Buon viaggio, Pina. La porta è quella. E si chiude da sola.
giovedì 4 giugno 2026
... brava Pina, vai, vai!! ...
E alla fine se n'è andata pure lei. Pina Picierno ha lasciato il PD.
Ci sono notizie che arrivano come un temporale d'agosto: improvvise, fragorose e poi quel profumo di terra bagnata che sa di liberazione.
Chi ha passato gli ultimi anni a leggerla minacciare addii a ogni intervista, a spiegare al PD cos'è il PD, a fare la vicepresidente del Parlamento europeo nei ritagli di tempo lasciati liberi dalle ramanzine al suo partito, oggi può finalmente godersi il momento.
Pina Picierno, quella che votava sì alla riforma Meloni-Nordio mentre il PD chiamava al No.
Pina Picierno, quella che si incontrava con il think tank della destra israeliana mentre i suoi colleghi chiedevano il cessate il fuoco a Gaza.
Pina Picierno, quella che si svegliava la mattina e prima ancora del caffè aveva già attaccato Schlein.
Se n'è andata.
E adesso scoppieranno i titoli di giornale, le interviste-fiume in cui spiegherà che il PD non è più casa sua, che Schlein l'ha costretta, che lei voleva solo fare politica seria. Vedremo lacrime, vedremo retroscena, vedremo i soliti commentatori che da sempre ci spiegano che senza i riformisti il centrosinistra non vince.
Va bene, accomodatevi. Ma intanto, oggi, lasciateci festeggiare.
Perché ci sono separazioni che fanno male e separazioni che sono un regalo. E questa, diciamocelo, è di quelle che il PD aspettava da troppo tempo senza avere il coraggio di chiederla.
... guerra tra poveri! ...
Roberto Saviano
"È una guerra tra poveri nei campi Sfidare i caporali non porta voti"
«L'agricoltura italiana è morta, e questo governo non conosce nemmeno lontanamente un problema che può essere affrontato solo con una gestione europea e con la defiscalizzazione». Da anni Roberto Saviano denuncia la piaga del caporalato e come le organizzazioni criminali gestiscano la filiera agricola e il controllo sui braccianti, specie nel Sud Italia.
Quattro cittadini pakistani uccisi da altri cittadini pakistani, è la guerra degli ultimi?
«In un primo momento sembrava una guerra tra caporali. Ora sta emergendo qualcosa di impensato: sarebbero stati uccisi perché non avevano pagato l'estorsione, cioè il pedaggio per essere trasportati al campo. Se qualcuno si rifiuta di pagare, tutti gli altri smettono di pagare. Un'esecuzione esemplare. Il controllo della manodopera nelle campagne vale denaro. Chi gestisce i lavoratori decide chi lavora, chi mangia, ma non solo: anche chi resta in quel territorio. La violenza è la negoziazione unica possibile tra gruppi che gestiscono il lavoro. La guerra tra poveri è la garanzia di pace per i ricchi. E non è un episodio isolato.
Era già successo?
«Negli ultimi mesi nella zona di Corigliano-Rossano ci sarebbero stati quattordici incendi dolosi di auto e furgoncini di braccianti. Una escalation sistematica, sempre all'interno delle comunità migranti. Il controllo non riguarda solo il lavoro nei campi: riguarda i permessi di soggiorno, gli alloggi, tutto ciò che regola la permanenza in Italia».
I sindacati parlano di almeno dieci mila schiavi impegnati ogni anno nei campi e nei vivai della piana. Serve una svolta culturale?
«La parola "culturale" è un lusso che si usa quando non si vuole parlare di legge, di controlli, di responsabilità penale. La legge 199 del 2016 - il decennale cade quest'anno - è una buona legge. Va ricordato che nacque grazie a Yvan Sagnet, camerunense, studente del Politecnico di Torino, che nel 2011 organizzò lo sciopero di Nardò, la prima rivolta dei braccianti stranieri contro il caporalato in Italia. Un africano diede all'Italia una delle migliori leggi sul lavoro degli ultimi vent'anni. Punisce il caporalato con la reclusione da uno a sei anni, prevede la confisca dei beni, introduce la responsabilità delle aziende committenti. È sistematicamente inapplicata non per mancanza di cultura. Per scelta».
Manca la voglia oppure le risorse economiche per cambiare?
«Bisognerebbe chiedersi se manca la volontà politica. Le risorse ci sono. La legge c'è. Manca la volontà. E la volontà manca perché il sistema deve funzionare esattamente così. I responsabili sono le grandi catene della distribuzione, le aziende conserviere, i marchi che tutti conosciamo e che comprano a prezzi che rendono impossibile pagare un salario dignitoso. Il caporale è l'ultimo anello visibile di una filiera costruita apposta per non lasciare tracce».
Qual è il ruolo della 'Ndrangheta nella diffusione e organizzazione del caporalato?
«La 'Ndrangheta non gestisce direttamente il caporalato come gestisce il traffico di cocaina. Si accorda con le aziende agricole, assicura che le dinamiche di sfruttamento non vengano disturbate. È una funzione di protezione e di omertà, non di gestione operativa. E lo dimostra proprio questo omicidio: se i caporali fossero sotto il controllo diretto della 'Ndrangheta, quattro morti in quel modo non sarebbero stati permessi».
È lo Stato che non è abbastanza presente?
«Quale Stato? Non esiste uno Stato soltanto. Esistono diverse declinazioni di Stato. Una parte dello Stato è complice attiva di questo sistema: alcuni politici locali, alcuni amministratori, diversi funzionari. Ha mai visto un ministro nelle campagne della Piana di Gioia Tauro? Nei campi del Cosentino? Quella non è assenza, è scelta precisa».
Pochi mesi fa il governo ha affrontato in commissione alla Camera il caso dei lavoratori sfruttati nel Cosentino. Alla fine dello scorso anno c'erano già stati quattro morti e i primi arresti. Cosa ci dice questo?
«Ci dice che il sistema funziona finché non muore qualcuno. Quando arrivano i morti arriva la Commissione. Poi torna il silenzio. Senza quei lavoratori pagati tre euro l'ora, spesso meno, spesso a cottimo, l'agricoltura italiana non regge. Lo sa il governo, lo sa la grande distribuzione, lo sanno le aziende conserviere».
Combattere lo sfruttamento nei campi non porta voti?
«Non porta voti perché ti inimichi chi pesa sulla politica. La grande distribuzione e le associazioni dell'agroalimentare sono potentati economici con un'enorme capacità di pressione, soprattutto a livello locale, dove un'azienda che dà lavoro a migliaia di persone condiziona qualunque amministratore. Nessun politico tocca chi può determinare la sua rielezione».
È così che muore l'agricoltura italiana?
«Le aziende agricole italiane competono con prodotti importati dalla Spagna, dal Nordafrica, dal Medio Oriente, dove il costo del lavoro è più basso o le importazioni costano meno. Il produttore italiano ha due sole scelte: comprimere il lavoro o farsi spazzare via dal pomodoro che arriva via nave a un terzo del prezzo. Lo sfruttamento diventa la risposta a una concorrenza che lo Stato e l'Europa non governano. Non si risolverà mai. E tutta la messa in scena contro l'immigrazione ha spesso un solo compito: tenere i braccianti inchiodati alla schiavitù, con i prezzi bassi. Il migrante criminalizzato nel discorso pubblico è il migrante docile nel campo. La paura serve a non far alzare la testa a chi raccoglie». —
Maurizio Migliarini
mercoledì 3 giugno 2026
... Sinistra illiberale? ...
