venerdì 9 gennaio 2026

... Giuseppe Conte ...

“Faremo”, “interverremo”, “presenteremo”. Nel penultimo anno a Palazzo Chigi, Meloni oggi sembrava al discorso di insediamento. Mi soffermo sulle prime 7 meraviglie su 3 ore di conferenza: 

1. ECONOMIA. Per Meloni sono “incoraggianti” i dati su occupazione e potere d’acquisto delle famiglie. Dipende. Non sono incoraggianti per oltre 12 milioni di inattivi, per i pensionati con minima e e gli operai per cui hanno messo solo 2-3 euro in manovra. Viceversa sono incoraggianti per ministri e sottosegretari a cui hanno aumentato i rimborsi. 

 2.BOLLETTE. L’anno scorso Meloni aveva detto che non poteva rispondere in 20 secondi a una domanda sul caro energia. Oggi la risposta: “interverremo sui costi dell’energia”. Con calma, mi raccomando. 

3. TASSE. “Avremmo voluto fare di più”. Fermatevi, avete già stabilito il record di pressione fiscale. Siamo già alla seconda edizione del Libro sulle tasse. 

4. SICUREZZA. “I risultati per me non sono sufficienti”. Finalmente un po’ di realtà. Però ha subito dato la colpa ai giudici, zero autocritica. Ma è il suo Governo che ha fatto leggi che fanno scappare i ladri perché vengono avvertiti prima dell’arresto e spedito le forze dell'ordine a guardare centri vuoti in Albania. 

 5. UCRAINA. Dopo averci detto per oltre 3 anni che non si tratta con Putin e che dobbiamo scommettere sulla vittoria militare dell’Ucraina, oggi Meloni senza battere ciglio dice che l’Europa deve parlare con la Russia. È quello che abbiamo sempre sostenuto. In mezzo: invii militari, morti, devastazioni, danni economici a carico degli italiani, piano di riarmo… Dopo la telefonata a Putin ci aspettiamo le scuse a tutti gli italiani. 

 6. POLITICA ESTERA. Ci ha dato la conferma: per lei il diritto internazionale vale fino a un certo punto … fino a Trump! 

7. SANITÀ E RIARMO. Ha indicato le sue priorità ma non ha detto nulla su quel che intende fare su file ai pronto soccorso e aumento fino a 6 milioni del numero di italiani che non si curano. E ha taciuto che una sua priorità è il Riarmo, con aumenti di oltre 23 miliardi in 3 anni. 

Una dimenticanza…






A un certo punto della conferenza stampa di Giorgia Meloni, la giornalista dell’Espresso Susanna Turco ha ceduto il suo spazio per la domanda al direttore di “Fanpage” Francesco Cancellato, la cui richiesta di parlare stranamente si è persa. E Cancellato ha raccontato tutto: lo spionaggio personalmente subito con Paragon, quello nei confronti del collega Ciro Pellegrino, di comunicatori politici, giornalisti, editori, persino sacerdoti delle ong come don Mattia Ferrari. E poi ha fatto una domanda semplice semplice ma fondamentale: 

“Presidente Meloni, io le chiedo, alla luce di tutto questo, cosa ha fatto e cosa intende fare il governo per venire a capo di questa situazione che si protrae ormai da oltre un anno?” E Meloni non ha detto mezza parola né su cosa ha fatto e men che meno su cosa intende fare, al di là di una formuletta di rito. Anzi, ha assunto il suo classico tono passivo-aggressivo e ha letteralmente sminuito la gravità della situazione, presentandosi incredibilmente come l’unica vera vittima di spionaggio. “Io non ho trovato (parlando di Cancellato) la vita scandagliata e buttata sui giornali o i conti in banca spiati, i fatti sul padre morto undici anni prima o sulla situazione patrimoniale della madre o le inchieste che ci sono sulle Sos. Ci ho visto le mie. Per cui si figuri se non capisco di che cosa sta parlando. (…) Ma o voi state sostenendo la tesi che io mi sono messo a spiare anche i miei conti in banca oppure forse bisogna fare attenzione alle accuse, e lo dico anche al direttore Cancellato che da mesi accusa implicitamente il Governo. Qui i fatti personali non di Cancellato ma di Giorgia Meloni sono finiti su tutti i giornali, quindi figuratevi se non sono solidale se non capisco di che cosa state parlando”. 

Questa è letteralmente la (non) risposta della Presidente del Consiglio a un giornalista spiato che chiedeva risposte. Contrattacchi. Sbuffi. Faccine. Vittimismo a palate. Solidarietà piena al direttore Francesco Cancellato. Uno dei pochissimi che oggi ha fatto una domanda (vera) alla Presidenza del Consiglio. Anche se non avrà - e non avremo - mai una risposta. 
E anche questo dice moltissimo.

Lorenzo Tosa.

... Miller - Goebbels ...

In una celebre canzone di Fabrizio De André, Un giudice, c’è un verso che fotografa con spietata ironia la meschinità del potere: 

«Passano gli anni, i mesi, e se li conti anche i minuti, è triste ritrovarsi adulti senza essere cresciuti; la maldicenza insiste, batte la lingua sul tamburo, un nano è una carogna di sicuro, perché ha il cuore vicino al buco del culo». 

