martedì 30 dicembre 2025

... un'opinione ...

Da mesi il racconto pubblico sulla guerra in Ucraina procede su un binario unico. Chi prova a deviare di mezzo centimetro viene subito etichettato: filorusso, putiniano, vittima della propaganda. Fine della discussione. Eppure qualche domanda andrebbe posta, senza slogan. La realtà sul campo – piaccia o no – dice che la Russia avanza lentamente ma costantemente e controlla ormai circa un quarto del territorio ucraino. L’Ucraina, nel frattempo, sopravvive solo grazie agli aiuti economici occidentali: senza il sostegno dell’Unione Europea non sarebbe in grado nemmeno di pagare stipendi e pensioni. Il paese è allo stremo: milioni di cittadini sono fuggiti all’estero, la capacità di mobilitazione interna è quasi esaurita e sempre più spesso si ricorre a combattenti stranieri, attratti dalla promessa della cittadinanza ucraina e da una speranza – spesso illusoria – di accesso futuro all’Europa. Sul piano politico, Volodymyr Zelensky governa in regime di legge marziale, dopo la scadenza del mandato nel maggio 2024. È una condizione eccezionale, giustificata dalla guerra, ma che resta un fatto politico rilevante. C’è poi un altro nodo che viene sistematicamente rimosso: la corruzione. Già prima del conflitto l’Ucraina era considerata uno dei paesi più corrotti d’Europa. Oggi diverse stime parlano di una dispersione enorme di armi e fondi, finiti chissà dove. Anche solo una parte di questo fosse vera, sarebbe un problema gigantesco. Ma guai a dirlo. In questo contesto, l’Europa continua a spingere per la prosecuzione del conflitto, mentre si prepara a investire centinaia di miliardi in armamenti. Investimenti che – guarda caso – servono anche a tenere in piedi una manifattura, soprattutto tedesca, messa in crisi dalla rottura con l’energia russa. Quando la Russia ha avanzato una proposta di compromesso, basata su tre punti chiave – controllo del Donbass e riconoscimento della Crimea, – non ingresso dell’Ucraina nella NATO, – assenza di truppe NATO sul territorio ucraino, questa proposta è stata respinta in blocco. Non discussa, non problematizzata: respinta. Il risultato è un paradosso perfetto: chi rifiuta ogni mediazione si presenta come “difensore della pace”, mentre chi chiede di discutere viene dipinto come complice dell’aggressore. Non sto dicendo che la Russia abbia ragione. Sto dicendo che una pace senza compromessi non esiste, e che continuare una guerra per procura, sulla pelle di un paese devastato, non è moralmente superiore solo perché lo raccontiamo meglio. 
Se porre queste domande significa essere “filorussi”, allora il problema non è chi le fa. Il problema è che abbiamo smesso di voler capire. 

Gregorio Martino.

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