono, durante una delle cerimonie pubbliche più importanti per il popolo USA. Il fotografo che ha immortalato questa sequenza di scatti, l'ultimo dei quali abbastanza indicativo di quanto Mad Donald sia prossimo a farsi fare i documenti di marmo, ci ha regalato una serie di istantanee che fra 50 anni verranno esposte al MOMA, con il titolo "come mai il mondo 50 anni fa è andato irrimediabilmente in vacca". Che Joe Biden non avesse più la forza fisica e mentale per fare il Presidente è un fatto acclarato, e l'unico errore suo e del suo entourage è stato di non prenderne atto in tempo e lasciare il comando a qualcuno più adatto di lui. Ma al suo posto ci siamo ritrovati alla guida della nazione più ricca e potente del mondo un narcisista con un piede e mezzo nella fossa, obeso, vaneggiante, incapace di stare in piedi, di stare sveglio e di mantenere l'attenzione su qualcosa che non sia sè stesso per più di 5 minuti. Ecco il personaggio che una pletora di teste di minchia dentro e fuori dagli Stati Uniti ha preferito a "Rimbambiden". Alla luce degli ultimi sviluppi, invece, direi che al vecchio Joe mezzo mondo dovrebbe porgere quantomeno delle scuse. Che con tutti i suoi limiti e i suoi acciacchi, avrebbe sicuramente dato uno spettacolo meno ributtante del Matto in Culo. Anche se a pensarci bene, anche un cartonato di Richard Nixon lo avrebbe dato.

... contro il riarmo! ...

CONTRO IL RIARMO? ALLORA BASTA ARMI ALL’UCRAINA 


Oggi a Palazzo Civico il PD torinese presenta una mozione contro il riarmo. Nel testo scrive che la corsa agli armamenti sottrae risorse al welfare, alla cultura e alla transizione ecologica e richiama la necessità di puntare sulla pace, sul dialogo e sulla cooperazione internazionale. Principi che condividiamo. Ma proprio in questi giorni, a livello nazionale, PD e Movimento 5 Stelle si stanno dividendo su una scelta molto concreta. Giuseppe Conte ha ribadito che, dopo oltre quattro anni di guerra, bisogna fermare l’invio di armi all’Ucraina e concentrare gli sforzi dell’Italia e dell’Europa sulla costruzione di un cessate il fuoco e di un negoziato. Il PD sostiene invece che le forniture militari debbano continuare. Noi abbiamo condannato fin dal primo giorno l’aggressione russa all’Ucraina e continuiamo a condannarla senza ambiguità. Ma dopo oltre quattro anni continuare a inviare armi non ha fermato la guerra né aperto una prospettiva di pace. Un negoziato richiede la disponibilità di entrambe le parti, ma questo non può diventare la giustificazione per proseguire senza una prospettiva politica una strategia fondata sull’invio di nuove armi. Per questo presenteremo un emendamento alla mozione del PD. Stop all’invio di armi italiane all’Ucraina e un’iniziativa europea per costruire le condizioni di un cessate il fuoco e di un negoziato. Se vogliamo davvero contrastare la corsa al riarmo, bisogna passare dalle dichiarazioni alle scelte. Per noi oggi significa fermare l’invio di armi e lavorare perché l’Europa costruisca le condizioni politiche e diplomatiche per mettere fine alla guerra. 

#m5s #torino #conte #stoprearmeurope #ucraina 


 Andrea Russi.

... epoca nera senza niente! ...

𝐈𝐥 𝟓𝟗% 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐬𝐜𝐮𝐨𝐥𝐞 𝐞̀ 𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐚𝐠𝐢𝐛𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚̀. 𝐈𝐧𝐭𝐚𝐧𝐭𝐨 𝐕𝐚𝐥𝐝𝐢𝐭𝐚𝐫𝐚 𝐫𝐢𝐬𝐜𝐫𝐢𝐯𝐞 𝐢𝐥 𝐜𝐚𝐧𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐟𝐢𝐥𝐨𝐬𝐨𝐟𝐢𝐚 


Il #buongiorno di Giulio Cavalli 


 Davanti al ministero dell'Istruzione e del merito gli studenti della Rete degli studenti medi hanno aperto la mobilitazione d'autunno con la prima campanella. La richiesta è semplice, spaventosamente banale: chiedono la manutenzione ordinaria della scuola, chiedono soffitti che stiano su, aule vivibili col caldo. Il ministro Giuseppe Valditara invece ha altro per la testa. Ha la legge 104 del 2026, che pretende la firma dei genitori prima che in classe si nomini l'affettività, per tutelare i bambini, ha detto in giugno, «dalla confusione della propaganda gender». Ha le indicazioni nazionali in vigore dal 1° settembre, con la storia rimessa attorno alla centralità dell'Occidente. Ha la bozza dei licei che ha spinto oltre sessanta docenti universitari a firmare per Spinoza e Marx, e ha la filiera 4+2, tarata sulle imprese. Per fortuna ci sono i numeri, a cui ci stiamo affezionando sempre più in questa epoca nera di propaganda senza niente intorno. Il 9 settembre Cittadinanzattiva ha portato alla Camera il XXIV rapporto: il 59% delle scuole è senza certificato di agibilità, 68 i crolli in dodici mesi, l'aria condizionata nel 7,42%. Murray Edelman lo scrisse nel 1960 sull'American Political Science Review: il simbolo tranquillizza la platea mentre le risorse vere prendono un'altra strada. E l'attenzione di un governo, misurata da Bryan Jones e Frank Baumgartner nel 2005, è una risorsa scarsa: si spende una volta sola. 

Insomma, mentre al ministero contano le firme, i muri li stiamo pagando noi: con l'8 per mille gli italiani hanno destinato alle scuole 70 milioni. Gli studenti chiedono che il soffitto resti attaccato al soffitto, il ministro chiede la firma dei genitori.

... impegno formale!! ...

... stamane nuova visita all'alloggio di Bussoleno, scattate alcune foto per documentazione e rilasciato in agenzia un impegno formale di acquisto, sottoposto al buon esito della vendita in corso del nostro "buen retiro"!!

lunedì 14 settembre 2026

... l'Occidente sconfitto ...

L’Occidente sconfitto 

di Lucio Caracciolo 


 Quando gli storici studieranno questo nostro primo quarto di secolo si stupiranno di osservare come l’Occidente vi sia entrato dominante e stia finendovi sconfitto. Da sé stesso, non da un inesistente nemico superiore in astuzia e potenza. Per chi come noi dell’Occidente o di quel che ne resta è fiera parte, interrogarsi sul perché parrebbe d’obbligo. Per capirci qualcosa conviene connettere l’11 settembre 2001 al 7 ottobre 2023, le Torri Gemelle a Gaza. E scoprire che la frana dell’Occidente è figlia dell’analoga reazione degli Stati Uniti alla sfida di bin Laden e di Israele al pogrom di Sinwar: vendetta, tremenda vendetta. Ossia tentato suicidio via cosiddetta “guerra al terrorismo”. Caccia infinibile all’indefinibile terrorista — parafrasando Göring sugli ebrei, “chi è terrorista lo decido io” — con massacri di civili innocenti trattati da bestie o subumani e garanzia di fresche leve per le organizzazioni terroristiche. Niente strategia, solo isteria. Americani e soprattutto israeliani vi insistono con tenacia. Trascinando tutti noi occidentali nel gorgo di conflitti autodistruttivi. O, più probabilmente, scoprendoci orientali antemarcia, a disposizione del percepito vincente dagli occhi a mandorla. (Vale soprattutto per noi furbissimi italiani.) Tre ricordi personali in suffragio di questa interpretazione. Primo: incontro con diplomatico americano, subito dopo l’11 settembre: “Non abbiamo scelta: stivali per terra, dovunque e comunque, gli deve passar la voglia di rifarlo, magari con l’atomica”. Secondo: recente risposta di generale israeliano alla domanda sulle ragioni che hanno spinto lo Stato ebraico a imbarcarsi nel genocidio che Hamas voleva facesse: “Vendetta. Volevamo vendicarci”. E precisa: “Sappiamo che è sbagliato, ma non possiamo non farlo”. Terzo: sentenza di storico americano, a chiudere nel 2007 una discussione su chi possa batterci: “Solo l’Occidente può battere l’Occidente”. Concordiamo. E concordano finora i fatti. Marc’Aurelio non è più lettura obbligatoria nei curricula classici ma se Bush junior, Netanyahu o chi per lui lo (ri?)prendessero in mano ce ne gioveremmo assai: “Il miglior modo di vendicarsi di un’ingiuria è il non rassomigliare a chi l’ha fatta”. Nel caso di Israele, scimmiottare Hamas con sovrappiù di stragi significa sfigurarsi e compromettere gli ebrei nel mondo. Tanto che del 7 ottobre quasi non si parla più. Tutto comincia e non finisce con l’8 ottobre e il genocidio/suicidio che ne sta conseguendo. Nella percezione prevalente, americani e israeliani somigliano, in versione peggiorata dall’iperpotenza, ai provocatori mille volte più deboli ma molto più astuti che li hanno spinti alla vendetta. Non entriamo negli aspetti criminali. Restiamo alla non strategia. Prima che crimine, la guerra a sé stessi, battezzata “al terrore”, è errore. Peggio ancora se la intendiamo alla rovescia: non contro i terroristi ma contro il terrore che ne abbiamo. In questo caso sommiamo all’impossibilità di battere i nemici e alla certezza di migliorarne l’immagine la creazione dello stato di emergenza permanente. Con effetti devastanti sulla coesione sociale, sul clima culturale e sulle stesse istituzioni democratiche. Valga da allarme la persistenza in America di norme e strutture anti-terrorismo varate dopo l’11 settembre che facilitano lo slittamento verso l’autocrazia stile trumpiano, con il Congresso sotto tutela e l’esecutivo strapotente, agenzia immobiliar-finanziaria della famiglia Trump e associati. Per tacere di Israele in deriva teocratica. Questa follia si riflette sull’efficienza dello strumento militare. Le Forze armate israeliane sono in mutazione antropologica: al posto dei valorosi sionisti della prima e della seconda ora, troviamo persone spesso disturbate di dubbia provenienza, legate ai coloni più violenti e impregnate di ubbie ultrareligiose alla “Dio è con noi” — come minimo non porta fortuna. Quanto ai militari americani, gli ammutinamenti sulle portaerei spedite senza sosta in giro per il mondo sono solo la punta dell’iceberg. Con un comandante in capo che esorta i suoi generali e ammiragli a combattere “il nemico di dentro”, cioè gli americani che non la pensano come lui, che lealtà puoi pretendere? In fine due cifre. Nelle disastrose “guerre al terrore” di Bush figlio, Obama e Biden, tra 2001 e 2021, sono morti 37.729 soldati americani. 7.052 sul campo, 30.177 suicidi. And counting. 