Raramente una frase si è adattata meglio al carattere pubblico e politico di Stephen Miller, vice capo di gabinetto alla Casa Bianca e influente consigliere di Trump per la sicurezza interna, oggetto di un lungo articolo oggi sul The New York Times. Un ometto di aspetto decisamente ridicolo, ma capace di esercitare una forma di potere feroce, punitiva, ossessivamente rivolta contro i più deboli. Miller ha costruito la sua carriera sulla disumanizzazione: deportazioni di massa, famiglie spezzate al confine, attacchi agli automatismi della cittadinanza, una macchina amministrativa orientata non a governare, ma a punire. Non è efficienza burocratica: è ideologia della crudeltà. E oggi quella stessa mentalità viene proiettata sul piano globale. Qui il suo ruolo diventa ancora più chiaro — non semplice consigliere, ma architetto di una politica di potenza regressiva, che recupera categorie ottocentesche in un mondo che dovrebbe essere oltre quelle logiche. Il caso Groenlandia è emblematico. Nel primo mandato di Trump, l’idea di “prendere la Groenlandia” veniva raccontata come una battuta eccentrica, un capriccio presidenziale che i consiglieri fingevano di prendere sul serio solo per assecondarlo. Era una goliardata di corridoio, uno scherzo. Quei consiglieri non ci sono più. Miller sì. Nel secondo mandato, quell’assurdità è diventata dottrina geopolitica: minaccia di annessione, logica predatoria sulle risorse, linguaggio da potenza coloniale travestito da “sicurezza nazionale”. È Miller che prende l’impulso grezzo del leader, lo rafforza, lo giustifica, lo trasforma in dispositivo politico. Quello che ieri era ridicolo, oggi diventa programma di governo. E non è un caso isolato. La stessa dinamica si vede: • in Venezuela, dove la retorica interventista scivola verso l’idea di “diritto di sfruttamento” delle risorse altrui; • nel modo in cui Miller parla del mondo come luogo “governato dalla forza”, cancellando ogni nozione di diritto internazionale; • nella sua ascesa come figura centrale, circondata da uno staff numeroso, investita di funzioni che saldano sicurezza interna e proiezione esterna. Miller non frena il potere — lo radicalizza. Non corregge gli impulsi presidenziali — li estremizza e li rende operativi. Dietro la sua retorica muscolare, però, non c’è grandezza storica: c’è la piccolezza morale di chi cerca riscatto trasformando il rancore in sistema politico. La stessa energia amara che De André descriveva: la cattiveria come compensazione personale, travestita da ordine, identità, disciplina. La sua parabola — dal liceo allo staff del Senato, fino al cuore della Casa Bianca — racconta sempre la stessa storia: indignazione verso i fragili, ossessione per il controllo, piacere per l’umiliazione altrui. È una visione del mondo coerente, e proprio per questo pericolosa. Alla fine, la lezione resta attuale: il problema non è la statura fisica di un uomo, ma la bassezza morale di chi costruisce il proprio potere sulla sofferenza degli altri — e di chi gli lascia spazio per farlo.

 #StephenMiller #KatieMiller #ImmigrationPolicy #ICE #MAGA #Trump #TrumpWhiteHouse #Greenland #Venezuela #AbuseOfPower #USPolitics #MigrationDebate 

 Mark Pisoni.

... blocchi navali ...

Blocchi navali e fronti di guerra 

di Raffaele Crocco 

Il Risiko non ha fine e, anche questa settimana, si gioca soprattutto sul mare. Sullo sfondo resta il clamore per l’azione degli Stati Uniti in Venezuela, con l’arresto e il trasferimento coatto a New York del presidente Maduro. Collegato a questo fatto, c’è da registrare il sequestro di una petroliera battente bandiera russa, ma collegata a interessi venezuelani, nel Nord dell’Atlantico. Anche qui, l’azione è firmata da Washington, con il supporto britannico. L’episodio riporta alla ribalta il nodo delle sanzioni energetiche, mostrando come i conflitti armati continuino a intrecciarsi con le rotte del petrolio e con la guerra economica globale. Sulla costa di una altro mare, il Mediterraneo, si continua a morire. Ora nel silenzio quasi totale di un’opinione pubblica distratta da altre notizie. A Gaza, nonostante la tregua annunciata nei mesi scorsi, gli scontri non si sono fermati. Nella zona di Khan Younis, nel sud della Striscia, attacchi e operazioni militari hanno provocato nuove vittime civili: almeno cinque morti questa settimana, tra cui una bambina. Secondo dati diffusi da fonti sanitarie locali e ripresi da agenzie internazionali, dall’avvio della tregua di ottobre 2025, oltre 420 palestinesi sono stati uccisi, insieme a tre soldati israeliani. Lo Stato ebraico continua inoltre a mantenere il controllo militare del 53% del territorio della Striscia, elemento che rende fragile e incompleta qualsiasi ipotesi di cessazione reale delle ostilità. Più a nord, anche il fronte libanese resta altamente instabile. I bombardamenti israeliani nel Sud del Libano e nella valle della Beqaa sono proseguiti nel corso della settimana, colpendo infrastrutture considerate legate a Hezbollah e Hamas. Gli attacchi sono stati preceduti da ordini di evacuazione, ma hanno comunque causato feriti civili. Secondo le Nazioni Unite, dall’inizio della nuova fase di violenze più di 120 civili libanesi sono morti, segno anche qui di una tregua che esiste solo sulla carta e di un confine settentrionale di Israele sempre più militarizzato. Sul fronte europeo, l’Ucraina continua a vivere una guerra di logoramento. Dal punto di vista militare, i combattimenti si concentrano ancora nell’est del Paese, con pressioni russe nelle aree di Donetsk e lungo l’asse di Pokrovsk. L’uso intensivo di droni, artiglieria e guerra elettronica segna una fase sempre più tecnologica del conflitto, mentre nessuna delle due parti sembra in grado di ottenere un vantaggio decisivo. Sul piano diplomatico, la settimana è stata segnata da incontri tra Stati Uniti, alleati europei e rappresentanti di Kiev. Al centro dei colloqui, ci sono le cosiddette “garanzie di sicurezza” per l’Ucraina in caso di cessate il fuoco. Si ipotizzano sistemi di monitoraggio, sorveglianza satellitare e droni, ma non c’è alcun impegno diretto di truppe occidentali sul terreno. Resta irrisolta anche la questione territoriale, con Mosca che continua a rivendicare le regioni occupate e Kiev che rifiuta qualsiasi riconoscimento delle annessioni. Altrove, si muore per altre guerre. In Nigeria, la violenza jihadista e criminale non rallenta. Nel nord-est, nello Stato di Borno, un’imboscata contro un convoglio militare ha causato la morte di almeno nove soldati e il ferimento grave di altri cinque. In quest’area operano gruppi affiliati allo Stato islamico. Nel centro-nord del Paese, nello Stato di Niger, un attacco a un villaggio e a un mercato locale ha invece provocato almeno trenta morti civili e diversi rapimenti. Sono episodi, dicono gli analisti, che confermano l’incapacità del governo di controllare vaste aree del territorio. Più in generale, l’Africa continua a essere attraversata da scontri armati e guerre. Nella Repubblica Democratica del Congo, nuovi attacchi nel Nord Kivu e nel territorio di Lubero hanno ucciso almeno quindici civili. In Somalia raid aerei governativi, con supporto internazionale, hanno portato all’uccisione di decine di miliziani al-Shabaab. Dal Sudan al Sahel, il continente resta segnato da guerre seminascoste, crisi umanitarie e milioni di sfollati. 


