
Il Torino di Cairo vince.
Sì, vince….più o meno.
Contro il Lecce, un relitto che come i granata galleggia a vista.
Eppure il Torino soffre.
Soffre come un cane lasciato sotto la pioggia legato ad un palo arrugginito, mentre il padrone è al bar con la birra in mano ma senza il granata nel cuore.
Novanta minuti di affanno, di paura, di palloni buttati via.
Sugli spalti, il solito teatro dell’assurdo.
Le curve finalmente vuote (miracolo laico, atto di intelligenza collettiva, unico segnale di vita rimasto che sa un pochino di Toro) ed il resto dello stadio pieno di gente che applaude, esulta, canta.
Gente che ancora una volta dimostra di non capire un cazzo.
Un cazzo del perché, dopo vent’anni, Cairo è ancora lì piantato come una verruca sul culo della storia granata a fare il bello e il cattivo tempo.
Un cazzo del perché oggi chi tiene al Toro quello vero, sporco, magari sconfitto ma dignitoso, allo stadio non è entrato.
Un cazzo del fatto che l’assenza non è disamore ma l’ultimo atto d’amore possibile.
Chi oggi esultava come una iena sopra una carogna forse non ha ben presente che questa “vittoria” vale forse due noccioline, le stesse noccioline con cui Cairo prova da anni a comprarli per riempire uno stadio gelido e ostile.
Offerte tipo discount di bassa lega, stile prendi due giocatori scalcagnati, paghi uno, ed in omaggio ti diamo l’illusione che vada tutto bene.
Ma non va tutto bene, non va un cazzo bene.
Vincere così non è una rinascita: è una condanna che si rinnova.
È la mediocrità che si autocompiace, è il purgatorio perenne.
E mentre qualcuno batte le mani felice contento per una domenica qualsiasi,
Cairo sorride.
Perché sa che basta poco: una vittoria di merda, un avversario ancora più morto, e lo stadio senza curva, senza anima, che torna a fare rumore.
Si vince, sì, ma si resta piccoli, e soprattutto, ordinari.
Ernesto Bronzelli.
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