tramite: https://www.ariannaeditrice.it/.../l-occidente-sconfitto....

... una presa per il culo! ...

𝐂𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐞𝐮𝐫𝐨 𝐝𝐢 𝐛𝐨𝐧𝐮𝐬 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐨 𝟑𝟔𝟏,𝟖𝟎 𝐝𝐢 𝐫𝐢𝐧𝐜𝐚𝐫𝐨: 𝐢𝐥 𝐠𝐨𝐯𝐞𝐫𝐧𝐨 𝐬𝐢 𝐢𝐧𝐜𝐚𝐫𝐭𝐚 𝐬𝐮𝐥 𝐩𝐢𝐞𝐧𝐨 


𝐴𝑙𝑧𝑎𝑛𝑜 𝑙'𝑎𝑐𝑐𝑖𝑠𝑎 𝑎 𝑔𝑒𝑛𝑛𝑎𝑖𝑜 𝑒 𝑎 𝑜𝑡𝑡𝑜𝑏𝑟𝑒 𝑟𝑒𝑔𝑎𝑙𝑎𝑛𝑜 𝑢𝑛 𝑝𝑖𝑒𝑛𝑜 

Il #buongiorno di Giulio Cavalli 


 La propaganda di governo che sembra reggere su tutto si schianta sul tabellone di un distributore, perché quel numero è l'unico che non si riesce a riscrivere in un video. Ieri la benzina self stava a 2,105 euro e il gasolio a 2,214, e giovedì scade lo sconto di 17 centesimi che il governo ha già rinviato quattro volte in tre settimane. Al suo posto si studia un bonus una tantum da 100 euro per dipendenti e partite Iva, che ai prezzi di ieri fanno quarantasette litri: un pieno, e neanche pieno. Il conto lo ha fatto Nomisma Energia, che su una famiglia tipo calcola 361,80 euro in più in un anno di pieni: cento euro ne coprono un quarto scarso, una volta sola, e solo a chi ha un datore di lavoro o una partita Iva. Da lì in poi si incartano, perché qui la comunicazione conta zero e contano i soldi. Per questo è servito un vertice di maggioranza per decidere chi ci sta dentro, con la Lega che vuole tassare gli extraprofitti e Forza Italia che pretende prima l'accordo delle aziende che dovrebbero pagarli. Le proroghe dal 19 marzo al 10 settembre sono già costate 2 miliardi e 74,5 milioni secondo i servizi studi di Camera e Senato. Ben due miliardi per arrivare a giovedì. Dal 1° gennaio, del resto, lo stesso governo ha alzato l'accisa sul gasolio di 4 centesimi al litro, maggior gettito 587,2 milioni nel solo 2026. Alzano l'accisa a gennaio e a ottobre regalano un pieno. E giovedì, quando il gasolio si riprende i suoi diciassette centesimi, arriverà l'ennesimo video promettendo di essere vicini ai cittadini, ci sarà ancora la sfilata di ministri contriti che dichiarano solidarietà. 
E intanto muti, quasi servi, sulla guerra che sta infiammando il Medio Oriente e che sta producendo tutto questo.

... Torino 0 - Roma 2 ...

Se Abate perde la prossima deve essere mandato via per provare a salvarci. Questo è il peggior inizio che io mi ricordi. Peggio anche dell’anno scorso che già era pessimo. 

Onestamente la squadra è leggermente meglio quest’anno rispetto all’anno scorso.
Urbano Cairo lo aveva promesso: voleva fare la sua migliore stagione. Per questo ha voluto fortemente Ignazio Abate. Lo ha voluto davvero fortemente. Certo, dopo i no di Gattuso, di De Rossi e di Aquilani, ma comunque fortemente, diciamo così. Lo ha voluto tanto da promettere Urby et orbi (molto orbi) un calcio offensivo, propositivo, divertente. Un calcio capace di attaccare e far male. Parole sue, mica mie. Per mettere in atto questo suo straordinario progetto ha pescato Ignazio Abate, dicevamo. Dalla Juve (porcamado’) Stabia, in serie B. Allora prendiamoli i numeri della Juve Stabia di Ignazio Abate che ha stregato Cairo, analizziamoli insieme. 42 partite fra campionato, playoff di cadetteria e Coppa Italia. 12 vittorie, 19 pareggi e 11 sconfitte. Non esattamente il Brasile di Pelé. Ma forse quando Cairo e Petrachi lo hanno chiamato non li avevano letti bene, i numeri. . Beh facciamolo noi allora. La Juve Stabia di Abate non ha mai segnato 4 gol nella stessa partita. Tre gol in una partita? Soltanto tre volte. Tre gol subiti? Cinque volte. In 11 match su 42 non ha segnato nemmeno un gol. E soprattutto: in 28 partite su 42 la Juve Stabia ha segnato meno di due gol o non ha segnato affatto. Quasi due partite su tre, perdio. Quartultima in serie B per occasioni gol create. Una produzione offensiva così sterile da far sembrare divertente anche una riunione dell’Udeur di Mastella. E allora veniamo al Torino, sempre di Ignazio Abate. Perché Cairo aveva promesso il calcio offensivo. Quello propositivo. Quello divertente. Quello in cui il tifoso dovrebbe uscire dallo stadio con la sensazione di aver visto qualcosa. Oggi, dopo appena sei partite fra campionato e Coppa Italia, il risultato è: 2 vittorie, 4 sconfitte. 5 gol fatti, 8 subiti. E soprattutto: eliminazione dalla Coppa al secondo turno, in casa contro il Monza, anche qui non proprio il Real Madrid. Il problema non è soltanto perdere, a quello col Mandrogno siamo abituati. Il problema è come perdi. Simeone che attacca da solo, come se avesse litigato con il resto della squadra. Magari è successo davvero. Vlasic che gira per il campo alla ricerca di una destinazione, di un senso, forse di un autobus da prendere al volo alla Fantozzi. Non l’ha mai fatto, ma l’ha sempre sognato. Centrocampisti e difensori che spesso sembrano tre persone convocate per errore alla stessa riunione. La palla gira, sì. Ma dove? Un passaggio. Un altro passaggio. Un altro ancora. E se la ritrova fra i piedi Perri, che non sa cosa farsene. Nessun ritmo. Poco coraggio. Poca verticalità. Poca gente che attacca gli spazi. È come stare immobili sotto la pioggia per paura di bagnarsi. Una squadra paralizzata dal terrore di scoprirsi e prendere gol. Il capolavoro è che il gol lo prende comunque. Perchè è poco attenta, perché non ci mette il piede e la garra, perché vuole costruire dal basso con dei boscaioli che giocano contro gente che ha già capito dove andrà la palla prima ancora che i boscaioli ci abbiano pensato. Non è nemmeno una squadra semplicemente brutta, ma un gruppo che non sembra convinto di quello che sta facendo. E quando una squadra non crede nel proprio modo di giocare, lo capisci da tutto: dai movimenti, dalla velocità dei passaggi, dalle scelte, dalle facce. Il calcio offensivo promesso da Cairo, per ora, è diventato una specie di leggenda metropolitana. Quello che resta è un Torino prudente, impaurito, prevedibile. Una squadra costruita per non farsi male che riesce puntualmente a farsi male lo stesso. E questa è una cosa molto più triste. Undici uomini in campo che sembrano impegnati in una gara clandestina a chi riesce a prendersi meno responsabilità. Verranno tempi migliori ed avversari più abbordabili? Può essere, per la carità. Però non è un gran vivere. 


 Ernesto Bronzelli.

domenica 13 settembre 2026

... inferno che puzza!!! ...

... continua il periodo di MERDA!!! - Stamane, al nostro arrivo, altra bella sorpresa! saltato il contatore e tutti i surgelati andati a male - le nostre cose buttate qua e là -per fare le foto!! - MALEDETTO SETTEMBRE MALEDETTI TUTTI COLORO CHE MI HANNO MANDATO TUTTO QUESTO O LO HANNO PERMESSO!!! Ho sputato tre volte sul quadro con la croce nel mio studio!!!

sabato 12 settembre 2026

... Scusa, Denise!!! ...