𝐋𝐢𝐛𝐞𝐫𝐭𝐚̀ 𝐝𝐢 𝐞𝐬𝐩𝐫𝐞𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐞 𝐝𝐢𝐫𝐢𝐭𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐜𝐫𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚, 𝐢 𝐜𝐚𝐬𝐢 𝐃𝐞 𝐋𝐮𝐜𝐚 𝐞 𝐃𝐞 𝐆𝐫𝐞𝐠𝐨𝐫𝐢 𝐦𝐚𝐧𝐝𝐚𝐧𝐨 𝐢𝐧 𝐭𝐢𝐥𝐭 𝐥𝐚 𝐝𝐞𝐬𝐭𝐫𝐚
Articolo di Valerio Di Fonzo
Due figure pubbliche si esprimono su Israele e Gaza e la stampa conservatrice ne approfitta per costruire un nemico immaginario: la sinistra illiberale
Nei titoli di molti giornali la controversia è già saldata dentro un dispositivo: alcuni soggetti vengono autorizzati al dubbio, altri consegnati alla diagnosi.«De Gregori, De Luca e l’intolleranza della nuova sinistra illiberale su Israele e Gaza». «La sinistra e i suoi cartellini retorici». «Più Erri De Luca, meno Mamdani». «La lezione di De Gregori, La sinistra non si chiuda e ami la libertà del dubbio». Non sono semplici titoli. Producono una scena discorsiva: da una parte il dubbio, la misura, la distinzione; dall’altra il riflesso, il cartellino, la colpa. Poi arrivano anche De Gregori e De Luca.
Francesco De Gregori rivendica il diritto di non trasformare il palco in tribuna. Erri De Luca scioglie il sionismo dalla destra di Netanyahu e respinge la parola “genocidio” per Gaza, che chiama una distorsione storica e verbale. Intorno fioccano le reazioni: alcune serie, altre solo rumore. Poi arriva la parte che conta: qualcuno raccoglie le scorie e ne ricava una diagnosi. La sinistra sarebbe diventata illiberale, incapace di dubbio, allergica alla distinzione. Da qui in poi non siamo più dentro una polemica. Siamo dentro una piccola macchina di classificazione.
“Illiberale” non è un’etichetta neutra. Marlene Laruelle, storica e politologa che dirige l’Illiberalism studies program, ha mostrato che non è un’ideologia né un regime, ma una categoria relazionale che cambia senso col contesto, al punto che la disciplina che ha coniato il termine si chiede ancora se un illiberalismo di sinistra esista davvero...
... fuori il sionista!! ...
Erri De Luca è stato escluso dal Festival di Salerno Letteratura in programma a giugno.
E subito orde social, destroidi, ultrà filo israeliani e gente che non ha mai partecipato a un festival letterario in vita sua ha cominciato a gridare alla “censura”, alla “vergogna”, al “vogliono tappargli la bocca” e via col solito repertorio di sciocchezze assortite.
Sarebbe bastato, al solito, contare fino a dieci e avrebbero scoperto che non c’è stata nessuna censura, semmai una scelta perfettamente libera, autonoma e consapevole da parte degli organizzatori privati di invitare (o meno) un autore al proprio festival.
E lo è tanto più perché Erri De Luca non era un ospite tra i tanti, ma colui che avrebbe dovuto tenere la prolusione inaugurale, ovvero il discorso che rappresenta e incarna l’identità culturale del festival.
E mi sembra evidente - e aggiungo SACROSANTO - che un festival culturale non possa oggi essere rappresentato da uno che nega un genocidio in atto a Gaza e interpreta in questo modo il senso della parola “sionista”.
Lo ha spiegato con parole perfette lo stesso direttore artistico Gennaro Carillo a “Il Mattino”.
“Abbiamo ritenuto opportuno riconsiderare la decisione iniziale perché la prolusione inaugurale rappresenta in qualche modo l’identità culturale del festival e presuppone una condivisione di vedute con chi la commissiona, soprattutto rispetto a una tragedia umanitaria come quella che si sta consumando a Gaza”.
Perfetto.
Ricapitolando, non c’è stata nessuna censura. Nessun castigo.
Nessuna negazione del pensiero altrui.
Si chiama libertà di scelta e autonomia di pensiero.
Capisco che suoni strano in questo Paese alla rovescia, ma per fortuna qualcuno ha ancora una dignità e un’indipendenza
E la schiena dritta per sostenere entrambe le cose.
Lorenzo Tosa.
... a chi tocca? ...
𝐀 𝐓𝐫𝐮𝐦𝐩 𝐧𝐨𝐧 𝐝𝐢𝐬𝐩𝐢𝐚𝐜𝐜𝐢𝐨𝐧𝐨 𝐥𝐞 𝐛𝐨𝐦𝐛𝐞, 𝐠𝐥𝐢 𝐝𝐢𝐬𝐩𝐢𝐚𝐜𝐞 𝐥𝐚 𝐛𝐫𝐮𝐭𝐭𝐚 𝐟𝐢𝐠𝐮𝐫𝐚
Il #buongiorno di
Giulio Cavalli
Lunedì sera Donald Trump ha telefonato a Benjamin Netanyahu per fermargli la mano su Beirut. Lo racconta Axios, citando tre funzionari: il presidente americano avrebbe dato del pazzo al premier israeliano, gli avrebbe rinfacciato di averlo tenuto fuori dal carcere durante il processo per corruzione, gli avrebbe detto che ormai "tutti odiano Israele per questo". Sette ore prima Netanyahu aveva ordinato di colpire Dahiyeh. Il raid non c'è stato.
Conviene leggerla lentamente, quella frase: tutti odiano Israele. Il problema, per Trump, è l'odio, non i morti. È la faccia. Israele isolata, l'America che ci rimette, l'intesa con l'Iran che lui promette "entro la settimana" e che un'escalation in Libano farebbe saltare. Dei civili libanesi schiacciati sotto i palazzi per ammazzare un comandante di Hezbollah se ne discute semplicemente come di un costo d'immagine.
E vale per tutti. Yair Lapid, ex primo ministro israeliano e oggi capo dell'opposizione, commenta la telefonata con una parola sola, "protettorato": a indignarlo è un'Israele ridotta a Stato vassallo di Washington, che si fa dire al telefono cosa può e cosa non può bombardare. Dei civili libanesi uccisi, invece, non spende una sillaba. Mark Levin, alleato di Trump, si indigna per la fuga di notizie perché fa sembrare gli Stati Uniti "deboli e disperati". Del resto è tutto qui: credibilità, prestigio. Il diritto internazionale non entra nella stanza. I cadaveri nemmeno.
E allora forse proprio qui dovrebbe entrare il giornalismo, e non per fare da stenografo della lite fra due ego: il mestiere sarebbe un altro, rimettere al centro i fatti e i diritti, inchiodare i potenti a quello che fanno e non a come appaiono. La coppia Trump-Netanyahu si batte col conflitto politico e soprattutto sociale. I politici sono troppo succubi per provarci. Quindi a chi tocca?
martedì 2 giugno 2026
... niente parate!! ...
