di Rinaldi Bruno.
Dalle mie parti i contadini dicono che quando una mucca ha già fatto la cacca, rimettergliela nel culo è sempre molto difficile. È una massima rozza solo in apparenza, perché dentro ci sta una saggezza millenaria. Il caso Vannacci è esattamente questo, un prodotto ormai espulso dal sistema che qualcuno vorrebbe ora rimettere ordinatamente al suo posto, fingendo che sia stato un incidente, una sbavatura semantica, un eccesso di zelo lessicale. Ma la realtà è più semplice e più sgradevole, Vannacci è stato creato, nutrito, legittimato e promosso dalla Lega, utilizzato come strumento elettorale nonostante le panzane raccontate, nonostante una intolleranza mai davvero smentita ma solo mascherata dietro cavilli linguistici e difese da aula universitaria di semantica applicata.
Qui si apre un primo nodo culturale. L’idea che un generale possa dire qualunque cosa e poi rifugiarsi nella difesa grammaticale è già di per sé grottesca. In politica le parole non sono mai neutre, non sono esercizi di stile, non sono temi in classe corretti con la penna rossa. Le parole sono atti, producono conseguenze, costruiscono immaginari, creano legittimazioni. Chi sostiene il contrario o è ingenuo o è in malafede. E un militare che finge di non saperlo fa più paura di uno che lo sa benissimo.
Ma oggi il punto non è più nemmeno questo. Il dado è tratto, Vannacci esiste politicamente. E come sempre accade in un Paese attraversato da decenni di analfabetismo funzionale, di impoverimento del dibattito pubblico, di distruzione sistematica degli anticorpi culturali, l’uomo giusto al momento sbagliato diventa improvvisamente l’uomo sbagliato al momento giusto. Le luci della ribalta si accendono, i riflettori cercano il personaggio, non il pensiero, il gesto, non la visione. Il vuoto chiama il rumore, e il rumore viene scambiato per contenuto.
Siamo però di fronte al solito fenomeno circense. Un numero da baraccone, più adatto al circo Barnum che a una discussione politica seria. Un fenomeno che promette effetti speciali ma che parla a un’epoca in bianco e nero, evocando nostalgie che non hanno più nemmeno la dignità storica per essere chiamate tali. Perché anche i momenti più bui della storia italiana avevano, nel bene e soprattutto nel male, un impianto culturale, una tensione intellettuale, un retroterra ideologico. Qui no. Qui mancano Marinetti, manca Gentile, manca qualunque fermento culturale che permetta anche solo di prendere sul serio l’operazione.
Resta una caricatura, un simulacro, un feticcio identitario buono per chi ha bisogno di sentirsi parte di qualcosa senza studiare, senza approfondire, senza faticare. Un’idea di “nuovo corso italico” evocata a colpi di slogan, ma priva di qualunque spessore teorico, storico, sociale. È come voler rifare un affresco rinascimentale con le bombolette spray trovate all’autogrill.
E infatti tutto questo rischia di rivelarsi per ciò che è, l’esercito di Franceschiello, che quando piove non fa la guerra. Molta retorica, molta posa marziale, pochissima sostanza. La politica vera è un’altra cosa. È fatica, complessità, mediazione, studio. I problemi complessi non hanno mai, e dico mai, soluzioni semplici. Quando qualcuno propone soluzioni semplici a problemi complessi non è un uomo politico, è un televenditore da strapazzo. E l’Italia, purtroppo, di questi ne ha già avuti parecchi.
La storia insegna che durano poco. Lasciano macerie, illusioni, frasi fatte, poi scompaiono. Il problema vero non è Vannacci, che è solo un sintomo. Il problema è il terreno che lo rende possibile, fertile, persino applaudito. Finché non si bonifica quel terreno culturale, continueranno a spuntare figure simili, diverse nel volto ma identiche nella sostanza. E ogni volta qualcuno proverà, inutilmente, a rimettere la cacca nel culo della mucca. Con gli stessi, prevedibili risultati.

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