Giuseppe Pellizzeri.
mercoledì 20 maggio 2026
... la "vera" Sinistra!! ...
«Ho letto il post che hai scritto qualche giorno fa» mi dice il collega mentre si alza dal lettino dopo essere stato visitato.
E lo dice con la faccia di uno che sta per consegnarti una diagnosi grave.
«Eh?» gli rispondo, preso alla sprovvista, mentre già mentalmente cercavo di ricordare quale post fosse.
«Quello che parla della Flotilla bloccata dagli israeliani in navigazione verso Gaza» dice cantilenando un poco. «Quelli che usano la traghettata (ha detto proprio così) come provocazione politica per avere più visibilità».
E poi tace.
Ma non è un silenzio normale.
È il silenzio di chi ha appena appoggiato sul tavolo una bomba a mano e aspetta di vedere se esplode.
«E quindi?» chiedo io, facendo assumere alla testa una posa obliqua di curiosità, come fa un entomologo davanti a un insetto raro.
Lui mi guarda con un sorriso un po’ troppo sarcastico e dice: «Ma allora sei veramente di sinistra».
Ora, detto così, “essere di sinistra” sembra quasi una malattia rara e potenzialmente letale. Una cosa che si prende a leggere troppi libri o ad ascoltare il lamento degli ultimi.
Confesso che per un attimo sono rimasto sorpreso. Ma non dalla frase in sé, quanto dal contesto. Perché ormai nel nostro bellissimo campionato dell’imbarbarimento civile, se mostri mezzo grammo di empatia verso qualcuno che soffre, subito ti appiccicano addosso un’etichetta come si fa coi barattoli della marmellata.
Hai pena per chi muore in mare? Sei di sinistra.
Soffri a vedere un vecchio che cerca nei cassonetti roba da mangiare? Sei sinistra.
Pensi che portare cibo e farmaci ad una popolazione indifesa e violentata nel diritto alla vita sia un’azione legittima prima che morale ? Sei un pericoloso estremista bolscevico.
Mancava solo che mi chiedesse se custodivo un poster di Che Guevara dietro l’elettrocardiografo.
Avrei potuto dirgli che se provo vergogna quando vedo un bambino chiedere l’elemosina invece di andare a scuola,
se sto male e mi sento sconfitto quando vedo cento persone stremate su una barca alla deriva in mezzo al mare,
se penso che una madre che piange perché non ha niente da dare ai suoi figli sia una ferita aperta sul volto dell’umanità,
allora sì, forse sono di sinistra.
Avrei potuto dirgli che certe cose non dovrebbero nemmeno avere un colore politico.
Che la pietà non è un programma elettorale.
Che il dolore umano non dovrebbe diventare una partita di calcetto tra tifoserie idiote.
Avrei potuto dirgli tante cose.
Ma non gliele ho dette.
E per un attimo mi sono veramente sentito in colpa per non averlo fatto.
Perché uno pensa sempre che il dialogo serva, che spiegarsi abbia senso, che da qualche parte ci sia ancora un ponte possibile tra esseri umani.
Poi però ho guardato la sua espressione.
Quella faccia soddisfatta di chi non voleva capire, ma solo catalogarti, metterti dentro una casella e chiudere il cassetto.
E allora ho pensato: ma perché dovrei giustificarmi? E soprattutto perché dovrei condividere i miei sentimenti con chi considera la compassione una debolezza da sfigati?
E mentre lo pensavo, iniziava a formarsi nel mio cervello una frase di quel politicamente scorretto che è Woody Allen: «Il vantaggio di essere intelligenti è che si può sempre fare il cretino, mentre il contrario è del tutto impossibile».
E allora sono metaforicamente sceso di almeno un paio di gradini sulla scala dell’imbarbarimento morale per portarmi al suo livello, e col sorriso più falso che potessi trovare gli ho risposto:
«Hai ragione. Non sono di sinistra…»
E lui, fraintendendo in pieno, mi dice ammiccando: «Ecco, infatti, mi sembrava strano…»
«Sono proprio comunista. Di quelli duri. Di quelli che mangiano i bambini».
Mi ha guardato sgranando gli occhi, poi ha scosso la testa ed è uscito senza salutare.
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