La nostra Repubblica
non ama le parate
di Raffaele Crocco
La Repubblica ha chiuso la stagione della dittatura, della guerra e della devastazione fascista. È il risultato della lotta della Liberazione, della Resistenza, del sacrificio di donne e uomini che da civili – non da soldati – immaginarono uno Stato fondato non sulla disciplina militare, ma sui diritti umani, sulla dignità della persona, sul lavoro, sulla partecipazione democratica.
Così, è sempre più contraddittorio trasformare la Festa della Repubblica in una vetrina di militarizzazione simbolica. Le parate militari romane, gli armamenti esibiti, il linguaggio patriottico costruito attorno alla forza dell’esercito e al mito della difesa di confini che non abbiamo mai dovuto difendere, rischiano di alterare il senso profondo del 2 giugno.
Perché una democrazia non si riconosce innanzitutto nella potenza militare. Si riconosce nella qualità delle istituzioni, nella giustizia sociale, nella libertà dei cittadini, nella pace.
La Costituzione nata dalla Resistenza è il risultato dell’incontro tra tre grandi culture politiche: quella liberale, che difese i diritti e i limiti del potere; quella socialista e del lavoro, che pose al centro uguaglianza e dignità sociale; quella cattolica democratica, che affermò solidarietà e valore della persona. Culture diverse, spesso conflittuali, unite dal rifiuto del fascismo e della guerra come strumenti ordinari della politica.
Ridurre questa storia complessa all’immagine di soldati in parata significa impoverire la memoria repubblicana e mancare di rispetto a chi quella Costituzione ha scritta. Significa dimenticare che l’articolo 11 della Costituzione “ripudia la guerra” e che la Repubblica si fonda sul lavoro, non sulle armi. L’esercito appartiene alle istituzioni democratiche e svolge funzioni previste dalla Costituzione: non può e non deve diventare il simbolo identitario principale della Repubblica nata dall’antifascismo.
Il 2 giugno dovrebbe essere soprattutto la festa della cittadinanza democratica: delle scuole, dei lavoratori, del volontariato, della cultura, della sanità pubblica, della partecipazione civile. Dovrebbe ricordare il voto delle donne nel referendum del 1946 e ribadire la necessità di costruire una democrazia vera eliminando ogni disuguaglianza di genere. Dovrebbe fare memoria della speranza collettiva di ricostruire un Paese devastato, il compromesso alto che rese possibile la Costituzione.
La Repubblica italiana è nata per allontanarsi dalla retorica della forza e del nazionalismo aggressivo. Rifiutare le parate e difenderne oggi il significato significa custodire quella promessa originaria: una democrazia fondata sulla pace, sulla pluralità e sui diritti, non sull’esibizione stupida e maschilista delle armi.
www.unimondo.org
Alessandro Negrini
Carlo Martinelli
Radio Onda d'Urto
Articolo 21
Arci Empolese Valdelsa Left
Uno Maggio Taranto Libero E Pensante
... Repubblica!! ...
2 giugno 1946 – 2 giugno 2026
Ottant'anni fa, dalle macerie della guerra e della dittatura, l'Italia scelse la Repubblica.
Fu una giornata storica: per la prima volta le donne votarono in una consultazione politica nazionale, partecipando pienamente alla costruzione di un Paese fondato sulla libertà, sulla democrazia e sull'uguaglianza.
Il voto del 2 giugno 1946 rappresentò il compimento di un percorso aperto dalla Resistenza e dalla lotta di Liberazione, che restituirono agli italiani il diritto di decidere il proprio destino.
A ottant'anni da quella scelta, ricordiamo tutte le donne e tutti gli uomini che contribuirono alla rinascita democratica dell'Italia e riaffermiamo il valore dei principi che animano la nostra Costituzione: antifascismo, partecipazione, giustizia sociale, pace e solidarietà.
Viva la Repubblica.
Viva la Costituzione.
Viva l'antifascismo.
ANPI
#2Giugno #FestadellaRepubblica #80AnniDellaRepubblica #ANPI #Resistenza #Costituzione #Antifascismo #SuffragioUniversale #DirittiDelleDonne
... ottanta anni fa!! ...
Quel due giugno di ottanta anni fa poteva andarci molto peggio. Potevamo essere sudditi e non cittadini.
Buona festa della Repubblica!
Maurizio Moroni
lunedì 1 giugno 2026
... fascista bastardo!! ...
𝐐𝐮𝐞𝐥𝐥𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 "𝐜𝐫𝐨𝐜𝐢𝐞𝐫𝐚", 𝐚𝐝𝐞𝐬𝐬𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐥𝐚 𝐭𝐨𝐫𝐭𝐮𝐫𝐚 𝐡𝐚 𝐮𝐧 𝐧𝐮𝐦𝐞𝐫𝐨 𝐝𝐢 𝐟𝐚𝐬𝐜𝐢𝐜𝐨𝐥𝐨
Il #buongiorno di
Giulio Cavalli
Ignazio La Russa (FdI), il 4 maggio, sulla Global Sumud Flotilla aveva la battuta: farsi fermare in mare e poter «gridare che sei stato torturato è il massimo a cui aspirare», «a scarso rischio e a molto ritorno mediatico». Il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi rincarava, aiuti «irrisori». E Israele, il 3 maggio, certificava che nessuno era «mai stato torturato».
Tre settimane dopo la Procura di Roma ha messo agli atti un'altra versione. I fascicoli del procuratore Francesco Lo Voi, dell'aggiunta Lucia Lotti e del sostituto Stefano Opilio portano, tra le ipotesi di reato, la parola che a palazzo faceva sorridere: tortura. Con sequestro di persona, rapina e danneggiamento, a carico di ignoti, dopo gli abbordaggi del 29-30 aprile al largo di Creta e del 18-19 maggio a sud di Cipro.
I referti, intanto, dicono altro: l'ong Adalah ha messo agli atti decine di fratture alle costole, taser, proiettili di gomma, molestie sessuali. Il video delle umiliazioni l'ha pubblicato il ministro israeliano Itamar Ben Gvir in persona, fiero, e persino Antonio Tajani ha parlato di «atteggiamento da regime dittatoriale».
E adesso? Adesso i pm hanno una lista di nove nomi tra militari e politici, e una strada già battuta: la sentenza 192/2023della Corte costituzionale, quella del caso Giulio Regeni, permette di procedere senza gli imputati quando si indaga per tortura e lo Stato d'origine non collabora. Israele, infatti, collaborare non vuole: la rogatoria è ferma da settimane al ministero della Giustizia.
Restano quelli della crociera. Andrebbero riletti ora che la tortura ha un numero di fascicolo. Ma quelli non sanno leggere, ordinano solo cosa scrivere
... Calendario ...
... lo so che gli scongiuri non servono, quando si è nel bel mezzo di un periodo di MERDA, ma lasciatemeli fare a mo' di sfogo, nella mia rabbia senza fine!!
... Giugno ...
... caro bastardissimo Giugno, quanta merda hai in serbo per me? Qualunque sia la sua schifosa quantità sappi che soppravviverò, BASTARDO!!
domenica 31 maggio 2026
... Edgar Morin ...
Ricordando Egdar Morin
Sociologo e filosofo francese, nato a Parigi nel 1921, è stata una delle figure più prestigiose della cultura contemporanea.
