domenica 15 febbraio 2026

... Alexei Navalny ...

Ieri è arrivata la conferma: Alexei Navalny è morto a causa di un avvelenamento. L’analisi sui campioni prelevati mostra la presenza di epibatidina, come dimostrato dai test realizzati da Regno Unito, Francia, Germania, Svezia e Paesi Bassi. Non voglio però parlare dell’ennesimo omicidio di Putin, bensì della bassezza umana dei suoi lacchè italiani. La cronistoria è per stomaci forti, preparatevi. Nel gennaio del 2018 Navalny concede un’intervista all’Ansa. Prima ancora della nascita del governo gialloverde, i suoi bersagli sono chiari. “Sono irrazionali e abbastanza irritanti i legami fra il regime di Putin e l’establishment italiano”. Sulla Lega: “La Lega ama molto Putin e Putin ama molto loro”. Sul M5S: “Mi rincresce molto che il Movimento 5 Stelle abbia una posizione favorevole nei confronti di Putin perché, sulla base di quello che dicono, lo dovrebbero odiare”. Nell’agosto del 2020 Navalny viene avvelenato dai russi con il novichok. Si salva per miracolo. Qualche settimana dopo, il 17 settembre, l’Europarlamento vota una risoluzione in cui si chiede un’indagine internazionale sull’avvelenamento di Navalny. La Lega dà voto contrario, il M5S si astiene. In Italia la votazione passa quasi sottotraccia, con il Paese concentrato sull’arrivo della seconda ondata della pandemia. Leggendo oggi le votazioni di Lega e M5S su Navalny, vengono i brividi. Passano quattro anni e arriva la notizia della morte di Navalny. Matteo Salvini reagisce facendo spallucce, dicendo che se ne occuperanno i giudici russi. Il premio “faccia di bronzo” lo vince Giuseppe Conte con questa dichiarazione: “Avevamo chiesto giustizia nei suoi confronti già nel 2020, quando era stato ricoverato in gravi condizioni per l’avvelenamento tramite l’agente nervino novichok”. Le votazioni al Parlamento europeo dicono altro. Passiamo all’altro leader del M5S: Marco Travaglio. Nel suo editoriale scrive: “Per gli anti-russi, Putin non vedeva l’ora di tappare la bocca per sempre al grillo parlante; per i filorussi quel cadavere eccellente serve al mondo Nato per scagliarlo addosso a Putin ora che sta vincendo la guerra in Ucraina e gli Usa e l’Europa si sono abbondantemente stufati di svenarsi per quella causa persa”. Già due anni fa Travaglio parlava di una Russia che stava vincendo la guerra, ma non è questo il tema. Ancora Travaglio: “Se bastasse il cui prodest per accusare Putin di aver ucciso Navalny, allora i fratelli Kennedy sarebbero gli assassini di Marilyn, Schmidt dei capi della Raf, Marcinkus di Calvi, Andreotti di Pecorella, Sindona e tanti altri”. Il manettaro a targhe alterne. Passiamo ad altri due alfieri della galassia filorussa. Alessandro Di Battista, ospite a DiMartedì, tenta la strada della supercazzola. Floris e Bocchino lo ascoltano senza capire il senso delle sua parole, finché Bocchino - ripeto, Bocchino! - non decide che la pantomima può finire, incalzandolo in modo diretto: “Ammettilo che l’ha ucciso Putin”. Di Battista, balbettando, risponde così: “Mi sembra molto strano, sarebbe una follia, in questo momento in cui Putin è più forte rispetto a mesi fa, ordinare l'omicidio di una persona che da mesi è dimenticata”. Chiudiamo con Elena Basile e il suo orripilante articolo pubblicato, ça va sans dire, dal Fatto Quotidiano. “La scomparsa di Navalny è strumentalizzata per sostenere la guerra contro Mosca, per un invio senza termine di armi e finanziamenti. Chi osa affermare che il regime lo lasciava comunicare sui social, non aveva bisogno di ucciderlo in quanto già seppellito in una prigione, oppure che la sua morte giova alla propaganda occidentale, rischia il linciaggio”. Nell’articolo chiama la vedova di Navalny “la sua bionda e fremente moglie”. Fine del racconto. Con la nausea ancora addosso, mi permetto di scrivere una considerazione tentando di non scivolare nell’imbuto dell’hybris o di chissà quale supponenza da inquisitore. Non chiedo che le quinte colonne del Cremlino vengano emarginate dalla società civile, sbattute fuori dalla televisione italiana, dal Parlamento, dagli eventi pubblici. L’eco del loro martirio sarebbe insostenibile. Non chiedo nemmeno di relegarle nelle loro nicchie filoputiniane in modo che non possano inquinare l’opinione pubblica. Spero solo che questi personaggi, in televisione o in fila al supermercato, vengano osservati e chiamati con il loro nome: collaborazionisti. E che il senso della vergogna ritrovi il suo posto nella coscienza collettiva. 

 Mattia Madonia.

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