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giovedì 8 gennaio 2026

... il post partita ...

Il Torino di Agonia BarBoni perde in casa con l’Udinese, e non è nemmeno una notizia: è un referto medico. Cuore debole, anima assente, piedi storti. Prognosi: cronica mediocrità. L’atmosfera era triste sin dal principio. Triste il tifo, che non spinge ma accompagna, come si accompagna un parente al cimitero con alcuni cori tipo “Gam Gam” Che non sentivo dai tempi di “Non è la Rai”. Triste lo stadio, un enorme frigorifero emotivo. Tristi i giocatori, che parevano reduci dal loro stesso funerale, già vestiti di nero dentro, con quello sguardo da “facciamo presto che tanto è finita”. Una squadra che non gioca: sopravvive, e lo fa pure male. Una realtà patetica e perdente, ratificata, se ancora fosse servito, dal suo presidente e dal suo allenatore, uno che parla come un manuale di istruzioni scritto in cinese per una squadra comprata su AliExpress. Nel post-partita già me lo vedo: ci racconterà che “subentra la stanchezza”, che “il castello difensivo va migliorato”, che ci sono “dettagli su cui lavorare”. Ma quali dettagli? Ma quali cazzo di dettagli? Non basterebbe limare tutti i dettagli di questo mondo per correggere i piedi a banana di Coco, per raddrizzare il cervello di Lazaro, per far diventare calciatori veri gente come Ilkhan, Ismajli, ma anche lo stesso Paleari, che para solo quando gliela tirano addosso. Qui non è questione di dettagli. È tutto sbagliato, tutto da rifare. È la filosofia del niente, del galleggiare, del “non facciamoci troppo male”. È una squadra che gioca per non perdere e riesce comunque a perdere: un capolavoro al contrario. Salvi il buon momento di Casadei. E cos’altro? Il fatto che non retrocederai in Serie B? Ma anche no, dai: cerchiamo di mantenere un minimo di decoro, se ancora ce ne resta un pizzico. 

 Ernesto Bronzelli.

... guerra civile? ...

Con una decisione letteralmente senza precedenti il governatore democratico del Minnesota Tim Walz ha allertato la Guardia Nazionale del suo Stato per fermare, contenere e arginare le azioni anti-migranti dell’ICE federale sul proprio territorio. È un fatto enorme che arriva dopo l’uccisione a sangue freddo di Renee Nicole Good a Minneapolis e una serie infinite di azioni paramilitari razziste, estreme, persecutorie nei confronti dei migranti da parte degli agenti dell’ICE sguinzagliatI da Trump. Non solo. Rivolgendosi direttamente a Trump, Walz gli ha ricordato che l’esercito risponde allo Stato del Minnesota e non al governo federale. Fortissime le sue parole: “Non abbiamo bisogno di ulteriore aiuto da parte del governo federale. Donald Trump e Kristi Noem, avete fatto abbastanza. Ho emesso un ordine di preavviso per preparare la Guardia Nazionale del Minnesota: queste truppe sono le nostre truppe. Il Minnesota non permetterà che la nostra comunità venga usata come pedina in una lotta politica nazionale”. Trump sta trascinando l’America in una guerra civile, rastrellando persone, calpestando diritti, cancellando l’autonomia degli Stati e lo stesso Stato di diritto.
 Per fortuna esistono ancora amministratori, governatori e sindaci che non abbassano la testa di fronte a un Presidente che si crede imperatore. 

Lorenzo Tosa.

... sempre più nero!! ...

𝐀𝐜𝐜𝐚 𝐋𝐚𝐫𝐞𝐧𝐭𝐢𝐚. 𝐎𝐠𝐧𝐢 𝐚𝐧𝐧𝐨, 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐢 𝐠𝐥𝐢 𝐚𝐧𝐧𝐢, 𝐬𝐞𝐦𝐩𝐫𝐞 𝐝𝐢 𝐩𝐢𝐮̀ 


Il #buongiorno di Giulio Cavalli 

Come ogni anno, come ogni 7 gennaio, anche ieri ad Acca Larentia è andato in scena il rigurgito fascista che insozza questo tempo e questo Paese. Di anno in anno - e sarà sempre peggio - l’adunata di nostalgici fascisti farà sempre meno rumore. Merito dell’assuefazione, l’arma più potente di ogni declino politico e morale. Gli ingredienti del fetido menù sono sempre gli stessi: il “presente” urlato, il braccio teso, il nero vomitato per le strade di Roma. A inspessire la boria c’è anche la consapevolezza dei fascisti di avere punti di riferimento nei ruoli apicali del Paese. Ieri erano presenti alla manifestazione il presidente della Commissione Cultura della Camera ed eseponente di Fratelli d'Italia Federico Mollicone e il presidente della Regione Lazio Francesco Rocca oltre al vicepresidente della Camera Fabio Rampelli, la vicepresidente della Regione Lazio Roberta Angelilli, il senatore di Fdi Andrea De Priamo. Ogni anno, sempre di più, la morte di Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta, appartenenti al Fronte della Gioventù, e di Stefano Recchioni serve per puntellare la storia e rivendicare il diritto di esibizione. Il mazzo di fiori dell'organizzazione neonazista Veneto Fronte Skinheads accanto alla corona del Comune di Roma è un’immagine che parla da sola. Ogni anno la soglia del ridicolo si sposta. Ieri ci siamo sorbiti Mollicone mentre ci insegnava che la croce celtica non è un simbolo nazista ma un simbolo religioso. E poi ha dato degli «analfabeti» ai giornalisti presenti. 
Ogni anno, tutti gli anni, sempre di più.
Operazione "Caccalarentia": Guida alla Disinfestazione Storica ​


