Enrico Rossi.
domenica 22 febbraio 2026
... la Ducetta!! ...
4Sono sempre più forti i pericoli per la democrazia costituzionale nel nostro Paese.
Siamo in momento di mutazione nell'azione di governo di Giorgia Meloni, dove la distinzione tra ruolo istituzionale e militanza di parte è definitivamente saltata.
Nelle ultime quarantotto ore Palazzo Chigi è entrato in rotta di collisione su più fronti, interni ed esterni. C’è nervosismo nella linea della Presidente del Consiglio che appare sempre più radicale e identitaria, finalizzata a consolidare il consenso, anche a costo di accrescere le tensioni istituzionali all’interno e con i partner europei.
Il governo ha aderito come “osservatore” al Board for Peace promosso da Donald Trump. L’organismo privato esterno in conflitto con le istituzioni internazionali come l’ONU.
È una scelta di sudditanza che solleva interrogativi pesanti sulla coerenza con la Carta Costituzionale dell’Italia e con la sua collocazione internazionale.
Sul piano europeo le dichiarazioni strumentali di Giorgia Meloni sull’uccisione dell’attivista fascista francese, Quentin Deranque, a Lione, hanno aperto uno scontro con Emmanuel Macron che ha replicato con fermezza, invitando la premier a non interferire nelle vicende francesi. Uno schiaffo ben assestato contro chi si proponeva di utilizzare una tragedia per diventare la paladina del movimento neofascista europeo.
Sul versante interno, nonostante il richiamo di Sergio Mattarella al rispetto reciproco tra i poteri dello Stato e la richiesta di non attaccare il CSM come violentemente aveva fatto Nordio, la presidente del Consiglio ha rilanciato l’opera di deligittimazione della magistratura e criticato duramente la decisione dei giudici di Palermo che hanno riconosciuto un risarcimento alla Ong Sea Watch.
L’insieme di questi episodi delinea tre direttrici.
In primo luogo, una scelta di campo internazionale netta, che punta a rafforzare l’asse con la destra americana, anche a costo di incrinare l’equilibrio multilaterale europeo.
Secondo: l’uso del conflitto con la Francia per alimentare una narrazione di contrapposizione politica e culturale, utile a consolidare la base interna.
E infine, la riproposizione dello scontro con la magistratura come leva di mobilitazione, in particolare sui temi di immigrazione e sicurezza, in vista dei prossimi appuntamenti referendari.
Il risultato è un innalzamento deliberato del livello di tensione: ogni passaggio politico viene trasformato in uno scontro frontale.
È una strategia che privilegia la polarizzazione rispetto alla ricerca di mediazioni e che sposta il baricentro del confronto pubblico dal merito delle soluzioni alla costruzione del conflitto.
Meloni non si comporta come una presidente del consiglio, con senso di responsabilità e rispetto per le istituzioni e il ruolo che temporaneamente ricopre, ma come la capopartito di una forza di estrema destra che vuole imporre le sue scelte e la sua politica a tutto il resto del Paese.
Ieri, ha dichiarato anche che per “mandarmi via ci vogliono le elezioni”, riferendosi al referendum sulla giustizia.
È il segno che teme di perderlo ma se dovesse malauguratamente vincerlo si sentirebbe ancor più in diritto di esercitare un comando assoluto, che pretende di essere privo di vincoli, sciolto dal rispetto e dal controllo della legge, insofferente alla critica.
Qualche sciocco o qualche opportunista sui grandi giornali nazionali si chiede se Meloni scenderà in campo oppure no per il referendum.
In realtà, Meloni , senza dirlo, con la sua solita furbizia, sta trasformando il referendum in un plebiscito su se stessa, per imprimere un’accelerazione autoritaria e concentrare il potere nelle sue mani.
Questa è la vera posta in gioco per il referendum sulla giustizia, cioè la qualità della nostra democrazia.
Dobbiamo impedire che si compia una trasformazione definitiva verso un regime illiberale di destra.
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