Ha dedicato la gran parte della sua opera alla riforma del pensiero e dell’educazione del futuro, portando avanti una conoscenza che si ripromette di superare la babelica separazione dei saperi. Convinto che la crisi dell’educazione rinvia alla crisi della complessità sociale e umana, che traduce e aggrava, riteneva che proprio dall’educazione venisse la forza di una sua rigenerazione.
“Un’educazione rigenerata non saprebbe da sola cambiare la società. Ma potrebbe formare adulti più capaci di affrontare il loro destino, più capaci di far fiorire il loro vivere, più capaci di conoscenza pertinente, più capaci di comprendere le complessità umane, storiche, sociali e planetarie, più capaci di riconoscere gli errori e le illusioni nella conoscenza, nella decisione e nell’azione, più capaci di comprendersi gli uni con gli altri, più incapaci di affrontare le incertezze, più capaci di affrontare l’avventura della vita”
(Morin E. (2015). Insegnare a vivere. Manifesto per cambiare l’educazione. Cortina).
“Molti credono che abbiamo perduto tutto perdendo le nostre illusioni. Al contrario, abbiamo fatto una acquisizione prodigiosa perdendo i nostri errori, quella della presa di coscienza necessaria e, può essere, nel gioco della verità e dell’errore, salutare. Abbiamo perduto la promessa del progresso, ma è un grande progresso scoprire che il progresso era un mito. Abbiamo appreso che una ragione chiusa usurpa il posto della razionalità.
Ma è una grande conquista della razionalità questa derazionalizzazione. Abbiamo perduto il futuro garantito ma siamo capaci di agire per il futuro”.
(Morin E. (2012).Dove va il mondo? Armando Ed.)
... la Comunione!! ...
... un caldo terribile, 17 a pranzo, un tempo infinito passato a tavola, una volta finite le portate, usanze meridionali predominanti, un principio di mal di pancia, per fortuna rientrato ... insomma la prima comunione del nipote Marco!!
sabato 30 maggio 2026
... il "melonellum" ...
Qualche giorno addietro avevo dato notizia della iniziativa lanciata dal Quirinale per festeggiare l'ottantesimo compleanno della Repubblica Italiana, nata dal voto popolare del 2 giugno 1946, all'indomani del crollo rovinoso del fascismo.
Avrei voluto anche io partecipare col mio modestissimo contributo ed elogiare ciò che mi ha reso e mi rende ancora fiero di vivere nella Repubblica e nella Costituzione...
Grazie alla attuale Repubblica, in cui sono nato e vissuto, ho potuto studiare, laurearmi, esercitare la libera professione, vincere un concorso a cattedra, insegnare per trentasei anni, andare in pensione ...ed essere curato quando ne ho avuto bisogno.
Ma poi ho deciso, a beneficio di molti e soprattutto di quei 15.085.410 elettori che hanno detto e votato #NO al referendum sul DdL Nordio-Meloni, quello sulla riforma della Giustizia (divenuto carta straccia), di scrivere ciò che la Repubblica NON è per me.
NON è la #autonomiadifferenziata, che mira a sfasciare l'unità d'Italia e sostituirla con venti piccoli staterelli "l'un contro l'altro armati" e tutti sottomessi al potere centrale, il quale agisce serrando e disserrando i cordoni della borsa, ma solo a favore di chi si mostra servile e prono.
NON è il #premierato, che mira a sostituire la democrazia con la "democratura", cioè con l'investitura popolare come ai tempi del "Duce".
NON è lo #stabilicum, da più parti dichiarato incostituzionale, come già il "Porcellum" (sentenza Corte Costituzionale n.1/2014) e l'"Italicum" (sentenza Corte Costituzionale n.35/2017) e tanto ma tanto simile alla legge-truffa della DC, quella del 1953, se non peggiore. Con esso, ribattezzato subito "melonellum", chi è oggi al governo governo mira a stabilizzare ...solo se stesso ed a togliere rappresentatività agli altri che la pensano diversamente e che potrebbero avere ragione su tante, tantissime cose.
Che fare? #votare e trasformare il "melonellum" in un boomerang per la Meloni.
Antonio Anelli.
... Vannacci, "il lupo" ...
Quello che io chiamo "effetto Vannacci" funziona più o meno così.
Immaginiamo un allevamento in cui ogni giorno vengono uccise centinaia di galline. Migliaia ogni mese. È un fenomeno costante, enorme, ma ormai considerato normale. Nessuno ne parla, nessuno si scandalizza.
Poi arriva un lupo e uccide una gallina.
La notizia si diffonde immediatamente. Dibattiti, titoli, indignazione. Dopo qualche tempo il lupo ne uccide una seconda e l'attenzione pubblica esplode. Tutti discutono delle due galline morte per colpa del lupo.
Nel frattempo, le migliaia di galline che continuano a morire ogni mese passano inosservate. Non perché non esistano, ma perché non sono al centro della narrazione.
A questo punto entra in scena Vannacci. Nella metafora, il lupo rappresenta l'immigrato. Non importa che la stragrande maggioranza degli immigrati lavori, viva la propria vita e non commetta alcun reato. L'attenzione viene concentrata sui casi più eclatanti, più emotivi e più facili da trasformare in simboli.
Le due galline uccise dal lupo diventano così la prova che il problema principale del Paese sono i lupi. E più se ne parla, più l'immagine del lupo finisce per rappresentare tutti gli altri, anche quelli che non hanno fatto nulla.
Secondo questa lettura, la forza della retorica della paura non sta nel negare che esistano reati commessi da immigrati. Sta nel selezionare alcuni episodi reali, amplificarli fino a farli apparire come la questione dominante e spostare l'attenzione collettiva lontano da altri problemi che, per dimensioni o impatto, potrebbero essere molto più rilevanti.
Alla fine il lupo non viene giudicato per ciò che fa, ma per ciò che rappresenta nella narrazione.
E quando una categoria di persone viene trasformata in un simbolo di pericolo, ogni suo gesto viene interpretato attraverso quella lente. È così che la percezione può finire per contare più della realtà.
Comitato di cittadini attivi e democratici in difesa della Costituzione
Vincenzo San
... il crimine d'Israele! ...
Il crimine dei crimini
Ieri ho pubblicato sul mio profilo un lungo articolo, uscito su Left, che prova a fare il punto sul procedimento in corso davanti alla Corte internazionale di giustizia tra Sudafrica e Israele. Al centro c’è l’accusa di genocidio e l’eventuale violazione della Convenzione ONU del 1948. Un tema complesso, che offre materia per ragionamenti giuridici capaci di affascinare chi continua a vedere nel diritto internazionale uno strumento per comprendere e, forse, governare i conflitti del mondo.
La realtà, tuttavia, è sempre più ostinata delle categorie giuridiche. In una lunga intervista pubblicata oggi su L’Unità, Anna Foa sostiene che Israele sia ormai prigioniero del sionismo, un’ideologia che, a suo giudizio, entra in tensione con i principi della democrazia liberale. Richiama le limitazioni alla partecipazione politica dei partiti arabi e descrive una società attraversata da paure, pulsioni suprematiste e derive che stanno erodendo i fondamenti democratici dello Stato. Per quel che vale, e anche alla luce di esperienze ormai lontane nel tempo, credo che questa fotografia colga aspetti reali della situazione.
Non so se ciò che sta accadendo a Gaza sia genocidio. Non so se si tratti di genocidio, di atti genocidari o di altro ancora; se le responsabilità siano individuali, statali o entrambe le cose. E, a dire il vero, mi interessa relativamente attribuire un nome giuridico alla morte, alla distruzione e alla sofferenza. Le qualificazioni giuridiche sono importanti; le vite umane lo sono di più.
