venerdì 22 maggio 2026
giovedì 21 maggio 2026
... Dario Carotenuto ...
Ci sono momenti in cui l'ignavia diventa complicità. E ci sono persone che scelgono invece di esporsi, di metterci la faccia e la libertà.
Dario Carotenuto lo ha fatto. Insieme agli altri attivisti della Flotilla hanno sfidato un genocida, un criminale potente: hanno sfidato Benjamin Netanyahu.
E lo hanno fatto per portare un messaggio di speranza a un popolo oppresso perché non è accettabile che un popolo venga lasciato solo sotto le bombe, nella fame a combattere inerme contro la barbarie perpetrata da Israele.
Per questo anche Dario è stato arrestato, picchiato, umiliato.
E mentre lui e gli altri attivisti subivano violenze fisiche e verbali, qui c’era chi li derideva.
E allora lasciatemelo dire chiaramente: fate pena. Perché si può non condividere una scelta politica, ma perdere completamente l’umanità davanti a persone che rischiano la propria incolumità in nome dei diritti umani e della pace è qualcosa di profondamente miserabile.
E attenzione: non basta indignarsi per il ministro estremista che umilia gli attivisti, perchè la responsabilità politica e morale di Benjamin Netanyahu è chiarissima.
E proprio per questo ribadisco ancora una volta che non servono parole vuote ma fatti: le sanzioni, il ritiro dell’Italia dal Board of Peace, l'eliminazione del memorandum con Israele.
Dario è un amico e un collega coraggioso, da sempre dalla parte di chi non ha voce e di chi viene schiacciato dall’indifferenza del mondo.
Io sto con Dario.
Io sto con gli attivisti della Flotilla.
Io sto con chi continua ad alzare la testa anche quando sarebbe più facile girarsi dall’altra parte.
Chiara Appendino.
... la crisi d'Israele ...
La guerra e la trasformazione autoritaria interna procedono insieme
In quella fantastica e tragica miniera di violazioni del diritto, la Knesset viene sciolta e Israele torna al voto mentre si accumulano fatti che ormai non possono più essere trattati come episodi separati. L’arrembaggio della Global sumud flotilla in acque internazionali, il sequestro degli attivisti, il trasferimento nel carcere di Ashdod, la propaganda punitiva diffusa da Itamar Ben-Gvir, la richiesta di mandato di cattura della Corte penale internazionale contro Bezalel Smotrich e lo stesso Ben-Gvir: tutto converge nella crisi dello Stato di diritto israeliano. La crisi non riguarda soltanto Gaza. Riguarda la struttura giuridica e costituzionale di Israele. La coalizione di governo tenta di approvare, prima dello scioglimento della Knesset, norme che ridimensionano ulteriormente i poteri di controllo sul potere esecutivo, a partire dal procuratore generale. È il proseguimento della lunga offensiva contro ogni residuo equilibrio istituzionale. La guerra esterna e la trasformazione autoritaria interna procedono insieme. Intanto la Corte penale internazionale sposta il baricentro delle accuse. Non più soltanto le operazioni militari a Gaza.
Entrano al centro la colonizzazione, il trasferimento della popolazione occupante nei territori occupati, la persecuzione, l’espulsione forzata, l’apartheid. In altre parole: l’architettura politica dell’occupazione permanente. La risposta di Smotrich è stata illuminante. Non una difesa giuridica. Una minaccia politica. Ogni iniziativa della giustizia internazionale verrà seguita da un’accelerazione delle misure contro i palestinesi. Khan al-Ahmar, il villaggio beduino palestinese della Cisgiordania occupata che Israele tenta da anni di demolire per consolidare il controllo coloniale sull’Area C, diventa immediatamente il simbolo di questa rappresaglia annunciata. È una logica di intimidazione verso la Corte e verso l’Europa. Per anni molti governi occidentali hanno raccontato Israele come “l’unica democrazia del Medio Oriente”, separando Netanyahu dalle istituzioni dello Stato. Questa distinzione oggi si sta rapidamente consumando. La crisi non investe più soltanto un governo estremista. Investe l’intero assetto israeliano, il suo anomalo equilibrio costituzionale e la sua occupazione permanente. Mostra, soprattutto, una progressiva radicalizzazione politica e sociale. Si apre una stagione di instabilità interna molto dura. E quella instabilità avrà inevitabilmente ripercussioni regionali: sulla Cisgiordania, su Gaza, sui rapporti con gli Stati vicini, sulle guerre già in corso. Perché quando uno Stato entra in collisione con il diritto internazionale e contemporaneamente logora i propri meccanismi interni di garanzia, la crisi smette di essere contingente. Diventa una condizione permanente.
In apertura, elaborazione grafica di immagine originale da WMC
... la nostra vergogna!! ...
Eccola la cosiddetta "unica democrazia" del cosiddetto "Medio Oriente". Israele che prima abborda navi in acque internazionali (atto di pirateria, commesso anche su barche battenti bandiera italiana, il tricolore della "nazione" tanto sbandierato dalla destra nostrana). E poi, sempre il nostro alleato Israele, umilia le persone che hanno deciso di rompere con la Flotilla un assedio scandaloso e vergognoso e imperdonabile, l'assedio di Gaza dove il genocidio dei palestinesi è continuo e senza respiro. In questo fermo immagine, in questa mano che piega la testa di un'attivista che non cede la sua dignità, c'è tutto. Tutto quello che è successo in questi anni. Violazioni su violazioni del diritto internazionale. Crimini su crimini, proprio ora che i mandati di cattura arrivano anche a Ben Gvir e Smotrich. Dov'è Israele, dov'è la società israeliana, dove sono le istituzioni israeliane? Non è solo Netanyahu, non sono solo i suoi ministri e il suo governo ad assumersi la responsabilità di una massa di crimini difficilmente reperibili in altri luoghi e in altre epoche. E' lo stato di Israele che sta compiendo tutto questo, di fronte alle telecamere, fornendo prove su prove ai tribunali internazionali che giudicheranno. Eccome, se giudicheranno. E l'Italia? Dov'è l'Italia? Dov'è nascosta la retorica nazionale e nazionalista? Nel silenzio e nel balbettio di un governo che non sa più cosa fare per nascondere la sua ignavia. Lo scandalo del genocidio palestinese non può essere occultato, neanche da un silenzio complice. E' un capitolo della nostra storia, di cui siamo ormai non solo complici e responsabili. Siamo artefici. Lo stiamo compiendo, negli atti e nelle omissioni, se proprio vogliamo (anche) usare un linguaggio cristiano, che dovrebbe essere chiaro alla destra, ma solo nella retorica e non nel suo significato profondissimo.
- La mamma di Israele?
- Sì.
- Prego, si accomodi. Allora da dove cominciamo.
- Mi dica lei, professore.
- C’è qualche problemino.
- Eh, lo so.
- Qualche problemino col comportamento.
- Lo so, lo so, professore.
- Non voglio drammatizzare, per carità. Diciamo che il ragazzo è…
- Vivace.
- Ecco, un po’ vivace.
- Sta sulla difensiva.
- Bravissima, diciamo sulla difensiva.
- Però in quella classe l’hanno preso di mira.
- Ha ragione, l’hanno preso un po’ di mira.
- Perché è sensibile.
- Stellina di David.
- Non sembra sa, ma è un ragazzino molto fragile.
- Ma si vede, è un ragazzino fragile di un metro e novanta per centodieci chili. Questo noi del corpo docente l’abbiamo capito.
- Poi c’è quel bruttissimo trauma familiare.
- Una tragedia. Noi non ce lo scordiamo mica. E neanche lui. Pensi che l’altro giorno me l’ha tirato fuori per saltare educazione fisica.
- Vuole davvero far giocare mio figlio a palla prigioniera dopo tutto quello che ha passato?!
- No, no, per carità. Perciò cerchiamo di essere comprensivi quando ci sono delle… criticità.
- Ho sentito del genocidio.
- Ma piccolo. I bidelli hanno pulito subito.
- È solo un ragazzo spaventato.
- Appunto signora. Ha bisogno dei suoi spazi, ce ne rendiamo conto, altrimenti non gli avremmo permesso di prendersi il banco del compagno.
- Non è cattiveria, è che gli era stato promesso nel primo quadrimestre.
- E infatti adesso ha due banchi. Sta bello largo. Però non posso negarle che dal punto di vista accademico c’è qualche lacuna.
- Cioè?
- Be’, in educazione civica molto male.
- Non gli entra in testa.
- Matematica malissimo.
- Davvero?
- Per lui mille o centomila sono la stessa cosa. Ma il problema vero è storia. L’altro giorno l’ho interrogato, non sa niente.
- Guardi che è certificato.
- Siamo perfettamente al corrente.
- Ha un P.E.
- Popolo Eletto, certo.
- Lo dice lo psicologo, eh. Mica ce lo siamo inventati.
- Ma no, ma ci mancherebbe. Chi è lo psicologo?
- Dio.
- Benissimo. Ma guardi che infatti ne teniamo conto ogni volta che c’è compito in classe, che si dovrebbe beccare una nota, o porta un drone a scuola, o spara agli alunni che provano ad avvicinarsi al suo banco.
- Voi dovete capire che non è un ragazzo come gli altri.
- Ce ne siamo resi perfettamente conto.
- Però è molto amato dai compagni.
- Da uno.
- È pure arrivato secondo al saggio di canto.
- Infatti.
- Lo vede, professore. Lo vede che non è un criminale.
- Ma ci mancherebbe altro, signora. Israele è un ragazzino speciale e come tale noi agiremo affinché possa trovare in classe l’ambiente migliore per esprimersi e fiorire.
- Quindi non lo bocciate?
- Signora, io insegno storia. Sa cosa mi piace della storia?
- Cosa?
- Il fatto che da centomila anni vincono sempre i buoni. Non è un’incredibile coincidenza?
- Non la seguo.