𝐒𝐜𝐮𝐬𝐚, 𝐃𝐞𝐧𝐢𝐬𝐞 


Il #buongiorno di Giulio Cavalli 

 Quanto dolore, mentre fuori piove e sconquassa, per la morte di Denise Garofalo. Denise, figlia di Lea, che si portava addosso il dolore di una madre ammazzata da suo padre Carlo Cosco, uomo di mafia. Il clan non sopportava che Lea Garofalo avesse deciso di raccontare la mafia che aveva vissuto in famiglia e così madre e figlia, con Denise appena bambina, su e giù per l’Italia, poche ore per mettere in valigia una vita intera, un nome e un cognome finti e una storia da simulare a memoria, e poi un caravanserraglio che le portava via, di notte. È cresciuta così, Denise, scappando dalla mafia solo che la mafia aveva i denti di suo padre. È vissuta dovendo esistere il meno possibile, meglio ancora se trasparente, con le imposte socchiuse. E se per caso qualche volta avevano la sensazione di essere riconosciute si ripartiva di nuovo. Di nuovo ancora le valigie con tutta la vita dentro, di nuovo via, di nuovo. Carlo Cosco, padre di Denise, uccise Lea, madre di Denise, il 24 novembre 2009, dopo un appuntamento a Milano che si apparecchiava con troppo anticipo al Natale, poco lontano dal cimitero Monumentale. Nel processo Denise ha scoperto che anche il suo fidanzato d’allora, Carmine Venturino, fingeva amore per compiere l’omicidio. Così Denise ha cambiato nome, ha cambiato cognome e ha provato a rinascere. Era un giunco fragile, apolide, che aveva attraversato troppi cognomi da imparare a memoria. Li definiscono testimoni di giustizia e da anni sono scomparsi dal dibattito e dalla sensibilità pubblica. Denise s’è uccisa e aveva gli stessi anni di sua madre quando fu trovata fatta a pezzi. Si è buttata da una finestra, come fece Rita Atria, altra eroina civile di questo Paese con una memoria sempre più opaca. 

Non abbiamo fatto abbastanza, tutti. Scusa, Denise.

... fino a quando?? ...

... siamo di nuovo in partenza ... 

verso una casa che non sarà più nostra ... 

con un futuro che più di MERDA non si può!! 


 io mi chiedo: FINO A QUANDO????????

... disobbedite!!! ...

DISOBBEDITE.

 Disobbedite quando vi chiedono di odiare qualcuno. 
Quando vi dicono che un popolo vale più di un altro. 
Quando vi dicono di dividere le persone tra italiani e stranieri anziché tra diseredati ed oppressi. 

Disobbedite quando vi chiedono di scegliere un nemico per sentirvi più sicuri. 
Disobbedite quando vi dicono che la guerra è inevitabile e che armarsi serve a costruire la pace. Disobbedite quando vi chiedono di ignorare le vittime. 

Disobbedite. 
Quando vi dicono che siamo troppo pochi per cambiare le cose e ripetono che “è sempre stato così”. Quando obbedire appare più facile che pensare. 

Oppure obbedite alla vostra coscienza. Alla dignità, alla ragione, alla pietà. Alla libertà. 

Fate voi. 

Ma credo che il momento di essere pienamente umani sia arrivato per tutti. 
Penso anche per salvare le penne. 

Per questo DISOBBEDISCO! 
E voi? 


 Alberto Fois.

venerdì 11 settembre 2026

... un troll servo di Putin!! ...

LA RUSSIA HA L'ONERE DI PRESERVARE LA STORIA E I SUOI CONFINI. Vladimir Putin che ci piaccia o no come politico e come persona , è uno statista di lungo corso e appartiene alla destra popolare. Inutile negare che ha svolto operazioni militari dure in passato in Cecenia, Georgia, ma ha rinnovato la Russia ed è amato dal popolo, ha reso Mosca una della città più sicure al mondo col tasso più basso di omicidi e rapine . Ha triplicato il pil russo in 20 anni, ha nazionalizzato le aziende russe strategiche e l'ha fatto utilizzando il sistema economico misto "capitalistico-sociale", inviso all'élite globalista anglo-americana indottrinate dal LIBERISMO SELVAGGIO. Mentre i governanti attuali di Inghilterra, Germania Francia, Italia, hanno portato l'intera UE al fallimento economico e militare, si meravigliano se crescono partiti di destra, che si oppongono alle loro errate scelte economiche . Come fanno i vari Merz Macron Meloni Rutte Draghi Von Der Layen , a non rendersi conto che le loro azioni sono tutte sbagliate? Bisogna essere ottusi per non capirlo, oppure non gli interessa perché pensano che cambiando il sistema da democratico ad autoritario continueranno a mantenere il potere. Tornando alla storia da preservare: gli Usa hanno basi militari fisse in tutti i continenti, incentrate al mantenimento del controllo militare dell' egemonia Statunitense. Io non nego la violenza della conquista, ma demonizzare la Russia come che sia l'unico "impero" che usi l'espansione militare per creare zone cuscinetto per proteggere i propri confini , è demenziale. La Russia ha l'onere e la responsabilità della propria complessa eredità imperiale e dell'era post-sovietica da preservare, con confini di sicurezza e zone cuscinetto stabili.

... contenti gli italiani?? ...

Con una faccia di bronzo senza precedenti, la Presidente del Consiglio Meloni si sta vantando urbi et orbi di essere il governo che ha reintrodotto le preferenze alle elezioni politiche dopo 35 anni. Peccato che oggi in aula le cose siano andate in modo “leggermente” diverso da come le spiega la propaganda meloniana e di come le ripetono a pappagallo social, tg e media di regime. La destra oggi ha avuto l’occasione - quella sì, davvero storica - di votare un emendamento dell’opposizione che rimetteva le preferenze LIBERE e incondizionate. E sapete come hanno votato? Lo hanno bocciato. Totalmente. Poi, come se nulla fosse, hanno approvato a colpi di maggioranza un proprio emendamento per introdurre… le preferenze. Peccato che prevedano il capolista bloccato, che miracolosamente passa a prescindere da quanti voti prenda e, in caso di un seggio, è anche l’unico ad entrare. Non solo. Resta anche il listino nazionale collegato al premio di maggioranza, che la sinistra avrebbe eliminato del tutto col proprio emendamento. Tradotto? Fanno credere ai cittadini di scegliere e poi continuano a decidere le segreterie di partito. Almeno il primo della lista, cioè il più importante. E gli altri si scannino pure con le preferenze. La verità è che stasera la destra aveva un’occasione storica per restituire ai cittadini un proprio diritto sacrosanto di scegliersi i propri rappresentanti. E hanno preferito mantenere intatto il proprio potere, concedendo le briciole e spacciandolo pure per tartufo. 
Questo è successo stasera. Tutto il resto è propaganda e fumo negli occhi dei cittadini. 
 La vergogna di chi non conosce la parola vergogna. 


 Lorenzo Tosa.

... Emma Bonino ...

Il vuoto dopo la tempesta: Emma Bonino e il tramonto dell'eresia radicale. 


Con la scomparsa di Emma Bonino non si chiude soltanto una pagina di storia, ma si spegne definitivamente quel faro di coraggio civile che ha guidato l'Italia fuori dal buio del bigottismo. Insieme a Marco Pannella, Emma ha rappresentato l'anima più autentica, tenace e a tratti dolorosa del mondo radicale: quella che metteva il proprio corpo al servizio delle libertà di tutti, accettando la solitudine e l'impopolarità pur di non piegarsi ai compromessi. Oggi, guardando a chi si professa erede di quella straordinaria stagione, lo spettacolo è a dir poco desolante. La transizione dai giganti del passato alla burocratizzazione del presente trova una perfetta e triste sintesi locale in figure come Igor Boni. Già presidente nazionale di Radicali Italiani e da sempre volto del movimento a Torino, Boni rappresenta, a mio parere, questa normalizzazione della lotta. I fatti parlano chiaro: i Radicali storici entravano nelle istituzioni solo per scardinarle o per accendere i riflettori sulle grandi piaghe sociali del Paese. Boni, al contrario, ha scelto la via della politica ordinaria. La sua candidatura a sindaco attraverso le primarie cittadine del 2021 fotografa perfettamente questa mutazione: la ricerca di un posizionamento istituzionale e di un'approvazione formale ben lontane dall'indipendenza dissacrante e corsara di chi lo ha preceduto. Laddove un tempo c'era l'azione transnazionale, lo sciopero della fame duro, l'eresia consapevole e il corpo come arma politica, oggi rimangono l'ordinaria amministrazione e le alchimie elettorali per la sopravvivenza. Si è passati dall'essere "guerriglieri dei diritti" a inseguire la rassicurante routine della politica di professione. Emma ci lascia una lezione immensa: i diritti si difendono con il coraggio delle proprie idee, anche quando si è da soli contro tutti. Una lezione che i leader locali di oggi farebbero bene a rileggere, invece di continuare a richiamarsi a un nome e a una storia che, a mio avviso, chiederebbero un coraggio oggi difficile da ritrovare. 

Buon viaggio, Emma. L'Italia libera ti deve tutto. 

 #EmmaBonino #Radicali #MarcoPannella #IgorBoni #Torino #PoliticaItaliana 


 Paolo Ranzani

... fuori le chat!!! ...