Il 17 giugno, alle ore 17 (non è un venerdì, peccato: sarebbe stato perfetto), presenterò insieme ad amiche e amici il mio libro sul genocidio alle Oblate. Parleremo probabilmente anche di questo, e sarà soprattutto un’occasione di confronto.
Massimo Lensi.
venerdì 29 maggio 2026
... indecenti!! (2) ...
Lo hanno eletto sindaco di Reggio Calabria con il 65% dei voti. Sessantacinque per cento.
Si chiama Francesco “Ciccio” Cannizzaro, è di Forza Italia, e il suo comizio conclusivo, quello con cui ha chiuso la campagna elettorale e convinto quasi sette reggini su dieci ad andare a votarlo, è questo che state per leggere.
Non un’imitazione di Cetto La Qualunque, ma il comizio vero, dell’uomo vero, che da oggi guiderà una delle principali città del Mezzogiorno.
Leggetelo tutto.
Poi possiamo continuare a parlare di programmi, di idee, di visioni per il Sud, di rinascita del Mezzogiorno, di classe dirigente. Possiamo riempire convegni, scrivere editoriali, organizzare scuole di formazione politica.
Tanto poi al seggio succede questo:
“Mi candido a guidare Reggio, permettetemi la presunzione, e può anche apparire un pizzico di arroganza, ma è il sentimento, io mi candido a scrivere la storia insieme a voi.
Mi candido a diventare il miglior sindaco che la città di Reggio Calabria abbi (pronunciato proprio così, ndr) mai avuto, perché io mi candido a scrivere la storia.
Io, insieme a voi scriveremo la storia. Quella storia che i bambini di oggi e gli adulti di domani leggeranno… e poter soltanto dire: beh, questa cosa l'ha realizzata il sindaco Cannizzaro con la sua squadra.
Mi piacerebbe immaginare fuori dalle scuole, dai seggi elettorali, file chilometriche perché proprio quelle immagini rappresenteranno la voglia del cambiamento, la voglia del risorgimento. E io vi prometto, io vi prometto, io vi prometto che Reggio, con l'aiuto di Dio e della Madonna della Consolazione risorgerà! Reggio risorgerà!
Viva Reggio! Viva Reggio! Viva i reggini! Che Dio vi benedica! Che Dio benedica i reggini! Che Dio benedica Reggio! Che Dio benedica la Calabria! Adesso Reggio! Adesso Reggio! Adesso Reggio! Adesso Reggio!”
Lo hanno eletto sindaco di Reggio Calabria con il 65% dei voti. Sessantacinque per cento.
Gianni Cali'
... indecenti!!! ...
In un gruppo WhatsApp, chiamato "Congresso FdI", dirigenti territoriali e candidati di Fratelli d’Italia si scambiano messaggi antisemiti senza alcun imbarazzo.
Cristian Zanetti, ex candidato alla presidenza provinciale di FdI in Trentino e oggi nel coordinamento locale del partito, scrive: “Peggio degli ebrei non so cosa possa esserci”.
Sotto quella frase arrivano altre risposte dello stesso tono: Antonio Manara parla dei “leccaculo dei giudei”, mentre Silvia Farci, candidata del partito alle comunali, rincara la dose.
Parliamo di persone che hanno ricoperto ruoli politici, che siedono nei coordinamenti provinciali, che si sono candidate nelle liste del partito della presidente del Consiglio.
Davanti a tutto questo, la signora M non apre bocca.
La premier che ogni 27 gennaio compare puntuale con il post sulla Shoah, che stringe la mano ai rappresentanti della comunità ebraica nelle foto ufficiali, cosa ha da dire mentre i suoi dirigenti si scambiavano quei messaggi?
Il suo partito ha provato a cavarsela dicendo che quel gruppo non gli apparteneva. Ma il nome del gruppo richiama esplicitamente il partito, gli autori dei messaggi sono organici al partito.
E poi è arrivato il capolavoro: il problema, secondo loro, non sarebbero i messaggi antisemiti ma chi li ha resi pubblici.
Come sempre, quando il contenuto è indifendibile, si prova ad attaccare il metodo.
E infatti Zanetti, nel giro di poche ore, è passato dal dire che gli screenshot fossero “falsi” al sostenere che le frasi fossero “decontestualizzate”.
Qualcuno dovrebbe spiegargli che certe parole non hanno un contesto che le renda accettabili.
Se messaggi identici fossero emersi da una chat di attivisti dell'opposizione, qualcuno starebbe ancora minimizzando?
(Fonti: Domani, Rai News, Fanpage)
... no comment!!! ...
"Duecentoventi studenti italiani ammessi a Medicina si ritrovano spediti d’ufficio a Tirana, in un ateneo privato convenzionato con Tor Vergata, con una retta iniziale vicina ai diecimila euro l’anno: non è un errore burocratico, è una dichiarazione politica sul valore reale del diritto allo studio in questo Paese. E che a pronunciare la parola “revisione” sia la stessa ministra che ha voluto il semestre filtro, rende questa storia ancora più amara. Perché qui non c’è solo il destino di 220 ragazzi finiti in fondo a una graduatoria e in cima a una fattura fuori portata: c’è uno Stato che chiama “opportunità” ciò che assomiglia più a un esilio di classe, un modo elegante per dire a chi ha meno che può studiare, sì, purché accetti di farlo lontano, pagando cifre che un’università pubblica non dovrebbe neanche sognarsi.
E c’è un ministero che si accorge “all’improvviso” che chiedere quasi 10 mila euro l’anno, in un’unica soluzione, a ragazzi di vent’anni contraddice ogni retorica sul merito, sulla mobilità sociale, sull’Italia che “non lascia indietro nessuno”.
Le storie che arrivano da questa graduatoria sono di ragazzi che hanno superato un semestre filtro pensato per selezionare, non per umiliare: in molti non avevano nemmeno compreso che quella “sede di Tirana” significasse un corso privato all’estero, con tasse oltre i 9.600 euro, costi di vita aggiuntivi, famiglie a cui dire che no, Medicina forse non è più possibile, non per mancanza di capacità ma per mancanza di conto in banca. Il merito qui è un paravento: chi ha preso meno voti paga di più, chi è più fragile economicamente viene invitato con garbo a cambiare sogno. Intanto la ministra Bernini definisce “sbagliata” e “sproporzionata” la tassazione, convoca il rettore, promette che gli studenti a Tirana pagheranno le stesse tasse di Roma, come se il problema fosse solo la cifra in bolletta e non l’idea di un sistema che gioca con la vita delle persone come con caselle di un foglio Excel. Si interviene dopo, sempre dopo: dopo le proteste, dopo i ricorsi annunciati, dopo che tremila studenti hanno già bussato agli studi legali per non vedersi trasformare in clienti forzati di un’università privata a centinaia di chilometri da casa. Ma si rende conto Bernini di cosa significa dire a un diciannovenne “sei idoneo, però vai in Albania e paga il triplo”? Di cosa significa chiedere a una famiglia di scegliere tra un mutuo e la vocazione del proprio figlio, mentre si continua a giurare in ogni conferenza stampa che il diritto allo studio è sacro, che la sanità ha bisogno di medici, che i giovani sono il futuro? Questo non è un incidente di percorso: è un messaggio chiarissimo. In Italia puoi diventare medico, sì, ma prima devi superare un semestre filtro, una graduatoria nazionale e, soprattutto, la prova definitiva: dimostrare di poterti permettere il lusso di studiare."
