di Carlo Galli
Politica e cultura sono ancora un problema. Per dare un giudizio sulla soluzione che ne sta proponendo la destra si deve distinguere fra egemonia culturale e politica culturale. La prima consiste nel fatto che una certa visione del mondo, di parte, è presentata come valida per l’intera società, e tale si dimostra veramente in una determinata fase storica. Per esempio, si può parlare di egemonia culturale borghese quando interi apparati ideali e valoriali, funzionali in primo luogo a un preciso segmento della società, diventano l’ossatura e la legittimazione delle istituzioni politiche e perfino del modo di interpretare la vita. Le costituzioni liberali, il diritto di proprietà, il romanzo, sono forme di egemonia culturale borghese. Che non è il contrario del pluralismo, non è una cappa plumbea di uniformità forzata. È il tono condiviso di un tempo. La politica culturale è poi l’insieme delle azioni attraverso le quali i poteri pubblici o privati realizzano i propri obiettivi culturali e sociali. Si tratta, ancora come esempio, del controllo dei media, di case editrici, di promozione di correnti artistiche, della costruzione del sistema formativo. È chiaro che la politica culturale, tanto più se ha la pretesa di essere egemonica o controegemonica — è il termine usato a destra — , dovrebbe avere alle spalle una creatività culturale, un insieme di idee. E questo è il punto. La destra non sa fare egemonia culturale in grande, elaborando una cultura propria, dotata di capacità di consenso allargato. Una cultura di destra all’altezza delle molte espressioni teoriche e artistiche del passato — cattoliche e laiche; realistiche e spiritualistiche; antimoderne, ipermoderne, postmoderne; centrate sull’ordine o sul conflitto, sull’individuo o sullo Stato, sulla tecnica o sulla natura; sulla ragione o sull’irrazionale — . Ad alcune di queste fanno riferimento pochi validi intellettuali italiani, non molto amati dal governo, e di solito critici verso di esso. Perché la cultura di destra si esprime spesso nella ribellione più che nel conformismo, nella contestazione del mainstream più che nella sua edificazione. E quindi la destra non fa che politica culturale, debole e forte al tempo stesso. Forte per l’occupazione degli spazi pubblici, fino al condizionamento dello stesso ministro della cultura attraverso le direttive di un partito. Forte per la promozione di persone più che di idee, per la premiazione dell’obbedienza più che della competenza. Debole però per i contenuti,
evanescenti, e per le contraddizioni in cui inciampa. I casi Venezi, Biennale, Regeni, sono noti — al di là del giudizio sulle ragioni e sui torti di questo o di quello, emerge evidente la relazione troppo stretta fra cultura e comando, che non è certo la stessa cosa dell’egemonia — . Un altro caso sono le linee-guida per l’insegnamento della filosofia nei licei, nelle quali sono assenti, tra gli altri, Marx e Spinoza, e in cui si vuole attenuare l’impostazione storica della didattica — caratteristica fondativa della cultura italiana — . Il fantasma dí Giovanni Gentile, riformatore della scuola, “inventore” di Marx come filosofo, e curatore dell’Etica di Spinoza, invoca vendetta. Esiste però una triste egemonia culturale — o piuttosto anticulturale — promossa nonostante tutto dalla destra. Si tratta della formazione di un “senso comune” fatto di pregiudizi e di conformismi. Garlasco, bambini del bosco, programmi televisivi sempre più banali, allarmi securitari, convergono nel progetto di distrazione di massa che è la vera cifra del “conservatorismo”, l’ideologia ufficiale del governo, il cui programma egemonico coincide appunto con la conservazione e la coltivazione del disinteresse popolare per la cultura impegnativa e critica. È questa l’egemonia “culturale” reale della destra. Mentre questa “egemonia al ribasso” pare purtroppo funzionare, questioni cruciali bisognose di decisioni politiche elaborate in una cultura di alto profilo, condivisa, almeno a grandi linee, dalla società, non vengono affrontate. La crisi dell’Occidente spaccato a metà, i rapporti con l’Europa e con la Russia, i conflitti geopolitici, le teo-tecnologie che esigono nuovi spazi di dominio, tutto ciò che ha bisogno di idee, immaginazione, pensiero critico, passa sotto silenzio o viene sbrigato con slogan. Oltre le polemiche, sui social o in tv, una elaborazione intellettuale della politica non viene nemmeno ipotizzata. Il divorzio fra politica e cultura non nasce dalla destra di oggi — va retrodatato almeno agli inizi del secolo — , e in altre forme è un problema anche per la sinistra. Ma certo la destra, nonostante i suoi propositi, non riesce a ricucire i due ambiti. Del resto, se il suo vero obiettivo politico è “durare”, l’essenza profonda del suo progetto culturale non può essere altro, pur fra proclami altisonanti e vibranti rivendicazioni, che “troncare, sopire” — come diceva Manzoni (altro bersaglio, fra le consuete interne polemiche, della volontà riformatrice della destra) — . Un programma complessivo di “fragorosa anestesia”, che può forse essere vincente ma che certo è deludente, e anche imbarazzante.
Maurizio Migliarini.

Nessun commento:
Posta un commento