Che Marco Baroni, con quella faccia da chi ha perennemente la mamma morta in braccio, fosse un fallito lo sapevano TUTTI.
Non era un mistero, non era una scommessa geniale, non era nemmeno un azzardo romantico: era una resa travestita da scelta.
Eppure è stato preso, difeso, accarezzato come si fa con gli errori a cui non si vuole rinunciare.
Come se l’ostinazione potesse diventare progetto.
Come se chiudere gli occhi rendesse tutto meno evidente.
E chi lo ha scelto, voluto, protetto, titillato?
Urbano Cairo.
Vent’anni di decisioni sbagliate, di occasioni buttate, di idee corte e memoria ancora più corta che portano il suo fottuto nome ed ancor più fottuto cognome.
Venti anni a galleggiare senza mai costruire, senza mai avere il coraggio di sbagliare davvero per poi ricominciare. Sempre a metà se non più giù, sempre a rincorrere qualcosa che non si sa nemmeno nominare.
Il presidente lì, fermo, a difendere l’indifendibile, a proteggere scelte che crollano da sole.
Non è sfortuna, non è un ciclo negativo: è una direzione precisa, anche se nessuno ha il coraggio di dirlo ad alta voce.
Ed in questo teatro stanco ed osceno c’è anche chi continua a raccontare che va tutto bene, o che potrebbe andare peggio, o che in fondo c’è una logica.
Mario Pagliara e Simone Battaggia, perché è doveroso fare nomi e cognomi, dalle colonne della La Gazzetta dello Sport, si arrampicano sull’assurdo con una disciplina quasi devota, piegando la realtà per compiacere il loro signore e padrone.
Parole che non spiegano, ma coprono. Analisi che non illuminano, ma anestetizzano.
Tutti fortissimi, tutti fenomeni, tutti campioni, tutti leader.
Simeone, Paleari, il muro Coco, il genietto Vlasic.
Il caso recente più eclatante è senza dubbio quello del turco Ilkhan, che dipinto novello Modric, si rivela per ciò che è: un povero stronzo senza arte né parte.
Anche per questa gente, la cadetteria sarebbe un bagno di umiltà: una crepa necessaria in quella narrazione liscia, senza attrito, dove tutto trova sempre una giustificazione.
Ed allora forse a ben vedere la Serie B non sarebbe una tragedia.
Sarebbe pulizia, sarebbe aria fredda nei polmoni dopo anni di stanze chiuse.
Sarebbe la fine di una lunga, inutile agonia.
Una retrocessione benedetta, desiderata, quasi giusta.
Una caduta che, per una volta, avrebbe senso, perché a volte bisogna toccare il fondo non per risalire subito, ma per smettere di mentire.
Pietà.
Ernesto Bronzelli.
La situazione è drammatica.
E non mi riferisco soltanto all’ennesima, oscena prestazione di questo campionato. Mi riferisco soprattutto all’aria che si respira intorno al Toro.
Un’aria di stanchezza, di rassegnazione, di incapacità di reagire.
Un’aria da lotta per non retrocedere che, se affrontata così, diventa davvero durissima.
Serve un finale di campionato con il coltello tra i denti, con quella garra e quella grinta che oggi mancano completamente a questa squadra e a questo allenatore.
La squadra non si può cambiare. L’allenatore sì. Ed è necessario farlo — lo era già da un po’. Sapendo che non basta, ma che è l’unica cosa concreta che si può fare adesso.
A questo punto credo sia indispensabile sostenere la squadra (no, non lo merita, lo so bene), ma non possiamo permetterci di rischiare la Serie B.
Andare in B significherebbe perdere quel poco di appeal rimasto per un eventuale compratore. Vorrebbe dire tenersi Cairo per altri vent’anni: perché non ha interesse a vendere, ma di certo non lo farebbe con una retrocessione sulle spalle — anche solo per una questione di ego smisurato.
Andare in B significherebbe quasi scomparire, perché la Serie B di oggi non ha alcuna visibilità.
Per fortuna il campionato è ancora lungo: c’è tempo per pianificare — parola sconosciuta — qualcosa per raddrizzare la situazione.
A cominciare da oggi. Via Baroni. Testa bassa e pedalare.



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