- Certo che non lo bocciamo, questa scuola non lo permetterà mai. Il punto è che qui nessuno viene lasciato indietro. Non mi stancherò mai di ripeterlo: i voti, l’atteggiamento, il comportamento e l’educazione non possono pregiudicare un percorso scolastico verso la democrazia. Qui da noi tutti devono avere l’opportunità di esprimersi e di crescere in un ambiente sicuro e stimolante. Perché la scuola è di tutti, per tutti e al servizio di tutti.
- Grazie, professore.
- Arrivederla, mi stia bene. Prossimo.
- Salve.
- Lei è la mamma di Palestina?
- Sì.
- Allora, questo è il modulo di rinuncia agli studi…
La vergogna ci ha ormai ricoperto, come un'onta, appunto. Come un peccato grave.
Basta.
Paola Caridi.
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La situazione, dal punto di vista "scolastico!"
mercoledì 20 maggio 2026
... da Obama e Biden in poi ...
PERO' TUTTO E' COMINCIATO CON BIDEN ( e OBAMA )
Proprio così, non è un dettaglio da poco. Serve a capire tante cose, Trump sta solo proseguendo una linea che è stata tracciata dai due democratici che l'hanno preceduto.
Mi piace partire da Joe Biden perchè il tema è più attuale . C'è qualcuno che pensa che gli americani non sapessero nulla del 7 ottobre 2023 ? Se c'è , è un ingenuo . Ma aggiungo, l'ingenuità soltanto può farci credere che non sapessero nulla neppure le cancellerie europee, nonostante la loro modesta levatura.
Insomma, qualcuno può pensare che l'imponente flotta americana si trovasse nel Mediterraneo e nel Mar Rosso pochi giorni prima dell'attacco di Hamas, così per caso ? Suvvia, hanno spostato quasi 30/40.000 soldati , hanno portato per la prima volta la più grande portaerei mai costruita, la Gerald Ford nei nostri mari , per turismo ? Ad essere sinceri, ne fecero di turismo, dovevano ingannare il tempo no ? I 4500 imbarcati su quella nave, insieme alla sua scorta ( altre 6/7 navi da guerra + un sottomarino nucleare ) hanno svernato in Italia per una decina di giorni. La Ford addirittura arrivò sino a Trieste, poi a Venezia. Più di una settimana a fare shopping e ingozzarsi di cibo italiano. Il TG3 sale sulla Ford, intervista l'immancabile oriundo italiano, poi il capitano al quale chiede perchè si trovano lì, ci sono esercitazioni , soli o con la Nato ? La risposta è no, non c'è alcuna esercitazione. E allora perchè siete qui ? La risposta è illuminante : "siamo qui perchè la sola nostra presenza garantisce la democrazia" ( testuale ).
Poi il 26 settembre, piano piano, la Ford e tutto il suo codazzo bellico, scendono dall'Adriatico , ai primi di ottobre non visitano più niente, ci sono le isole greche, la Grecia, niente, il turismo è stato solo in Italia. Il 7 ottobre sono tutti pronti.
Quindi è credibile che i governi europei, non si siano interrogati su questa massiccia presenza militare americana nel Mediterraneo ? Ci sono state nel passato altre vacanze premio per così tanti soldati e tantissime navi da guerra ? Certo che no. Quindi o pensiamo che siano tutti imbecilli oppure anche loro conoscevano le vere ragioni. Infatti sapevano, abbiamo conosciuto l'omertà europea nella migliore delle ipotesi, ma il sospetto della complicità è legittimo, se giudichiamo i comportamenti successivi dell'Europa.
Quindi : l'amministrazione "democratica" di Joe Biden era perfettamente al corrente del piano, a cominciare dell'attentato. La storiella che Hamas ha colto tutti di sorpresa ormai non la si può dare da bere a nessuno. Tutti sapevano tutto il 7 ottobre 2023. Tranne noi comuni mortali, sparsi sul Pianeta. Eppure questo piano , studiato alla perfezione , una cosa non aveva previsto : la reazione popolare mondiale.
Non mi dilungo qui sulle ragioni profonde che hanno spinto USA ed Israele a fare quel che hanno iniziato quel giorno e che ancora continua con Trump.
A me interessa guardare al tutto con occhiali veri . Tutta la narrazione occidentale sull'attentato, alla luce di una semplice analisi dei fatti, appare come un castello di carta, è sotto gli occhi di tutti quindi , non di defaillance della sicurezza israeliana dobbiamo parlare, ma di un piano perfetto , che è andato in porto, è servito a mettere in atto lo sterminio,la distruzione della Striscia di Gaza , il genocidio. Il secondo step era la deportazione totale dei palestinesi. Questo andava di pari passo con l'attacco americano all'Iran. Scusate ma mica gli americani hanno spostato lì una flotta " capace di distruggere l'intero Medio Oriente " ( Sole 24 Ore ) per i tunnel di Hamas ? Solo uno scemo può bersi una minchiata come questa. L'obiettivo era l'Iran.
Questo attacco all'Iran non c'è stato. La domanda seria da farsi è perchè ? Perchè gli USA , dopo aver concordato tutto con Netanyahu, si sono poi fermati ?
Così come è fallito il piano di deportazione. Quando io, solo un paio di giorni dopo, ho cominciato a fare post sostenendo che questo fosse l'obiettivo israeliano, il NYT non aveva pubblicato il piano dei servizi segreti israeliani, consegnato al loro infame governo.
La guerra attuale tra Netanyahu e il giornale americano, risale al 2023, quel rapporto , pubblicato senza commento, per intero, svelava al Mondo , il senso dell'attentato.
Che diceva ? Il governo israeliano commissiona il rapporto ai propri servizi, la domanda è una sola : come si possono deportare da Gaza 2,5 milioni di palestinesi ? La domanda non è se, ma come.
La risposta è corposa, mica poche paginette. In gran parte l'abbiamo vista, e il povero popolo palestinese l'ha vissuta sulla propria pelle. Dicevano, possiamo spostarli, piano, piano dal Nord di Gaza al centro, poi dal Centro verso il Sud, TUTTI.
Dobbiamo ammassarli tutti a ridosso di Rafah ( il valico con l'Egitto ). Questo è tecnicamentr possibile, nessun problema, dicevano queste belve, che parlavano di numeri e non di persone in carne e ossa. Poi , dicono, abbiamo un problema : l'Egitto non li fa passare.
Questa parte dell'Egitto è la più interessante, a mio avviso , di quel rapporto. Loro dicono : abbiamo tentato di convincerli , dicendo che noi ci assumiamo l'onere finanziario di costruire delle case nel deserto per i gazawi. Non hanno accettato. Abbiamo proposto loro di cancellare tutti i debiti che hanno con noi. Niente. Abbiamo offerto loro forniture a prezzo speciale di GAS ( quello rubato a libanesi e palestinesi ) , ci hanno detto che non hanno che farsene visto che loro ce l'hanno e lo esportano pure (vero ). E qui arriva la bomba : "forse potremmo convincerli con l'azzeramento dei debiti con la UE ".
Cioè, cosa spinge i servizi israeliani a parlare di cose che riguardano la Comunità Europea? Cosa fa pensare loro di poter offrire l'azzeramento dei debiti egiziani ( non erano biscottini ) con la UE ? Era questo il lavoro sporco di cui parlerà Merz ? Certo è che durante il massacro a Gaza, la Ursula farà diversi viaggi al Cairo e solo al Cairo. Perchè ? La prima volta ci va con Borrell, ma la seconda, alla vigilia delle elezioni europee, ci va da sola. Incontra Al Sisi e tirano fuori uno strano comunicato, dove la nostra signora dice di essere contraria " alla deportazione forzosa dei palestinesi da Gaza ". Le parole sono importanti, il senso sta tutto nel FORZOSA . E' un ossimoro, come dire che sei contraria ad un assassinio violento.
Evidentemente, ciò che la Ursula ha offerto al dittatore egiziano non è stato sufficiente, l'Egitto ha alzato un bel muro e portato al valico di Rafah carri armati e soldati.
La deportazione violenta non è avvenuta. Il governo israeliano cerca da mesi di spingere "volontariamente" quanti più palestinesi ad uscire da Rafah, per ottenere questo deve continuare a bombandarli ( nonostante la tregua ) ed affamarli.
Comunque questa parte del piano non è andata come si sperava.
Resta da capire lo stop americano, nessun attacco all'Iran, la Ford e compagnia navale tornano , lemme lemme a casa, senza aver sparato un colpo.
Io non ho tutte le risposte, mi piace pensare che Biden ha tirato i remi in barca perchè una cosa non avevano previsto : la reazione imponente della gente in tutto il Mondo, cominciata proprio negli States e addirittura guidata dalla fortissima comunità ebraica americana. L'attentato di Hamas , con la ferocia mostrata, gli ostaggi, doveva secondo le loro intenzioni assicurare un sostegno necessario alle vergogne che avremmo visto.
Invece è avvenuto il contrario. Ecco, a me piace pensare questo, anche perchè, fateci caso, ovunque , è partito di pari passo l'attacco a questo movimento , bollato come pro-pal ( non è una bella definizione questo pro-pal ) , addirittura qualcuno che si dichiara di sinistra, anche in Israele, ha detto di sentirsi tradito dai "liberals" progressisti di tutto il Mondo.
E' così, non se l'aspettavano questi milioni di uomini e donne, nelle piazze del Mondo, sino agli angoli più remoti della Terra.
Non ci hanno visto arrivare.
Se è andata così, bisogna continuare .
Pompeo Benincasa.
... la "vera" Sinistra!! ...
«Ho letto il post che hai scritto qualche giorno fa» mi dice il collega mentre si alza dal lettino dopo essere stato visitato.
E lo dice con la faccia di uno che sta per consegnarti una diagnosi grave.
«Eh?» gli rispondo, preso alla sprovvista, mentre già mentalmente cercavo di ricordare quale post fosse.