Avete presente quel momento in cui camminate per strada, sentite un odore sospetto e capite che un tombino non è stato sigillato bene? Ecco, ogni 7 gennaio a Roma assistiamo alla stessa scena: il tombino della storia si scoperchia e, invece della normale manutenzione idrica, ne esce un rigurgito di liquami e ratti che gridano "Presente!". ​È un fenomeno scientificamente affascinante: centinaia di figuranti, con il braccio teso come se stessero cercando di capire se piove o se devono chiamare un taxi nel 1922, si ritrovano a commemorare il passato con la stessa lucidità di un telecomando senza pile. ​La coreografia è sempre quella: ​Il Grido: "Per tutti i camerati caduti!" (Spoiler: la storia li ha fatti cadere, ma loro non hanno ancora capito che è meglio restare seduti). ​Il Saluto: Braccio teso a 45 gradi. Utile solo se devi indicare uno scaffale alto al supermercato, ma decisamente ridicolo se pensi di essere nel 2026. ​Il Risultato: Una sfilata che ricorda più un raduno di cosplayer di un film distopico andato male che un evento politico serio. ​La verità è che certi tombini, quelli marchiati dalla ruggine della storia, andrebbero sigillati con il cemento armato della democrazia. Quando il liquame fuoriesce e i "topi di fogna" iniziano a scorrazzare per il quartiere agitando nostalgie ammuffite, non serve un dibattito politico: serve una ditta di spurghi storici. ​È tempo di rimandare certi residui bellici nel loro habitat naturale — il sottosuolo dell'oblio — e chiudere quel coperchio una volta per tutte. Perché la storia non è un buffet dove riprendersi il peggio, ma un libro che ha già scritto la parola "FINE" su certe pagliacciate. ​Sigilliamo i tombini, igienizziamo le strade e, per favore, spiegate a questi signori che il "Presente" è nel 2026, e loro sono rimasti bloccati al bianco e nero.

mercoledì 7 gennaio 2026

... vent'anni ...

Vent’anni sono un tempo sufficiente per crescere un figlio, far crollare un impero o uccidere lentamente una passione. Urbano Cairo e Claudio Lotito hanno scelto la terza opzione, con una costanza che neanche la pioggia acida. Sono arrivati in situazioni per motivi diversi disastrate. Si sono presentati promettendo ambizione. ordine, conti a posto, razionalità. Hanno trovato tifoserie vive, sporche, rumorose, capaci di amare e odiare senza chiedere permesso. Le hanno lasciate svuotate, incattivite, ridotte a comitati di resistenza permanente. Non più tifosi, ma oppositori di regime. I risultati? Per la Lazio una bacheca che sembra la sala d’attesa di un ufficio pubblico: qualche trofeo dimenticato su una sedia di plastica, qualche piazzamento dignitoso come un impiegato che timbra il cartellino senza fare domande. Qualche guizzo, sì, come uno spasmo elettrico in un corpo stanco, mai abbastanza da giustificare due decenni di potere assoluto. Mai abbastanza da far dimenticare il senso di sopravvivenza calcistica imposto come stile di vita. Per la Cairese già Torino ed a volte Toro nemmeno quello. L’epopea di Urbano Cairo sotto la Mole è una lunga cronaca di occasioni buttate e dignità smarrita. Vent’anni passati a collezionare record negativi, capitani venduti come pacchi postali, derby finiti in tonnare e piazzamenti da metà classifica celebrati come imprese epiche. Un club con una storia tragica e gloriosa ridotto a sopravvivere, mai a competere, inchiodato a stagioni fotocopia: salvezza anticipata, nessuna ambizione, smobilitazione estiva. Il Toro trasformato in un’azienda di passaggio, non in una squadra: nessun progetto, nessun salto di qualità, solo un eterno “va bene così” spacciato per gestione virtuosa. Non un fallimento fragoroso, ma qualcosa di peggio: una lenta, metodica normalizzazione della mediocrità. Se Lotito ha sbagliato, Cairo ha devastato. Se Lotito ha diviso, Cairo ha deflagrato. Uno ha trasformato la Lazio in un condominio litigioso, dove ogni piano odia l’altro ma l’amministratore resta sempre lo stesso. L’altro ha preso il Torino, una ferita storica già aperta, ed ha deciso di tenerla scoperta, così, “per vedere se guarisce da sola”… Spoiler: non è successo. Una volta si vantavano dei conti in ordine. Oggi quei conti sembrano scritti con un pastello consumato su un tovagliolo spiegazzato. Il bilancio come religione, poi come scusa, infine come barzelletta. Faticano a far quadrare i numeri anche con un diagramma di flusso ed un corso accelerato per principianti. Il mercato di gennaio è l’autopsia finale. Da una parte Lotito che vende due dei tre migliori giocatori di una rosa già saccheggiata negli anni, come uno che smonta i mobili e le finestre di legno, brucia tutto per scaldarsi e poi si stupisce del freddo. Dall’altra Cairo, questuante elegante, che tenta di far fuori chi è arrivato con un ingaggio pensante e nel contempo mendica prestiti come se fossero favori personali, preparando l’ennesimo girone di ritorno senza obiettivi, senza rabbia, senza vergogna. Vent’anni di gestione ed il risultato è questo: stadi pieni di silenzio, cori trasformati in fischi, bandiere che non sventolano più ma tremano. Un evento quasi estintivo di massa: non dei club, ma del sentimento. Ed allora la domanda resta lì, nuda e cattiva come una mattina senza alibi: il calcio italiano ha davvero bisogno di personaggi così? O è solo assuefatto a confondere la sopravvivenza con la mediocrità, il comando con il merito, la longevità con la grandezza? Perché governare a lungo non significa costruire: a volte significa solo resistere mentre tutto intorno muore. 

 Ernesto Bronzelli.

... Torino 1 - Udinese 2 ...

Al netto delle nefandezze della società, il Torino in casa è diventato un enigma irrisolvibile, un paradosso calcistico che rasenta l’autosabotaggio. Il fattore campo, un tempo arma e identità, oggi è un peso che la squadra si porta dietro come una zavorra. Prestazioni molli, approcci sbagliati, primi tempi regalati sistematicamente agli avversari: al Grande Torino si entra in campo senza fame, senza rabbia, senza quella cattiveria che dovrebbe essere il minimo sindacale davanti alla propria gente. I risultati casalinghi sono lo specchio di una squadra che non ha certezze, che non sa cosa vuole essere e che vive di fiammate isolate più che di un’idea solida. Vincere fuori e sbriciolarsi in casa non è sfortuna, è un problema strutturale. E qui il focus non può che spostarsi su Baroni, perché questa schizofrenia tecnica e mentale porta inevitabilmente la sua firma. Il Torino cambia volto ogni settimana, moduli e interpreti sembrano pescati a caso, senza una logica riconoscibile. Non c’è continuità, non c’è crescita, non c’è un piano leggibile. La squadra non sa gestire i momenti della partita, non sa reagire agli schiaffi, non sa nemmeno proteggere un risultato. Baroni appare in balia degli eventi, sempre un passo indietro rispetto alle difficoltà, incapace di dare un’identità chiara a un gruppo che ormai riflette la sua confusione. Se dopo mesi il Torino è ancora così altalenante, il problema non è più episodico: è la guida tecnica che non sembra capirci molto. 