La Procura di Roma ha annunciato un ricorso alla Corte Costituzionale per sollevare un conflitto di attribuzione contro la Camera dei deputati a proposito delle chat secretate di Delmastro. Da indicrezioni filtrate in giornata i magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia (Dda) di Roma, guidati dal procuratore Francesco Lo Voi, sono pronti a presentare formalmente il ricorso nei prossimi giorni. Il motivo del ricorso della Procura è ottenere dall'organo costituzionale l'annullamento della decisione del 5 agosto scorso, giorno in cui l'Aula della Camera dei deputati ha votato contro l'autorizzazione all'utilizzo delle chat intercorse tra il deputato ed ex sottosegretario Andrea Delmastro e il ristoratore Mauro Caroccia. 
Avanti così! Hanno infangato per mesi Sigfrido Ranucci che è parte lesa e non risulta indagato ed invece stanno proteggendo l'ex sottosegretario alla Giustizia, che riuniva allegramente i vertici del Dap (Dipartimento dell'amministrazione Penitenziaria) nel ristorante di un prestanome del clan Senese di cui era socio, secretamdone le chat? 
Fuori la verità sui rapporti opachi di Delmastro. Altro che Ranucci! 


 Mario Imbimbo.

giovedì 10 settembre 2026

... Del Rio, un alieno nel PD! ...

DEL RIO: COSA CI FACCIO IO QUI? 


La sinistra che strizza l’occhio alla destra. Non bastava Renzi ed i suoi accoliti a sostenere le porcate che spesso fanno quelli della destra. Tra i firmatari del ddl Antisemitismo, di cui Montanari in questo articolo illustra le pecche, c’è Graziano Del Rio che, sino a prova contraria rappresenta un esponente di spicco. Continuo a meravigliarmi di quanta gente, malgrado le numerose decisioni tutt’altro che progressiste continuano a sostenerli. Certo sono sempre meglio dei destrorsi nostrani la cui ipocrisia non conosce limiti ma si affannano molto per non rimanere indietro!! 
Con curiosità attendo i nomi di chi lo voterà. 


IL DDL ANTISEMITISMO PROTEGGE SOLO ISRAELE: LA SINISTRA NON LO VOTI 
TOMASO MONTANARI - IL FATTO - 10.09.2026 

Se passasse il ddl “Antisemitismo” che ieri è approdato alla Camera, si potrebbe proibire una manifestazione “in base alla probabilità di grave rischio” di comparazione delle politiche di Israele a quelle della Germania nazista, perché questo paragone rientra tra gli atti di antisemitismo, secondo la screditatissima dichiarazione dell’IHRA che ora si vuole adottare come ‘legge’. Il problema non pare che Netanyahu e i suoi assomiglino oggettivamente sempre di più ai nazisti: ma è dirlo. Dalla scuola alla polizia, un nuovo catechismo morale verrebbe a stroncare la libertà di espressione prevista dalla Costituzione, e un’intollerabile ipocrisia userebbe le vittime della Shoah per negare giustizia alle vittime di Israele. Se c’è davvero, oggi, un pericolo grave per gli ebrei è la deriva etnico-nazionalista di estrema destra per cui questo Israele criminale non solo è ormai uno Stato ebraico, ma vorrebbe accreditarsi come l’unico rappresentante dell’ebraismo mondiale. Non per caso a proporre questa legge è, in Italia, una destra ancora antisemita e fascista, ma incondizionatamente sionista. Come ha scritto Luciano Belli Pace, “importanti esponenti delle comunità ebraiche, anche davanti al ‘folklore’ fascista, non solo si voltano dall’altra parte per non vedere la regressione, ma arrivano a ‘kasherizzare’ il partito della Meloni, eleggendolo a baluardo contro l’anti - semitismo becero diffuso nelle componenti più radicali della sinistra antisionista e apprezzandolo come un prezioso alleato di Israele. Assistiamo a un rinnovato commercio delle indulgenze: tu appoggi incondizionatamente Israele (rectius, la destra sovranista e con componenti fasciste e razziste che in questo momento governa Israele) e noi in cambio certifichiamo il tuo inesistente approdo antifascista”. Di fronte a tutto questo non ci possono essere dubbi o astensioni: il grande mondo della sinistra che manifesta a Montecitorio non voterà per partiti che non dicano un chiaro e netto ‘no’ a questo scempio. E ha sacrosanta ragione. 


 Mauro Coltorti.

... Sanchez Vs Abascal!! ...

ieri mattina, durante il Question time al Congresso spagnolo sulla questione Ceuta, il leader dei neofranchisti di Vox Santiago Abascal ha avuto una pessima idea: sfidare dialetticamente il premier spagnolo Pedro Sánchez in aula con la solita, trita, sequela di fake news, insulti, offese e complottismo da bar. Lo ha accusato esplicitamente di essere “sotto ricatto” del Marocco e addirittura che “il governo spagnolo si trovi a Rabat”, e infine ha invocato la messa sotto accusa di Sánchez al Tribunale supremo per alto tradimento. A quel punto ha preso la parola Sánchez e ha deciso di rispondergli direttamente. Ne è uscita fuori una lezione politica - l’ennesima - oltreché di stile, ricordando ad Abascal l’immane (e verissimo) conflitto di interessi dell’estrema destra spagnola con Stati Uniti e Israele. “A parte la quantità di falsità e disinformazione del suo discorso, è curioso che mi accusiate di questo quando, se c’è qualcuno qui che porta un guinzaglio al collo, quello è lei. È per questo che applaude i dazi degli uni e i genocidi degli altri, e ha cercato di mettere le mani avanti quando ha parlato di Tel Aviv e Washington. Questo Governo non accetta il ricatto di nessun partito, di nessun Paese e, naturalmente, neppure di nessun potere. E non lo facciamo perché non lo accetteremmo in nessuna circostanza e, naturalmente, non abbiamo nulla da nascondere. Oggi stesso verranno pubblicati tutti i rapporti dall’1 luglio all’1 agosto sulla crisi di Ceuta, affinché tutti possano sapere che cosa è successo.” Poi la conclusione, da applausi a scena aperta. “Guardi Abascal, in tutto questo anno, l’unico suo contributo alla politica spagnola sono stati l’odio, gli insulti e la xenofobia. Lei mi ha chiamato autocrate e dittatore, mi chiamano persino ‘cane’. Proprio così, mi chiamano ‘cane’. Io sarò anche un cane, ma a differenza sua non ho padroni”. Doveva solo rispondergli, non annientarlo. D’altra parte, ogni volta che Abascal ha provato a sfidare Sánchez in quell’aula, è finito per essere politicamente e dialetticamente umiliato. 
Peccato che noi un premier così possiamo giusto guardarlo da lontano e invidiarlo. 


 Lorenzo Tosa

... meno reati, più paura?? ...

𝐌𝐞𝐧𝐨 𝐫𝐞𝐚𝐭𝐢 𝐞 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐩𝐚𝐮𝐫𝐚: 𝐥𝐞 𝐭𝐫𝐞 𝐝𝐨𝐦𝐚𝐧𝐝𝐞 𝐝𝐢 𝐏𝐞𝐩𝐢𝐧𝐨 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐢𝐦𝐚 𝐩𝐫𝐢𝐦𝐚𝐫𝐢𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐜𝐞𝐧𝐭𝐫𝐨𝐬𝐢𝐧𝐢𝐬𝐭𝐫𝐚 


Il #buongiorno di Giulio Cavalli 


 I numeri non interpretabili: 1.916 omicidi nel 1991, 319 nel 2024, reati giù del 10 per cento nel primo semestre di quest'anno. Sono cifre ufficiali del ministero dell'Interno, e il 15 agosto il ministro Matteo Piantedosi ha sbavato spiegandoci che «l'Italia si conferma come uno dei luoghi più sicuri al mondo». Ma c'è altro, le famiglie che dichiarano di vivere in una zona a rischio erano il 23,3 per cento nel 2023 e sono il 26,6 nel 2024: la paura quindi sale mentre i reati scendono. E sale perché fra televisioni, internet, giornali e social l'egemonia culturale della destra ha infettato tutto e adesso detta il tema pure a chi dovrebbe combatterla. Martedì Livio Pepino, già magistrato e presidente di Magistratura democratica, ha posto tre domande al centrosinistra, da segnarsi in stampatello sull'agenda. Se trent'anni di decreti hanno lasciato la paura dov'era, cosa promette la dose successiva? Se l'insicurezza cresce mentre la criminalità cala, cosa stiamo curando davvero? Poi la terza: quando diciamo sicurezza di chi parliamo, del lavoratore o del padrone, dell'inquilino sfrattato o di chi lo sfratta? Rispondere è già un programma di governo, e conviene scriverlo prima di occuparsi della guida dell'opposizione. Le primarie per il leader si facciano pure, servono, ma accanto ne servono altre sul programma, e il criterio ce lo lascia Pepino quando ricorda che al vetro rotto si può rispondere "investendo in poliziotti e giudici o in vetrai e assistenti sociali". Chi sceglie i vetrai ha qualcosa da dire in campagna elettorale, e da fare il giorno dopo. Gli altri hanno una scaletta che gli scrivono al Viminale. 

 
Per approfondire: "La fabbrica della paura. Il senso del governo Meloni per lo Stato di polizia", il nuovo libro di Left curato da Federico Tulli. 

mercoledì 9 settembre 2026

... ITALEBANI!!! ...

