mercoledì 18 febbraio 2026

... Amarcord 2! ...

Cosa avvenne nel 2005 e come arrivò Cairo al Torino? In quel giugno, mentre il destino del Torino Calcio era appeso a un filo, c’era chi, lontano dai riflettori, cercava concretamente una strada per evitare che tutto finisse nel nulla. Tra questi, l’avvocato Pierluigi Marengo, insieme a Sergio Rodda e Gianni Bellino, iniziarono a studiare con attenzione le carte federali relative al Lodo Petrucci, l’unico strumento che avrebbe potuto consentire al club di ripartire dopo il fallimento. L’idea era semplice ma tutt’altro che scontata: prepararsi al peggio. Se davvero il Torino non fosse riuscito a salvarsi, bisognava farsi trovare pronti. Il Lodo Petrucci prevedeva una procedura precisa: entro metà luglio andava inviata alla Federazione Italiana Giuoco Calcio una richiesta formale, a nome di una società di capitali, accompagnata da una fideiussione bancaria da 50.000 euro. Marengo e i suoi collaboratori si mossero subito. Predisposero la domanda, ottennero la fideiussione dalla Banca Popolare di Novara e inviarono tutto a Roma. Un atto concreto, con soldi veri e responsabilità personali. Ma nella loro testa c’era una convinzione: non sarebbero stati soli. Vista la storia del Torino, il peso della sua tradizione e il numero di imprenditori e tifosi illustri che da sempre dichiaravano amore per il club, era naturale pensare che sarebbero arrivate molte richieste di ammissione al Lodo. Dieci, forse dodici? Non solo da Torino, ma anche da fuori città. Sembrava impossibile che nessuno si facesse avanti per salvare il Toro. La sera della scadenza, Marengo era a cena in un ristorante in corso Moncalieri insieme a Sergio Rodda, Gianni Bellino e altri amici, tra cui Massimo Tesio, che di lì a poco sarebbe diventato addetto stampa. Allo scoccare della mezzanotte, la curiosità prese il sopravvento. Marengo chiamò l’avvocato della Federazione che stava seguendo le domande di ammissione al Lodo, per sapere quante richieste fossero arrivate. La risposta fu tanto ironica quanto spiazzante: «Collega, ce l’hai un paio di scarpette bullonate?» «Perché?» «Perché mi sa che l’anno prossimo devi giocare tu.» Non era arrivata nessun’altra domanda. Solo la loro. Il confronto con altre realtà rendeva il quadro ancora più amaro: per il Perugia, fallito in Serie B e destinato a ripartire dalla C, erano arrivate sette istanze. Il Torino, fallito da promosso in Serie A e quindi con la possibilità di ripartire dalla Serie B, aveva ricevuto una sola richiesta. Nessuno in città, nessuno tra i tanti tifosi VIP pronti a dichiararsi granata sui giornali, aveva messo soldi o si era esposto per tentare davvero di salvare il club. Pochi giorni dopo, il 19 agosto, l’avvocato Pierluigi Marengo partecipò a una conferenza stampa in cui venne chiarito che il pacchetto del Torino Calcio sarebbe stato ceduto a Urbano Cairo. Fu in quel momento che il gruppo avanzò una proposta precisa: Cairo avrebbe potuto acquisire l’80% della società, lasciando un 20% a loro, con un investimento reale a capitale. Non si trattava di una richiesta di potere. Anzi. Con l’80% si è già padroni di tutto, non cambia nulla rispetto ad avere il 100%. L’unico senso di quel 20% era un altro: restare dentro per controllare. Vigilare sui bilanci, sulle spese, sulla gestione. Dopo il trauma del fallimento, maturato anche per mancanza di controlli, l’idea era che un gruppo di tifosi veri, che mettevano soldi propri, potesse fare da presidio, da coscienza interna. La risposta di Cairo fu netta: o il 100%, oppure niente. In quei giorni anche il sindaco Sergio Chiamparino provò a mediare, chiedendo a Cairo di riconoscere almeno a Marengo e a Sergio Rodda un posto nel Consiglio d’amministrazione. Ma la proposta non convinse nessuno. Cairo si oppose e, allo stesso tempo, gli stessi interessati non la ritenevano dignitosa. Restare lì dentro solo per occupare una poltrona, senza una quota e senza la possibilità reale di incidere o controllare, sarebbe stato, a loro giudizio, umiliante. E così dissero no anche loro. Resta il racconto di quei giorni convulsi, fatti di notti insonni, telefonate, fideiussioni e speranze. E resta soprattutto una fotografia nitida di quel momento storico: quando il Torino rischiava di sparire e, tra tanti proclami d’amore, furono pochissimi quelli disposti davvero a metterci la faccia e i soldi. 


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