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 #lapanciadeltifoso torinista incazzato nero, deluso, amareggiato. Lega Serie A giornata 19 del 7 Gennaio 2026 #TorinoUdinese 1-2. Siete solo dei buffoni, a partire dal PresiNIENTE. Sono stanco di vedere il mio Torello senza palle, senza idee, con un allenatore nel pallone.. dove è finito il nostro Toro.. Ogni volta che proviamo ad alzare la testa ce l'abbassano quei 4 c... in campo. Il gran capo dirà che tutto va bene, faremo, vedremo.... sono 20 anni che sentiamo queste buffonate.

... Trump se ne fotte! ...

𝐂𝐡𝐞 𝐠𝐥𝐢𝐞𝐧𝐞 𝐟𝐨𝐭𝐭𝐞, 𝐚 𝐓𝐫𝐮𝐦𝐩 

Il #buongiorno di Giulio Cavalli 

Tutto nel giro di poche ore. Ieri negli Usa si celebrava l’anniversario dell’assalto dei trumpiani a Capitol Hill: cinque anni fa lo sconfitto Donald Trump sguinzagliava i suoi seguaci per provare a rovesciare il risultato delle democratiche elezioni statunitensi. Cinque anni dopo quel cencio imperialista e psicopatico vorrebbe insegnare al mondo cosa sia la democrazia, con il diritto internazionale impiastricciato sotto le sue suole. È il nuovo mondo, quello dell’imperialismo cleptocratico che scalda i cuori dei cialtroni innamorati della forza. E nell’anniversario di Capitol Hill il Dipartimento di giustizia americano registra una clamorosa marcia indietro sulla dubbia accusa nei confronti del leader venezuelano Nicolás Maduro che l'amministrazione Trump aveva promosso lo scorso anno per preparare il terreno per rimuoverlo dal potere: guidare un cartello della droga chiamato Cartel de los Soles. Tutta feccia buona per la propaganda. Ora il “cartello di Maduro” per cui si sono strappati le vesti Meloni e i suoi compari è diventato un "sistema di patronato" e una "cultura della corruzione" alimentata dal denaro della droga. A loro interesserà pochissimo: essere ignoranti in diritto consente illimitata felicità ignorante. Interesserà poco anche a coloro che intravedevano María Corina Machado alla guida del Venezuela: alla Casa Bianca la fresca vincitrice del Nobel per la pace "non gode di sufficiente rispetto" per guidare il Paese. Carta straccia anche le previsioni di qualche liberale nostrano. Parlando ai deputati repubblicani al Kennedy Center, Donald Trump ha annunciato che incontrerà presto le compagnie petrolifere. 
Questo conta, solo questo. Che gliene fotte del ripristino della democrazia e del diritto.

martedì 6 gennaio 2026

... una faccenda di bulli!! ...

Bullo grande e bullo piccolo 

Michele Serra 

 Chi non sa cosa diavolo dire (von der Leyen, per esempio) fa dichiarazioni edificanti quanto vaghe, tipo “siamo al fianco dei venezuelani”. Che non vuole dire niente, ma purtroppo in politica nessuno pensa mai che un decoroso silenzio, quando non si sa che pesci pigliare, vale molto di più di un balbettio pilatesco. Certo, non è facile prendere posizione su quello che sembra più un titolo di cronaca nera che una pagina di politica internazionale: “Caudillo in declino rapito nella notte, nella sua camera da letto, da un commando di stranieri armati fino ai denti”. Ma impressiona assai constatare come anche un sacco di begli spiriti democratici non abbiano trovato nulla da ridire su un atto così platealmente illegale, arbitrario e violento. Almeno per salvare la forma. Ma, come già detto ormai infinite volte negli ultimi tempi, la forma è data ormai per spacciata: perché mai, dunque, tentare di salvarla? E poi Maduro era un tirannello, al potere grazie a brogli e prepotenze, amico degli ayatollah, di Putin, dei poveri cubani (allo stremo perfino più dei venezuelani), ne consegue che bisogna essere felici della sua caduta e non farsi troppe domande su ragioni e metodo della detronizzazione. Esiste un fondamentalismo occidentale che pensa in modo occidentale solo quando si tratta di fare le pulci a chi non ha molta pratica di democrazia e di diritti. Quando poi si tratta di menare le mani, però, democrazia e diritti diventano un impiccio. La trave negli occhi altrui diventa una pagliuzza negli occhi dei “nostri”. Ma le travi sono travi, e una politica di sopraffazione coloniale rimane odiosa, e antidemocratica, anche quando un bullo grande annienta un bullo piccolo

... 6/1/1980 ...

Il 6 gennaio 1980, il presidente della Regione siciliana Piersanti Mattarella, considerato l’erede politico di Aldo Moro, viene assassinato. Dopo l’assoluzione, nel 1999, dei neofascisti Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini, a tutt’oggi si conoscono soltanto i mandanti mafiosi dell’omicidio, ma non gli esecutori materiali ed è ancora in corso un’inchiesta per individuarli. Miguel Gotor prende le mosse dal delitto Mattarella per compiere un viaggio inquietante attraverso le stratificazioni del potere italiano soffermandosi sugli «ibridi connubi» tra neofascismo, massoneria occulta, mafia e apparati deviati dello Stato. La ricerca approfondisce anche le relazioni tra l’omicidio Mattarella e le stragi di Ustica e di Bologna di pochi mesi dopo, sullo sfondo di uno scenario internazionale in profondo cambiamento a causa della decisione degli Stati Uniti e della Nato di installare in Sicilia i missili Cruise contro la Libia e l’Unione Sovietica. L’autore affronta, con il rigore del metodo storico e uno stile avvincente, il contesto in cui l’assassinio di Mattarella è maturato, mettendo in luce temi e snodi che ancora incidono sulla storia del nostro Paese. 
Un libro importante sull’Italia di ieri che parla all’Italia di oggi e alla sua crisi.
Il 6 gennaio 1980 veniva ucciso Piersanti Mattarella, Presidente della Regione Sicilia. A 46 anni di distanza ancora non si riesce a fare luce sui responsabili dell'omicidio, pur nella quasi certezza che terroristi fascisti, mafia, politica e servizi deviati, siano stati uniti per compromettere la Democrazia in Italia. Se neppure il Presidente della Repubblica, suo fratello sia riuscito ad ottenere giustizia, immaginiamo come possano averla i comuni Cittadini, coinvolti in eventi luttuosi! 

