Ti fa veramente capire che è giusto stare nella merda in cui stiamo e starci a vita.
Solo la settimana scorsa uscivamo umiliati da Udine, stasera vinci una partita TOTALMENTE INUTILE e si parla di Europa….
Capite perché Cairo ci piscia in culo da 21 anni?
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Gattuso è una brava persona.
Di quelle dirette, senza giri strani, che non ti raccontano storie per farti piacere il racconto.
È anche un discreto allenatore, nel senso più onesto possibile del termine: lavoro, disciplina, organizzazione, zero illusioni inutili.
Uno che mette ordine dove c’è disordine…o almeno ci prova con convinzione.
A volte gli va bene, altre male: ci sta.
Ha lavorato spesso in condizioni pessime, a volte senza vedere un euro.
Roba seria per uomini seri.
Ma il punto non è lui.
È come sempre Urbano Cairo.
Si perché nella derelitta Torino color granata, dopo trent’anni di attesa e ventuno sotto la stessa gestione scellerata, se ci sono cose di cui la gente granata non ha davvero più bisogno sono l’ennesima liturgia sul “cuore Toro”, sulla “grinta”, sul “non mollare mai”.
Sono slogan che hanno fatto il loro tempo.
Ripetuti così tante volte da diventare rumore di fondo.
Ed i coglioni toccano terra per rimanerci.
Perché parliamoci chiaro, la verità è che il pubblico non è stanco del Toro: è stanco della sua versione imbalsamata targata Masio.
Gattuso, nel bene e nel male, sembra una scelta comoda, una scelta facile.
Una di quelle che rassicurano perché non spaventano nessuno, non aprono conflitti, non promettono rivoluzioni.
Un uomo che porta ordine, sì, ma anche continuità con un certo tipo di pensiero: solido, prevedibile, difensivo e difensivista, perché l’unica cosa che interessa ad Urbano il munifico è limitare i danni, sfangarla, portare a casa la salvezza ed i diritti tv che sostengono la sua gestione da amministratore di condominio.
Una scelta facile come facile è quel 3-5-2 che gli atterriti sostenitori granata si sucano da lustri.
Sistema che per attitudine sicuramente ti permette di mascherare le magagne difensive, coprendo le crepe con ordine e densità, e che trasforma gente con il cemento ai piedi in difensori decenti, ma che resta, nel suo fondo più sincero, la castrazione congenita del talento.
Nel 3-5-2 non si dribbla.
Non si salta l’uomo.
Non si prova la giocata sugli esterni.
È tutto un ripiegare, un tornare indietro, un passaggio prudente che rinvia la responsabilità.
Dall’area avversaria a quella propria, come se il rischio fosse sempre un errore e mai un’opportunità.
Ed il talento, in tutto questo, impara a stare zitto, non si espone, non emerge.
Al Torino fu Toro, e per Toro ritornare, servirebbe altro.
Un allenatore giovane, con idee nuove, offensive, ma non nel senso di insultanti per chi guarda la partita.
Un calcio che prenda iniziativa, che vada a comandare, che non si vergogni di creare.
Un calcio brioso, spregiudicato, che provi far divertire.
Perchè, porca troia, il calcio è colore, è passione, è vertigine, è divertimento.
Invece sono trent’anni che qui manca la gioia, e, lasciatemelo dire: non è vivere.
Tutto inutile ovviamente: discorsi sul nulla di un povero disco rotto targato Cuneo.
Arriverà Gattuso, e se non sarà lui sarà uno su quella falsariga, lo so, lo sappiamo.
E quindi?
E quindi nulla.
Speriamo almeno che prima o poi sia qualcun altro a fare le valigie.
Ernesto Bronzelli.
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