Da qualche anno nel nostro Paese si è formato un gruppo sempre più compatto di individui che, per mancanza di termini più appropriati, chiameremo Italebani. Molti di voi li avranno sicuramente incontrati, in particolare sui social, decidendo abbastanza in fretta che queste persone fossero di destra o, altro termine recente, di ultradestra. Ma questi Italebani sono una faccenda più complicata. Perché quando dite "di destra" state indicando una posizione politica. Un'idea più o meno precisa su tasse, giustizia, confini, ordine pubblico. Roba su cui si può discutere, persino litigare, ma iscritta dentro un sistema democratico. Gli Italebani non hanno posizioni politiche. Hanno dogmi e i dogmi sono molto più comodi in quanto ti permettono di avere ragione senza la fatica di domandarti perché, basta credere. E allora vediamo in cosa credono gli Italebani. Credono che una donna che abortisce commetta un omicidio. Credono che due uomini che si baciano in uno spot corrompano le menti dei bambini. Credono che la scuola sia il posto dove degli sconosciuti indottrinano i propri figli contro la loro volontà. Credono che l'Occidente sia molle, effeminato, decadente, popolato di gente che ha dimenticato i propri valori e il proprio Dio. Credono che chi oltraggia i simboli sacri della comunità debba pagarla, e che ci voglia una legge per questo. Credono che i medici mentano e che la cultura sia una forma di snobismo da demonizzare. Credono in un’unica famiglia, eterosessuale, patriarcale e benedetta da Dio, con un uomo forte e una donna sottomessa. Credono nella militarizzazione dello Stato. Ecco, il punto è questo: questi Italebani non odiano l’Islam fondamentalista. Lo invidiano. Un Italebano detesta il burqa, ma scrive sotto il post di una diciannovenne che forse uscendo vestita così un po’ se l’è cercata. Un Italebano odia l’idea che chiunque possa avere quegli stessi diritti che lui non si è mai guadagnato. Un Italebano è indignato dal massacro di una grammatica che a malapena padroneggia. Un Italebano è accerchiato da un mondo insicuro, spaventoso, dove viene obbligato a vivere una vita che non vuole. Per questo vorrebbe obbligare gli altri a vivere vite che non vogliono in un mondo insicuro e spaventoso. Un Italebano è felice quando, all’estero, il nazionalismo vince, perché è convinto che finalmente sbatteranno fuori gli immigrati, dimenticando che per ogni altro nazionalismo, l’immigrato è lui. Un Italebano adora il politicamente scorretto purché sia corretto abbastanza da permettergli di prendersela esclusivamente con chi vuole. Un Italebano è sempre sotto assedio, sempre in minoranza, soprattutto quando è in maggioranza. Il vittimismo è diventato uno strumento utile per l’Italebano, perché al grido di “non si può più dire niente” ogni fatwa diventa possibile. E se lo disturba l’oltraggio alla religione, non lo disturba certo quello alla scienza e all’educazione. Un Italebano difende le radici cristiane, purché queste radici formino una siepe. E non gli importa cosa ci cresce sopra sta siepe, gli importa che segni un confine preciso. Un Italebano sminuisce l’intelligenza, piuttosto che aspirarvi. La cultura lo fa sentire inferiore. Osteggia la storia che esiste solo in frammenti confusi, ferma in un’epoca d’oro che lui non ha mai davvero vissuto. Un Italebano ama vincere. Ma, più di ogni altra cosa, come tutti i fanatici, ama che l’altro perda. Al punto che non gli importa davvero cosa sta vincendo. E cosa vincerà? Vincerà la perdita di alcuni diritti per cui altra gente, forse i suoi stessi genitori o nonni, ha combattuto. Vincerà il reato di aborto, l’abolizione del divorzio, vincerà una donna sottomessa a casa a fare figli, un indice dei libri, una religione sempre più di Stato, l’orgogliosa ostracizzazione di ogni forma di cultura, una chiusura dei confini, un nazionalismo esasperato. In altre parole, vincerà Kabul. Gli Italebani non odiano i Talebani per quello che fanno alle donne, agli omosessuali, agli avversari politici, agli intellettuali o a chiunque la pensi diversamente. Li odiano perché ci sono riusciti prima di loro.

... parole su cui riflettere! ...

“Nicolina Giagheddu è la madre dell’imprenditore Emanuele Ragnedda che sparò alla donna di 33 anni: «Lei mi ha dato la forza per ribellarmi. Per 30 anni sono stata picchiata, minacciata e umiliata».” 


Queste parole dovrebbero farci fermare e riflettere. La violenza contro le donne non comincia quando parte un colpo. Molto prima ci sono il controllo, le umiliazioni, le minacce, la paura, il possesso scambiato per amore. E spesso questa cultura si impara in casa. Per questo la scuola può e deve intervenire. Educazione affettiva, educazione sessuale, rispetto del consenso, riconoscimento della violenza psicologica. Non per sostituire la famiglia, ma per dare ai bambini e ai ragazzi gli strumenti per capire cosa è rispetto e cosa non lo è. E mentre una donna racconta di essere stata picchiata, minacciata e umiliata per trent’anni, Vannacci sostiene che il femminicidio non sia una fattispecie specifica, ma semplicemente un omicidio. Ma dare un nome a un fenomeno non significa stabilire che una vita valga più di un’altra. Significa riconoscerlo, studiarlo e prevenirlo. Allora perché cancellare la parola femminicidio? Perché non cancellare anche parole come mafioso o infanticidio? Abbiamo bisogno di meno silenzio, non di meno parole. Abbiamo bisogno di educare i bambini al rispetto, insegnare ai ragazzi che un no è un no e che una relazione non è possesso. La prevenzione comincia molto prima di un tribunale. Comincia dall’educazione. E dal coraggio di chiamare le cose con il loro nome. 

E continuerò all'infinito a pensare e scrivere che nelle scuole italiane serve l'educazione sesso-affettivo. Ogni volta che una donna morirà per mano di un uomo. 

Vincenzo San. 

 -- Comitato di cittadini attivi e democratici in difesa della Costituzione

... analisi dell'AfD ...

Il dibattito pubblico tende a liquidare sotto la categoria di “nazismo” qualsiasi fenomeno politico che si collochi nell’area della destra radicale. Nel caso dell’Alternative für Deutschland (AfD), questa etichetta rischia di farci prendere fischi per fiaschi. La realtà ideologica di questo partito è piuttosto un ibrido che si è allontanato dalle sue origini liberiste per approdare a una sintesi inedita tra sciovinismo economico, pacifismo strumentale e nazionalismo etnico. Se si analizza il manifesto politico originario di AfD, emerge un’incompatibilità strutturale con l’architettura economica del nazionalsocialismo storico. Il Terzo Reich concepiva lo Stato come un Moloch interventista: l’economia della Germania degli anni ‘30 era sottoposta a un rigido dirigismo, a piani quadriennali e al controllo statale di prezzi e salari. AfD propone sulla carta uno scenario diverso. Nata nel 2013 per iniziativa di economisti e accademici contrari all’Euro, mantiene formalmente nei suoi programmi federali tesi derivate dal neoliberismo radicale e dalla Scuola Austriaca. Il partito non chiede la pianificazione statale, bensì la deregolamentazione dei mercati e l’abolizione delle imposte di successione: misure pensate per sottrarre potere fiscale allo Stato centrale. Tuttavia, commetteremmo l’errore opposto se considerassimo AfD un partito puramente libertario o anarcocapitalista. Negli ultimi anni, la componente dei professori neoliberisti della prima ora è stata ampiamente emarginata. Con la crescita delle roccaforti elettorali nell’Est della Germania, l’agenda economica del partito si è spostata verso il cosiddetto “sciovinismo del benessere” (Welfare Chauvinism). AfD non vuole abolire lo stato sociale; vuole restringerlo drasticamente su base etnica. La proposta attuale prevede un capitalismo protetto dove lo Stato garantisce pensioni e sussidi ai soli cittadini autoctoni, escludendone tassativamente i migranti. Inoltre, a differenza del liberismo puro, il partito adotta oggi posizioni fortemente protezioniste nei confronti dell’industria nazionale contro i mercati globali. A questa mutazione economica si è affiancato un formidabile catalizzatore elettorale: il posizionamento geopolitico e l’opposizione intransigente alla guerra in Ucraina. Presentandosi come l’unico vero “partito della pace” (Friedenspartei), AfD ha intercettato i timori profondi della popolazione – storicamente più radicati nei territori dell’ex Germania Est – legati al rischio di un’escalation militare con Mosca e alle pesanti ripercussioni economiche delle sanzioni (a partire dalla crisi energetica e dall’inflazione). La retorica contraria all’invio di armi a Kiev e la richiesta di riaprire i canali commerciali con la Russia hanno permesso al partito di raccogliere massicci consensi, trasformando la stanchezza per il conflitto in voti di protesta e di “autoconservazione” economica. Perché allora le istituzioni tedesche e l’Intelligence monitorano ufficialmente l’AfD come una minaccia per la democrazia? Il motivo non risiede nei suoi modelli fiscali o nel pacifismo di facciata, ma nella sua smaccata deriva identitaria ed etno-nazionalista. La magistratura tedesca definisce l’estremismo di destra moderno soprattutto in base al rifiuto dei principi democratico-liberali, al revisionismo storico (si vedano le provocazioni di leader come Björn Höcke) e a programmi che minacciano l’universalismo dei diritti umani, come i controversi piani di remigrazione forzata emersi nel summit di Potsdam. La chiave di volta per comprendere l’AfD non è il totalitarismo novecentesco in senso stretto, ma una forma contemporanea, opportunistica e contraddittoria di populismo identitario. Chiamarli semplicemente “nazisti” impedisce di vedere la vera natura della loro sfida: non un ritorno allo statalismo burocratico del passato, ma la transizione verso una società frammentata ed escludente. 


