giovedì 14 maggio 2026

... i due "Leoni" ...

Disteso sul letto di morte, ma lucidissimo come sempre, quando il suo segretario nelle giaculatorie latine si fece scappare un “moriri”, con un ultimo scatto vitale lo corresse dicendo: “Mori, prego!”. Un fine latinista come lui, che le sue 86 encicliche se l’era scritte tutte di proprio pugno nella lingua di Cicerone, certo non poteva restare indifferente di fronte a quell’infinito deponente clamorosamente errato. Quando spirò il 20 luglio 1903, Papa Leone XIII di record ne aveva collezionati un bel po’ e molti di essi gli sopravvivono ancora. Dopo quelli di Pio IX e Giovanni Paolo II, con la durata di 25 anni e 150 giorni il suo a tutt’oggi rimane il terzo pontificato più lungo della storia della Chiesa, a dispetto delle aspettative che, quando nel 1878 fu eletto al soglio petrino all’età di 68 anni con llsalute malferma, lasciavano prevedere un papato breve. Invece, morì a 93 anni suonati meritandosi l’affettuoso appellativo di “Padre Eterno” che poco a poco sostituì il convenzionale “Santo Padre”. Vincenzo Gioacchino Pecci, figlio del conte Domenico, nacque a Carpineto Romano il 2 marzo 1810 quando il Continente Europeo era sconvolto da una tempesta chiamata Napoleone e Pio VII, il Papa di allora, per volontà del primo si trovava in esilio coatto a Savona, prima di essere estradato in Francia. Dopo aver completato il ciclo di studi classici presso i Padri Gesuiti, entrò in seminario insieme al fratello, ricevendo nel 1837 l’ordinazione sacerdotale. Equilibrato, pronto all’ascolto, bravo tanto ad amministrare quanto a mediare, dotato di memoria eccezionale, il giovane Monsignor Pecci avanzò rapidamente nei gradi di una carriera che lo vide delegato papale a Benevento, nunzio apostolico in Belgio e infine, a partire dal 1846 e per i 30 anni a seguire, Arcivescovo di Perugia. La berretta cardinalizia impostagli da Pio IX nel 1853 non mise a tacere la sua indipendenza di giudizio rispetto al Papa regnante, dal quale non mancò di marcare deferentemente le distanze, quando non approvò certe intransigenze dogmatiche in materia d’infallibilità papale. Pur se favorevole al dominio temporale della Santa Sede, nei confronti della questione nazionale non dimostrò alcuna avversione preconcetta e quando nel 1869 Vittorio Emanuele II visitò Perugia, come Arcivescovo della città non mancò di recapitargli un biglietto di saluto. Forse anche per questo motivo, nel Conclave seguito ai 32 lunghi anni del pontificato di Pio IX, i Cardinali elettori individuarono in lui la figura di cerniera fra un papato in stile “uomo-solo-al comando” e un altro più collegiale, pronto all’ascolto e attento alle sfide mondiali, secondo un cliché ripresentatosi anche in tempi recentissimi. A dispetto dell’età e della salute cagionevole, forse perché alleggerito dal fardello del potere temporale, Papa Leone XIII divenne il primo “Papa sociale” della storia, perché nell’enciclica “Rerum Novarum” (1891) gettò le basi della moderna dottrina sociale della Chiesa cattolica, meritandosi l’appellativo di “Papa dei lavoratori”. Condannando sia l’ateismo marxista che il capitalismo selvaggio, Papa Pecci individuò nella collaborazione fra le classi sociali la ricetta ai mali del tempo, denunziando con parole infuocate il comportamento di quanti “opprimono per utile proprio i bisognosi e gli infelici, perché defraudare il giusto salario, è colpa così enorme che grida vendetta al cospetto di Dio”. Leone XIII fu anche il primo pontefice a farsi riprendere in video ad opera di un collaboratore dei fratelli Lumière, e il primo a farsi audio-registrare. Se di Papa Leone, per i circa 4.000 residenti di Carpineto Romano, ce n’è uno e uno soltanto, senza bisogno di numerazione, dall’8 maggio dello scorso anno, per il resto del mondo, col nome di Leone XIV lo statunitense Robert Francis Prevost esercita il suo altissimo ministero sulle orme di Sant’Agostino, ma anche di questo vegliardo canuto meritevole di maggior fama. Auguri, Santità! 


 (Testo di Anselmo Pagani)

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