venerdì 19 dicembre 2025

... su Askatasuna ...

Askatasuna. Quando il conflitto diventa un boomerang. 

Testo di @giorgiogiardina 

Vanchiglia si è svegliata con le strade bloccate.  una presenza d'ordine che, per numeri e modalità, aveva il sapore di una prova di forza più che di un’operazione chirurgica. Dentro lo stabile, poche persone. Fuori, un quartiere sospeso. Telefoni che squillavano: “sai che succede ad ASKA?“. Confusione e caos molto poco natalizi. È da qui che conviene partire, se si vuole restare agganciati ai fatti e non alle letture immediate che si sono sovrapposte nel giro di poche ore. Un’operazione che parla anche il linguaggio del potere Quello che è avvenuto oggi non è solo un atto amministrativo né soltanto un fatto di ordine pubblico. È anche un segnale politico, leggibile nel modo in cui è stato messo in scena. I numeri, i tempi, il contesto raccontano una scelta che va oltre la gestione di uno stabile. Non sorprende che una parte della destra nazionale e locale abbia colto subito l’occasione per rivendicare una linea dura finalmente applicata. Ma per sostenere quella lettura si è spesso forzata la realtà, sovrapponendo piani diversi. La cessazione del patto di collaborazione e la restituzione forzata dello stabile non sono, di per sé, la risposta diretta agli episodi violenti delle ultime settimane. Quelle vicende seguono altri percorsi, altre indagini, altre responsabilità. Confondere tutto serve più a costruire un racconto efficace che a chiarire cosa stia davvero succedendo. Askatasuna, senza sconti e senza caricature Askatasuna non è mai stata una favola urbana. È un centro sociale con una identità politica forte, antagonista, antiautoritaria. Negli anni ha prodotto anche esperienze sociali reali: sport popolare, cultura, musica, mutualismo, spazi di aggregazione che hanno intercettato bisogni veri. Io questo l’ho visto da vicino, senza filtri ideologici. Con mia moglie abbiamo portato davvero i nostri figli, a Carnevale, a giocare nel cortile di Askatasuna. C’erano i ragazzi dell’Aska che animavano lo spazio, maschere, giochi, bambini che correvano. Nessuna lezione politica, nessuna bandiera sventolata in faccia. Solo un cortile vivo, aperto, usato. Lo dico perché è successo. E perché fingere che quella dimensione non esista significa raccontare una città che non c’è. Allo stesso tempo, Askatasuna non è mai stata solo questo. Il conflitto non è un incidente di percorso, ma parte del suo linguaggio politico. E questo rende strutturalmente difficile qualsiasi tentativo di incasellarla in forme stabili di riconoscimento istituzionale. Il patto di collaborazione: una scommessa fragile Il patto di collaborazione non era una concessione ideologica. Era una scommessa politica rischiosa: provare a governare una realtà complessa invece di limitarla a un problema di sicurezza. Chi ha lavorato a quel percorso lo ha fatto sapendo di muoversi su un crinale. Ma un patto vive di fiducia e di limiti chiari. Quando quei limiti vengono percepiti come superati — che si tratti dell’uso degli spazi o di altri aspetti — la fiducia si consuma. E senza fiducia, il patto diventa carta fragile. Oggi quel percorso è finito. È un fatto. Trasformarlo in una colpa originaria di chi ci ha provato è però una scorciatoia. Quando il conflitto diventa un boomerang Ci sono passaggi che hanno contribuito in modo decisivo a far saltare il banco. L’irruzione alla sede de La Stampa ha segnato un limite. Non per moralismo, ma perché ha reso indifendibile, sul piano politico, un dialogo che già faticava a reggere. In un contesto amministrativo che aveva scelto il confronto, quella violenza non era giustificabile. Gli atti dimostrativi di violenza sono sbagliati e controproducenti. Non rafforzano le cause che pretendono di sostenere, ma alimentano la polarizzazione e offrono argomenti perfetti a chi vive di repressione. Per questi atti esistono strumenti adeguati, e vanno applicati ai singoli responsabili. La responsabilità penale resta personale. Un contesto che pesa, senza spiegare tutto Tutto questo avviene dentro un clima che non è neutro: un indirizzo nazionale più rigido, una catena di comando instabile, segnali evidenti di un ridimensionamento degli approcci più dialoganti. Pensare che questo non incida sarebbe ingenuo. Pensare che basti a spiegare tutto sarebbe comodo. Il risultato, però, è sotto gli occhi di tutti: un’azione muscolare che interrompe un processo e irrigidisce le posizioni, più di quanto le risolva. Tenere la distinzione, o perdere la città Il punto, oggi, non è scegliere una bandiera. È non smettere di distinguere. Distinguere tra responsabilità individuali e realtà collettive. Distinguere tra conflitto politico e violenza. Distinguere tra sicurezza e desertificazione sociale. Perché io quel cortile pieno di bambini l’ho visto davvero. Ho le foto !!! E so che cancellare tutto con un’unica etichetta non rende Torino più sicura. La rende solo più povera, più rigida, più impaurita. 
Quando si perde la capacità di tenere insieme la complessità, non vince l’ordine. Vince solo la paura. La paura fa comodo a chi vuole prendersi questa città !
