lunedì 16 febbraio 2026

... post partita ...

Riflessione del lunedì mattina in una situazione disperata e con una squadra allo sbando totale senza idee e senza gioco ieri sera si e’ visto un barlume di luce che ha portato i #TH , gruppo non grandissimo ma tosto e compatto come non mai, adottare una strategia ideata in maniera strategica , acquistando i biglietti in Tribuna, in ordine sparso arrivando in uno / due e compattarsi dopo cinque minuti tutti assieme a 5 metri dalla tribuna Grande Torino e contestare pesantemente il Maiale di Masio , mentre gli Ultras stanno fuori a guardare e bere la birretta… Un grande applauso ai #TH gli unici a Torino con la vera mentalità Ultras !!! 

#Respect #TH
Milinkovic Savic, Bellanova, Darmian, Bremer, Buongiorno, Singo, Ricci, Lukic, Immobile, Lucca, Kean. Undici nomi. Undici giocatori. Undici pezzi veri. Undici che oggi, messi lì, uno accanto all’altro, fanno una squadra titolare che vale tra i 200 e i 250 milioni di euro. Non sogni, non nostalgia: valore concreto, cifre vere. E invece no. Perché questa non è una squadra: è un cimitero, un cimitero di ambizioni mortificate. Un cimitero gestito da Urbano Cairo, che negli anni ha fatto una cosa sola con una costanza quasi artistica: vendere tutto quello che aveva un valore, come un rigattiere che svuota casa pezzo dopo pezzo e poi si stupisce di vivere nel vuoto. Non costruire, non proteggere, non crescere: vendere, a volte prima ancora che il pulcino diventasse pollo da mettere all’ingrasso. Bremer? Venduto. Immobile? Venduto. Singo? Venduto. Buongiorno? Venduto. Bellanova? Venduto prima ancora che disfacesse i bagagli, come uno sfratto preventivo. E potremmo continuare con Berenguer, Zappacosta, Ola Aina e tanti altri, limitandosi a quelli ancora in attività. Non inserendo nemmeno i mancati riscatti, per carità patria e gentilezza. Sempre la stessa storia sporca di conti fatti al ribasso ed ambizioni mai nate o abortite, come progetti scritti su carta igienica. Perché il punto non è vendere: il punto è come vendi e soprattutto come reinvesti. Qui si vende e si incassa. E poi si rimpiazza con una figurina presa in saldo, un prestito senza senso o, nel migliore dei casi, uno che costa un quarto, come se bastasse cambiare l’etichetta a una bottiglia vuota per chiamarla vino. E devi pure sentirti dire che è programmazione. No: questa è mediocrità organizzata, messa in fila come prodotti scaduti sugli scaffali. È il risultato di una gestione che si affida all’amico procuratore invece che a gente competente. È il risultato di chi tratta una società come un bancomat e non come una responsabilità, infilando la carta e sperando che esca ancora qualcosa, anche quando sul conto non c’è più niente. Il Torino è stato consumato così, piano piano, goccia dopo goccia, come una perdita d’acqua che nessuno ha mai voluto riparare perché tanto la bolletta la paga qualcun altro. Come l’acqua sulla pietra. E queste non sono opinioni: sono fatti. Perché qualche anno fa il valore della rosa superava i 300 milioni: oggi siamo circa alla metà. Metà valore. Metà ambizione. Zero direzione, come una nave lasciata andare alla deriva con il capitano al bar a contare gli incassi. E in campo? Stagioni anonime. Classifiche grigie. Obiettivi ridimensionati ogni anno un po’ di più, fino a diventare ridicoli, come una promessa che si restringe a ogni stagione finché non resta niente. Prima l’Europa, poi la parte sinistra della classifica, poi salvarsi tranquilli, poi ancora il salvarsi e basta. E avanti così, abbassando l’asticella anno dopo anno, finché non ci finirà dritta in fondo al culo, e a quel punto magari diranno pure che era quello l’obiettivo stagionale. E la cosa peggiore non è nemmeno questo scempio. È il silenzio, quello comodo, quello complice, quello che puzza quasi quanto il resto. Perché bisogna ricordarselo tutto. Nome per nome. Vendita per vendita. Bisogna tenerlo lì, come un conto aperto, ed ogni tanto sbatterglielo in faccia, come uno scontrino che non vuoi pagare ma che continua a tornarti indietro. Perché questa non è sfortuna e non è nemmeno calcio moderno: è una scelta, lucida e ripetuta, ed olezza di merda e fallimento. È ora di aprire la finestra, perché il cadavere puzza.

 Ernesto Bronzelli.


CAIRO: “Baroni scelta giusta per noi… L’Europa? È un obiettivo ma meglio non sbandierarlo troppo…” 

#fblifestyle

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