(Fabrizio Nardelli)
... Meloni dixit!! ...
𝐌e𝐥o𝐧i d𝐢c𝐞 𝐪u𝐞l𝐥o c𝐡e a𝐢 𝐩a𝐜i𝐟i𝐬t𝐢 𝐞r𝐚 𝐩r𝐨i𝐛i𝐭o d𝐢r𝐞
Il buongiorno di Giulio Cavalli
A Mattino Cinque, il 28 maggio 2026, Giorgia Meloni ha detto una frase che andrebbe incorniciata, anzi inchiodata anche senza cornice: «Non possiamo dire ai cittadini che i soldi ci sono solo per la difesa». L'ha detto da persona che, ci tiene a precisare, ritiene indispensabile armarsi di più. Eccola qui la confessione, con solo tre anni di ritardo.
Torniamo indietro, a marzo 2023, Aula del Senato, sempre lei: «Giudico puerile la propaganda di chi racconta che l'Italia spende soldi inviando armi sottraendo risorse alle necessità degli italiani, è falso». Poi, luglio 2025, audizione Camera-Senato dopo l'Aia: Guido Crosetto assicurava che «nessun euro verrà sottratto alla sanità, all'istruzione o alla spesa sociale», Antonio Tajani ci mette la firma, dice. Ottobre 2025, Giancarlo Giorgetti in commissione Bilancio non vuole «finanziare la Difesa togliendo risorse ad altre voci di spesa tantomeno sociale».
Quattro voci, tre anni e sullo sfondo una favola: spendere in armi senza togliere a niente. Chi obiettava che i soldi non si moltiplicano veniva trattato da pacifista, ignorante, e Crosetto del resto definiva «vigliacca» l'idea stessa di mettere in concorrenza armamenti e welfare.
Eccoli i numeri: nel triennio 2023-2025 il Servizio sanitario ha perso 13,1 miliardi. La sanità sul Pil è scivolata dal 6,3% al 6%, sarà al 5,9% nel 2027. Nel 2024 quasi un italiano su dieci ha rinunciato a curarsi. La spesa militare 2025 è arrivata a 32 miliardi, più 12,4% in un anno. Su 2026-2028 l'Osservatorio Milex stima 23 miliardi di spesa militare aggiuntiva.
La verità ora c'è, l'ha detta Meloni in persona. Manca solo che chieda scusa a chi era ignorante. Sì, come no.
giovedì 28 maggio 2026
... un 28 maggio!! ...
Da non dimenticare….
LA STRAGE DI PIAZZA DELLA LOGGIA.
ERA IL 28 MAGGIO 1974.
Alle 10 e 12 del 28 maggio 1974, durante un comizio antifascista, esplode un chilogrammo di tritolo, nascosto in un cestino della spazzatura sotto un colonnato, causando la morte di 8 persone e il ferimento di altre 102.
Dopo anni di indagini, depistaggi e processi vengono riconosciuti colpevoli alcuni membri del gruppo neofascista Ordine Nuovo e altri elementi della destra eversiva.
Non si tratta di un caso isolato, mi è un episodio che rientra nel cosidetto 'stragismo', cioè quei massacri indiscriminati che puntano a colpire 'nel mucchio', senza alcuna selezione, per suscitare la paura di una minaccia oscura. Una lunga scia di attentati, da Piazza Fontana al treno Italicus, che hanno insanguinato l’Italia per anni
Il 28 maggio 1974, alle 10:12, i fascisti di Ordine Nuovo fecero esplodere in piazza della Loggia a #Brescia una bomba durante una manifestazione antifascista indetta dai sindacati confederali e dal Comitato Antifascista.
Otto le vittime, oltre 100 i feriti. In piazza si trovavano lavoratori, studenti, militanti politici e sindacali scesi in strada contro il clima di violenza squadrista che da mesi colpiva la città.
Le ultime parole del sindacalista Franco Castrezzati, prima dello scoppio della bomba, furono tutte dedicate a Giorgio Almirante, oggi assurto a padre della patria:
"La nostra Costituzione, voi lo sapete, vieta la riorganizzazione sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista. Eppure il Movimento Sociale Italiano vive e vegeta. #Almirante, che con i suoi lugubri proclami in difesa degli ideali nefasti della Repubblica Sociale Italiana ordiva fucilazioni e ordinava spietate repressioni, oggi ha la possibilità di mostrarsi sui teleschermi come capo di un partito che è difficile collocare nell'arco antifascista e perciò costituzionale."
Dopo molti anni di indagini, depistaggi e processi, furono riconosciuti colpevoli e condannati in via definitiva alcuni membri del gruppo neofascista Ordine Nuovo. Ecco i nomi delle vittime:
Giulietta Banzi Bazoli, 34 anni, insegnante di francese.
Livia Bottardi in Milani, 32 anni, insegnante di lettere alle medie.
Alberto Trebeschi, 37 anni, insegnante di fisica.
Clementina Calzari Trebeschi, 31 anni, insegnante di lettere.
Euplo Natali, 69 anni, pensionato, ex partigiano.
Luigi Pinto, 25 anni, insegnante di educazione tecnica.
Bartolomeo Talenti, 56 anni, operaio.
Vittorio Zambarda, 60 anni, operaio.
#qualcosadisinistra
... Vergogna infinita!! ...
𝐋𝐨 𝐬𝐜𝐫𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐝𝐢 𝐌𝐚𝐭𝐭𝐞𝐨𝐭𝐭𝐢 𝐯𝐮𝐨𝐭𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐥𝐞𝐠𝐠𝐞, 𝐢 𝐛𝐚𝐧𝐜𝐡𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐝𝐞𝐬𝐭𝐫𝐚 𝐯𝐮𝐨𝐭𝐢 𝐩𝐞𝐫 𝐬𝐜𝐞𝐥𝐭𝐚
Il #buongiorno di Giulio Cavalli
Lo scranno 14, quarta fila a sinistra dell'emiciclo di Montecitorio, da ieri ha una targa di metallo: "Da questo banco il deputato socialista Giacomo Matteotti pronunciò lo storico discorso del 30 maggio 1924, in difesa del libero Parlamento e contro le intimidazioni e le violenze fasciste che gli sarebbe costato la vita." Quel seggio resta lì, vuoto per sempre. Intorno, durante la cerimonia, i banchi della destra di Fratelli d'Italia erano semivuoti. L'ha fotografato l'Ansa, l'ha denunciato su X Arturo Scotto (Pd).
L'episodio si legge meglio in serie. Il 30 maggio 2024, centenario, Il Foglio titolava "In Aula molto Pd e poco FdI" e Giorgia Meloni mandò un comunicato a cerimonia in corso: Matteotti "ucciso da squadristi fascisti per le sue idee". Mussolini mandante, scomparso. La parola antifascismo, scomparsa. Due anni dopo, stessa configurazione fisica, stesso silenzio politico. Da parte sua la replica del partito, filtrata anonima all'Ansa, suona rivendicativa: "Da adesso anche noi inizieremo a guardare le presenze in Aula della sinistra e ci sarà da divertirsi". Un applauso si nega, una conta si promette.
