Ernesto Bronzelli.
mercoledì 18 febbraio 2026
... Amarcord!! ...
Ieri sera ci pensavo, così, senza motivo.
A cosa resta attaccato uno dopo vent’anni di presidenza di Urbano Cairo?
Quando se ne andrà (o meglio ancora quando avrà stirato le calzette) cosa ci resterà tra le mani?
Polvere?
O peggio, niente?
Provo a scavare.
Allenatori, giocatori, partite, ma è come mettere le mani in un cassetto vuoto.
Del Toro di prima no.
Quello mi vive ancora addosso.
Del Toro di quando ero bambino, ragazzo, giovane uomo, ho tutto stampato in mente, tutto impresso.
Gol, emozioni, facce dei giocatori.
A volte non campioni: semplici giocatori.
Partite di campionato, di coppe europee, di coppa Italia, persino le amichevoli:
se apro un cassetto della memoria salta fuori di tutto.
Non necessariamente cose belle, perché il Toro è sempre stato come la vita: più dolori che gioie, più rimpianti che soddisfazioni, più amarezze che felicità.
Ma come la vita il Toro é sempre stato una cosa bella.
Di tanto in tanto da quei cassetti qualcosa salta fuori senza chiedere permesso.
Mi ricordo quattro pallini al Nantes di Burruchaga.
Mi ricordo Paolo Beruatto da Cuorgnè e Dante Bertoneri, coi baffetti da sparviero.
Mi ricordo una partita col Boca Juniors, vinta 3-0, inutile per tutti ma non per me.
Mi ricordo il torneo di Amsterdam, l’87, e Bresciani che a diciotto anni batte la Dynamo Kiev.
Mi ricordo De Finis che chiedeva di sputargli in faccia.
Mi ricordo i ragazzini di Vatta della maledetta stagione 88/89 e sembrava così impossibile che si rischiasse sul serio la serie B.
Donatello Gasparini, il povero Catena, Alvise Zago, Gallaccio, Bolognesi, Ferretti, Benito Carbone.
Il nuovo Crippa, Landonio, che invece di Crippa si rivelò essere un piatto di trippa.
Mi ricordo Sergio Fava del Bra che fa un tunnel a Pasquale Bruno in amichevole, e Pasquale che, per ringraziarlo, gli fa tibia e perone chiudendo anticipatamente la sua stagione.
Mi ricordo la mia collezione di Alé Toro e l’orgoglio di entrare comunque in classe con una sciarpa granata al collo dopo un derby perso 5-0.
Mi ricordo Martin Vazquez accolto in aeroporto come il Papa nelle Filippine.
Mi ricordo la scritta Beretta sulla maglia, in stagioni nelle quali l’unica cosa che temevi era di essere chiamato affettaprosciutti.
Mi ricordo Borsano Vattene, Goveani vattene, Calleri vattene, pezzenti andatevene, Cimminelli e Romero tutti e due al cimitero.
Mi ricordo Marcelo Saralegui spacciato per fenomeno da Paco Casal.
Mi ricordo picchia forte picchia duro picchia solo Diawara, a cui il giudice sportivo da tre giornate di squalifica apposta per fargli saltare il derby.
Mi ricordo Hakan Sukur al bar dell’albergo in Trentino:
“succo pesca”
ed il barista crucco, perso: “zcuzi, io no capito”
e lui, senza cambiare faccia: “succo mela”.
E bastava quello.
Una scena così e ti rimaneva dentro per anni.
Mi ricordo la rabbia, le botte, le cose sbagliate al momento giusto.
Mi ricordo Roberto Maltagliati, butterato, che segna al Monza l’unico gol della sua vita mentre la moglie è al cesso col bambino.
Perfetto.
Assolutamente perfetto.
Mi ricordo di “ohi ohi ohi il Pelato è uno di noi”.
Mi ricordo dei genovesi, delle botte a Casazza e di quelle a Gaucci.
Mi ricordo gli idranti puntati contro di noi in via Cibrario, quando le manifestazioni le facevi col tam tam e senza chiedere autorizzazione.
Mi ricordo la sede spostata in un magazzino…ed il letame davanti.
Almeno quello aveva un odore vero.
Ed io c’ero.
Sempre.
Adesso invece niente.
Silenzio.
Da quando il Toro è diventata Cairese provo a ricordare.
Davvero.
Mi sforzo.
Ma è tutto uguale.
Facce che scivolano via.
Partite che non lasciano graffi.
Gente che arriva, prende il suo stipendio , e sparisce senza neanche disturbare.
Mantova?
Bilbao?
Il Gallo che alza la cresta?
Maxi e la sua lavatrice?
La folla per Joe Hart in prestito secco?
Poca roba, poca roba davvero.
Fatico a mettere insieme dieci cose da portare al futuro.
Non è l’età.
È peggio.
È il vuoto.
Quando Cairo se ne andrà (o sempre meglio ancora quando avrà stirato le calzette) non resteranno neanche le macerie.
Quelle almeno fanno rumore.
Qui no.
Qui resta aria fritta.
Un deserto pulito, dove anche i ricordi mollano.
Vent’anni.
Quasi metà della mia vita.
Ed io non ho niente da portarmi via, maledetto.
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