
Il 20 febbraio del 1963 Orfeo Pianelli prendeva in mano il Torino Calcio oggi Torino FC.
E non era una poltrona, era un pezzo di cuore che batteva più forte degli altri.
Dopo Ferruccio Novo, nessuno è stato come lui.
Il più grande, sì, ma non per i trofei messi in fila o per le fotografie ingiallite.
Perché al Toro voleva bene davvero.
Non lo gestiva: lo cresceva.
Come una creatura che ti guarda negli occhi e ti chiede solo di non tradirla.
Pianelli stava dietro, sempre un passo indietro.
Lasciava parlare il campo, gli uomini, il sudore.
Costruiva in silenzio, pezzo dopo pezzo, affidandosi a professionisti veri, scegliendo i giovani come si scelgono le cose importanti: senza fretta, ma senza sbagliare.
Metteva ogni tassello al suo posto, come chi sa che il calcio non è un gioco ma una faccenda seria, non per chi si improvvisa.
E poi c’erano le storie.
Quelle che non stanno nei libri ma restano addosso.
Come Giorgio Ferrini, capitano vero, che andava da lui per rinnovare e finiva per metterlo in difficoltà:
“Faccia lei, presidente.”
E lì non si trattava di firme, ma di rispetto.
Di uomini che non avevano bisogno di parole inutili.
O quel giorno in cui bisognava dire no a Gianni Agnelli per Gigi Meroni.
Un no che non si poteva dire, un no che faceva tremare le gambe.
E che invece uscì lo stesso, perché certe cose non si vendono, neanche davanti ai potenti.
Quando le cose andavano male (perché a volte andavano male) lui non cercava scuse.
Diceva che chi entrava in campo non doveva uscire finché non aveva mangiato tutta l’erba.
E pure i pali, se serviva.
Perché quello era il Toro.
Non la classifica, non i titoli: la fame, il tremendismo.
Mantovano di nascita, piemontese per scelta, per affinità elettiva, roba che hai nel sangue.
Ha dato al Toro i suoi anni migliori senza chiedere nulla in cambio.
E forse è proprio questo il punto: non voleva essere ricordato, non era necessario.
Ma certe persone non chiedono memoria: understatement sempre e comunque.
E poi c’è Urbano Cairo, che di Pianelli ha osato farsi emulo in sedicesimo.
Ha superato i suoi anni di presidenza, sì, ha battuto il suo record: I numeri stanno lì, freddi come un ufficio vuoto.
Ma il tempo non basta a fare grande un uomo, né a sporcare la storia di chi l’ha scritta col cuore.
Perché vicino a Pianelli, alla sua idea di Toro, al suo silenzio pieno, alla sua dignità,
certe presenze moderne sembrano solo quello che sono: un ingombro sul marciapiede che la gente evita, facendo attenzione a non pestarlo, anche se qualcuno sostiene che farlo porti fortuna.
Ernesto Bronzelli.
CAIRO AL FILADELFIA IN VISITA A SQUADRA E GIOCATORI, SCOPRI COSA HA DETTO:
Quando la porta degli spogliatoi si spalanca, non è un ingresso.
È un evento geologico.L’aria si addensa come se qualcuno avesse tolto l’ossigeno e l’avesse sostituito con piombo fuso.
Le conversazioni muoiono a metà sillaba.
Le bottigliette d’acqua smettono di essere strizzate.
Persino il ronzio dei neon sembra abbassarsi di un’ottava per rispetto… o per terrore.Lui non cammina.
Avanza. Ogni passo fa vibrare le piastrelle come se sotto ci fosse un cuore di toro che batte al rallentatore.
Non è alto, ma non è solo l’altezza: è la densità. Sembra occupare più spazio di quanto la fisica consenta a un corpo umano.
La luce gli scivola addosso come se avesse paura di toccarlo troppo a lungo. Indossa una giacca nera che pare assorbire i colori intorno a sé, e quando la luce colpisce il colletto si capisce che non è stoffa: è un’ombra che ha deciso di vestirsi da uomo. Non alza la voce. Non ne ha bisogno.
La sua sola presenza è già un volume che spacca i timpani. Quando si ferma al centro dello spogliatoio, il silenzio diventa così profondo che si sente il battito cardiaco di venticinque uomini adulti che improvvisamente ricordano di avere un cuore e che quel cuore può smettere.Alza lo sguardo lentamente.
Non guarda nessuno in particolare.
Guarda tutti insieme, dice una sola cosa e poi se ne va:
"dobbiamo fave bene"
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