Premessa. Non ho mai direttamente frequentato l'Askatasuna e le impressioni che ne ho derivano da incontri sporadici, chiacchiere fatte in città, conoscenza di alcuni militanti. Non escludo di dire alcune inesattezze, ma confermo la mia piena solidarietà al movimento. Il mio primo incontro con i militanti di Askatasuna risale alla grande manifestazione di Roma del 15 ottobre 2011. Allora si scendeva in piazza contro l'austerità. La crisi del 2008 si era da quasi due anni tradotta in una crisi dei debiti sovrani e una brutta aria tirava nell'Europa meridionale. Ma c'era anche tanta mobilitazione e speranza. Si dice fossimo circa un milione. Tutti eravamo pronti a prendere botte, come puntualmente accadde. Ma c'erano obiettivi diversi. La grande maggioranza, di cui io ero parte, non cercava una piazza radicale ma una piazza popolare. Ci emozionava essere là in tanti a chiedere giustizia sociale, militanti e persone comuni, politicizzati di “mestiere” e cittadini preoccupati per un futuro che prometteva lacrime e sangue. Aspiravamo ad essere maggioranza, a costo di marciare all'insegna di slogan annacquati e contraddittori. C'era poi una sezione minoritaria, probabilmente non troppo coesa, che si muoveva con obiettivi diversi: vedeva in quella piazza l'occasione per una radicalizzazione, non so se con l'idea di trascinare la grande massa di spoliticizzati verso forme di azione più conflittuali o di scagliarne il corpo inerte contro le istituzioni dello stato borghese. I militanti di Askatasuna con cui avevo fatto il viaggio da Torino si muovevano secondo queste logiche. Sta di fatto che a Roma ci fu un po' di tutto: ci furono provocazioni, scontri, azioni efferate della polizia, ma anche l'indignazione, l'orgoglio e la capacità di resistere a manganelli e lacrimogeni da parte di persone che in piazza non ci andavano certo tutti i giorni. Non senza tensioni interne, nel corteo c'era una diffusa disponibilità al sacrificio e a sopportare la violenza ricevuta, a prescindere dall'orientamento di ciascuno. Negli anni quella vena conflittuale di Askatasuna non è mai venuta meno, senza però sfociare nella violenza. La ricerca del conflitto con le istituzioni, persino la provocazione frontale, non hanno mai raggiunto il livello di violenza esercitato dalle forze dell'ordine contro chi, di volta in volta, è sceso in strada accanto agli autonomi. Soprattutto, accanto al conflitto gli autonomi di Torino hanno sempre fatto un gran lavoro sociale, di aggregazione nel quartiere, elaborazione di cultura e persino di servizio sociale ai meno abbienti. E' però sempre esistita una tensione forte dentro quel mondo, che nel tempo si è aggravata. Quando l'orientamento tattico è così apertamente conflittuale come nel caso di Askatasuna, ma in un contesto in cui il resto della sinistra sostanzialmente si muove su canali più o meno istituzionali, il rischio è quello di un progressivo isolamento ed indebolimento. Questa cosa è certamente avvenuta e gli autonomi hanno progressivamente perso militanti. Non so se il recente percorso di istituzionalizzazione, culminato nel patto col comune di Torino, sia figlio di questo processo di indebolimento, ma è certamente possibile. I percorsi di istituzionalizzazione non fanno però che aggravare le tensioni interne ai movimenti conflittuali. Innanzitutto perchè queste realtà mobilitano soprattutto in virtù dei propri discorsi, identità e strategie conflittuali; rinunciarvi, come richiesto da un percorso di istituzionalizzazione, significa rischiare concretamente di azzerare la propria base di mobilitazione. Ed ecco che negli ultimi mesi si sono moltiplicati gli episodi di conflittualità; una conflittualità, ripeto, mai violenta, e in cui certamente Askatasuna non è stato l'unico attore coinvolto. Ma una conflittualità agita e comunicata con forza, e soprattutto una conflittualità che, avendo probabilmente come obiettivo primario non l'ottenimento di risultati politici ma piuttosto il mantenimento dell'identità e della coesione del movimento, è spesso entrata in contraddizione con le altre componenti della sinistra extraparlamentare torinese che in questi mesi hanno puntato sulla mobilitazione di grandi masse popolari – esattamente come a Roma nel 2011. Questi meccanismi hanno portato Askatasuna a cadere nella trappola perfetta costruita dai nemici di sempre. L'accordo col Comune prevedeva la cessazione della componente residenziale del CSOA. Ma che qualcuno abitasse all'Askatasuna era intuibile, sicuramente anche tra chi, nel centrosinistra, ha promosso il patto. Questo aspetto ha sempre comportato un potenziale di ricatto da parte delle istituzioni, che si è materializzato in maniera brutale e inaggirabile nel momento in cui la prefettura ha deciso di agire – usando come pretesto alcune recenti azioni conflittuali di cui i militanti di Askatasuna pare siano stati parte. Questa è una storia estremamente triste, che ci racconta del declino della sinistra e dei tentativi, sempre goffi e maldestri quando si agisce controvento, di raddrizzare la barra e rilanciare le lotte. Una storia ancor più triste in un paese in cui gli spazi di aggregazione e cultura d'alternativa vengono repressi nel plauso di larghe fette della popolazione che poco sa o capisce di queste realtà, ma che subisce un martellamento mediatico non indifferente. Unica nota positiva, lo sgombero di Askatasuna ha prodotto una momentanea convergenza di tutte le forze politiche della sinistra torinese, da AVS, CGIL e i vari centri sociali che rimangono ancora in piedi. 

 Robin Piazzo.

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