mercoledì 7 gennaio 2026

... vent'anni ...

Vent’anni sono un tempo sufficiente per crescere un figlio, far crollare un impero o uccidere lentamente una passione. Urbano Cairo e Claudio Lotito hanno scelto la terza opzione, con una costanza che neanche la pioggia acida. Sono arrivati in situazioni per motivi diversi disastrate. Si sono presentati promettendo ambizione. ordine, conti a posto, razionalità. Hanno trovato tifoserie vive, sporche, rumorose, capaci di amare e odiare senza chiedere permesso. Le hanno lasciate svuotate, incattivite, ridotte a comitati di resistenza permanente. Non più tifosi, ma oppositori di regime. I risultati? Per la Lazio una bacheca che sembra la sala d’attesa di un ufficio pubblico: qualche trofeo dimenticato su una sedia di plastica, qualche piazzamento dignitoso come un impiegato che timbra il cartellino senza fare domande. Qualche guizzo, sì, come uno spasmo elettrico in un corpo stanco, mai abbastanza da giustificare due decenni di potere assoluto. Mai abbastanza da far dimenticare il senso di sopravvivenza calcistica imposto come stile di vita. Per la Cairese già Torino ed a volte Toro nemmeno quello. L’epopea di Urbano Cairo sotto la Mole è una lunga cronaca di occasioni buttate e dignità smarrita. Vent’anni passati a collezionare record negativi, capitani venduti come pacchi postali, derby finiti in tonnare e piazzamenti da metà classifica celebrati come imprese epiche. Un club con una storia tragica e gloriosa ridotto a sopravvivere, mai a competere, inchiodato a stagioni fotocopia: salvezza anticipata, nessuna ambizione, smobilitazione estiva. Il Toro trasformato in un’azienda di passaggio, non in una squadra: nessun progetto, nessun salto di qualità, solo un eterno “va bene così” spacciato per gestione virtuosa. Non un fallimento fragoroso, ma qualcosa di peggio: una lenta, metodica normalizzazione della mediocrità. Se Lotito ha sbagliato, Cairo ha devastato. Se Lotito ha diviso, Cairo ha deflagrato. Uno ha trasformato la Lazio in un condominio litigioso, dove ogni piano odia l’altro ma l’amministratore resta sempre lo stesso. L’altro ha preso il Torino, una ferita storica già aperta, ed ha deciso di tenerla scoperta, così, “per vedere se guarisce da sola”… Spoiler: non è successo. Una volta si vantavano dei conti in ordine. Oggi quei conti sembrano scritti con un pastello consumato su un tovagliolo spiegazzato. Il bilancio come religione, poi come scusa, infine come barzelletta. Faticano a far quadrare i numeri anche con un diagramma di flusso ed un corso accelerato per principianti. Il mercato di gennaio è l’autopsia finale. Da una parte Lotito che vende due dei tre migliori giocatori di una rosa già saccheggiata negli anni, come uno che smonta i mobili e le finestre di legno, brucia tutto per scaldarsi e poi si stupisce del freddo. Dall’altra Cairo, questuante elegante, che tenta di far fuori chi è arrivato con un ingaggio pensante e nel contempo mendica prestiti come se fossero favori personali, preparando l’ennesimo girone di ritorno senza obiettivi, senza rabbia, senza vergogna. Vent’anni di gestione ed il risultato è questo: stadi pieni di silenzio, cori trasformati in fischi, bandiere che non sventolano più ma tremano. Un evento quasi estintivo di massa: non dei club, ma del sentimento. Ed allora la domanda resta lì, nuda e cattiva come una mattina senza alibi: il calcio italiano ha davvero bisogno di personaggi così? O è solo assuefatto a confondere la sopravvivenza con la mediocrità, il comando con il merito, la longevità con la grandezza? Perché governare a lungo non significa costruire: a volte significa solo resistere mentre tutto intorno muore. 

 Ernesto Bronzelli.

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