venerdì 27 febbraio 2026

... ti chiami Paolo ...

PAOLO 

Ti chiami Paolo. Paolo Mieli. 
E sei nato il 25 febbraio 1949 con un talento raro: sopravvivere a tutte le stagioni senza mai sporcarti davvero di fango. O, se ti sei sporcato, lo hai fatto con eleganza. Hai attraversato la sinistra movimentista quando essere rivoluzionari faceva curriculum morale. Poi hai attraversato i corridoi del potere editoriale quando essere moderati faceva curriculum professionale. Un’evoluzione? Forse. O forse un istinto impeccabile per il vento. Sei stato due volte direttore del Corriere della Sera. Non un dettaglio. Il Corriere non è un giornale: è un termometro del sistema. E tu sei sempre stato lì, con la mano sulla colonnina di mercurio, a regolare la temperatura. Mai troppo calda. Mai troppo fredda. Giusta per non ustionare nessuno che conti davvero. Ti si riconosce intelligenza, memoria, cultura. Sarebbe ridicolo negarlo. Ma la cultura può essere un bisturi o un cuscino. Tu l’hai usata spesso come cuscino: attutire, limare, contestualizzare fino a rendere ogni colpa un episodio, ogni scandalo una dinamica storica, ogni responsabilità una sfumatura. Nei talk show sei l’uomo della frase misurata, del “attenzione, però”, del “ricordiamoci che”. Funzioni come una nota a piè di pagina vivente. Il problema è che a volte le note a piè di pagina servono a non leggere il testo principale. Hai raccontato Tangentopoli, il berlusconismo, l’antiberlusconismo, le metamorfosi della Repubblica. Ma raramente hai scelto una trincea. Sei rimasto sempre un passo indietro rispetto al fronte. Posizione comodissima: vedi tutto, rischi poco. Qualcuno ti chiama garante dell’equilibrio. Altri, più maligni, ti considerano l’incarnazione perfetta del giornalismo che non rompe mai davvero il tavolo. Quello che analizza il potere con finezza, ma raramente lo mette con le spalle al muro. Non sei un urlatore, e questo è un merito. Ma non sei neppure un incendiario quando servirebbe accendere un fiammifero. Hai fatto della misura una cifra stilistica. Il punto è che la misura, in certi momenti storici, può diventare complicità involontaria. Perché mentre tu ricordi, spieghi, storicizzi, qualcun altro decide. Ti chiami Paolo. Sei l’uomo che ha sempre saputo come funziona il Palazzo. Il dubbio, legittimo, è se tu abbia mai davvero desiderato cambiarlo o se ti sia limitato a raccontarlo, con impeccabile educazione. E in Italia l’educazione, talvolta, è il modo più elegante per non disturbare.

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