 Serena Contardi.

... ancora su Report ...

Due puntate in meno di Report nel periodo cruciale, in pieno inverno, nel momento in cui i programmi d’informazione fanno più audience. Ma anche, se si dovesse votare tra la seconda metà di aprile e il mese di maggio come vorrebbe Giorgia Meloni, pure in piena campagna elettorale. Due puntate in meno di inchieste possono fare gioco a tutti i partiti, soprattutto a chi sta a Palazzo Chigi. Le puntate di Report per la stagione 2026/2027, infatti, saranno le stesse dell’anno scorso, 24 serate, dopo il taglio di 4 puntate avvenuto nella passata stagione. Così suddivise: 13 puntate da domenica 8 novembre fino al 31 gennaio e altre 11 puntate da domenica 4 aprile fino al 13 giugno. Con uno stop a febbraio e marzo, e due puntate in meno in questa prima fase (l’anno scorso erano 15), che saranno recuperate a giugno, il 6 e il 13. Per il resto, la solita alternanza con Presa Diretta di Riccardo Iacona. Come mai questo spostamento? Ragioni di palinsesto e di incastri con gli altri programmi, viene spiegato dai vertici aziendali. Ma qualcuno più malizioso ci vede un intento politico: meglio far diminuire le puntate durante una possibile campagna elettorale (a febbraio e marzo, appunto) e aumentarle a ridosso dell’estate, quando fanno meno danni. Sarà davvero così? Può darsi, anche se la data del voto ancora non c’è e non sono escluse le urne a fine legislatura, nell’autunno 2027. “Se si voterà in autunno vorrà dire che l’anno prossimo ci faranno partire a Natale”, ironizza qualcuno in redazione. Al di là di possibili intenti politici, togliere due puntate nella prima parte della stagione sembra un altro sgarbo per indebolire il programma. Non è poi sfuggito, inoltre, come tutti quelli che negli ultimi mesi hanno attaccato Sigfrido Ranucci siano stati premiati dall’azienda. Come Salvo Sottile, che qualche giorno fa ha avuto uno scontro verbale con un paio di giornalisti di Report nel cortile di Via Teulada. Sottile quest’anno è stato dirottato su Ore 14, programma lasciato orfano da Milo Infante. Parliamo di circa 200 puntate tra il programma quotidiano (Ore 14) e la versione serale (Ore 14 sera), il giovedì in prima serata su Raidue dal 24 settembre. Poi c’è Antonino Monteleone, che ha iniziato con Filorosso estate e ora proseguirà con altre 30 puntate nella stagione autunno/inverno, il martedì in prima serata su Raitre dal 15 settembre. Infine, Massimo Giletti che, dopo i tagli della passata stagione, quest’anno torna con 30 puntate de Lo Stato delle Cose, in onda tutti i lunedì in prime time su Raitre dal 14 settembre. E proprio Giletti nei giorni scorsi per il suo ritorno in video ha annunciato importanti novità sull’inchiesta Ranucci/Lavitola. Mentre Sottile e Monteleone non si sono sottratti dall’attaccare l’ex conduttore di Report anche nelle ultime ore. “Ranucci è un mitomane. Capisco che avendo contestato la doppia morale del santone Sigfrido io debba finire sul rogo come gli eretici…”, ha detto il giornalista palermitano. Mentre Monteleone ha rinfacciato a Ranucci di non aver voluto parlare con l’inviato del suo programma “perché ho una condanna in primo grado per diffamazione, quando invece fu lui nel 2011 a volermi a Report, ma forse per essere suo amico bisogna avere una fedina penale più importante…”. Insomma, veleni in circolo tra i corridoi della tv pubblica. Nel frattempo, in attesa dell’esito del ricorso per essere reintegrato, Ranucci ieri è tornato in redazione, dove ha iniziato a fare gli scatoloni. “Ci sono cose che sono lì da vent’anni, ci vorrà del tempo…”, osserva il giornalista. Protagonista poi di un lungo abbraccio con Claudia Di Pasquale. “L’incontro con la redazione è stato un momento emozionante, anche di confronto”, racconta l’ex conduttore. E proprio Di Pasquale ieri ha rilasciato la sua prima intervista (al Corriere): “Con Sigfrido ho sempre avuto un buon rapporto, con lui ho lavorato 15 anni in totale autonomia, ma io sono fedele a Report, renderemo il programma più forte e rigoroso”, ha spiegato la nuova conduttrice. Che si sta preparando alla partenza, domenica 8 novembre. 


Il Fatto Quotidiano 8.9.2026

martedì 8 settembre 2026

... BOCCIATI!!! ...

I padroni del vapore hanno deciso che dobbiamo fare la guerra. Anzi, no: che dobbiamo “prepararci alla pace armandoci”, che è quella bellissima formula che si usa quando si vogliono spendere i soldi degli altri per comprare cannoni invece che ospedali. E la signora Von der Leyen, con il suo sorriso di porcellana e la piega sempre impeccabile, si è messa a capofitto a disegnare il grande piano. Il “mostro” del riarmo europeo. Un capolavoro di ingegneria politica: sacrificare il benessere, la sanità, le pensioni e il futuro dei cittadini sul sacro altare della spesa militare, trascinando un intero continente sul ciglio del burrone con la Russia. Tutto per obbedire fedelmente ai soliti burattinai d’oltreatlantico e ai comitati d’affari dell’industria bellica, quelli che non sbagliano mai un investimento perché tanto a morire ci vanno gli altri. Solo che persino la Corte dei Conti europea, un organo non proprio sovversivo visto che parliamo di contabili con le maniche di panno e la calcolatrice in mano, alla fine ha dovuto guardare le carte e dire: “Guardate che questo piano è una fesseria”. Bocciato, inadeguato, un disastro tecnico prima ancora che morale. I motivi ce li spiegano proprio i contabili di Bruxelles, con la freddezza di chi fa i conti della serva. C’è innanzitutto un’incapacità strutturale: vorrebbero la “prontezza militare” entro il 2030, ma l’industria europea è frammentata, lenta e dipende per quasi tutto dai fornitori extra-UE, rivelandosi in sostanza un’illusione d’impotenza venduta come forza. Poi ci sono il debito e le macerie economiche, perché il riarmo a debito farà schizzare le finanze dei paesi membri portando a meno stato sociale, più tasse e più debito, vale a dire il perfetto manuale per impoverire i cittadini oggi e indebitarli domani. E infine ci sono i soldi buttati al vento, con il rischio elevatissimo di sprecare risorse imponenti in sovrapposizioni e colli di bottiglia, senza nemmeno ottenere la sicurezza millantata. Ecco la cifra dell’Europa di oggi: una leadership mediocre e servile che gioca ai soldatini con la pelle e con le tasche dei propri cittadini. Un teatrino tragico in cui si fa finta di costruire la difesa del futuro, mentre l’unica cosa vera resta l’inadeguatezza di chi ci governa. 


 Mauro David.

... la grande bugia!!! ...

La grande bugia della destra: perché i poveri votano contro se stessi? I dati parlano chiaro: a votare per i partiti di estrema destra sono spesso gli operai, i disoccupati e chi fa fatica ad arrivare a fine mese. Persone che vivono nel disagio e che spesso non hanno avuto la possibilità di studiare per capire le trappole della politica. Ma vi siete mai chiesti perché questi politici non attaccano mai i grandi ricchi o gli imprenditori avidi? La risposta è semplice: la destra ha creato il perfetto capro espiatorio. Ha convinto i lavoratori che la colpa della povertà sia dei migranti. Ci dicono che i salari sono bassi per colpa di chi scappa dalla guerra o dalla fame, e non dei padroni che vogliono guadagnare sempre di più tagliando i diritti. Ci dicono che gli affitti sono alti per colpa degli stranieri, nascondendo la speculazione di chi possiede centinaia di case e fa i soldi sulla pelle della gente. Ci hanno fatto credere che, cacciando i migranti, i capitalisti diventeranno magicamente generosi e aumenteranno gli stipendi. È una bugia enorme. La realtà è che se un lavoratore italiano perde il lavoro o non riesce a pagare l'affitto, questo sistema economico lo sbatte in mezzo alla strada senza pietà, esattamente come fa con gli altri. I politici della finta destra difendono i portafogli dei ricchi e usano la rabbia dei poveri per prendere voti. Fanno fare la guerra tra gli ultimi, mentre i primi continuano a arricchirsi. Apriamo gli occhi: non lasciamoci usare come pedine da chi sta in alto. La vera lotta non è tra italiani e stranieri, ma tra chi lavora onestamente e chi sfrutta il lavoro degli altri . 

Vincenzo San -- 


Comitato di cittadini attivi e democratici in difesa della Costituzione

... in marcia verso l'abisso!!! ...