«Quello che parla della Flotilla bloccata dagli israeliani in navigazione verso Gaza» dice cantilenando un poco. «Quelli che usano la traghettata (ha detto proprio così) come provocazione politica per avere più visibilità».
E poi tace.
Ma non è un silenzio normale.
È il silenzio di chi ha appena appoggiato sul tavolo una bomba a mano e aspetta di vedere se esplode.
«E quindi?» chiedo io, facendo assumere alla testa una posa obliqua di curiosità, come fa un entomologo davanti a un insetto raro.
Lui mi guarda con un sorriso un po’ troppo sarcastico e dice: «Ma allora sei veramente di sinistra».
Ora, detto così, “essere di sinistra” sembra quasi una malattia rara e potenzialmente letale. Una cosa che si prende a leggere troppi libri o ad ascoltare il lamento degli ultimi.
Confesso che per un attimo sono rimasto sorpreso. Ma non dalla frase in sé, quanto dal contesto. Perché ormai nel nostro bellissimo campionato dell’imbarbarimento civile, se mostri mezzo grammo di empatia verso qualcuno che soffre, subito ti appiccicano addosso un’etichetta come si fa coi barattoli della marmellata.
Hai pena per chi muore in mare? Sei di sinistra.
Soffri a vedere un vecchio che cerca nei cassonetti roba da mangiare? Sei sinistra.
Pensi che portare cibo e farmaci ad una popolazione indifesa e violentata nel diritto alla vita sia un’azione legittima prima che morale ? Sei un pericoloso estremista bolscevico.
Mancava solo che mi chiedesse se custodivo un poster di Che Guevara dietro l’elettrocardiografo.
Avrei potuto dirgli che se provo vergogna quando vedo un bambino chiedere l’elemosina invece di andare a scuola,
se sto male e mi sento sconfitto quando vedo cento persone stremate su una barca alla deriva in mezzo al mare,
se penso che una madre che piange perché non ha niente da dare ai suoi figli sia una ferita aperta sul volto dell’umanità,
allora sì, forse sono di sinistra.
Avrei potuto dirgli che certe cose non dovrebbero nemmeno avere un colore politico.
Che la pietà non è un programma elettorale.
Che il dolore umano non dovrebbe diventare una partita di calcetto tra tifoserie idiote.
Avrei potuto dirgli tante cose.
Ma non gliele ho dette.
E per un attimo mi sono veramente sentito in colpa per non averlo fatto.
Perché uno pensa sempre che il dialogo serva, che spiegarsi abbia senso, che da qualche parte ci sia ancora un ponte possibile tra esseri umani.
Poi però ho guardato la sua espressione.
Quella faccia soddisfatta di chi non voleva capire, ma solo catalogarti, metterti dentro una casella e chiudere il cassetto.
E allora ho pensato: ma perché dovrei giustificarmi? E soprattutto perché dovrei condividere i miei sentimenti con chi considera la compassione una debolezza da sfigati?
E mentre lo pensavo, iniziava a formarsi nel mio cervello una frase di quel politicamente scorretto che è Woody Allen: «Il vantaggio di essere intelligenti è che si può sempre fare il cretino, mentre il contrario è del tutto impossibile».
E allora sono metaforicamente sceso di almeno un paio di gradini sulla scala dell’imbarbarimento morale per portarmi al suo livello, e col sorriso più falso che potessi trovare gli ho risposto:
«Hai ragione. Non sono di sinistra…»
E lui, fraintendendo in pieno, mi dice ammiccando: «Ecco, infatti, mi sembrava strano…»
«Sono proprio comunista. Di quelli duri. Di quelli che mangiano i bambini».
Mi ha guardato sgranando gli occhi, poi ha scosso la testa ed è uscito senza salutare.
Giuseppe Pellizzeri.
... la "vera" Destra!! ...
𝐋𝐚 𝐝𝐞𝐬𝐭𝐫𝐚 𝐞̀ 𝐜𝐨𝐫𝐭𝐞𝐬𝐞 𝐟𝐢𝐧𝐜𝐡𝐞́ 𝐥𝐚 𝐠𝐮𝐚𝐫𝐝𝐢. 𝐋𝐚𝐬𝐜𝐢𝐚𝐭𝐞𝐥𝐚 𝐩𝐚𝐫𝐥𝐚𝐫𝐞 𝐢𝐧 𝐮𝐧 𝐩𝐢𝐜𝐜𝐨𝐥𝐨 𝐜𝐨𝐦𝐮𝐧𝐞
Il #buongiorno di Giulio Cavalli
A Mantova, il 3 maggio, l'aperitivo elettorale per il candidato consigliere comunale di Fratelli d'Italia Luca Viani dura abbastanza perché qualcuno, lì accanto, accenda il telefono. Un volume alto, una casa privata sul lago, e l'audio che Fanpage.it pubblica oggi: Ivan Sogari, vicepresidente del comitato Remigrazione e riconquista, parla di «sterminare il germe del comunismo» e aggiunge che si sostiene il candidato «non perché a noi ci interessa la vil politica della democrazia», ma per «portare qualcuno che la pensa come noi all'interno dei palazzi». Prima cori di «Sieg Heil!» e insulti antisemiti, poi un «Ivan, mein Fuhrer!» fra gli applausi.
Il meccanismo si ripete a ogni giro. Finché credono di parlare in pubblico, alla destra escono le parole misurate: libertà di espressione, sicurezza, decoro. Quando si sentono in casa, in un piccolo comune al voto il 24 e 25 maggio, dove pensano che nessuno trascriva, dicono la cosa per come la pensano davvero. La democrazia è la «vil politica» da usare per occupare le stanze, gli altri sono il «germe» da bonificare. Bastava lasciarli finire la grigliata.
Il giorno dopo, sui social di Viani, resta il discorso ufficiale, quello istituzionale. La traduzione per il pubblico arriva sempre dopo lo sfogo, mai prima. E vale ricordarlo: a gennaio, alla Camera, era stata bloccata la conferenza dello stesso comitato sulla remigrazione, e Matteo Salvini parlò di metodo «non democratico», Roberto Vannacci di democrazia «morta».
La democrazia gli interessa quando li ospita. Quando devono dire cosa ne pensano davvero, l'hanno appena detto a Mantova.
In foto Wikiart, Ave Maria, Maurizio Cattelan (2007)
martedì 19 maggio 2026
... l'indifferenza!!! ...
L'INDIFFERENZA "UCCIDE" DUE VOLTE.
La prima forma di indifferenza da condannare è senza dubbio quella del barista che vigliaccamente ha negato rifugio a Sako Bakary in fuga dai suoi assassini. La seconda occasione, in cui l'indifferenza si è avvertita in modo pesante, è quella della latitanza in piazza delle istituzioni locali e nazionali. Contrariamente da Modena infatti, non sono state accanto ai cittadini di Taranto scesi in piazza, né sono andate ad incontrare i famigliari della vittima e la comunità africana cittadina sconvolta dall'omicidio.
Spero che si presenteranno ai funerali per porre rimedio a questa grave assenza, per non lasciare spazio al sospetto che la morte di un lavoratore africano per mano di cinque italiani sia "solo" un fatto di cronaca nera e non il segno di una deriva culturale violenta e razzista. Un fenomeno crescente da contrastare a volte anche attraverso la presenza fisica delle Istutuzioni, perché anche i simboli hanno grande importanza in una battaglia di civiltà come questa, che è prima di tutto culturale.
Una consapevolezza che sembra ancora mancare purtroppo e che invece sarebbe necessaria. Una battaglia che ogni forza politica dovrebbe condurre senza esitazioni, andando oltre le divisioni politiche, pensando meno ai voti e più all'Italia e al suo futuro. Sarebbe un'inversione di rotta giusta e necessaria, perché come hanno dimostrato le belle piazze di Modena e Taranto, pur nelle differenze, accomunate dalla presenza di tanti cittadini non più disponibili a tollerare l'indifferenza, brodo di coltura dell'odio e del razzismo o a permettere basse speculazioni politiche di parte su simili tragedie.
La politica, soprattutto a destra, farebbe bene ad ascoltare quelle piazze composte e silenziose - più di tanti haters da tastiera - ma comunque eloquenti.
#Immigrazione #antirazzismo #convivenza
Marco Pacciotti.
... un po' di rispetto!! ...
Edizione Straordinaria dalla Savana
Cari amici, oggi è accaduto l’inverosimile.
Nella più profonda savana, sciacallo, iena e avvoltoio hanno indetto una conferenza stampa congiunta, visibilmente scossi. Con cartelli scritti con cura, hanno tuonato all’unisono:
«BASTA PARAGONARCI A SALVINI E MELONI!»
Lo sciacallo, con dignitosa indignazione: «Noi arriviamo quando c’è qualcosa da spolpare, è vero… ma lo facciamo con stile e senza fingere di essere i salvatori della patria.»
La iena, ridacchiando amara: «Noi ridiamo sulle carcasse, d’accordo. Loro invece ci costruiscono sopra campagne elettorali.»
L’avvoltoio, con aria professorale: «E noi almeno aspettiamo che il corpo sia freddo. Loro iniziano lo sciacallaggio politico mentre la tragedia è ancora calda. C’è una differenza, signori.»
Persino i tre classici necrofagi della savana si sentono calunniati dal paragone.
... il "solito" Salvini!! ...
𝐋𝐚 𝐜𝐢𝐭𝐭𝐚𝐝𝐢𝐧𝐚𝐧𝐳𝐚 𝐚 𝐩𝐮𝐧𝐭𝐢 𝐜𝐡𝐞 𝐥𝐚 𝐂𝐨𝐬𝐭𝐢𝐭𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐯𝐢𝐞𝐭𝐚 𝐝𝐚 𝐬𝐞𝐭𝐭𝐚𝐧𝐭𝐨𝐭𝐭𝐨 𝐚𝐧𝐧𝐢
Il #buongiorno di Giulio Cavalli
Il 18 aprile 2026, dal palco dei Patrioti in piazza Duomo a Milano, Matteo Salvini ha annunciato il "permesso di soggiorno a punti", e il 16 maggio, dopo il caso Modena, ci ha aggiunto la cittadinanza: "Come la patente, per chi delinque via i documenti". L'idea ha un solo difetto: è incostituzionale.