In mezzo, due targhe divelte. Riano, 18 giugno 2024, "W fascio" sulla stele e sulla corona di Mattarella. Lungotevere Arnaldo da Brescia, 21 luglio 2025, distrutta la lapide con la frase attribuita a Matteotti: "Uccidete me, ma l'idea che è in me non l'ucciderete mai." Le targhe a Matteotti, da due anni, vengono colpite o disertate.
Lo scranno 14 resta vuoto per delibera, accolta all'unanimità su proposta di Devis Dori (Avs). I banchi di FdI ieri erano vuoti per scelta. Due vuoti diversi: uno è memoria che parla, l'altro è la maggioranza che tace nel momento in cui la memoria parla.
... i Riformisti!!! ...
Avete letto Gavino Angius oggi sul Fatto? Un sussulto di lucidità in un mare di melassa. Dice una cosa sacrosanta, con la precisione di un chirurgo che opera un corpo ormai in putrefazione: “Dico basta al riformismo, ci trascina verso i liberisti. I riformisti sono la disgrazia di chi è a sinistra”.
E come dargli torto?
Guardateli, i nostri splendidi intellettuali della sfumatura, i professionisti del "ma anche", i geometri del compromesso utile solo a loro stessi. Quelli dentro il PD e quelli rimasti furbescamente fuori, a galleggiare nel centro del nulla.
Il "riformista" moderno è una figura meravigliosa.
Non fa la rivoluzione, per carità, fa troppo rumore. Lui "riforma".
E vi riforma il lavoro, togliendovi i diritti.
Vi riforma la scuola, aziendalizzandola.
Vi riforma la sanità, svuotandola.
Tutto con quel sorrisetto d'ordinanza, la camicia bianca perfettamente stirata e quel tono da persona civile che vi spiega che "ce lo chiede il mercato", che "bisogna essere pragmatici".
Hanno passato trent'anni a depilare la sinistra di ogni briciolo di identità, a inseguire i banchieri, a spiegare agli operai che il capitale, in fondo, vuole loro bene. Hanno trasformato la lotta di classe in un aperitivo solidale. Si sono talmente fusi con l'agenda liberista che alla fine la gente, giustamente, ha preferito l'originale.
E oggi? Oggi raccogliamo i frutti di questo capolavoro di modernizzazione. Ci ritroviamo con una deriva post-fascista al governo, un Paese incattivito e una destra reale che dilaga perché la "sinistra" ha smesso di fare la sinistra per fare la contabile dei ricchi. Loro, i geni della strategia, hanno spalancato le porte al peggior passato credendo di correre verso il futuro.
E allora sapete che c'è? C'è che l'unica vera "riforma" urgente e necessaria che questi signori dovrebbero fare è una sola: un passo indietro. Lungo, definitivo.
Avete fallito. Avete consegnato le chiavi di casa ai reazionari mentre eravate impegnati a essere "responsabili". Ora, per cortesia, abbiate almeno il pudore del silenzio.
Tacessero.
O, come direbbe qualcuno, facessero un fischio e se ne andassero.
Mauro David.
mercoledì 27 maggio 2026
... eccoli di nuovo!! ...
Due giovani nazifascisti, italiani, rispettivamente di 19 e 23 anni, hanno dato fuoco alla Casa del popolo di Abbadia di Montepulciano, un piccolo paese alle porte di Siena, in Toscana.
Oltre al danno (400 Mila euro bruciati) e alla paura, questi episodi si inseriscono in una scia ben più ampia. Nelle ultime settimane, infatti, sia il sindaco di centrosinistra di Torrita di Siena, Giacomo Grazi, sia la sindaca di Chianciano Terme, Grazia Torelli, hanno ricevuto minacce di morte e offese tramite lettere anonime e iscrizioni sull'asfalto delle strade.
Questi sono i fascisti.
Da Penso dunque Sono
... l'Enciclica ...
MAGNIFICA HUMANITAS
Interessante è innanzitutto la data in cui Leone XIV ha firmato la sua enciclica: 15 maggio.
Il 15 maggio del 1891 l'altro Leone (XIII) firmava la Rerum Novarum che rifletteva sui grandi cambiamenti della Rivoluzione Industriale, con i suoi cambiamenti nello scenario urbano, con l'affermarsi definitivo della borghesia, con l'emergere dei grandi movimenti di massa a difesa dei lavoratori.
Nella stessa data del nostro anno Leone XIV firma la sua enciclica in cui parla - volendo semplificare - di Intelligenza Artificiale.
Segnale importantissimo: sta a significare che i computer non sono un arredo, non sono neppure un utensile, ma rappresentano una svolta epocale:
IV RIVOLUZIONE INDUSTRIALE INFORMATICA.
I pionieri lo avevano già capito alla fine degli anni Sessanta, gli altri ci arrivano secondo tempi diversi.
Con questa IV Rivoluzione Industriale dobbiamo fare i conti.
Ma soprattutto dobbiamo farla nostra nel modo più proficuo e umanistico.
Personalmente non ho paura che una macchina simuli le connessioni del pensiero. E dialogando, come faccio a lungo e con grande soddisfazione, con le varie IA - Gemini, Claude soprattutto - non per questo mi sento meno umano. Anzi.
Auguro a tutti una riflessione non luddista sulla Intelligenza Artificiale.
Alfonso Piscitelli.
... fascisti schifosi!! ...
Oggi alla Camera dei Deputati è stata inaugurata una targa in ricordo di #GiacomoMatteotti, nello scranno 14 dove pronunciò il discorso che gli costò la vita e che non sarà mai più assegnato.
I deputati di Fratelli d’Italia non hanno partecipato alla seduta.
Poi se li chiami fascisti, s'offendono e fanno partire le querele.
Fate pena, per non dire altro.
#qualcosadisinistra
... Delmastro vittima?? ...
𝐃𝐞𝐥𝐦𝐚𝐬𝐭𝐫𝐨 𝐥𝐚 𝐯𝐢𝐭𝐭𝐢𝐦𝐚
Il #buongiorno di Giulio Cavalli
In commissione Antimafia, ieri, Andrea Delmastro si è dichiarato vittima. Vittima del sistema che non lo aveva avvertito su Mauro Caroccia, prestanome del clan Senese condannato in Cassazione il 19 febbraio a quattro anni per intestazione fittizia aggravata. L'ex sottosegretario alla Giustizia, socio al 25% della srl che gestiva la Bisteccheria d'Italia insieme alla figlia diciannovenne di Caroccia, ha aggiunto che gli sarebbe bastato un giro su Google. Imperdonabile leggerezza politica, dice. Lo dice davanti alla bicamerale presieduta da Chiara Colosimo, amica e compagna di partito.
Funziona così, l'inversione narrativa di questa generazione di parvenu cresciuta nel partito di Meloni. Il sottosegretario alla Giustizia che cenava in quel locale prima con la capa di gabinetto Giusi Bartolozzi, poi con i vertici penitenziari, si scopre danneggiato. Giovanni Donzelli passa di lì una sera, ma per pochi minuti. Tutti ignari, di fatto, mentre la sala era apparecchiata dal clan. Il sistema, dice Delmastro, doveva avvisarlo. Lui no.
