lunedì 11 maggio 2026

... Da che parte stare ...

Alla fine questi giorni ci hanno restituito un chiaro spaccato del modo in cui Vladimir Putin intende le relazioni internazionali, a dispetto di quanti, anche alle nostre latitudini, continuano a giustificare le sue attitudini criminali e i suoi metodi mafiosi. E soprattutto ha picconato lui stesso le balle che Travaglio & Co. ci propinano quotidianamente. Anche volendo sorvolare sull’indicazione di un burattino al libro paga come Gerhard Schröder, per trattare con l’Europa, le dichiarazioni più interessanti riguardano senza dubbio l’Armenia, alle cui ambizioni europee Putin ha candidamente risposto che se divorzio ci deve essere, si farà alle sue condizioni, prospettando per il vicino uno scenario ucraino, con una chiara allusione all’annessione della Crimea e alla prima invasione del Donbas (spacciata per guerra civile) del 2014, avvenute proprio dopo le rivolte pro-Europa a Maidan e culminate a fine febbraio con la fuga del presidente Yanukovich. D’altra parte, dopo la firma da parte di Yerevan del trattato di Roma (che imporrebbe l’arresto di Putin in caso di ingresso in Armenia) e la sospensione dell’adesione al CSTO (la NATO a guida russa), Mosca ha già iniziato ad esercitare sulla pressioni commerciali sulla piccola repubblica caucasica, proprio come fece nel 2013 per scoraggiare la firma dell’accordo di associazione con l’UE da parte di Kyiv. Un avvertimento da “padrino” che si atteggia a padrone che esige lealtà senza però in cambio offrire sicurezza, visto il mancato intervento nel contenzioso con l’Azerbaijan sul Nagorno Karabakh. In un momento in cui le sue paranoie sul crollo di un impero che continua a perdere pezzi, hanno superato i livelli di guardia, portando ad un giro di vite sulla sicurezza interna e ad uno sdoppiamento del registro retorico nei rapporti con l’Ucraina, tra la sua timida apertura al dialogo e l’approccio muscolare di fedelissimi scagnozzi come Peskov (“Questa è la nostra guerra e la vinceremo”). Paranoie amplificate anche dalla precaria situazione proprio del Caucaso, con la Georgia in piazza da quasi 600 giorni contro il governo filorusso e la Cecenia che rischia di precipitare nel caos qualora il dittatore Kadyrov, malato da tempo, dovesse non essere più in grado di governare. Un’eventualità, quest’ultima, che sarebbe anche un sinistro presagio, visto che proprio con la sanguinosa riannessione della Repubblica di Ichkeria è iniziata la più che venticinquennale carriera di invasioni criminali di Putin. Ciò che sorprende è che lo zar ammetta ora chiaramente che il propagandato allargamento della NATO è solo un paravento per giustificare l’invasione. La realtà è che anche l’adesione di un qualunque stato ex sovietico all’Unione Europea (e la conseguente uscita dalla sfera di influenza di Mosca) è per la Russia un pericolo, che, a suo modo di vedere, legittima una eventuale reazione, a dimostrazione del fatto che tra le “cause profonde” della guerra non c’è mai stata alcuna reale minaccia subita o percepita dalla cricca mafiosa del Cremlino, ma piuttosto la convinzione che Mosca abbia tutto il diritto di negare ai paesi confinanti la loro sovranità. Ora più che mai, davanti a tutto questo, siamo chiamati a scegliere da che parte stare e a domandarci se possiamo permetterci di chiudere gli occhi o di voltarci dall’altra parte. Per quanto ci piaccia immaginare che nulla di ciò che vediamo dentro lo schermo di una tv ci possa arrivare in casa, non esistono più realtà a compartimenti stagni. I valori di libertà, democrazia ed autodeterminazione per i quali da 4 anni (o meglio da 12) si combatte nelle trincee ucraine sono gli stessi che consentono a noi di parlare liberamente, esprimere opinioni ed anche scrivere sui social senza essere arrestati o uccisi. Chi oggi pensa che tutto questo non ci riguardi o, peggio, crede a chi lo invita a tifare per l’aggressore, sta offendendo il sacrificio di quanti sono morti per permetterci di costruire un società libera e sovrana, ma sta anche svendendo la propria umanità oltre che la propria libertà, in cambio di qualche consolatoria menzogna che appaghi la propria incapacità di guardare la realtà per quella che è, anziché ostinarsi ad adattarla a qualche tossica e suicida ideologia 


 Marco Setaccioli.

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