IL CONTO DEI SIGNORI DELLA GUERRA 


C’è una forma di perfezione quasi poetica nella burocrazia di centro: la capacità di guardare l’apocalisse e lamentarsi unicamente dell’acustica nella stanza. In Sassonia hanno stravinto quelli con le nostalgie in camicia bruna, quelli che la democrazia la usano giusto come apriscatole. E in mezzo alle rovine arriva il Cancelliere Merz. Si siede, si aggiusta la cravatta da manager e sospira: "È un disastro storico. Ma non cambieremo una sola riga del nostro programma". Che meraviglia. Di fronte a una deriva così nera che avanza in modo inarrestabile, minacciando la tenuta della Germania e dell'intera Europa, il grande statista non prende in considerazione di spostare nemmeno una virgola. Perché mai andare incontro a quei cittadini massacrati nei loro bisogni primari e nel proprio benessere, arrivati a votare un partito in palese odore di nazismo pur di lanciare un grido di disperazione? No, Merz non si scompone, analizza la rovina con la freddezza di un perito e diagnostica il problema: abbiamo difettato in empatia. Non abbiamo spiegato bene agli elettori quanto sia poetico impoverirsi. Qualcuno rincorreva l'estrema destra perché per anni gli hanno raccontato che la colpa della miseria era dell'immigrato, e mai della finanza speculativa dei cda da cui Merz proviene. Ma a questo punto la domanda si fa feroce: quando basta? Fino a che punto si possono fare gli interessi esclusivi dei mercati e dei signori della guerra, calpestando la carne viva della gente? Cosa c'è davvero sotto? È lecito, lecitissimo chiederselo: perché se di fronte alla peste nera che riaffiora un leader rifiuta categoricamente di toccare i tagli sociali, il rigore e le spese militari, significa che la priorità non è mai stata fermare il fascismo, ma tutelare chi guadagna dal disastro. Mentre gli spettri del passato scavalcano il muro di cinta, il potere continua a ripetere che la rotta è impeccabile e che serviva soltanto un tono di voce più caldo. È la grande illusione del moderato contemporaneo: preferire la catastrofe democratica piuttosto che scontentare i padroni del vapore. 


 Mauro David.

... IRRESPONSABILI!!! ...

𝐈𝐥 𝐫𝐢𝐚𝐫𝐦𝐨 𝐞𝐮𝐫𝐨𝐩𝐞𝐨 𝐞𝐫𝐚 𝐝𝐞𝐯𝐚𝐬𝐭𝐚𝐧𝐭𝐞 𝐞 𝐩𝐞𝐫𝐢𝐜𝐨𝐥𝐨𝐬𝐨, 𝐚𝐝𝐞𝐬𝐬𝐨 𝐢 𝐫𝐞𝐯𝐢𝐬𝐨𝐫𝐢 𝐥𝐨 𝐝𝐢𝐜𝐡𝐢𝐚𝐫𝐚𝐧𝐨 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐢𝐫𝐫𝐞𝐚𝐥𝐢𝐳𝐳𝐚𝐛𝐢𝐥𝐞


 Il #buongiorno di Giulio Cavalli 


 Ottocento miliardi, e adesso c'è pure il certificato che non arriveranno da nessuna parte. Insomma, non esistono. Il 3 settembre la Corte dei conti europea ha messo agli atti, nell'analisi 01/2026, che la prontezza alla difesa entro il 2030 promessa da ReArm Europe, ribattezzato Readiness 2030 quando il nome ha cominciato a pesare, resta difficile da conseguire. Basta leggere l'elenco: coordinamento insufficiente fra fondi europei e nazionali, strozzature su materiali e componenti chiave, un'industria che perde i tecnici, l'inflazione della difesa che corre sopra quella generale. E c'è la dipendenza da Washington, visto che fra il febbraio 2022 e il giugno 2023 il 78 per cento degli acquisti militari degli Stati membri arrivava da fuori, dice uno studio citato dalla Corte, con i soli fornitori americani al 63. Sovranità europea, la chiamano. Poi c'è il debito: i revisori di Lussemburgo scrivono che armarsi a debito (appunto) può compromettere la sostenibilità di bilancio e frenare la discesa del debito. A metà 2026 la clausola l'avevano attivata 18 Stati membri, e il governo italiano, che giurava di non aggiungere spesa, ci ha infilato lo 0,9 per cento del Pil in armi fino al 2028 più 14,9 miliardi di prestiti SAFE, mentre chi aspetta una visita specialistica si arrangia. La chiosa: senza quelle condizioni i fondi stanziati rischiano di restare sulla carta, ottocento miliardi e una diapositiva, mentre il conto arriva puntuale e arriva a noi. 
Il piano era già devastante e pericoloso, e adesso perfino i contabili lo trovano irrealizzabile. 
Serve altro per mandare a casa chi l'ha firmato?

lunedì 7 settembre 2026

... la Destra risponde e vince! ...

𝐋'𝐀𝐟𝐃 𝐩𝐫𝐞𝐧𝐝𝐞 𝐢𝐥 𝟒𝟒% 𝐞 𝐚 𝐬𝐢𝐧𝐢𝐬𝐭𝐫𝐚 𝐬𝐢 𝐚𝐩𝐫𝐞 𝐮𝐧 𝐭𝐚𝐯𝐨𝐥𝐨 𝐝𝐢 𝐫𝐢𝐟𝐥𝐞𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐬𝐮𝐥 𝐝𝐢𝐬𝐚𝐠𝐢𝐨 𝐝𝐞𝐠𝐥𝐢 𝐞𝐥𝐞𝐭𝐭𝐨𝐫𝐢, 𝐦𝐢𝐜𝐚 𝐝𝐞𝐢 𝐬𝐮𝐨𝐢 𝐝𝐢𝐫𝐢𝐠𝐞𝐧𝐭𝐢 


Il #buongiorno di Giulio Cavalli 


 In Sassonia-Anhalt la partecipazione al voto è salita, eccome, e non bisogna essere analisti troppo ferrati per vedere che a incassarla è stata l'AfD, il partito nazista che l'ufficio per la protezione della Costituzione del Land classifica come estremista di destra accertato: 170mila voti sono arrivati da chi cinque anni fa era rimasto sul divano. Le proiezioni della Forschungsgruppe Wahlen danno AfD al 44 per cento, con la Cdu del cancelliere Friedrich Merz giù al 17,7, e sempre per Infratest dimap gli operai che la votano sono passati da circa un terzo al 61 per cento. Da noi la spiegazione è sempre la stessa da anni, e la recitano quelli che la sanno lunga: votano così perché hanno paura, votano così perché non hanno capito. Che a me sembra davvero un gran bel modo di perdere un elettore per sempre. Gli spieghi che il guasto è lui, e lui intanto cerca una risposta secca e va a prendersela dove gliela danno. Anche se è sbagliata. E dall'altra parte cosa trova? In un Land dove si incassano i salari più bassi della Germania, come ha scritto il Tagesspiegel, trova la Spd che siede al governo con Merz e ci resta comoda. Da noi trova un centrosinistra che al Parlamento europeo si è spaccato sulla risoluzione che accoglieva ReArm Europe. L'83 per cento degli intervistati dalla Forschungsgruppe Wahlen sottoscrive la frase "quelli là in alto non si occupano dei problemi della gente comune", e del resto hanno agito di conseguenza: ieri l'hanno scritto sulla scheda con la mano ferma. L'estrema destra dà risposte sbagliate ma le dà tutte, subito; chi dovrebbe darne di giuste invece parla di "paura che vince" e non si interroga mai, mai, mai sul fatto che le sue risposte non siano per niente gradite e convincenti. 

L'estrema destra vince, la sinistra è "terrorismo" e gli annacquati lì in mezzo così terribilmente simili sono sempre tronfi con sempre meno voti.

... di chi la colpa?? ...

È COLPA LORO 


 La schiacciante vittoria di AFD, estrema destra razzista e reazionaria, nelle elezioni regionali della Sassonia Anhalt in Germania, è il prodotto di decenni di politiche neoliberali di austerità e ora anche di riarmo e guerra. I primi colpevoli del ritorno del fascismo e persino del nazismo in Europa sono loro, i liberaldemocratici, quelli dei supremi valori occidentali, che diventavano valori in borsa per i ricchi e tagli dei salari e dei diritti sociali per tutti gli altri. Sono i governi e i campi più o meno larghi che, invece di rafforzare, hanno smontato lo stato sociale, che era il vero baluardo democratico in Europa. Sono i liberali e i socialdemocratici che assieme alle destre hanno votato al Parlamento Europeo che il comunismo è come il nazismo. E il nazismo è risorto dalle ceneri dove l’aveva sepolto prima di tutto l’Armata Rossa sovietica. Sono loro, i cosiddetti europeisti, i governanti “volonterosi” di armi e guerra, che hanno smontato pezzo dopo pezzo l’economia di pace per fare armi e per riportare l’Europa al fronte contro la Russia. E tra costoro spicca proprio Merz, il più impopolare capo di governo della Germania dal 1945, che ha appena varato un programma di miliardi di riarmo finanziato anche con il taglio pensioni. Stiano tranquilli i guerrafondai , se AFD dovesse andare al governo continuerà la guerra, come fa Meloni. Trump ha mostrato che l’estrema destra non vuole la pace, ma il dominio feroce sulla società. E poi c’è sempre il sostegno ad Israele che unisce liberali e fascisti, Cosi i padroni di Cernobbio si sono messi avanti con il lavoro, offrendo un bel palco a Vannacci. Guai a legittimare o sottovalutare i fascisti, state sicuri che un modo per far capire chi siano lo trovano sempre. Ma la colpa del loro ritorno è di Draghi, che ha voluto farci scegliere tra condizionatori e cannoni, nell’epoca della crisi climatica. La colpa è di Ursula von der Leyen, che vuole 800 miliardi di armi, e che fa proclami di guerra. È colpa loro, di chi sta con loro e di chi si allea con chi sta con loro. 

