
105 anni fa, oggi, i fascisti entrarono nell'ufficio di un ferroviere e gli spararono quattro colpi a bruciapelo.
Poi rimisero il cadavere sulla sedia. Con la sigaretta accesa in bocca.
Si chiamava Spartaco Lavagnini. Aveva 31 anni. Era ragioniere alle Ferrovie dello Stato dal 1907. Era diventato segretario toscano del Sindacato Ferrovieri. Aveva appena fondato il Partito Comunista a Firenze — il congresso di Livorno era un mese prima.
Via Taddea 2, Firenze. Al primo piano c'erano la sede del sindacato ferrovieri, la federazione comunista, la redazione dell'Azione Comunista. Lavagnini era alla scrivania, preparava il prossimo numero del giornale. Tre squadristi salirono le scale, aprirono la porta e spararono. Due colpi alla testa, uno al petto, uno alla schiena. A bruciapelo.
Sapete cosa successe dopo?
I ferrovieri bloccarono i treni. Rifredi, Campo di Marte, San Donnino: tutto fermo. Lo sciopero generale fu immediato, totale. A San Frediano, quartiere popolare, il proletariato alzò le barricate. Per due giorni gli operai furono padroni dei loro borghi.
E lo Stato?
Il prefetto di Firenze, Carlo Olivieri, fece arrestare i dirigenti operai "per precauzione". I fascisti? Mano libera. Due giorni dopo entrarono nella Camera del Lavoro e nella sede FIOM e le devastarono. Senza che le forze dell'ordine muovessero un dito.
E il prefetto? Espresse — testuali parole — "soddisfazione per la severa lezione data agli estremisti grazie al sorgere potente e audace del fascismo."
A Palazzo Chigi sedeva Giovanni Giolitti. Il grande statista liberale. Quello che i libri di scuola ti vendono come il "modernizzatore democratico". Salvemini lo chiamava il ministro della malavita — mafie al Sud per comprare voti, pallottole ai braccianti quando alzavano la testa. Bordiga lo definì "il sagace ed abile capo delle forze borghesi italiane": non un insulto, una diagnosi. Perché Giolitti fu il primo a capire che agli operai organizzati non si spara subito. Prima li si addomestica con le concessioni al Nord, li si lascia sfogare nelle fabbriche. Poi, quando non basta più, si lascia il campo a chi spara davvero.
Da Giolitti a Mussolini non c'è rottura. C'è staffetta.
Il parlamento liberale non fermò i fascisti. Li coprì. Il primo governo Mussolini includeva deputati giolittiani, popolari, liberali. Tutti a dare il voto di fiducia al capo delle squadracce. Non fu un colpo di stato: fu un passaggio di consegne tra soci.
Questa è la democrazia parlamentare. Non è mai stata un argine contro la violenza di classe. È il suo travestimento elegante.
Oggi, 27 febbraio 2026, i ferrovieri scioperano di nuovo.
Non perché qualcuno li ha ammazzati con la pistola. Li stanno ammazzando con metodi più puliti: il contratto collettivo è scaduto da quattordici mesi. Gli organici tagliati. I turni allungati.
Gli stipendi mangiati dall'inflazione. Chi guida il treno su cui ti lamenti del ritardo lo fa con meno colleghi, meno soldi e più ore di un anno fa.
E il governo?
Salvini ha precettato lo sciopero aereo del 16 febbraio perché cadeva durante le Olimpiadi invernali. La vetrina dei ricchi non si tocca. E adesso vuole aumentare le sanzioni per chi proclama scioperi.
Rileggi: non sanzioni per chi non rinnova i contratti. Sanzioni per chi sciopera.
Il prefetto Olivieri nel 1921 esprimeva "soddisfazione" per la lezione ai lavoratori. Salvini nel 2026 vuole punire chi osa fermarsi. Cambiano le cravatte, non la funzione.
Lo sciopero non è un "disagio per i viaggiatori." Lo sciopero è l'unica arma che la classe operaia possiede contro chi la deruba — con le pallottole nel 1921, con i contratti scaduti nel 2026. La legge 146 del 1990 ti dice che hai diritto di scioperare, ma solo se non dai fastidio a nessuno. Uno sciopero che non dà fastidio non è uno sciopero. È una supplica in ginocchio.
105 anni fa Spartaco Lavagnini fu ammazzato alla scrivania per aver organizzato i ferrovieri. Il suo partito aveva un mese di vita.
Oggi quel nome — Partito Comunista — fa ridere i cinici e tremare i borghesi. Ma i treni si fermano ancora. E si fermano per le stesse ragioni.
La storia non si ripete. Si continua.
Sinistra Comunista Internazionalista — 27 febbraio 2026
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Alessio Lamparelli.
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