L'articolo 22 della Costituzione vieta di privare chiunque della cittadinanza per motivi politici, e i costituenti lo scrissero con davanti le leggi razziali del 1938 e la cittadinanza tolta ai fuoriusciti antifascisti. La cittadinanza, ricorda la Cassazione, è uno status permanente, imprescrittibile, indisponibile. Non un punteggio che cala a ogni infrazione.
La revoca esiste già, ma è altra cosa. L'articolo 10-bis della legge 91/1992, inserito dal decreto sicurezza del 2018, la consente solo per chi ha acquisito la cittadinanza, solo dopo condanna definitiva, solo per terrorismo ed eversione. La Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo vieta la privazione "arbitraria" e le convenzioni Onu vietano di creare un apolide. Il giurista Antonio Marchesi, su Fanpage, lo ha riassunto: una misura che colpisce gli "Al-qualcosa" e risparmia chi viene dal Nord viola il principio di non discriminazione.
E poi c'è il dettaglio che fa cadere tutto: Salim El Koudri, l'uomo di Modena, è nato a Bergamo, cittadino italiano. Lo ha ricordato Antonio Tajani dentro la maggioranza: nessun permesso da revocare. Resta il consenso da incassare su una tragedia mentre un uomo in disagio psichiatrico, dicono gli inquirenti, diventa il pretesto per una legge che la Costituzione respinge da settantotto anni.
lunedì 18 maggio 2026
... il razzismo nuovo!! ...
𝐄𝐥 𝐊𝐨𝐮𝐝𝐫𝐢 𝐞̀ 𝐢𝐭𝐚𝐥𝐢𝐚𝐧𝐨, 𝐦𝐚 𝐩𝐞𝐫 𝐒𝐚𝐥𝐯𝐢𝐧𝐢 𝐧𝐨𝐧 𝐚𝐛𝐛𝐚𝐬𝐭𝐚𝐧𝐳𝐚: 𝐢𝐥 𝐫𝐚𝐳𝐳𝐢𝐬𝐦𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐝𝐚 𝐝𝐨𝐦𝐚𝐧𝐢 𝐩𝐮𝐨̀ 𝐭𝐨𝐜𝐜𝐚𝐫𝐞 𝐜𝐡𝐢𝐮𝐧𝐪𝐮𝐞
Il #buongiorno di Giulio Cavalli
Salim El Koudri è nato a Seriate il 30 marzo 1995. Italiano, laureato in Economia, residente a Ravarino. Sabato 16 maggio ha lanciato una Citroën C3 a folle velocità in via Emilia a Modena, falciando otto persone, quattro gravi, due donne con le gambe amputate. Un fatto atroce. E un cittadino italiano.
Su quel "cittadino italiano" si è aperta la voragine. Matteo Salvini (Lega) ha rilanciato la revoca del permesso di soggiorno e della cittadinanza per chi delinque: «un Paese serio ti espelle immediatamente, è legittima difesa». Solo che El Koudri un permesso di soggiorno non ce l'ha, perché non gli serve: è italiano per legge. Glielo ha fatto notare il suo stesso governo. Tajani: "non aveva un permesso di soggiorno, è cittadino italiano". Zangrillo: non decidere "sull'onda dell'emotività". Piantedosi: "è un'altra cosa rispetto a questo fatto".
Salvini ha aggiustato il tiro sulle "seconde generazioni": chi "rifiuta la cultura e la legge del Paese in cui cresce costituisce un problema". La legge dice che El Koudri è italiano. La percezione di Salvini dice di no, perché il nome è marocchino e la pelle è quella sbagliata. La cittadinanza diventa una concessione revocabile a vista, su base etnica.
Il quadro investigativo parla un'altra lingua. Niente radicalizzazione nei dispositivi sequestrati, disturbi schizoidi, l'uomo seguito dal Centro di salute mentale tra il 2022 e il 2024 e poi sparito. Piantedosi: matrice psichiatrica evidente, terrorismo escluso. A fermarlo, mentre fuggiva col coltello, sono stati Luca Signorelli e due cittadini egiziani. Stranieri.
Se un italiano per legge smette di esserlo per il colore della pelle, la cittadinanza vale finché qualcuno decide che valga. Domani tocca a chi ha il nome sbagliato. Poi all'accento, alle idee, alla fede. Prima i marocchini, poi si vedrà.
... Salim El Koudri ...
SALIM EL KOUDRI E LA DISTANZA DAGLI ALTRI
Salim è cresciuto nel modenese da quando era bambino. Si è laureato in economia. Ha cercato lavoro. Non l'ha trovato. Ha smesso di andare al centro di salute mentale dove era seguito dal 2022. È scivolato fuori dal radar di tutto e di tutti: del sistema sanitario, della comunità, della famiglia, dello Stato. Salvini, puntuale come un avvoltoio, ha scritto: “Salim El Koudri. Questo il nome del criminale di seconda generazione che ha falciato passanti innocenti”. Criminale di seconda generazione. Non “un uomo con un disturbo psichiatrico grave che il sistema ha perso di vista”. Non “un disoccupato che si sentiva invisibile in un paese che lo aveva formato e poi rifiutato”. Non “una persona reale, con una psicologia specifica, con una frase incompresa su Instagram e un padre che va in moschea e un appartamento in una palazzina popolare di Ravarino”. No: un criminale di seconda generazione. Una categoria. Un simbolo. Una munizione.
Scrive Tahar Lamri: "Etichettare così quest’uomo non è solo razzismo è qualcosa di peggio: è la distruzione deliberata di qualsiasi possibilità di capire, e quindi di prevenire...
[Foto ed elaborazione di Giovanni Izzo]
... la lotta sulla Cultura ...
L’anestesia culturale della destra
di Carlo Galli
Politica e cultura sono ancora un problema. Per dare un giudizio sulla soluzione che ne sta proponendo la destra si deve distinguere fra egemonia culturale e politica culturale. La prima consiste nel fatto che una certa visione del mondo, di parte, è presentata come valida per l’intera società, e tale si dimostra veramente in una determinata fase storica. Per esempio, si può parlare di egemonia culturale borghese quando interi apparati ideali e valoriali, funzionali in primo luogo a un preciso segmento della società, diventano l’ossatura e la legittimazione delle istituzioni politiche e perfino del modo di interpretare la vita. Le costituzioni liberali, il diritto di proprietà, il romanzo, sono forme di egemonia culturale borghese. Che non è il contrario del pluralismo, non è una cappa plumbea di uniformità forzata. È il tono condiviso di un tempo. La politica culturale è poi l’insieme delle azioni attraverso le quali i poteri pubblici o privati realizzano i propri obiettivi culturali e sociali. Si tratta, ancora come esempio, del controllo dei media, di case editrici, di promozione di correnti artistiche, della costruzione del sistema formativo. È chiaro che la politica culturale, tanto più se ha la pretesa di essere egemonica o controegemonica — è il termine usato a destra — , dovrebbe avere alle spalle una creatività culturale, un insieme di idee. E questo è il punto. La destra non sa fare egemonia culturale in grande, elaborando una cultura propria, dotata di capacità di consenso allargato. Una cultura di destra all’altezza delle molte espressioni teoriche e artistiche del passato — cattoliche e laiche; realistiche e spiritualistiche; antimoderne, ipermoderne, postmoderne; centrate sull’ordine o sul conflitto, sull’individuo o sullo Stato, sulla tecnica o sulla natura; sulla ragione o sull’irrazionale — . Ad alcune di queste fanno riferimento pochi validi intellettuali italiani, non molto amati dal governo, e di solito critici verso di esso. Perché la cultura di destra si esprime spesso nella ribellione più che nel conformismo, nella contestazione del mainstream più che nella sua edificazione. E quindi la destra non fa che politica culturale, debole e forte al tempo stesso. Forte per l’occupazione degli spazi pubblici, fino al condizionamento dello stesso ministro della cultura attraverso le direttive di un partito. Forte per la promozione di persone più che di idee, per la premiazione dell’obbedienza più che della competenza. Debole però per i contenuti,
evanescenti, e per le contraddizioni in cui inciampa. I casi Venezi, Biennale, Regeni, sono noti — al di là del giudizio sulle ragioni e sui torti di questo o di quello, emerge evidente la relazione troppo stretta fra cultura e comando, che non è certo la stessa cosa dell’egemonia — . Un altro caso sono le linee-guida per l’insegnamento della filosofia nei licei, nelle quali sono assenti, tra gli altri, Marx e Spinoza, e in cui si vuole attenuare l’impostazione storica della didattica — caratteristica fondativa della cultura italiana — . Il fantasma dí Giovanni Gentile, riformatore della scuola, “inventore” di Marx come filosofo, e curatore dell’Etica di Spinoza, invoca vendetta. Esiste però una triste egemonia culturale — o piuttosto anticulturale — promossa nonostante tutto dalla destra. Si tratta della formazione di un “senso comune” fatto di pregiudizi e di conformismi. Garlasco, bambini del bosco, programmi televisivi sempre più banali, allarmi securitari, convergono nel progetto di distrazione di massa che è la vera cifra del “conservatorismo”, l’ideologia ufficiale del governo, il cui programma egemonico coincide appunto con la conservazione e la coltivazione del disinteresse popolare per la cultura impegnativa e critica. È questa l’egemonia “culturale” reale della destra. Mentre questa “egemonia al ribasso” pare purtroppo funzionare, questioni cruciali bisognose di decisioni politiche elaborate in una cultura di alto profilo, condivisa, almeno a grandi linee, dalla società, non vengono affrontate. La crisi dell’Occidente spaccato a metà, i rapporti con l’Europa e con la Russia, i conflitti geopolitici, le teo-tecnologie che esigono nuovi spazi di dominio, tutto ciò che ha bisogno di idee, immaginazione, pensiero critico, passa sotto silenzio o viene sbrigato con slogan. Oltre le polemiche, sui social o in tv, una elaborazione intellettuale della politica non viene nemmeno ipotizzata. Il divorzio fra politica e cultura non nasce dalla destra di oggi — va retrodatato almeno agli inizi del secolo — , e in altre forme è un problema anche per la sinistra. Ma certo la destra, nonostante i suoi propositi, non riesce a ricucire i due ambiti. Del resto, se il suo vero obiettivo politico è “durare”, l’essenza profonda del suo progetto culturale non può essere altro, pur fra proclami altisonanti e vibranti rivendicazioni, che “troncare, sopire” — come diceva Manzoni (altro bersaglio, fra le consuete interne polemiche, della volontà riformatrice della destra) — . Un programma complessivo di “fragorosa anestesia”, che può forse essere vincente ma che certo è deludente, e anche imbarazzante.
