
Riporto qui di seguito il commento di Alberto Graziani, un economista serio e che ha il grande dono della chiarezza, al discorso di Mario Draghi. Sono sicuro che apprezzerai, in particolare i riferimenti alla difesa in quanto componente fondamentale della costruzione di un'Europa federalista:
La domanda da cui prende avvio la riflessione di Mario Draghi è semplice. In una fase politica che evolve con una rapidità inedita, l’Europa deve porsi una domanda essenziale: che cosa possiamo fare per non essere travolti dagli eventi? Le priorità sono due: la difesa e la crescita.
La difesa, perché è ormai evidente che nessuno continuerà a garantirci sicurezza gratuitamente, o anche solo a farlo con la prevedibilità del passato. Quel mondo, durato ottant’anni, è finito — e probabilmente sarebbe finito comunque, anche senza Donald Trump.
Nessun Paese europeo, nemmeno la Germania, ha però dimensioni e risorse sufficienti per difendersi da solo. Non solo perché la difesa è costosa, ma perché lo è ancora di più quando i sistemi d’arma non sono integrati. Gli Stati Uniti dispongono da soli di un numero di aerei da combattimento pari a quello di tutti i Paesi europei della NATO messi insieme; a differenza dell’Europa, però, li concentrano su un numero molto ridotto di modelli, con enormi risparmi di costo ed evidenti guadagni di efficienza, dalla manutenzione alla gestione dei pezzi di ricambio.
Una difesa comune europea realmente efficiente può essere costruita solo finanziandola con debito comune. L’emissione di titoli europei non serve perché “qualcun altro” ripagherà il debito, ma perché vincola i Paesi a muoversi insieme, coordinando acquisti e investimenti ed evitando duplicazioni. È questo che rende possibile costruire sistemi d’arma interoperabili, capaci di “parlarsi” tra loro.
Valutare il debito comune sotto l’aspetto puramente economico, come combinazione convessa dei debiti nazionali, che ogni investitore, in un mercato concorrenziale, può già replicare nel suo portafoglio e che quindi non riduce il costo medio, ma potenzialmente aumenta il costo della quota che resta agli stati nazionali, e’ una lettura completamente fuorviante. Il problema non è questo.
È sicuramente una preoccupazione comprensibile, che affonda le radici nei negoziati sul PNRR, quando l’allora governo italiano sosteneva — erroneamente — che grazie al PNRR l’Italia avrebbe ricevuto risorse senza aumentare il proprio debito, perché il debito comune sarebbe stato ripagato dall’Unione. Un’affermazione sbagliata, che ha rafforzato i timori di alcuni Stati. In realtà, i benefici del debito comune non derivano dal fatto che qualcuno paghi al posto nostro, ma dal fatto, ben più importante, che esso costringe i Paesi europei a coordinarsi. E’ un beneficio metaeconomico, politico, dei singoli Stati e dell’Unione nel suo insieme.
Ma ancora più importante della difesa — perché ne è la condizione necessaria — è la crescita.
Come ha ricordato con forza Mario Draghi, il principale motivo del divario di crescita tra Stati Uniti ed Europa negli ultimi trent’anni è il cronico sotto-investimento europeo in ricerca e sviluppo. Escludendo il settore tecnologico, le due economie si equivalgono. L’economia europea è tutt’altro che un cimitero degli elefanti. I settori nei quali l’Europa ha perso terreno sono sempre gli stessi: quelli a più alta produttività. Negli anni Novanta è stato internet; oggi è l’intelligenza artificiale.
Eppure l’Europa dispone della scala necessaria e delle tecnologie per reagire. Il vero ostacolo non è la mancanza di mezzi, ma l’incapacità di agire come un soggetto unitario: una somma di veti non può essere una potenza. Serve un federalismo pragmatico, concentrato su poche leve decisive — difesa, energia, tecnologia. L’unità europea non nasce dai proclami, ma dall’azione comune. Agendo si diventa uniti e non il contrario.
Recuperare il tempo perduto non significa necessariamente imparare a produrre chip come Nvidia o costruire nuovi grandi modelli linguistici. Esiste uno spazio enorme — e un vantaggio comparato europeo — nell’applicazione dei modelli di intelligenza artificiale già esistenti al sistema produttivo europeo, fatto di imprese manifatturiere, servizi avanzati e catene del valore complesse.
L’Unione Europea investe in R&S meno degli Stati Uniti (circa il 2,2 per cento del PIL contro il 3,5) e meno anche della Cina (2,8). Per investire quanto gli Stati Uniti sarebbe necessario spendere circa 500 miliardi di euro in più all’anno. Una cifra che, significativamente, corrisponde più o meno al risparmio che ogni anno l’Europa “esporta”, cioè investe nel resto del mondo anziché all’interno dell’Unione. Il problema, dunque, non è la mancanza di risorse, ma l’incapacità di creare le condizioni perché quelle risorse vengano investite in Europa.
Il risparmio investito all’interno, oltre a dotare i cittadini europei di preziose infrastrutture, riequilibrerebbe gli attuali squilibri commerciali senza ricorrere a strumenti protezionistici inutili e dannosi.
Oggi un imprenditore italiano o tedesco che voglia far crescere la propria impresa su scala europea è costretto a creare fino a 27 società diverse, una per ciascun Paese membro. Ciò comporta costi fissi elevatissimi — legali, fiscali, amministrativi — che spesso rendono l’impresa non redditizia prima ancora di aver raggiunto una dimensione significativa. Negli Stati Uniti, al contrario, una singola registrazione consente in poche ore di operare sull’intero mercato nazionale.
Per questo, come ha di nuovo sottolineato Draghi, la risposta più concreta che l’Europa può dare a un contesto geopolitico instabile e a leadership americane imprevedibili è accelerare il passaggio da una confederazione ad un “federalismo pragmatico”. Non è solo una priorità d’ordine economico ma principalmente un obiettivo strategico. Se questo principio mancherà di affermarsi, l’Europa politica non si farà, per limiti d’ordine economico, per carenza di risorse.
Alberto Graziani
• Guido Errera.
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