Trump non è il diplomatico, non il giurista, non il moralista.
È il cowboy.
Entra in scena come John Wayne nei western:
non spiega, non argomenta: lui sistema.
C’è un cattivo, c’è una terra ricca, c’è una pistola.
Fine della complessità.
Non dice: “Interveniamo per il petrolio.”
Dice qualcosa di peggio: interveniamo perché possiamo.
Il petrolio è solo il premio finale, come il ranch alla fine del film.
Altro che meno ipocrita:
è un’ipocrisia diversa, più rozza.
Non quella che si giustifica, ma quella che si compiace.
Trump non recita il ruolo del liberatore.
Recita quello dello sceriffo che arriva in una città che non gli ha chiesto nulla
e che, guarda caso, sorge sopra un giacimento.
Il messaggio non è:
“Lo facciamo per voi.”
È:
“Abituatevi.”
Il problema di questo atteggiamento non è la violenza.
È l’arroganza che la precede.
È l’idea che la forza non abbia più bisogno di spiegazioni ma solo di telecamere.
Quando il potere smette di mentire rinuncia persino alla fatica dell’alibi.
Il cowboy funziona finché è cinema.
Ma nella politica internazionale produce una dottrina semplice:
se sei forte, hai ragione;
se sei debole, sei colpevole.
E così la guerra non è più l’ultima opzione,
ma una scorciatoia amministrativa.
Un atto di gestione.
Un file da chiudere.
Oggi tocca al Venezuela.
Domani a qualcun altro.
Non perché sia peggiore,
ma perché ha qualcosa che serve.
Il western, almeno, finiva con l’eroe che se ne andava.
Qui restano i contratti, le basi, i consulenti.
E una lezione chiarissima:
non serve più fingere di salvare il mondo.
Basta possederlo a voce alta.
Luigi Maria Vitali.

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