Maurizio Migliarini.
domenica 17 maggio 2026
... Riassuntone!! ...
Nel boschetto della mia Pillypilly
C’è un Riassuntone un po’ matto inventato da me
Ma un giorno il Salvino dai piedi di balsa mi portò dal Pillon dai piedi di cobalto
Mi disse c’è la famiglia dai piedi di pane che caga sotto un pino perchè
Sostiene che gli avvocati non sono di vero cobalto
Ma sono in effetti quattro disagiati di pane ricoperti da un sottile strato di cobalto
Usa, Trump: “Sono disposto a prendermi una pallottola per il Paese”. Tanto sono tutte finte.
Italia, Il ministro Giuli ha dato dell’assenteista al ministro Salvini. Deve aver letto il curriculum.
Usa, Mary Trump “mio zio Donald soffre di problemi psichiatrici”. Ce n’eravamo accorti.
Italia, 36° su 49 paesi europei per diritti LGBTQ+, l’Italia ha perso due posizioni in due anni. E questo non va bene, solo due posizioni? E il governo che fa?
Albania, L'annuncio del ministro Hoxha: Tirana entrerà nell'Ue. Beh, solo se togliete i centri della Meloni.
Italia, Trump: “Valuto seriamente di rendere il Venezuela il 51esimo Stato Usa”. Ma non era l’Italia il 51esimo?
Albania, “il paese non vuole rinnovare l’accordo dei CPR con l’Italia oltre il 2030”. Ah ecco, vedi!
Italia, Famiglia nel bosco, rinuncia dei due difensori per “divergenze insostenibili”. Simone Pillon è il nuovo avvocato dei Trevallion. No, che Pillon sia il nuovo avvocato non è una mia battuta, è la realtà.
USA, più di mezzo milione di persone hanno pagato un acconto di 100 dollari per i telefoni T1 di Trump già da un anno, ma ora Trump Mobile ha aggiornato i termini specificando che che non c’è alcuna garanzia che i telefoni saranno prodotti. “I coglioni vanno inculati” cit.
Italia, i giudici: la mamma del bosco 'non può tornare nella casa famiglia'. L’effetto Pilly.
Mondiali, lo stadio Azteca di Città del Messico sta sprofondando di un centimetro e mezzo al mese, insieme alla capitale. Come la nostra nazionale!
Italia, Salvini porta la Lega in ritiro, due giorni in montagna a giugno, forse sulle Dolomiti. Ah, le famose tre cime di Lavaredo, Grazia, Graziella e grazie al …..
Usa, Vance “la Casa Bianca è vuota senza Trump, mi sento come il bambino di Mamma ho perso l’aereo”. Che teneri cojoni.
Italia, Luca Fiocchi, Fratelli d’Italia, consigliere regionale dell’Emilia-Romagna, accusa una consigliera del PD di assenteismo, ma è al nono mese di gravidanza. La famiglia tradizionale d’Italy.
Cina, Xi incontra Trump, ma il presidente cinese non parla inglese. Beh, neanche Trump.
Italia, La Russa “Faremo una seduta a tre con la Gelmini e con la Carfagna, che non è male…”. Ti piacerebbe…
Usa, José“Joe” Ceballos, sindaco di un paesino del Kansas, tre volte sostenitore di Trump e MAGA è stato deportato dall’ICE. L’ho già citata Wanna Marchi?
Italia, pestaggi a sfondo razziale contro stranieri e senza tetto, denunciati due esponenti di Forza Nuova. Maledetto odio di sinistra!
Usa, un tribunale di Washington sospende le sanzioni imposte da Trump a Francesca Albanese. Maledetti giudici komunisti!
Italia, Meloni in Parlamento “la pressione fiscale aumenta perché la gente lavora”. La boccerebbero anche in terza media.
Italia, alla Costituente di Futuro Nazionale i delegati potranno intervenire, ma solamente se inoltreranno prima al presidente del partito discorsi e dichiarazioni programmatiche per un "vaglio di ammissibilità" preventivo. In linea con i bei tempi di LVI!
Italia, frase shock a Porta a Porta su Garlasco “ognuno di noi sogna lo stupro”. Il grande giornalismo di Vespa.
Italia, permessi di soggiorno in cambio di mazzette, in manette un poliziotto e una candidata di Fratelli d’Italia. Il famoso business dei migranti della sinistra.
Titolo e autore della canzone, forza!
... Cagliari 2 - Torino 1 ...
Nove volte.
Nove è la quota del Torino targato Urbano Cairo all’inizio di quella che un tempo era la settimana santa ed oggi è solo una settimana di merda identica a tutte le altre.
E fa quasi ridere, se avessi ancora voglia di ridere anziché di vomitare.
Nove volte.
Come se fosse un errore di calcolo, una svista da quotista distratto che ha scambiato il Torino per la Scafatese.
La verità è che non è più una partita.
È una messa a morto suonata in anticipo, con la precisione fredda delle cose già decise prima ancora che qualcuno entri in campo.
E non perché i gobbi siano diventati improvvisamente dei giganti, anzi.
Hanno appena buscato ceffoni dalla derelitta Viola in casa.
I bookies però, sanno che dall’altra parte c’è una squadra che si trascina appreso un fardello di noia, mediocrità, delusione, sconforto che la nemmeno cinico tv di Ciprì e Maresco.
Una vita in bianco e nero, sotto la pioggia, e se esce l’arcobaleno lo vedi tutto grigio.
Nove volte.
Non è una quota, è una provocazione.
È qualcuno che ti guarda negli occhi e ti dice: “non vali nemmeno la matematica della speranza”.
Facendo finta di dimenticare che il calcio è altra roba ed a volte spariglia le carte.
Non nel caso del Torino di Cairo però, o della Cairese, se più vi piace.
Una squadra che non ha smesso di perdere solo i derby, ma ha smesso di ricordarsi perché dovrebbe vincerli.
Ha smesso di ricordarsi anche PER CHI dovrebbe vincerli, e questo è peggio di qualsiasi sconfitta.
Domenica sarà tutto finito.
Andrà in archivio l’ennesima stagione vergognosa.
Andrà in archivio la parentesi granata di tanti sconosciuti venuti sotto la mole tanto per passare un po’ il tempo.
Andrà in archivio con tutta probabilità il solito derby trasformato in perdy.
Cairo no, lui per fortuna sarà ancora qui, a garanzia di qualcuno che ci vuol a vita esattamente come siamo ora.
Resterà una sola cosa a cui attaccarci, ma non la scrivo, altrimenti mi bloccano anche questo profilo.
Ernesto Bronzelli.
... coscienze degradate!! ...
Seminare l’odio è diventata una pratica quotidiana.
Una liturgia povera.
Non richiede intelligenza, né cultura, né coraggio.
Basta una frase urlata, una menzogna ripetuta mille volte, un bersaglio da indicare al popolo affamato di rabbia.
Lo straniero, il povero, il diverso, il fragile.
E il gioco è fatto.
Io credo che il vero degrado italiano degli ultimi vent’anni non sia stato economico.
Nemmeno politico.
È stato antropologico.
Hanno trasformato il linguaggio pubblico in una fogna dove l’insulto vale più del pensiero e la brutalità viene scambiata per sincerità.
Il populismo ha avuto questo merito oscuro, ha insegnato alle persone a diffidare della complessità.
Ha convinto milioni di italiani che studiare fosse inutile, che ragionare fosse un difetto, che ogni competenza fosse “elitismo”.
E mentre il Paese smetteva di leggere, smetteva anche di comprendere.
Un popolo che non comprende diventa facilmente manipolabile.
Ha paura di tutto. E chi ha paura finisce sempre per odiare qualcuno.
Così sono cresciute generazioni intere nutrite dalla televisione urlata, dai social trasformati in arene, da politici che non governano emozioni ma le sfruttano.
L’odio è stato industrializzato.
Reso spettacolo. Monetizzato.
Persino premiato elettoralmente.
La destra italiana contemporanea non ha inventato questo degrado, lo ha raccolto, coltivato e organizzato.
Ha capito che un cittadino arrabbiato è più utile di un cittadino cosciente.
Per questo ogni problema sociale viene trasformato in guerra tra poveri.
Mai contro i privilegi veri, mai contro il potere economico. Sempre contro gli ultimi.
E allora si vedono uomini e donne umiliati dalla vita accanirsi contro chi è ancora più debole di loro.
È il capolavoro del potere, convincere gli sfruttati a odiare altri sfruttati.
La tragedia è che molti non si accorgono nemmeno più della propria miseria culturale. Ripetono slogan inventati da altri, come devoti senza fede.
Parlano per odio preso in prestito.
Difendono idee che spesso feriscono persino loro stessi. E credono di essere liberi mentre diventano eco.
Io continuo a pensare che una società che perde empatia perde anche umanità.
E quando un Paese smette di provare vergogna per la crudeltà, allora il degrado non è più nelle periferie, nei muri sporchi o nelle strade abbandonate.
È dentro le coscienze.
Giovanni Pugliese
... a Modena, ieri!! ...
