[Premessa: il video nella sua INTEREZZA è difficilissimo da trovare. Questo vi renderà ancora più preoccupati per ciò che sto per dirvi.]
Ci sono momenti in cui mi chiedo se la mia professione di insegnante abbia un senso.
Un giorno ti capita di vedere questo: una signora in videoconferenza (quindi registrata e disponibile per il riascolto, anche per tre, cinque, mille volte) pronuncia in una frase il sintagma A - un noto Stato del medioriente -, e successivamente il sintagma B - «abbiamo un nemico comune» -.
Tra sintagma Stato A e sintagma B «abbiamo un nemico comune» ci sono 96 parole. Il legame morfo-sintattico non è né diretto né indiretto: può essere creato solo tagliando in malafede le due parti e mettendole vicine.
Dei parlamentari francesi, non avendo voglia di trattare i gravi problemi interni al proprio paese, impiegano il proprio tempo e i soldi pubblici per accusare questa signora di una cosa che non ha detto.
Peggio, per chiedere la sua testa.
Seguono a ruota molti giornalisti italiani che, invece di ascoltare l’intervento integrale, rimbalzano questa esotica accusa, senza verificarne l’esattezza.
Insomma, un distillato di incompetenza.
Gente che è pagata spesso con soldi pubblici.
Da docente do a tutti un'insufficienza grave, la prova non è superata.
Per fortuna i miei studenti sono notevolmente più bravi di questi adulti davvero poco poco preparati.
Ne sono davvero molto felice. Studente VS Mondo, 10 a 0.
Per chi volesse verificare con le proprie orecchie, lascio il link al video originale di X nel primo commento qui sotto.
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TESTO INTEGRALE TRADOTTO e aggiustato per l’algoritmo Facebook ---
"Abbiamo trascorso gli ultimi due anni a osservare la pianificazione e la realizzazione di un [crimine internazionale contro un popolo]. E il [crimine internazionale contro un popolo] non è finito. Il [crimine internazionale contro un popolo], inteso come distruzione intenzionale di un gruppo in quanto tale, è ormai chiaramente svelato. Era nell'aria da molto tempo e ora è sotto gli occhi di tutti.
È stato difficile raccontare il [crimine internazionale contro un popolo]. Al Jazeera lo sa meglio di chiunque altro nel panorama dell'informazione a causa di tutte le perdite che ha subito come azienda mediatica. Ma nessun altro popolo lo sa meglio degli stessi [abitanti di uno Stato confinante con lo Stato mediorientale in questione]. [Queste persone] hanno continuato a narrare il diluvio sulle coscienze che si è abbattuto su di loro inesorabilmente. E questa è una sfida.
Il fatto che, invece di fermare [𝐥𝐨 𝐒𝐭𝐚𝐭𝐨 𝐦𝐞𝐝𝐢𝐨𝐫𝐢𝐞𝐧𝐭𝐚𝐥𝐞 𝐢𝐧 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐢𝐨𝐧𝐞], la maggior parte del mondo lo abbia armato, fornendogli scuse politiche, coperture politiche, supporto economico e finanziario, questa è una sfida. Il fatto che la maggior parte dei media nel mondo occidentale abbia amplificato la narrazione pro [violazione dei diritti umani] e [legato al crimine internazionale contro un popolo] è una sfida.
E allo stesso tempo, qui risiede anche l'opportunità. Perché se il diritto internazionale è stato [ferito] al cuore, è anche vero che mai prima d'ora la comunità globale aveva visto le sfide che tutti noi affrontiamo. Noi, che non controlliamo grandi quantità di capitali finanziari, algoritmi e [dispositivi difensivi], ora vediamo che noi, come umanità, 𝐚𝐛𝐛𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐮𝐧 𝐧𝐞𝐦𝐢𝐜𝐨 𝐜𝐨𝐦𝐮𝐧𝐞.
E le libertà, il rispetto delle libertà fondamentali, sono l'ultima via pacifica, l'ultimo strumento pacifico che abbiamo per riconquistare la nostra libertà. Ma dobbiamo prendere posizione. Dobbiamo fare la cosa giusta. Tutti noi, nella nostra sfera individuale, come avvocati, giornalisti, educatori, studenti, semplici cittadini, a casa, abbiamo tutti un ruolo da svolgere. E questo ruolo consiste nel cambiare le nostre abitudini: da ciò che scegliamo di comprare, consumare, leggere, fino a come ci poniamo di fronte al potere.
Dobbiamo essere in grado di far sentire la nostra voce. Dobbiamo avere la forza di guardarci l'un l'altro, di vedere i nostri fratelli e sorelle e di scorgere in loro degli alleati. E a questo proposito, credo che Al Jazeera abbia una sfida più grande degli altri, perché deve rimanere fedele ai suoi valori fondamentali, fedele alla missione che l'ha resa nota in tutto il mondo: la sua capacità di produrre fatti veri e di marciare verso la giustizia con questi tra le mani.
Credo fermamente che la [Stato confinante con lo Stato mediorientale in questione] sarà libera. Credo fermamente che tutti noi saremo liberi, perché c'è troppa coscienza dei diritti umani radicata nel mondo di oggi, dopo otto anni di predicazione e insegnamento dei diritti umani.
Ma dobbiamo agire. E il momento è adesso. Quindi, per un '26 di pieno impegno verso l'assunzione di responsabilità e la giustizia."
Enrico Mecenero.

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