E intanto, lo stesso giorno, Roberto Vannacci dal Pirellone dice quello che persino dentro Forza Italia sussurrano da mesi: il partito è ostaggio della figlia del padrone, Marina Berlusconi, che da presidente di Mondadori dirige la linea politica del partito. Apriti cielo, ora: scuderie schierate, tutti a difendere la stortura. Perché stare nella corte della premier significa non raddrizzare mai i concetti: significa partecipare all'inversione continua che serve alla propaganda. La verità qui dentro conviene solo quando arriva da un generale in cerca di voti.
martedì 26 maggio 2026
... numeri non opinioni! ...
Da ieri la destra meloniana decanta e declama una presunta grande vittoria alle amministrative.
Addirittura la Presidente del Consiglio in persona esulta tronfia e boriosa: “E anche oggi crolliamo domani”.
E uno a quel punto si aspetta: ohibò, chissà che vittoria schiacciante, chissà che debacle a sinistra.
Solo che io ho questo vizio: guardare i fatti, i numeri, la realtà.
E la realtà dice che, dei 18 comuni capoluoghi al voto, il centrosinistra (o campo largo, chiamatelo come volete) ne ha conquistati ben 6, ovvero 1/3 del totale.
Di cui 2 strappati alla destra: Pistoia col Verde Giovanni Capecchi e Avellino.
A cui si aggiungono i quattro confermati: Prato, Mantova, Andria ed Enna.
E sarebbero stati 7 se Vincenzo De Luca non avesse testardamente deciso di andare da solo.
E la destra?
Ne ha presi esattamente la metà (di cui due, va detto, Città Metropolitane): Venezia, Crotone e Reggio Calabria, ma solo quest’ultima ha visto un ribaltone, peraltro largamente prevedibile alla vigilia.
Risultato finale: 6-3 per il centrosinistra.
Il resto è diviso tra civici e ballottaggi.
E allora? Dov’è questa fantomatica grande affermazione della destra?
Semplicemente non esiste. È inventata di sana pianta, una bugia raccontata talmente tanto - e ripetuta da abbastanza giornali - da trasformarsi in verità.
È il miglior risultato possibile? Assolutamente no.
Certo, poteva andare ancora meglio, soprattutto a Venezia, e non c’è stato l’auspicato “effetto Referendum”, ma il campo largo nel complesso tiene, il Partito Democratico è quasi ovunque primo partito e il centrosinistra doppia la destra-destra (contenti loro…)
Non sono opinioni.
Sono numeri. È la realtà.
E va raccontata tutta, sino in fondo.
Lorenzo Tosa.
... disprezzo e sdegno!! ...
Non avrei voluto sprecare tempo a commentare quello che ha detto Erri De Luca, cosa si dovrebbe mai commentare a qualcuno che dice di essere sionista e che nega il genocidio? Ma non riesco a evitare di farlo. Non ho nulla di suo nella mia libreria, nessuno dei suoi libretti, anche prima ho sempre pensato che la sua scrittura fosse di nessun interesse per me, ancora di più le sue melensaggini, oggi, mi paiono grottesche, quindi non ho nessuno dei suoi libroidi in casa, così non posso sfogarmi che dicendo qualcosa. Se avessi i suoi librucci da quattro soldi li butterei nel cesso? No, lo intaserebbero, li metterei nel bidone della differenziata, carta da buttare. Provo, però, un profondo disprezzo e sdegno per le sue parole, questo sì. Nelle ultime settimane leggere senza staccarmi quasi mai , a parte il lavoro e le altre cose indispensabili, da Victor Hugo e dal suo L'uomo che ride mi porta a fare una considerazione che ha a che vedere con la scrittura, perché appunto le parole grottesche pronunciate in quell'intervista sono incommentabili se non con l'esibizione dei corpi, delle violenze, delle umiliazioni, del genocidio che si sta consumando da così tanto tempo a opera di Israele.
Tornando a L'uomo che ride è lo spazio in cui per tanti giorni hanno trovato rifugio il mio sdegno, il mio orrore, la mia paura, la sofferenza di vedere ogni giorno tanta violenza e anche la volontà di condividerla sempre di dirla sempre e per sempre. Ecco lui (Victor Hugo) usa una strategia del testo formidabile ( ne parlerò sul canale) per evocare questa ingiustizia, lo scherno dei nobili verso gli inermi, la loro noncuranza che si esterna in quotidiana tortura. Io di questo voglio parlare, della scrittura: la stortura mediocre che è nella scrittura di Erri De Luca, la sua "distorsione" di quello che vuol dire scrivere sul serio invece di fare sermoni è ora manifesta nel suo pensiero. Cada l'oblio sulle sue frasette grondanti il nulla. Cada il disprezzo sulle sue parole.
In foto: un sioinista e un mentore morto che mi sta salvando dalla rabbia che altrimenti travolgerebbe tutto. leggiamo Victor Hugo come antidoto ai miserevoli tromboni dai quali siamo circondati.
E sempre: Palestina Libera e Fuck Israel.
#PalestinaLibera
Emanuela Cocco.
... un NO prestato!! ...
𝐈𝐥 𝐍𝐨 𝐝𝐢 𝐦𝐚𝐫𝐳𝐨 𝐧𝐨𝐧 𝐞𝐫𝐚 𝐮𝐧𝐚 𝐜𝐚𝐦𝐛𝐢𝐚𝐥𝐞: 𝐚 𝐕𝐞𝐧𝐞𝐳𝐢𝐚 𝐢𝐥 𝐜𝐚𝐦𝐩𝐨 𝐥𝐚𝐫𝐠𝐨 𝐬𝐢 𝐬𝐯𝐞𝐠𝐥𝐢𝐚
Il #buongiorno di
Giulio Cavalli
A Venezia ha vinto Simone Venturini al primo turno, oltre il 50%, undici anni dopo l'arrivo di Brugnaro a Ca' Farsetti. Andrea Martella si è fermato sotto il 40%, quando Bidimedia e Tecnè lo davano avanti di sei punti. Tredici punti di scarto contro un vantaggio atteso: la fotografia di un'illusione costata cara.
Due mesi fa, il 23 marzo, era stata Elly Schlein a dichiarare dal Nazareno che «c'è già una maggioranza alternativa al governo». Il No alla riforma Nordio aveva incassato il 53,7% con un'affluenza del 58,9%, quindici milioni di voti contro la separazione delle carriere. Conte aveva rilanciato le primarie del campo largo. Sembrava un trionfo capace di riempire da solo i mesi successivi.
Solo che quei quindici milioni non erano un elettorato. Erano una somma: magistrati e accademici, ex astenuti rientrati, giovani in cabina per la prima volta. Una mobilitazione di merito su un contenuto costituzionale, dove il 31% del No invocava il contrasto a Meloni e il 39% parlava di sorteggio del CSM. Trasformarla in capitale di coalizione era operazione contabile, mai politica.
L'affluenza di ieri lo ha detto meglio di ogni commento: 60,06% complessivo, cinque punti in meno della tornata precedente. A Venezia 55,87%, sei punti sotto il 2020. L'onda referendaria non si è trasferita: ieri si è dispersa un bel po'.
Per battere Meloni non basta opporsi. Bisogna costruire un campo proprio, con proposte e identità. Altro che facce da primarie. Il centrosinistra ha incassato troppo presto un voto prestato, non regalato. Resta da capire se saprà restituirlo in proposta o se vorrà rivendicarlo ancora. Di tempo ce n'è, ora bisogna scoprire se c'è anche la voglia e le capacità.
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