Stanotte sono stata svegliata da una valanga di messaggi: “eccolo, uno come te di seconda generazione”, “ecco cosa fate voi”.
Voi chi, esattamente?
Nel giro di poche ore sono stata trascinata anch’io, come tantissimi altri italiani di seconda generazione, nello stesso calderone:
delinquenti, terroristi, nemici.
Senza che nessuno si fermasse un attimo a capire, distinguere, ragionare. Senza che importasse che si trattasse di un caso psichiatrico, quindi, letteralmente, qualcosa che poteva riguardare chiunque
Ieri a Modena un uomo si è lanciato con l’auto sulla folla, poi è sceso ed è fuggito arrivando quasi ad accoltellare chi tentava di fermarlo.
Ma il meccanismo è sempre lo stesso: succede qualcosa, si guarda il cognome, si alimenta la paura e si costruisce una narrazione utile, sulla pelle di chi è ancora in ospedale, SENZA RISPETTO
Le testate online hanno fatto subito quello che fanno sempre: sbattere il mostro in prima pagina, etichettandolo come “italiano di seconda generazione”.
E sotto, puntuali i commenti: “risorse”, “remigrazione”, “pena capitale”, “armiamoci”, “attentato islamico”. Un’ondata di odio razziale che ormai non sorprende più, ma mi fa sempre più paura.
Nel frattempo, quasi nessuno ha sottolineato che tra le persone che lo hanno fermato c’erano anche ragazzi stranieri. Come spesso accade, questa parte della realtà passa in secondo piano.
In un Paese normale non dovrei neanche farlo notare Ma nel nostro, purtroppo, è un’immagine che conta. Eccome se conta.
Matteo Salvini, Vicepremier della Repubblica, ha reagito su X chiamandolo “criminale di seconda generazione”, mentre una nota della Lega parla apertamente di fallimento dell’integrazione e di persone “non integrabili”.
Ancora più evidente è il doppio standard: pochi giorni fa a Taranto sei ragazzi italiani, cinque minorenni, hanno ucciso un uomo di 35 anni, probabilmente solo perché nero. Una notizia accolta con molto meno clamore e, in certi casi, persino con commenti giustificazionisti
Quindi i mostri chi sarebbero?
Siamo diventati un Paese sempre più indulgente con i criminali “dei nostri” e feroce con quelli percepiti come “altri”. Un clima alimentato da anni di propaganda che trasforma ogni fatto di cronaca in uno strumento di divisione.
La realtà viene piegata, selezionata, usata. La paura diventa carburante politico.
SCIACALLI.
Sara El Debuch.
sabato 16 maggio 2026
... il momento della Cina ...
LA CINA ALLA SUPERFICIE DELLA STORIA
Le relazioni tra Usa e Cina miglioreranno sempre di più e saranno basate sulla cooperazione, hanno assicurato in questi giorni Xi Jinping e Donald Trump. Quello che è certo che è nessuno conosce con esattezza quale sarà il mondo che le guerre, militari e commerciali, stanno cercando di istituire. Alcuni dicono che, a cominciare dalla gestione delle materie prime “rare”, la Cina può costituire un’alternativa alla distruttiva arroganza statunitense. Di certo anche la Cina ha un odioso sistema militare, per altro sempre più basato sull’IA, che ha bisogno di enormi quantità di energia. Di certo, la industrie cinesi, che restano in gran parte medio-piccole, sono ad altissima intensità di manodopera. Di certo, la qualità della vita nelle campagne della Cina non è paragonabile a quella delle città. Dal fragile microcosmo di uno spazio indipendente come Comune abbiamo anche altre tre piccole certezze.
La prima, le società in basso sono complesse ed è sbagliato farle coincidere con chi le governa.
La seconda: non esistono potenze buone: tutte sono parte dello stesso sistema capitalista, patriarcale e coloniale.
La terza: abbiamo sempre più bisogno di guardare il mondo non con la geopolitica e le guerre tra gli Stati, ma sappiamo che non è facile.
... commento perfetto!! ...
Molto ruvido ma giusto.
La Russa ha chiaramente affermato che una seduta con Gelmini e Garfagna a tre non sarebbe male.
Il commento di Giulio Bruno
A Ignazio.
Ma io dico, sinceramente, ma dove cazzo devi andare? Ma ti sei visto? A 'Gna, tu meriti di essere risposto a tono, perché l'indignazione e il turbamento per le tue vergognose affermazioni, a te non ti sfiorano manco di striscio. Anzi, ti ringalluzziscono, ti esaltano.
Per questo, a un fascista come te, la realtà va sbattuta in faccia, perché quelli come te che si sentono virili e maschi sotto sotto non c'hanno un cazzo... nel vero senso del termine.
A 78 anni suonati non reggeresti manco la nonna del duce, altro che Gelmini e Carfagna insieme!
Goditi il busto del vigliaccone che hai nel salotto di casa, che forse ti eccita pure di più.
Eia eia (culazione) alalà.
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Paolo Ranzani.
PRESIDENTE DEL SENATO ITALIANO.
78anni !
Un comportamento, a parte banalmente machista, che considera le donne in politica come oggetti sessuali o comunque di scherno da pochi soldi.
Questo il senso comune che abbiamo!
Ed è, lo ripetiamo, la seconda carica dello Stato!
... la fine della NATO? ...
SE LA NATO SI SCIOGLIESSE
Odio la guerra come solo un soldato che l’ha vissuta sa odiarla,
come uno che ne ha visto la brutalità, la futilità, la stupidità.
(D. Eisenhower)
L’Alleanza atlantica ha dinanzi a sé un’occasione storica: dichiarare e realizzare la propria fine. I popoli europei e quello americano (l’Occidente nel suo complesso) se ne avvantaggerebbero in modo straordinario. Insieme a tutto il mondo.
La storia, in breve. La Nato sorge nel 1949, come alleanza “difensiva” per contrastare il presunto espansionismo dell’Urss. Solo nel 1955 si costituisce in risposta, con il Patto di Varsavia, l’alleanza militare dei Paesi dell’Est. Dopo il 1989, con la caduta del Muro di Berlino e l’implosione dell’Urss, il blocco militare dell’Est si scioglie (1991).
A quel punto la Nato non aveva più motivo di esistere, essendo venuta meno la propria “ragione sociale”. Non c’era più la “minaccia” proveniente dai Paesi situati oltre la “cortina di ferro” (per usare l’espressione in voga durante la guerra fredda).
Quella prima occasione di disarmo fu del tutto vanificata dall’Occidente, che vide nel crollo dell’Urss la possibilità di estendere il proprio dominio unipolare anche all’Est.
Dopo la riunificazione della Germania fu ovvio – e ritenuto molto intelligente – estendere la Nato ai Paesi dell’ex Urss, nel tentativo di isolare e fiaccare la Russia.
Tentativo che è andato avanti fino ad arrivare ai giorni nostri, con la guerra Ucraina-Russia-Nato-Usa, il cui scopo ultimo, in seguito alla violazione ucraino-occidentale degli accordi di Minsk, era di ridurre Mosca, tramite interposte vittime ucraine, a periferia insignificante rispetto all’Occidente. Illusione, pari a quella delle guerre intraprese dai Paesi Nato per “esportare la democrazia” in Iraq, Afghanistan, Libia ecc.
Arriviamo così all’occasione storica attuale. Le contraddizioni interne al tecnocapitalismo neofeudale euro-americano stanno sempre più portando a una divaricazione tra gli interessi degli Usa e quelli dell’Ue. Il Maga (make America great again) fa traballare il sodalizio fra Washington e Bruxelles.
Quando Trump afferma che la Nato, senza gli Usa, “è una tigre di carta”, coglie in una certa misura un dato di realtà. Che va al di là dell’irritazione per il mancato sostegno della Nato all’aggressione, totalmente illegale, israelo-americana all’Iran, con lo sconquasso planetario che ha determinato. Ed è chiaro che nell’irritazione trumpiana traspare il permanere di una visione della Nato come alleanza aggressiva, e non difensiva.
L’orientamento dell’ineffabile narcisista maligno occupante la Casa Bianca, volto a ritirare soldati e abbandonare le basi militari in Europa, sconcerta l’Ue. L’arrocco del riarmo diventa così la sua ossessione.
Come se la storia non insegnasse nulla. Non insegnasse, in particolare, che se una parte riarma lo farà anche l’altra, in misura uguale se non maggiore, in una spirale al cui culmine la guerra tende a diventare inevitabile.
Valgano in proposito le parole di Albert Einstein: “La corsa agli armamenti è il peggior metodo per impedire un aperto conflitto. Al contrario, una vera pace non può essere raggiunta se non attraverso un sistematico disarmo su scala internazionale. Gli armamenti non ci proteggono dalla guerra, ma portano inevitabilmente alla guerra”.
L’occasione storica dell’Europa consiste nell’aiutare gli Usa non a fare perdurare la Nato, ma a scioglierla definitivamente. E, superando la russofobia come propria malattia infantile, avviare contatti diretti con Mosca per il cessate il fuoco in Ucraina e iniziare negoziati per un disarmo bilanciato reciproco.
Questo significherebbe anche riconoscere alla Russia il suo ruolo storico di essere parte costitutiva dell’Europa, riallacciando rapporti culturali e di libero scambio economico-commerciale.
Occorre smetterla con l’ubriacatura della Russia vogliosa di aggredire l’Europa. Perché mai dovrebbe farlo, avendo il territorio più vasto del mondo, risorse energetiche copiose e una tecnologia avanzata?
Tolta di mezzo la Nato e stabilendo rapporti di buon vicinato con la Russia, l’Europa verrebbe a svolgere una funzione insostituibile e preziosa di equilibrio tra Washington e Mosca, e pure Pechino.
In questo modo la Nuova Europa, mostrando che la convivenza solidale fra i popoli è necessaria e possibile, diverrebbe l’esempio che costruire un mondo diverso non è un’utopia, ma l’unico realismo costruttivo.