 Non mi venite a parlare di antifascismo se prima non siete disposti a spazzar via chi il fascismo l’ha fatto rinascere. 


 Giorgio Cremaschi.

... tutta una finzione!!! ...

La FINZIONE di una trattativa di pace. 


Il recente colloquio al Cremlino tra Vladimir Putin e gli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner conferma uno scenario ormai evidente: non c’è alcun piano di pace reale all’orizzonte. Mentre le cronache si concentrano sui dettagli tattici , la sospensione dei raid per 72 ore sui cieli di Kyiv, decisa da Putin e accettata da Zelensky , la sostanza politica non cambia. Il Cremlino non si è ammorbidito: continua a pretendere la resa strategica dell’Ucraina e la riscrittura dell’ordine di sicurezza europeo. Qual è allora la vera partita che si sta giocando? Far balenare un “accordo imminente” serve a Washington per ostentare capacità negoziale e a Mosca per guadagnare tempo, accreditando un canale diretto che scavalca i canali diplomatici tradizionali e i Paesi europei. Come confermano le dichiarazioni sui “grandi progetti russo‑americani” emerse a margine dell’incontro, la trattativa non riguarda la giustizia o il diritto internazionale, ma la spartizione di sfere d’influenza e opportunità economiche. La guerra viene ridotta a una voce di costo in un bilancio globale. L’obiettivo a lungo termine è costringere il nostro continente a prendere atto della propria solitudine, disgregando l’unità atlantica mentre le grandi potenze ridisegnano le carte a nostro discapito. Qui la cronaca finisce e comincia la mia lettura. A mio avviso, fenomeni come la propaganda sovranista , da certi movimenti in Italia all’AfD in Germania , non sono un caso: sono il frutto maturo di una guerra ibrida che dura da venticinque anni, un’aggressione costante alla civiltà occidentale che usa disinformazione, polarizzazione ed egemonia culturale per demolire la democrazia dall’interno. Demolire l’Europa, la sua coesione e i suoi valori fondamentali è l’obiettivo strategico in cui, per ragioni diverse, finiscono per convergere gli interessi di Putin, Trump e Xi Jinping. Per l’Europa, capire che questa non è un incidente di percorso ma una battaglia per la propria sopravvivenza democratica resta l’unico modo per non rassegnarsi all’irrilevanza. 

Il contesto è più che EVIDENTE. 

 #Geopolitica #Ucraina #Europa #Democrazia #RelazioniInternazionali #GuerraIbrida 


 Salvo Lo Presti.

domenica 6 settembre 2026

... i tre compari!!! ...

Gli ineffabili Witkoff e Kushner hanno trascorso più di tre ore al Cremlino con l'amico Putin. Risultato? Nessun passo avanti, zero accordi, la Russia non rinuncia a nessuna delle sue pretese territoriali. Il Cremlino ha però definito l’incontro "molto utile". Utile, probabilmente, perché mentre si discuteva del futuro dell’Ucraina si parlava anche di "grandi progetti economici russo-americani". I territori occupati sul tavolo, gli affari accanto. Nella diplomazia trumpiana la pace somiglia sempre più a una trattativa immobiliare: i confini diventano particelle catastali, la sovranità una clausola negoziabile e gli ucraini quelli che dovranno firmare in fondo al contratto. L’ordine degli incontri dice già molto. Prima si ascolta l’aggressore al Cremlino, poi si vola a Kyiv a illustrare all’aggredito che cosa potrebbe essere disposto a perdere. Putin intanto rivendica i progressi militari e ripete la formula stantia e strumentale delle "cause profonde" e blablabla, cioè il lessico con cui da anni giustifica un’invasione criminale trasformandola in terapia geopolitica. Ha persino annunciato una pausa di tre giorni nei bombardamenti su Kyiv per proteggere gli inviati americani. Un riguardo squisito: i missili possono aspettare che siano passati gli ospiti.
 Se alla Russia spettano i territori, agli Stati Uniti gli affari e all’Ucraina la pressione perché accetti, questa non è una pace. È la liquidazione, e probabilmente la spartizione, di un Paese organizzata nel salotto del rapinatore. 


 Mimmo Stolfi

... l'Ucraina a pezzi!!! ...

Il New york times ha pubblicato le condizioni che la Russia avrebbe posto sul tavole delle trattative con Trump per la pace: 

riconoscimento del referendum di annessione delle 4 regioni del Donbass compresa Odessa che farà da canale per la Trasnistria. 

Negazione dell'accesso al mare per Kiev e garanzia del collegamento tra la Bielorussia e Kaliningrad. 

Riduzione della potenza militare di Kiev e rifiuto della Presenza della NATO. 

Non viene specificata la restituzione dei territori alle nazioni confinanti ma la cartina la presenta come conseguenza di un intento espresso dal presidente russo. 

In blu i territori che verranno restituiti alla Polonia 

In viola i territori che verranno restituiti all'Ungheria 

In verde i territori che verranno restituiti alla Romania 

In rosso i territori destinati alla Nuova Russia

... una belva: Federico!! ...

"Federico, torniamo insieme." 


Queste sono state le ultime parole di Lorena Isceri. Non un invito a cena, non un messaggio d’amore spontaneo. Ma una frase dettata dal terrore puro, pronunciata dall'oscurità di un bagagliaio, nel disperato tentativo di calmare la furia del suo omicida e aggrapparsi alla vita. Oggi voglio fare un viaggio mentale insieme a voi. E vorrei che a rispondere fossero solo gli uomini. Proviamo per un attimo a cambiare la narrazione. Immaginiamo che in quel momento esatto lui si sia fermato. Immaginiamo che abbia deciso di ascoltarla, di mettere giù le armi, di interrompere la violenza e di "tornare insieme" davvero, come chiedeva lei per non morire. Cosa avrebbe concluso? Che tipo di legame sarebbe rimasto? Vi chiedo, da uomo a uomo: possedere una persona attraverso la paura si può davvero reputare amore? Vi sentireste amati sapendo che l'unica ragione per cui lei resta al vostro fianco è il terrore di ciò che potreste farle? Cosa scatta dentro? Cosa vi porta a volere l'amore di una donna a tutti i costi, anche quando nei suoi occhi non c'è più traccia di sentimento, ma solo il riflesso del panico? 

L’amore non ha bisogno di minacce per esistere. Quando si nutre di paura, smette di essere amore e diventa una prigione. 

 Vincenzo San .

-- Comitato di cittadini attivi e democratici in difesa della Costituzione

... E. Todd dixit! ...

"LA RUSSIA HA VINTO LA GUERRA. L'UCRAINA È FINITA. L'EUROPA È IMPAZZITA."** 


 Emanuel Todd Lo storico francese che predisse la caduta dell'Unione Sovietica nel 1976 parla di nuovo. E il suo messaggio è devastante: la Russia ha già vinto. L'esercito ucraino sta morendo. Gli americani hanno capito la loro sconfitta. Ma l'Europa? L'Europa è intrappolata in una "psicosi di guerra" priva di logica strategica. --- 

**1/** **"La Russia ha vinto la guerra."

** In un'intervista di febbraio 2026 a *Die Weltwoche*, Todd ha dichiarato: *"La previsione era corretta: l'Occidente ha perso questa guerra da tempo. Se gli americani l'avessero vinta, Joe Biden sarebbe stato rieletto. Donald Trump è il presidente della sconfitta"*. 
Questa valutazione è ora condivisa da esperti come il colonnello statunitense Douglas Macgregor. 

**2/** **"L'Ucraina è finita."** Todd è stato ancora più diretto: *"L'Ucraina è finita. È un paese che non esisterà più. L'Ucraina è un paese che scomparirà a lungo termine"*. Descrive una "quasi patologica fissazione" dell'Ucraina sulla Russia che la sta portando verso l'autodistruzione. Il conflitto, sostiene, è diventato il significato stesso dell'esistenza dell'Ucraina – e proprio questo la distruggerà. 

**3/** **La "psicosi di guerra" dell'Europa.** Per Todd, l'aspetto più scioccante non è Kyiv o Washington – è l'Europa, travolta da una "follia bellicista" priva di logica strategica. *"L'Europa ha scelto la guerra,"* dice. *"È una guerra curiosa, in parte immaginaria – gli europei non moriranno, ma forniranno agli ucraini tutto ciò di cui hanno bisogno per uccidere il maggior numero possibile di russi"*. La chiama *"il nichilismo della civiltà occidentale"*. 

**4/** **"La Russia si fermerà a Odesa."** Todd liquida le paure occidentali di un'invasione russa dell'Europa: *"Un paese di 17 milioni di km², demograficamente vulnerabile, non ha assolutamente intenzione di invadere l'Europa. La Russia raggiungerà i suoi obiettivi 'fino a Odesa' e poi si fermerà"*. La strategia russa è razionale – la risposta europea no. 

**5/** **L'impero americano sta crollando.** 

Todd traccia un parallelo tra il declino degli Stati Uniti e la caduta dell'Unione Sovietica. Vede le statistiche demografiche come prova evidente: *"La conseguenza della sconfitta è il declino dell'Occidente. Questo crollo di una civiltà può essere paragonato alla fine del comunismo e dell'Unione Sovietica"*. Avverte che *"qualunque cosa accada in Iran, la sconfitta dell'Occidente e della sua civiltà è inevitabile"*.