Questo NON è uno Stato DEMOCRATICO! 

Alessandro Ursitti.

... uno schifoso cialtrone! ...

A DESTRA SI LEVA UNA VOCE FUORI DAL CORO 


"Trump è un cialtrone, un disintegratore del diritto internazionale. Spero che lo destituiscano. Sta minacciando tutti i Caraibi, si vuole prendere pure la Groenlandia". Giorgia Meloni ha definito il colpo di Stato legittimo. "La mia amica Meloni ha scelto di salire sul carro trumpiano, non dice come in Ucraina che c’è un aggressore e un aggredito. Anche Macron ha detto che i venezuelani sono stati liberati da un dittatore, una cosa se possibile ancora più scandalosa. Qui siamo alla legge della foresta". Maduro non è un dittatore? "Perché Trump che idea ha della democrazia? Qui non si parla più nemmeno di una azione preventiva per giustificare il colpo di Stato, che già sarebbe enorme; si parla addirittura di legittima difesa". Diranno Cardini l’antI-imperialista. "Mi hanno dato del fascista, del cattolico organico, dello stalinista come il mio amico Canfora, anarchico comunista come Moni Ovadia. Mi prendo quest’altra decorazione". Perché Maduro è stato deposto? "Per il petrolio. Alla fine tutto ruota attorno al petrolio. Poi non ha voluto fare la volontà degli Stati Uniti, questa cosa Trump non gliel’ha perdonata". Chi sarà il prossimo? "Penso l’Iran". Cosa la preoccupa? "Sono saltate tutte le difese del multilateralismo. Siamo al disordine completo, assoluto. Trump non è solo un pirata, è molto peggio. Quello che ha fatto è un crimine internazionale". 

(Dall'intervista di Concetto Vecchio a Franco Cardini, storico e intellettuale considerato di destra, oggi su Repubblica)

... Epifania 2026 ...

... e con oggi le feste di fine anno sono finite ... forza al lavoro!!

lunedì 5 gennaio 2026

... giù le mani, bastardo! ...

Dichiarazione del Primo ministro della Groenlandia. 

"Siamo stati per generazioni un amico stretto e leale degli Stati Uniti. Abbiamo camminato fianco a fianco nei momenti difficili. Ci siamo assunti responsabilità per la sicurezza nell’Atlantico settentrionale — e non da ultimo per il Nord America. Questo è ciò che fanno i veri amici. Proprio per questo motivo, la retorica attuale e ripetuta che proviene dagli Stati Uniti è del tutto inaccettabile. Quando il Presidente degli Stati Uniti parla di “aver bisogno della Groenlandia” e ci collega al Venezuela e a un intervento militare, non è solo sbagliato. È irrispettoso. Il nostro Paese non è un oggetto nella retorica delle grandi potenze. Siamo un popolo. Uno Stato. Una democrazia. E questo deve essere rispettato — soprattutto da amici stretti e leali. Facciamo parte della NATO e siamo pienamente consapevoli della posizione strategica del nostro Paese. Comprendiamo anche che la nostra sicurezza dipende da buoni amici e da alleanze solide. In questo contesto, un rapporto rispettoso e leale con gli Stati Uniti è molto importante. È così da decenni. Ma le alleanze si fondano sulla fiducia. E la fiducia richiede rispetto. Minacce, pressioni e discorsi di annessione non hanno posto tra amici. Non è così che ci si rivolge a un popolo che ha dimostrato ripetutamente responsabilità, stabilità e lealtà. Ora basta. Niente più pressioni. Niente più allusioni. Niente più fantasie di annessione. Siamo aperti al dialogo. Siamo aperti al confronto. Ma devono avvenire attraverso i canali appropriati e nel pieno rispetto del diritto internazionale. E i canali appropriati non sono post casuali e irrispettosi sui social media. La Groenlandia è la nostra casa e il nostro territorio. E rimarrà tale. 🇬🇱" 

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Kateryna Sadilova

... solo una transazione! ...

La giornalista di New Station, Libby Dee: "Lei ha detto di essere stato molto arrabbiato. In realtà ho molte domande". Donald Trump: "Sì. È così. Mi dica, da dove viene?" Libby Dee: "Vengo da New Station, mi chiamo Libby Dee. Dunque, lei ha detto di essere stato molto arrabbiato con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, se fosse stato lui a colpire la residenza di Vladimir Putin". Donald Trump: "Non credo affatto che un attacco del genere sia mai avvenuto. Davvero". Libby Dee: "Quindi, in quella telefonata Putin le ha detto che l’attacco c’è stato. Lei poi è uscito pubblicamente dichiarando di aver creduto a Putin. Questo ha suscitato critiche." Donald Trump: "Qualcosa è effettivamente successo nelle vicinanze, ma non aveva nulla a che fare con questo". Libby Dee: "Perché in quel momento ha creduto a Putin e poi è uscito a dire queste cose sull’Ucraina?" Donald Trump: "Perché allora nessuno sapeva nulla. L’ho sentito per la prima volta proprio in quel momento. Lui (Putin – ndr) ha detto che la sua casa era stata attaccata. Noi non crediamo che sia successo — almeno adesso, dopo aver potuto verificare. Ma allora era la prima volta in assoluto che ne sentivamo parlare. Noi speriamo semplicemente che la Russia e l’Ucraina risolvano la questione. Sa, a noi non costa nulla. In realtà, noi addirittura guadagniamo, perché, a differenza di Biden… Biden ha dato 350 miliardi di dollari — li ha semplicemente regalati. Io invece ne ho recuperata una parte significativa, perché abbiamo concluso un accordo sulle terre rare, siamo entrati nel settore dei metalli rari. E recupereremo molti di quei soldi — forse tutti, forse addirittura più di tutti." Ovviamente non esiste una cifra reale di 350 miliardi di dollari “dati” all’Ucraina. Le stime ufficiali USA (aiuti militari, finanziari e umanitari) sono molto più basse e soprattutto spalmate su più anni. Trump somma tutto, spesso includendo aiuti futuri non ancora erogati, valore nominale di armamenti vecchi, costi interni USA (produzione, stoccaggio, rinnovo scorte), a volte persino contributi europei. Ogni volta che ripete il numero, lo alza, perché l’effetto emotivo aumenta: indignazione, rabbia, “spreco”. Ma il passaggio più grave non è nemmeno il numero falso. È questo: “Biden li ha regalati, io invece li recupero”. Qui l’aiuto a un Paese invaso viene reinterpretato come un investimento da monetizzare. Con questo approccio la guerra diventa un bilancio, la sicurezza collettiva un affaree gli accordi internazionali carta straccia se non rendono. Non stancherò di ripetere: gli Stati Uniti sono firmatari del Memorandum di Budapest. Non era beneficenza, non era un favore all’Ucraina: era un impegno politico e di sicurezza in cambio della rinuncia all’arsenale nucleare. E oggi sentir dire “non ci costa nulla, anzi guadagniamo” è una negazione esplicita dello spirito di quell’accordo. Il messaggio implicito è devastante: rinunciare alle armi nucleari non conviene, le garanzie di sicurezza valgono finché sono convenienti, la difesa dell’ordine internazionale diventa una transazione. 