N.B. Usa e Israele devono riconoscere lo Stato palestinese.
Mario Capanna.
venerdì 15 maggio 2026
... Giorgetti "ah boh" ...
𝐋'«𝐚𝐡 𝐛𝐨𝐡» 𝐝𝐢 𝐆𝐢𝐨𝐫𝐠𝐞𝐭𝐭𝐢
Il #buongiorno di Giulio Cavalli
Federico Freni, sottosegretario all'Economia, ha rinunciato ieri alla corsa per la presidenza Consob. Giancarlo Giorgetti, il suo ministro, anche lui leghista, il proponente della candidatura in Consiglio dei ministri lo scorso 20 gennaio, è uscito di corsa dalla Camera dopo il question time e ha liquidato i giornalisti così: «Sono contentissimo, Federico continua a lavorare con me. Chi sarà il prossimo presidente? Ah boh, chiedetelo a Meloni». Quattro mesi di trattative finite con un «ah boh».
Nel Transatlantico, intanto, Matteo Salvini sbottava: «Ragazzi, oggi non parlo». E Forza Italia spiegava per bocca del portavoce Raffaele Nevi che la decisione, in fondo, dipende dalla premier: «È lei che istruisce».
Dietro il passo indietro di Freni c'è un parere riservato circolato dentro la stessa Consob, venti pagine che richiamano la legge Frattini e il decreto legislativo 39/2013 e parlano di «profili di illegittimità» per la nomina di un sottosegretario in carica. C'è un'indagine delle autorità europee di vigilanza sull'indipendenza delle authority italiane. C'è il veto reiterato di Antonio Tajani. E c'è l'ombra di Marina Berlusconi, che a Cologno Monzese ha ridisegnato Forza Italia mentre Palazzo Chigi cercava di chiudere la partita.
La Consob è senza presidente da marzo. L'Antitrust dal 4 maggio. Due autorità di vigilanza chiave senza guida, mentre in Borsa si muovono scalate e Opa. Il governo che si era venduto come decisionista, dopo la sconfitta al referendum di marzo, oggi rimpalla persino le nomine che voleva controllare di più. Giorgetti dice «chiedetelo a Meloni». Salvini non parla. Tajani aspetta che gli portino il candidato giusto. E intanto la Consob si guarda allo specchio, con il commissario vicario che firma le carte.
Quando il ministro dell'Economia, davanti ai cronisti, dice «ah boh» della presidenza dell'autorità che vigila sulla Borsa italiana, sta dicendo che la regia non c'è più e sta restituendo l'esatta cifra del governo di cui fa parte.
... Imperi allo specchio ...
𝐈𝐦𝐩𝐞𝐫𝐢 𝐚𝐥𝐥𝐨 𝐬𝐩𝐞𝐜𝐜𝐡𝐢𝐨
Articolo di Carla Corsetti
Un antico proverbio, forse cinese, dice: “Siediti sulla riva del fiume e prima o poi vedrai passare il cadavere del tuo nemico”. Xi Jinping non si è fermato a guardare il fiume scorrere in attesa del cadavere. Mentre il duo Epstein, ovvero Trump e Netanyahu , infiammava il Medio Oriente e mandava in recessione l'Europa, Xi Jinping ha diversificato rotte commerciali e fonti energetiche. Gli Usa annunciavano dazi apocalittici e guerre economiche definitive, la Cina pianificava con la calma di chi sa che l’avversario cambia presidente ogni quattro anni e strategia ogni crisi isterica. E adesso è arrivato a Pechino Donald Trump, quello che doveva mettere in ginocchio Xi, accolto tra tè, giardini di rose e citazioni di Tucidide che probabilmente scambia per un marchio di whisky scozzese.
Naturalmente entrambi gli imperi amano presentarsi come fari della civiltà. Uno con le conferenze stampa sulla libertà del suprematismo bianco, l’altro con i congressi sulla stabilità armoniosa. Poi però, quando qualcuno disturba troppo, scoprono improvvisamente la passione comune per carceri, repressione e manette. Anche sulla pena di morte riescono a trovarsi: culture diverse, sistemi opposti, stesso entusiasmo per l’idea che lo Stato possa decidere chi deve smettere di respirare. E siccome il potere personale è una lingua universale, entrambi hanno pure ridimensionato o epurato i propri collaboratori per ricordare a tutti chi comanda davvero.
Cambiano le uniformi, non il copione. In questo scenario che sancisce la definitiva irrilevanza generale dell'Europa, l'Italia di Meloni, che ha bruciato gli accordi con la Cina nel 2023, ora è stata licenziata anche da Trump, come si licenzia la servitù in esubero. Senza un piano industriale, senza un piano commerciale, senza un piano sanitario, senza una linea di politica estera, l'Italia è mera spettatrice delle strategie imperialiste della Cina e degli Usa, da cui aspetta briciole come un cane sotto il tavolo del banchetto.
La differenza tra Usa e Cina, tuttavia, è anche estetica. La Cina può rivendicare qualche millennio di filosofia, dinastie, calligrafia, strateghi e imperatori. Gli Usa invece vaneggiano di supereroi ispirati dall’amico immaginario, vantano portaerei spettacolari, e sono convinti che la storia del mondo sia iniziata nel 1776.
... governo schifoso!!! ...
𝐒𝐨𝐬𝐩𝐞𝐬𝐞 𝐥𝐞 𝐬𝐚𝐧𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐝𝐢 𝐓𝐫𝐮𝐦𝐩 𝐚𝐝 𝐀𝐥𝐛𝐚𝐧𝐞𝐬𝐞. 𝐈𝐭𝐚𝐥𝐢𝐚 𝐥𝐢𝐛𝐞𝐫𝐚𝐭𝐚 𝐝𝐚𝐥𝐥'𝐢𝐦𝐛𝐚𝐫𝐚𝐳𝐳𝐨 𝐝𝐢 𝐝𝐢𝐟𝐞𝐧𝐝𝐞𝐫𝐥𝐚: 𝐜𝐢 𝐡𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐩𝐞𝐧𝐬𝐚𝐭𝐨 𝐮𝐧 𝐠𝐢𝐮𝐝𝐢𝐜𝐞 𝐚𝐦𝐞𝐫𝐢𝐜𝐚𝐧𝐨 𝐞 𝐠𝐥𝐢 𝐬𝐩𝐚𝐠𝐧𝐨𝐥𝐢
Il #buongiorno di Giulio Cavalli
Un giudice federale di Washington, Richard Leon, ha sospeso le sanzioni che l'amministrazione Trump aveva imposto a Francesca Albanese, relatrice speciale Onu sui territori palestinesi occupati. Nelle ventisei pagine dell'ordinanza c'è una frase che dovrebbe far arrossire chi siede ai vertici della Farnesina: "se Albanese si fosse opposta all'azione della Cpi contro cittadini statunitensi e israeliani, non sarebbe stata sanzionata". Tradotto: la punizione era per le idee. "Repressione di espressioni sgradite", scrive il giudice, peraltro nominato da George W. Bush.
Intanto a Madrid, una settimana fa, Pedro Sánchez consegnava ad Albanese l'Ordine al Merito civile e scriveva alla Commissione europea per attivare lo Statuto di blocco contro le sanzioni americane. Una posizione di governo messa per iscritto. Madrid difende la sua relatrice italiana, mentre Roma si gira dall'altra parte.
A Roma, niente. Antonio Tajani, ieri in Senato, ha liquidato la questione: "Mica devo commentare le decisioni di ogni tribunale nel mondo". Sostanzialmente: una cittadina italiana sanzionata per il suo lavoro Onu, costretta a fare causa negli Usa perché lo Stato che dovrebbe difenderla preferisce tacere, viene ridotta a notiziola estera. Meloni l'aveva definita "la nuova eroina del Pd". Difesa zero, alibi infiniti.
Quando la Casa Bianca punisce chi documenta un genocidio, l'Italia gira la testa. Cos'è? Si chiama complicità, e ha la firma dei silenzi istituzionali.
È un giudice americano a ricordarci cosa sia la libertà di espressione: deve venire da Washington la lezione che i nostri ministri rifiutano di pronunciare.
--- ignorante con saggio!! ...
Xi Jinping che cita Tucidide a Donald Trump è una delle immagini contemporanee più surreali degli ultimi anni. Da una parte la diplomazia millenaria cinese, che ragiona per simboli, filosofia, riferimenti storici e pazienza strategica. Dall’altra Trump, che probabilmente pensava che Tucidide fosse un nuovo marchio di steakhouse texana o un giocatore serbo della NBA.
Per capirci: la “trappola di Tucidide” è la teoria secondo cui, quando una potenza emergente minaccia di sostituire quella dominante, il rischio di guerra diventa quasi inevitabile. Tucidide lo scriveva raccontando il conflitto tra Sparta e Atene: “Fu l’ascesa di Atene e la paura che questo provocò a Sparta a rendere la guerra inevitabile”. Oggi il parallelismo è evidente: Cina in ascesa, Stati Uniti potenza dominante in paranoia strategica.
Ora immaginate Xi che, con tono confuciano e aria da mandarino imperiale, spiega il concetto durante il vertice. E Trump che ascolta annuendo serio per dieci secondi, prima di chiedere se “Tucidide” abbia votato repubblicano o se produca dazi migliori di quelli cinesi.
La scena è metafisica. Xi parla di equilibrio storico delle civiltà, Trump pensa agli hamburger, ai coyote da mitragliare al confine e ai post su Truth Social scritti come messaggi inviati alle tre di notte dopo sei lattine di Diet Coke: “KISS MY A#S!!!”.
Ed è questa la vera fotografia dell’Occidente contemporaneo. La Cina che usa i classici greci per discutere di equilibrio multipolare. Gli Stati Uniti che rispondono con meme, minacce commerciali e slogan da wrestling.
ps: comunque, con Kulturjam.it siamo sempre avanti. Sulla "trappola di Tucidide" e sue varianti, grazie all'acume del buon professor Francesco Dall'Aglio, abbiamo scritto un intero capitolo del volume "Gli analfoliberali"
Paolo Ranzani.
giovedì 14 maggio 2026
... Adone Brandalise ...
