venerdì 20 febbraio 2026

... Orfeo Pianelli ...

Il 20 febbraio del 1963 Orfeo Pianelli prendeva in mano il Torino Calcio oggi Torino FC. E non era una poltrona, era un pezzo di cuore che batteva più forte degli altri. Dopo Ferruccio Novo, nessuno è stato come lui. Il più grande, sì, ma non per i trofei messi in fila o per le fotografie ingiallite. Perché al Toro voleva bene davvero. Non lo gestiva: lo cresceva. Come una creatura che ti guarda negli occhi e ti chiede solo di non tradirla. Pianelli stava dietro, sempre un passo indietro. Lasciava parlare il campo, gli uomini, il sudore. Costruiva in silenzio, pezzo dopo pezzo, affidandosi a professionisti veri, scegliendo i giovani come si scelgono le cose importanti: senza fretta, ma senza sbagliare. Metteva ogni tassello al suo posto, come chi sa che il calcio non è un gioco ma una faccenda seria, non per chi si improvvisa. E poi c’erano le storie. Quelle che non stanno nei libri ma restano addosso. Come Giorgio Ferrini, capitano vero, che andava da lui per rinnovare e finiva per metterlo in difficoltà: “Faccia lei, presidente.” E lì non si trattava di firme, ma di rispetto. Di uomini che non avevano bisogno di parole inutili. O quel giorno in cui bisognava dire no a Gianni Agnelli per Gigi Meroni. Un no che non si poteva dire, un no che faceva tremare le gambe. E che invece uscì lo stesso, perché certe cose non si vendono, neanche davanti ai potenti. Quando le cose andavano male (perché a volte andavano male) lui non cercava scuse. Diceva che chi entrava in campo non doveva uscire finché non aveva mangiato tutta l’erba. E pure i pali, se serviva. Perché quello era il Toro. Non la classifica, non i titoli: la fame, il tremendismo. Mantovano di nascita, piemontese per scelta, per affinità elettiva, roba che hai nel sangue. Ha dato al Toro i suoi anni migliori senza chiedere nulla in cambio. E forse è proprio questo il punto: non voleva essere ricordato, non era necessario. Ma certe persone non chiedono memoria: understatement sempre e comunque. E poi c’è Urbano Cairo, che di Pianelli ha osato farsi emulo in sedicesimo. Ha superato i suoi anni di presidenza, sì, ha battuto il suo record: I numeri stanno lì, freddi come un ufficio vuoto. Ma il tempo non basta a fare grande un uomo, né a sporcare la storia di chi l’ha scritta col cuore. Perché vicino a Pianelli, alla sua idea di Toro, al suo silenzio pieno, alla sua dignità, certe presenze moderne sembrano solo quello che sono: un ingombro sul marciapiede che la gente evita, facendo attenzione a non pestarlo, anche se qualcuno sostiene che farlo porti fortuna. 

 Ernesto Bronzelli.
CAIRO AL FILADELFIA IN VISITA A SQUADRA E GIOCATORI, SCOPRI COSA HA DETTO: 


Quando la porta degli spogliatoi si spalanca, non è un ingresso. È un evento geologico.L’aria si addensa come se qualcuno avesse tolto l’ossigeno e l’avesse sostituito con piombo fuso. Le conversazioni muoiono a metà sillaba. Le bottigliette d’acqua smettono di essere strizzate. Persino il ronzio dei neon sembra abbassarsi di un’ottava per rispetto… o per terrore.Lui non cammina. Avanza. Ogni passo fa vibrare le piastrelle come se sotto ci fosse un cuore di toro che batte al rallentatore. Non è alto, ma non è solo l’altezza: è la densità. Sembra occupare più spazio di quanto la fisica consenta a un corpo umano. La luce gli scivola addosso come se avesse paura di toccarlo troppo a lungo. Indossa una giacca nera che pare assorbire i colori intorno a sé, e quando la luce colpisce il colletto si capisce che non è stoffa: è un’ombra che ha deciso di vestirsi da uomo. Non alza la voce. Non ne ha bisogno. La sua sola presenza è già un volume che spacca i timpani. Quando si ferma al centro dello spogliatoio, il silenzio diventa così profondo che si sente il battito cardiaco di venticinque uomini adulti che improvvisamente ricordano di avere un cuore e che quel cuore può smettere.Alza lo sguardo lentamente. Non guarda nessuno in particolare. Guarda tutti insieme, dice una sola cosa e poi se ne va: 

 "dobbiamo fave bene"

Nessun commento:

Posta un commento