 Kateryna Sadilova.

... decima puntura!! ...

... e dieci! Ancora una a febbraio e poi basta ... per ora!!

domenica 4 gennaio 2026

... Trump, il porco! ...

TRUMP, JOHN WAYNE ED IL PETROLIO 


 Trump non è il diplomatico, non il giurista, non il moralista. È il cowboy. Entra in scena come John Wayne nei western: non spiega, non argomenta: lui sistema. C’è un cattivo, c’è una terra ricca, c’è una pistola. Fine della complessità. Non dice: “Interveniamo per il petrolio.” Dice qualcosa di peggio: interveniamo perché possiamo. Il petrolio è solo il premio finale, come il ranch alla fine del film. Altro che meno ipocrita: è un’ipocrisia diversa, più rozza. Non quella che si giustifica, ma quella che si compiace. Trump non recita il ruolo del liberatore. Recita quello dello sceriffo che arriva in una città che non gli ha chiesto nulla e che, guarda caso, sorge sopra un giacimento. Il messaggio non è: “Lo facciamo per voi.” È: “Abituatevi.” Il problema di questo atteggiamento non è la violenza. È l’arroganza che la precede. È l’idea che la forza non abbia più bisogno di spiegazioni ma solo di telecamere. Quando il potere smette di mentire rinuncia persino alla fatica dell’alibi. Il cowboy funziona finché è cinema. Ma nella politica internazionale produce una dottrina semplice: se sei forte, hai ragione; se sei debole, sei colpevole. E così la guerra non è più l’ultima opzione, ma una scorciatoia amministrativa. Un atto di gestione. Un file da chiudere. Oggi tocca al Venezuela. Domani a qualcun altro. Non perché sia peggiore, ma perché ha qualcosa che serve. Il western, almeno, finiva con l’eroe che se ne andava. Qui restano i contratti, le basi, i consulenti. E una lezione chiarissima: non serve più fingere di salvare il mondo. Basta possederlo a voce alta. 

 Luigi Maria Vitali.

... la norma svuotata! ...

𝐕𝐞𝐧𝐞𝐳𝐮𝐞𝐥𝐚. 𝐋𝐚 𝐠𝐮𝐞𝐫𝐫𝐚 𝐝𝐢 𝐓𝐫𝐮𝐦𝐩 𝐚𝐥 𝐝𝐢𝐫𝐢𝐭𝐭𝐨 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐧𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞 

articolo di Massimo Lensi 


 Il diritto internazionale della Carta delle Nazioni Unite sta attraversando una fase di trasformazione che non può più essere letta come una semplice crisi di applicazione. Non si tratta di violazioni episodiche, né di deviazioni patologiche di un sistema altrimenti funzionante, ma di un processo strutturale di ridefinizione dell’uso della forza, che avviene attraverso prassi reiterate, tollerate e progressivamente normalizzate. Il risultato è uno slittamento dell’ordine giuridico internazionale da un sistema fondato sul divieto dell’uso della forza a un sistema nel quale la forza viene giuridicamente “addomesticata” tramite giustificazioni formali. La recente operazione militare statunitense in Venezuela si colloca, sotto questo profilo, in una linea di continuità con l’“operazione militare speciale” della Federazione russa in Ucraina e con l’intervento armato israeliano nella Striscia di Gaza. In tutti questi casi si evita accuratamente la qualificazione giuridica di guerra, ormai divenuta politicamente e giuridicamente ingombrante, preferendo categorie più elastiche: conflitto armato non internazionale, operazione di sicurezza, azione di autodifesa, intervento mirato. Il lessico cambia, ma la sostanza resta: uso della forza armata contro un altro soggetto statale o su un territorio la cui sovranità è internazionalmente riconosciuta. Il nodo centrale è l’erosione dell’articolo 2, paragrafo 4, della Carta ONU, formalmente intatto ma sostanzialmente svuotato. Il divieto dell’uso della forza, concepito come norma cardine dell’ordine internazionale post-1945, viene progressivamente aggirato attraverso un’estensione indebita delle eccezioni ammesse, a partire dall’autodifesa di cui all’articolo 51. La nozione di autodifesa, originariamente pensata come risposta necessaria e proporzionata a un attacco armato in atto, viene trasformata in autodifesa preventiva, permanente, estesa, talvolta addirittura indeterminata nel tempo e nello spazio. Parallelamente, concetti del diritto internazionale classico vengono piegati a funzioni giustificative che non reggono a un’analisi rigorosa. L’autodeterminazione dei popoli, principio nato per accompagnare i processi di decolonizzazione, viene invocata per legittimare secessioni eterodirette, annessioni di fatto o interventi armati sotto pretesti etnici e culturali. La tutela delle popolazioni civili o delle minoranze nazionali viene separata dai meccanismi multilaterali di protezione e ricondotta a iniziative unilaterali di potenze armate. La Russia giustifica l’invasione dell’Ucraina come atto di protezione delle popolazioni russofone del Donbass; Israele rivendica un diritto di autodifesa che tende a configurarsi come permanente e non territorialmente circoscritto; gli Stati Uniti intervengono militarmente in nome della sicurezza globale e della lotta a minacce transnazionali, come il narcotraffico; la Cina rivendica Taiwan in nome del principio della riunificazione nazionale, presentata come dato storico e giuridico preesistente all’ordine internazionale vigente. In tutti i casi, la giustificazione giuridica appare costruita ex post per adattare l’azione militare a un quadro normativo che viene formalmente rispettato e sostanzialmente svuotato. Questo insieme di prassi produce effetti che vanno oltre il singolo caso. La reiterazione di comportamenti simili, accompagnata da una retorica giuridica coerente e dalla sostanziale impotenza degli organi collettivi di sicurezza, contribuisce alla formazione di una nuova consuetudine internazionale, o quantomeno di una nuova opinio juris deformata, nella quale l’uso della forza non è più eccezione ma opzione. La giurisprudenza della Corte internazionale di giustizia resta formalmente ancorata ai principi della Carta, ma il suo peso sistemico risulta sempre più marginale rispetto alla realtà delle relazioni di potenza. Si assiste così alla nascita di un nuovo ordine globale non codificato, fondato non sulla legalità condivisa ma sulla capacità degli attori più forti di imporre la propria interpretazione delle norme. Il diritto internazionale non scompare: cambia funzione. Da limite al potere diventa strumento di legittimazione del potere stesso, linguaggio tecnico attraverso cui la forza viene resa presentabile, giustificabile, accettabile. La Carta ONU resta il testo di riferimento, ma viene progressivamente svuotata dall’interno. Non è l’atto di morte del diritto internazionale, bensì la sua metamorfosi in un diritto della forza, nel quale ciò che conta non è più la conformità alla norma, ma la credibilità dell’argomentazione giuridica che accompagna l’uso delle armi.

