il buongiorno di Giulio Cavalli per Left
Nel mondo ideale di Giorgia Meloni e Matteo Salvini un ministro qualsiasi, perfino Piantedosi, deve essere libero di acciuffare un imam a caso, rinchiuderlo in un Cpr e poi firmare un foglio di via per l’Egitto. Se quell’imam si chiama Mohamed Shahin, sta a Torino da decenni con la sua famiglia, è stimato anche da ambienti cattolici (“buonisti”, scrive stamattina Il Giornale) e in Egitto rischia la vita, sono fatti suoi.
Del resto, sempre il quotidiano diretto ora da Tommaso Cerno definisce il presidente Al Sisi “un moderato”. Quindi, ricapitolando: Shahin brutto sporco cattivo, il carnefice di Giulio Regeni invece è una brava persona. Il manicheismo di governo funziona così: buoni e cattivi, bianco o nero. Il mondo è così meravigliosamente semplice, da quelle parti.
Nel Paese democratico che il governo vorrebbe scassare via referendum invece la detenzione e l’espulsione rimangono, seppur flebilmente, ancorati a quel vecchio vizio del diritto. Così quando un giudice mette nero su bianco che non basta essere antipatico al governo (e utile ai suoi giornali) per essere un terrorista, la dirimpettaia di Garbatella che sta a Palazzo Chigi strepita. «Con questi giudici la sicurezza è impossibile!», ha dettato ieri ai suoi editorialisti proni. E loro, stamattina, furiosi a vergare titoli dalla fine del mondo.
Era prevedibile. Per questa destra il Paese sicuro è quello in cui non c’è possibilità di incorrere nel dissenso, nemmeno in un’argomentata obiezione. È la sicurezza della rendita delle proprie idee, oltre alle posizioni. Per questo l’istinto di comandare si mangia qualsiasi possibilità di provare a governare.
In foto fiaccolata a Torino per la scarcerazione di Mohamed Shahin, imam della moschea Omar Ibn Al Khattab di San Salvario, Torino, novembre 2025. foto di Marioluca Bariona Crediti: M.Bariona
Questi giudici comunisti e corrotti !!! La liberazione dell’imam Mohamed Shahin, decisa dalla Corte d’Appello di Torino, è stata seguita da una reazione politica immediata e “a strascico”: non una critica puntuale a un passaggio dell’ordinanza, ma un attacco generalizzato a “dei giudici” che – secondo Giorgia Meloni – annullerebbero sistematicamente le iniziative per la sicurezza. È un registro pericoloso, perché sposta il confronto dal merito delle decisioni al discredito dell’ordine giudiziario, e finisce per colpire un presidio costituzionale che riguarda tutti: oggi tocca a un imam, domani può toccare a chiunque. 
Il punto di partenza è semplice: Shahin, imam della moschea Omar Ibn Al-Khattab di via Saluzzo a Torino, era trattenuto dal 24 novembre nel CPR di Caltanissetta a seguito di un provvedimento collegato a un decreto di espulsione firmato dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. Il 15 dicembre la Corte d’Appello di Torino ha disposto la cessazione del trattenimento; nel frattempo gli è stato rilasciato un permesso di soggiorno provvisorio. 
Nelle ricostruzioni disponibili, i giudici hanno escluso che vi fossero elementi sufficienti per una “concreta e attuale” pericolosità, ricordando anche la lunga permanenza in Italia e l’assenza di precedenti. E soprattutto hanno tracciato una linea netta: una frase politicamente discutibile non basta, da sola, a trasformarsi in prova di pericolosità in uno Stato di diritto; la valutazione etica o morale è un’altra cosa. 
Al centro della vicenda ci sono dichiarazioni rilasciate durante manifestazioni pro-Palestina a Torino: parole sbagliate lette come giustificazione dell’attacco del 7 ottobre, da contrastare sul piano pubblico, non con scorciatoie amministrative come l’espulsione. La stessa stampa riferisce che la procura torinese avrebbe già valutato il caso sul piano penale ritenendolo espressione di pensiero non penalmente rilevante.
Non è stata solo la presidente del Consiglio; infatti, molti esponenti del centrodestra hanno definito “assurda” o “gravissima” la decisione dei giudici e hanno insistito sulla lettura securitaria della vicenda.
In questo periodo si discute in Parlamento di più testi sull’antisemitismo: da un lato il ddl di Maurizio Gasparri (Atto Senato n. 1627), dall’altro quello presentato da Graziano Delrio (Atto Senato n. 1722). Entrambi si muovono su un terreno sensibile (anche per l’impatto sul discorso pubblico online).
Il punto non è negare l’antisemitismo (che va contrastato con forza), ma evitare che la lotta all’odio diventi un dispositivo per restringere la critica politica — soprattutto quando la critica riguarda Israele, Gaza, e il diritto di manifestare.
Questa vicenda riguarda la libertà di tutti.
Il caso Shahin, al netto delle opinioni (non condivisibili) dell’imam, pone una domanda che in democrazia non si può eludere: chi decide il confine tra dissenso e pericolosità? E con quali garanzie?
Se la risposta diventa: “lo decide il governo, e quando i giudici non sono d’accordo li si delegittima”, allora il problema non è più un imam, né Torino, né una manifestazione: è la tenuta stessa dello Stato di diritto.
Il fascismo non aveva bisogno di un processo: ti “sistemava” con un atto amministrativo. Un decreto, una firma di un questore. E via: confino, ammonizione, espulsione interna. La libertà non la decideva un giudice, la decideva il potere politico, il partito fascista di quel criminale di Mussolini e dei banditi che gli stavano intorno e a servizio.
Oggi, quando si prova a risolvere un conflitto politico con la scorciatoia amministrativa – trattenimento, espulsione, “pericolosità” dichiarata – si riapre una ferita antica: l’idea che la sicurezza sia un lasciapassare per fare a meno delle garanzie.
La differenza, decisiva, è che oggi resiste ancora l’argine della giurisdizione. Se i giudici controllano e verificano e emettono sentenze che possono annullare gli atti amministrativi, lo Stato di diritto respira.
Se invece la politica di Meloni e della destra vuole comandare su tutto e reagisce delegittimando “la magistratura” in blocco, come fosse un nemico, allora non sta difendendo i cittadini: sta erodendo le tutele di tutti.
Paolo Renzani.


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