È scomparso oggi Adone Brandalise: filosofo, critico letterario e docente di Teoria della letteratura. Laureato con Vittore Branca, ha a lungo insegnato presso l’Università di Padova. Studioso di Spinoza e Plotino, di Hegel e dell’idealismo tedesco e di Lacan, la sua attività di ricerca si caratterizza per l’intreccio tra riflessione filosofica e interpretazione del testo letterario. Ha collaborato a riviste quali «Lettere italiane», «Studi novecenteschi», «Il centauro» e «Filosofia politica».
Ni commenti a questo post, riproponiamo questa lunga intervista del 2019 in cui, prendendo avvio dall’esperienza del ‘68 e passando per le riforme degli ultimi decenni, Brandalise affronta la questione dell’Università e dei suoi problemi, dai vincoli di un definanziamento strutturale alla crescente burocratizzazione. La riflessione dello studioso si allarga poi toccando altre questioni attuali: i processi di “decostituzionalizzazione” in atto a livello globale, la fuga dei cervelli, la risposta ai “populismi”. L’intervista è a cura di Giovanni Comazzetto e Mauro Azzolini.
... i due "Leoni" ...
Disteso sul letto di morte, ma lucidissimo come sempre, quando il suo segretario nelle giaculatorie latine si fece scappare un “moriri”, con un ultimo scatto vitale lo corresse dicendo: “Mori, prego!”.
Un fine latinista come lui, che le sue 86 encicliche se l’era scritte tutte di proprio pugno nella lingua di Cicerone, certo non poteva restare indifferente di fronte a quell’infinito deponente clamorosamente errato.
Quando spirò il 20 luglio 1903, Papa Leone XIII di record ne aveva collezionati un bel po’ e molti di essi gli sopravvivono ancora.
Dopo quelli di Pio IX e Giovanni Paolo II, con la durata di 25 anni e 150 giorni il suo a tutt’oggi rimane il terzo pontificato più lungo della storia della Chiesa, a dispetto delle aspettative che, quando nel 1878 fu eletto al soglio petrino all’età di 68 anni con llsalute malferma, lasciavano prevedere un papato breve.
Invece, morì a 93 anni suonati meritandosi l’affettuoso appellativo di “Padre Eterno” che poco a poco sostituì il convenzionale “Santo Padre”.
Vincenzo Gioacchino Pecci, figlio del conte Domenico, nacque a Carpineto Romano il 2 marzo 1810 quando il Continente Europeo era sconvolto da una tempesta chiamata Napoleone e Pio VII, il Papa di allora, per volontà del primo si trovava in esilio coatto a Savona, prima di essere estradato in Francia.
Dopo aver completato il ciclo di studi classici presso i Padri Gesuiti, entrò in seminario insieme al fratello, ricevendo nel 1837 l’ordinazione sacerdotale.
Equilibrato, pronto all’ascolto, bravo tanto ad amministrare quanto a mediare, dotato di memoria eccezionale, il giovane Monsignor Pecci avanzò rapidamente nei gradi di una carriera che lo vide delegato papale a Benevento, nunzio apostolico in Belgio e infine, a partire dal 1846 e per i 30 anni a seguire, Arcivescovo di Perugia.
La berretta cardinalizia impostagli da Pio IX nel 1853 non mise a tacere la sua indipendenza di giudizio rispetto al Papa regnante, dal quale non mancò di marcare deferentemente le distanze, quando non approvò certe intransigenze dogmatiche in materia d’infallibilità papale.
Pur se favorevole al dominio temporale della Santa Sede, nei confronti della questione nazionale non dimostrò alcuna avversione preconcetta e quando nel 1869 Vittorio Emanuele II visitò Perugia, come Arcivescovo della città non mancò di recapitargli un biglietto di saluto.
Forse anche per questo motivo, nel Conclave seguito ai 32 lunghi anni del pontificato di Pio IX, i Cardinali elettori individuarono in lui la figura di cerniera fra un papato in stile “uomo-solo-al comando” e un altro più collegiale, pronto all’ascolto e attento alle sfide mondiali, secondo un cliché ripresentatosi anche in tempi recentissimi.
A dispetto dell’età e della salute cagionevole, forse perché alleggerito dal fardello del potere temporale, Papa Leone XIII divenne il primo “Papa sociale” della storia, perché nell’enciclica “Rerum Novarum” (1891) gettò le basi della moderna dottrina sociale della Chiesa cattolica, meritandosi l’appellativo di “Papa dei lavoratori”.
Condannando sia l’ateismo marxista che il capitalismo selvaggio, Papa Pecci individuò nella collaborazione fra le classi sociali la ricetta ai mali del tempo, denunziando con parole infuocate il comportamento di quanti “opprimono per utile proprio i bisognosi e gli infelici, perché defraudare il giusto salario, è colpa così enorme che grida vendetta al cospetto di Dio”.
Leone XIII fu anche il primo pontefice a farsi riprendere in video ad opera di un collaboratore dei fratelli Lumière, e il primo a farsi audio-registrare.
Se di Papa Leone, per i circa 4.000 residenti di Carpineto Romano, ce n’è uno e uno soltanto, senza bisogno di numerazione, dall’8 maggio dello scorso anno, per il resto del mondo, col nome di Leone XIV lo statunitense Robert Francis Prevost esercita il suo altissimo ministero sulle orme di Sant’Agostino, ma anche di questo vegliardo canuto meritevole di maggior fama.
Auguri, Santità!
(Testo di Anselmo Pagani)
... il Salone del Libro ...
Il Salone Internazionale del Libro (dal 1988 al 1998 Salone del Libro, dal 1999 al 2001 Fiera del Libro, dal 2002 al 2009 Fiera Internazionale del Libro) è un progetto di promozione del libro, della lettura e della cultura, la cui prima edizione risale al 1988. Si tratta della più importante manifestazione italiana nel campo dell'editoria. Il Salone si svolge una volta all'anno nel mese di maggio, organizzato fino al 1991 all’interno del complesso di Torino Esposizioni e dal 1992 presso il centro congressi Lingotto Fiere di Torino. Dal 2019 la manifestazione occupa gli spazi del Lingotto Fiere, dell'Oval e del centro congressi Lingotto. La XXXVII edizione si è tenuta negli stessi spazi tra il 15 e il 19 maggio 2025.
Con uno spazio espositivo di 137.000 m², che include i padiglioni 1, 2, 3 Oval del Lingotto Fiere di Torino, gli spazi del Centro Congressi Lingotto e un’ampia area esterna, il Salone internazionale del Libro, in quanto evento fieristico e culturale, ospita case editrici di varie dimensioni, insieme a istituzioni pubbliche e private. Dal 2023 si aggiunge il progetto artistico sviluppato dalla Pinacoteca Agnelli sulla Pista 500. Dal 2024 viene creato il padiglione 4 dedicato ai progetti per i giovani: uno spazio costruito per “migliorare la fruibilità generale del Salone e dare maggiore visibilità alla programmazione del Bookstock”. Presenta all’interno delle sale convegni un denso calendario di conferenze, spettacoli, presentazioni di libri e iniziative didattiche. Nel 2025 il Salone coinvolge gli spazi di UCI Cinemas con il progetto "Romance Pop Up".
Dal 1996 per ogni edizione viene scelto un tema portante e dal 2001 un paese ospite, di cui sono invitati editori e autori. Come il Salone del libro di Parigi, si rivolge sia ai professionisti del settore sia al pubblico dei lettori. Per numero di espositori è la seconda fiera del libro in Europa dopo la Buchmesse di Francoforte.
In concomitanza alla manifestazione fieristica localizzata attorno al complesso del Lingotto, a partire dal 2004, il Salone internazionale del Libro organizza il Salone Off, una programmazione di eventi culturali, diffusi, in luoghi canonici e non, all’interno delle otto Circoscrizioni di Torino, in molti centri della Città Metropolitana e della regione e, con il progetto Voltapagina, in tutte le strutture carcerarie del Piemonte. Dal 2014, il programma del Salone Off si è esteso a tutto l'arco dell'anno con il nome di Salone 365: un calendario di incontri con autori in sedi diverse della città (teatri, biblioteche, librerie, scuole) in collaborazione con le Circoscrizioni di Torino, le Biblioteche civiche torinesi, la Scuola Holden, le librerie torinesi e associazioni varie.
Accanto all’evento fieristico, il Salone del Libro promuove il libro, la lettura e la cultura attraverso numerosi progetti, rivolti al pubblico generalista, alle scuole e ai professionisti. Cura l’organizzazione, la programmazione e direzione culturale di eventi che si tengono in lungo l’anno in diverse città di Italia, come Portici di carta a Torino, Lungomare di libri a Bari, la Festa del libro medievale e antico di Saluzzo e Mi prendo il mondo a Parma; collabora inoltre alla realizzazione di Carte da decifrare, progetto della Fondazione Artea. Come SalTo Scuola propone un’offerta continuativa di attività per studenti e docenti. Tra i progetti, si contano Adotta uno scrittore, Un libro tante scuole, Oltre la notizia, Educare alla lettura. Come SalTo Pro offre percorsi e opportunità di formazione e crescita delle professionalità della filiera editoriale. Il Salone si offre come promotore di scambi e competenze tra gli operatori del settore sia a livello nazionale, che a livello internazionale, con il progetto del Rights Centre, l’area dedicata all’acquisto e alla vendita di diritti letterari e audio-visivi all’interno dell’evento fieristico del Salone Internazionale del Libro di Torino.
ll Salone Internazionale del Libro è un progetto di Associazione culturale Torino, la Città del Libro, promosso insieme a Fondazione Circolo dei Lettori e organizzato da Salone Libro Srl, e sostenuto da Regione Piemonte e Città di Torino.
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