L’universo maga e le scelte dell’Italia
Sergio Fabbrini ( Il Sole 24 Ore)
Maga (Make America Great Again) è una coalizione politica che, si ritiene, rappresenta circa il 60% dei 77 milioni di elettori che hanno votato Trump nel 2024. Si è formata nel corso del 2016, ma era in gestazione da tempo (come ha mostrato Laura Field), con lo scopo di rivoluzionare il sistema americano e i suoi rapporti con il mondo. Trump è stato il catalizzatore delle correnti della destra americana desiderose di andare oltre il tradizionale conservatorismo repubblicano (il Reagan-Buckley Consensus). Un conservatorismo che era rimasto prigioniero dell’illuminismo liberale dei Padri fondatori, oltre che dell’idea multirazziale della «nazione di tante nazioni». Maga rappresenta una visione nativista di America, un’America etnica a supremazia bianca. La lotta all’immigrazione è una questione identitaria, non di politica pubblica. Gli immigrati (non solamente quelli entrati illegalmente) debbono essere deportati proprio per evitare che inquinino il sangue dell’America.
Per Maga, Trump è il «Cesare» che può finalmente scardinare il predominio dell’establishment liberale. L’autoritarismo è lo strumento con cui svuotare la separazione dei poteri all’interno e con cui imporre il potere dell’America all’esterno. Per esponenti Maga (come Curtis Yarvin), il potere decisionale deve essere concentrato nel presidente, liberandolo dai vincoli congressuali e giudiziari. Il presidente è il Ceo dell’America. L’occupazione militare delle città, l’uso della forza contro i dimostranti, l’attacco ai media o alle università, sono necessari per scardinare le casematte liberali. All’esterno, per esponenti Maga (come Michael Anton), l’America deve usare il suo potere imperiale per scardinare le Nazioni Unite, sostituendole con un’organizzazione da lei dominata. Il Board of Peace non è nato per caso. L’imposizione unilaterale dei dazi ad altri Paesi collega l’autoritarismo interno con quello esterno. Il primo è stato appena contenuto dalla Corte Suprema, il secondo continua ad essere accettato da molti (come la Commissione europea). Il nazionalismo nativista è caratterizzato dal rifiuto della democrazia liberale e del diritto internazionale. Tale rifiuto ha caratteristiche illiberali (come nel caso di Yoram Hazony) o post-liberali (come nel caso di Patrick Deneen), ma è comunque caratterizzato dall’idea che la democrazia capitalistica e il multilateralismo internazionale costituiscono regimi del passato. Tra le due correnti si collocano gli apologeti del potere (come Stephen Miller) o gli oligarchi della Silicon Valey (come Peter Thiel), e il loro portavoce, J.D. Vance.
In Maga è confluito anche il nazionalismo cristiano promosso dalla costellazione di congregazioni neo-protestanti e neo-evangeliche. Per i nazionalisti cristiani (come i protestanti e cattolici di Project 2025), Trump è il Mosè finalmente arrivato per liberare la «nazione bianca» dal gioco laicista. Per i nazionalisti cristiani, se si vuole arrestare il declino americano, occorre rifondare religiosamente lo stato. Essi rifiutano il Primo Emendamento (1791) della Costituzione, elaborato nel 1787, il quale proibisce al Congresso di costituire una religione o di previlegiarne una sulle altre. L’America è stata periodicamente attraversata da religious revivals, come ha mostrato, tra gli altri, lo storico Richard Hofstadter. L’attuale nazionalismo cristiano non è però uno di questi. Esso è interessato alla politica più che alla fede. Di qui, la critica feroce all’Europa, considerata un continente secolarizzato, che sta cancellando la propria civiltà. Di qui anche il sostegno ai partiti della destra europea (come la tedesca Alternative für Deutschland) che dichiarano di volere ricristianizzare l’Europa, espellendo gli immigrati non-bianchi (la cosiddetta «remigrazione») e proibendo la pratica di fedi religiose non-cristiane.
L’Europa integrata è stata costruita in opposizione al nazionalismo etnico, all’illiberalismo autoritario e al fondamentalismo religioso, di cui Maga è espressione. Abbiamo messo le nostre democrazie dentro involucri (costituzionali e sovranazionali) finalizzati a prevenire il ritorno del primo. Abbiamo costruito stati di diritto che proteggessero i diritti individuali attraverso una limitazione del potere politico, per evitare il ritorno del secondo. Abbiamo dato vita a economie e società pluraliste, per evitare il ritorno del terzo. Maga rappresenta una minaccia per noi. Se così è, come può Giorgia Meloni difendere il nazionalismo antiimmigrati di Trump, la sua politica incostituzionale dei dazi, la farsa del Board of Peace?
Il 14 febbraio scorso, parlando alla Conferenza internazionale di Monaco, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha detto: «La battaglia (…) di Maga negli Stati Uniti non è la nostra. (Da noi) la libertà di parola finisce quando la si usa contro la dignità umana e contro la nostra legge fondamentale. Noi non crediamo nelle tariffe e nel protezionismo, ma nel libero commercio. Noi difendiamo gli accordi sul clima e l’Organizzazione mondiale della sanità perché siamo convinti che le sfide globali possono essere risolte solamente insieme». Il giorno dopo, la premier italiana Giorgia Meloni ha dichiarato di non condividere le opinioni «politiche» del cancelliere tedesco, aggiungendo che Maga «non è un tema di competenza dell’Unione Europea». In realtà, Maga rappresenta una sfida esistenziale per l’Europa integrata. Sostenerla, vuol dire essere contro quest’ultima.

Nessun commento:
Posta un commento