giovedì 18 dicembre 2025
... Festa di Natale!! ...
Circola, rimbalza, si moltiplica come un meme venuto male e mai morto: il video della tragica cena di Natale del Torino FC.
Tragica nel senso greco del termine, con il coro, il fato avverso e tutti che vorrebbero buttarsi sotto il primo tram disponibile.
Un filmato che in queste ore intasa le chat dei tifosi granata nonchè degli amanti del trash più estremo, quelli che guardano i cinepanettoni per studio antropologico.
La scena: gli scantinati del Filadelfia, addobbati con la stessa cura con cui si prepara una salma prima di un riconoscimento frettoloso.
A capo della liturgia, Urbano Cairo, emulo del ragionier Filini, versione 2025: convinto di stare organizzando un evento memorabile, mentre in realtà sta mettendo in scena un dopolavoro aziendale di terz’ordine, con meno entusiasmo e più moquette triste.
Cairo, va detto, ha anche risparmiato sull’orchestra del maestro Mario Canello, che evidentemente aveva un altro veglione più dignitoso a cui partecipare.
Al suo posto, un omino con tastierina Roland anni ’90, di quelle che suonano “Jingle Bells” come una sirena d’allarme antiaereo.
Una colonna sonora perfetta per accompagnare la lenta agonia del buon gusto.
Il tutto trasuda miseria unica.
Una scena così povera spiritualmente che, se fossero entrati dei volontari a raccogliere alimenti e aiuti per Gaza, li avrebbero lasciati lì per pietà.
“Tenetevi tutto”, avrebbero detto. “Ne avete più bisogno voi”.
Poi arriva il momento clou, il discorso, di Cairo ça va sans dire.
Qualcosa di imbarazzante oltre l’inverosimile, al limite dell’onanismo motivazionale. Autoreferenziale come un profilo Facebook gestito dopo tre Negroni.
Lui che parla di sé, dei suoi successi, della sua grandezza.
Lui, che sportivamente parlando è un fallito totale, che spiega a calciatori di ottanta nazionalità differenti, molti dei quali non capiscono l’italiano nemmeno se glielo disegni con i pastelli, di quanto è stato bravo trent’anni fa ad imbottigliare merda nei vasetti per poi rivenderla.
Le facce di gente come Pedersen o Azouz Marzouk, che a stento sanno dire “ciao” senza consultare Google Translate, sono tutto un programma.
Sguardi persi nel vuoto, sorrisi stiracchiati, la stessa espressione di chi è finito per sbaglio ad una riunione di condominio e scopre che durerà tre ore.
Imbarazzo totale, ad ogni livello.
Roba da magazzino dismesso, da fine turno alle 23 con le luci al neon che tremolano e l’odore di mensa riscaldata per la quarta volta.
Una miseria così compatta, così ostinata, che non fa nemmeno più rabbia: fa freddo.
È la povertà dell’ambizione, quella che non ha nemmeno il coraggio di essere ridicola fino in fondo.
Una scena che sembra uscita da un presepe sbagliato, dove al posto dell’oro, dell’incenso e della mirra ci sono il catering minimal con torta ikea, la tastierina Roland e l’autocompiacimento.
Una miseria che è morale prima ancora che economica, quella che non chiede scusa perché non sa nemmeno di essere miserabile.
E questo, ricordiamolo, è il primo editore italiano.
Se questa è la festa di Natale, immaginate il resto dell’anno.
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