venerdì 13 febbraio 2026

... 13 febbraio 1983 ...

𝗜𝗻 𝘂𝗻 𝟭𝟯 𝗳𝗲𝗯𝗯𝗿𝗮𝗶𝗼 𝗺𝗼𝗹𝘁𝗼 𝗽𝗶𝘂̀ 𝗳𝗿𝗲𝗱𝗱𝗼 𝗱𝗶 𝗼𝗴𝗴𝗶, 𝗾𝘂𝗲𝗹𝗹𝗼 𝗱𝗲𝗹 𝟭𝟵𝟴𝟯, 𝗯𝗿𝘂𝗰𝗶𝗼̀ 𝗹𝗼 𝗦𝘁𝗮𝘁𝘂𝘁𝗼. 


 Un cortocircuito nel soffitto accese il fuoco poco dopo le 18. Le fiamme corsero tra tende e poltrone in poliuretano, le uscite di sicurezza erano chiuse. In sala scorrevano le immagini de La Capra con Gérard Depardieu. Morirono in 64, vinti dall’acido cianidrico e dal monossido. Oggi una lapide in Largo Cibrario ricorda i nomi. Da quella sera le norme cambiarono volto: più rigore, materiali ignifughi, maniglioni antipanico. Una svolta pagata a caro prezzo, che però i recenti controlli post Crans Montana, hanno di nuovo messo in discussione.



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Intorno alle 18:15, quando la proiezione era iniziata da circa venti minuti, si verificò un'improvvisa fiammata (i sopravvissuti riferiranno di aver udito un tonfo sordo, simile all'accensione di una stufa) causata da un cortocircuito, che incendiò una tenda adibita a separare il corridoio di accesso di destra dalla platea. Il panneggio cadde al suolo e trasmise il fuoco alle poltrone delle ultime file, e ciò ostruì quasi completamente le uscite che si trovavano in fondo alla sala. Qualcuno riuscì comunque a fendere le fiamme e a fuggire; gli altri spettatori, terrorizzati, si lanciarono in massa verso le sei uscite di sicurezza laterali, le quali però erano state tutte chiuse, tranne una, per iniziativa del gestore, allo scopo di impedire che venissero utilizzate per entrare senza pagare. Dall'esterno si udirono le urla e le richieste di aiuto, mentre gli spettatori della platea che erano riusciti a mettersi in salvo raggiunsero l'atrio della biglietteria, dove era presente il proprietario del cinema, il quale cercò inutilmente di calmare gli animi, temendo un'ondata di panico collettivo. A questo punto, secondo la ricostruzione dei fatti, ebbe luogo una serie di errori che risulteranno determinanti nel provocare la strage: le fiamme sciolsero i cavi elettrici, facendo mancare l'illuminazione principale, ma non furono accese le luci di sicurezza tramite l'interruttore ausiliario ubicato dietro la cassa; al contempo la proiezione non fu interrotta, nel tentativo di contenere il panico. Le conseguenze furono catastrofiche: le persone presenti nella galleria percepirono il pericolo solo dopo diversi minuti, solo quando essa fu a sua volta invasa dal fumo. Chi riuscì a rendersi conto della situazione tentò di darsi alla fuga, ma con scarso successo: alcuni si diressero verso l'accesso di sinistra che dava sull'atrio, ma nessuno riuscì a raggiungerlo (in questo punto si conteranno quasi quaranta morti), mentre un'altra parte del pubblico si accalcò verso una porta sulla destra, che però portava alle toilette, quindi ad un vicolo cieco dal quale nessuno fu più in grado di uscire. Altri spettatori inoltre vennero trovati morti ancora seduti in poltrona, rimasti asfissiati ancora prima che potessero reagire. Tutte le vittime vennero inoltre trovate con il viso annerito dal fumo tossico scatenato dall'incendio: la combustione del poliuretano espanso delle poltrone, del rivestimento plastico delle lampade e dei tendaggi alle pareti avevano prodotto esalazioni di ossido di carbonio e di acido cianidrico che avevano saturato i locali, trasformandoli in una sorta di camera a gas e soffocando i presenti in meno di un minuto.

 Il 15 febbraio seguente nel duomo cittadino furono celebrati i funerali di Stato, alla presenza del presidente della Repubblica Italiana Sandro Pertini e del sindaco di Torino Diego Novelli. Nell'incendio persero la vita 64 persone, 32 di sesso maschile e 32 di sesso femminile; la vittima più giovane aveva 7 anni, la più anziana 55.

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