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giovedì 21 maggio 2026
... la crisi d'Israele ...
La guerra e la trasformazione autoritaria interna procedono insieme
In quella fantastica e tragica miniera di violazioni del diritto, la Knesset viene sciolta e Israele torna al voto mentre si accumulano fatti che ormai non possono più essere trattati come episodi separati. L’arrembaggio della Global sumud flotilla in acque internazionali, il sequestro degli attivisti, il trasferimento nel carcere di Ashdod, la propaganda punitiva diffusa da Itamar Ben-Gvir, la richiesta di mandato di cattura della Corte penale internazionale contro Bezalel Smotrich e lo stesso Ben-Gvir: tutto converge nella crisi dello Stato di diritto israeliano. La crisi non riguarda soltanto Gaza. Riguarda la struttura giuridica e costituzionale di Israele. La coalizione di governo tenta di approvare, prima dello scioglimento della Knesset, norme che ridimensionano ulteriormente i poteri di controllo sul potere esecutivo, a partire dal procuratore generale. È il proseguimento della lunga offensiva contro ogni residuo equilibrio istituzionale. La guerra esterna e la trasformazione autoritaria interna procedono insieme. Intanto la Corte penale internazionale sposta il baricentro delle accuse. Non più soltanto le operazioni militari a Gaza.
Entrano al centro la colonizzazione, il trasferimento della popolazione occupante nei territori occupati, la persecuzione, l’espulsione forzata, l’apartheid. In altre parole: l’architettura politica dell’occupazione permanente. La risposta di Smotrich è stata illuminante. Non una difesa giuridica. Una minaccia politica. Ogni iniziativa della giustizia internazionale verrà seguita da un’accelerazione delle misure contro i palestinesi. Khan al-Ahmar, il villaggio beduino palestinese della Cisgiordania occupata che Israele tenta da anni di demolire per consolidare il controllo coloniale sull’Area C, diventa immediatamente il simbolo di questa rappresaglia annunciata. È una logica di intimidazione verso la Corte e verso l’Europa. Per anni molti governi occidentali hanno raccontato Israele come “l’unica democrazia del Medio Oriente”, separando Netanyahu dalle istituzioni dello Stato. Questa distinzione oggi si sta rapidamente consumando. La crisi non investe più soltanto un governo estremista. Investe l’intero assetto israeliano, il suo anomalo equilibrio costituzionale e la sua occupazione permanente. Mostra, soprattutto, una progressiva radicalizzazione politica e sociale. Si apre una stagione di instabilità interna molto dura. E quella instabilità avrà inevitabilmente ripercussioni regionali: sulla Cisgiordania, su Gaza, sui rapporti con gli Stati vicini, sulle guerre già in corso. Perché quando uno Stato entra in collisione con il diritto internazionale e contemporaneamente logora i propri meccanismi interni di garanzia, la crisi smette di essere contingente. Diventa una condizione permanente.
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