... zone d'influenza ...

Se il grande cruccio dell’amministrazione Trump fosse stato il narcotraffico, allora gli Stati Uniti avrebbero dovuto bombardare il Messico, dov’è cucinato il fentanyl che piega in due la gioventù sui marciapiedi dei sobborghi di Filadelfia e San Francisco e Detroit. È di tutta evidenza, invece, come la questione sia piuttosto strategica - geopolitica, mi si passi la parolaccia - e come l’operazione militare che questa mattina ha portato alla cattura di Nicolás Maduro sia mossa da ragioni non del tutto dissimili da quelle che quattro anni or sono mossero la Russia verso la sciagurata invasione dell’Ucraina. La verità è che, in un mondo segnato da una competizione globale così intensa, così feroce, così bellicosa, tornano in auge vecchi concetti che si credevano estinti nei meandri del Novecento: le zone d’influenza, i cortili di casa, persino gli spazi vitali delle nazioni. • La dottrina Monroe, di recente ribattezzata dottrina Donroe da qualche commentatore statunitense che non ricordo, risale addirittura a due secoli fa: è l’asserzione dell’influenza incontrastata degli Stati Uniti nell’emisfero occidentale, l’America agli americani, fuori i coloni europei dal continente. Solo che ai tempi di Trump dover sloggiare è la Cina, che in un decennio e mezzo ha messo le radici in America Latina con la solita leva delle infrastrutture, dei prestiti e degli investimenti, dalla Terra del Fuoco fino al Canale di Panama. Il Venezuela, aggirando le sanzioni, esporta segretamente in Cina tra il 75 e l’85 per cento del petrolio che produce, ed è a ben vedere tassello cruciale di un mosaico che va pian piano a compimento: il Cile da quest’anno sarà governato da un presidente filo-americano, così come l’Argentina e l’Ecuador, il Paraguay ed El Salvador, la Bolivia e la Repubblica Dominicana. In Colombia si voterà nel 2026 e potrebbe uscire di scena il pittoresco Petro, a lasciare il solo Lula erede del contrasto all’egemonia degli Usa nel continente, con la trascurabile eccezione di Cuba. Non a caso il Brasile è gravato da dazi statunitensi del 50 per cento, tra i più pesanti al mondo. • Lungi da me far passare una qualsivoglia analogia tra il Venezuela e l’Ucraina. Quello di Maduro era (?) un regime oppressivo e odioso, che tra le altre cose utilizza(va) ostaggi stranieri (vedi il povero Trentini) come leva per guadagnarsi riconoscimento politico e potere negoziale con i governi occidentali. Negli ultimi anni aveva preso pure a rivendicare la propria sovranità sul Territorio Essequibo, governato dalla Guyana, al largo delle cui coste erano di recente state scoperte risorse petrolifere. Ciò detto, l’operazione della Forza Delta dell’esercito statunitense ha il merito di rivelare per intero la stupidità della cosiddetta operazione militare speciale di Putin, che avrebbe voluto far fuori Zelensky in maniera non dissimile da come Trump ha fatto fuori Maduro, e che tuttavia a quattro anni di distanza resta impantanato in una sanguinosissima guerra dalla quale, con buona pace dei proclami e delle percentuali della Casa Bianca, continua a non vedersi via d’uscita. • È ben possibile che l’azione statunitense sia stata assai facilitata da un negoziato con i Maduro. Lo fanno trapelare fonti dell’opposizione venezuelana, e in effetti le tempistiche e le modalità dell’operazione sono sospette. Tutto molto veloce, tutto - a quanto pare al momento - senza un colpo sparato dai militari fedeli al presidente venezuelano. Delle due l’una: o Maduro è stato tradito, oppure si è consegnato (in cambio di cosa?) a Trump. Sia come sia, né Trump, né Maduro ce lo diranno mai. • I fatti di Caracas segnalano pure come Marco Rubio, basso profilo, si stia ritagliando un ruolo sempre più centrale e decisivo all’interno dell’amministrazione Trump. Lui, latino, è stato il grande promotore dell’azione Usa in Venezuela: ne scriveva il New York Times addirittura in estate. È passato molto sotto silenzio il fatto che, oltre a quello di segretario di Stato, abbia mantenuto anche l’incarico di consigliere per la sicurezza nazionale, che aveva assunto temporaneamente dopo il licenziamento di Mike Waltz a seguito del caso Signalgate. In certe amministrazioni è un ruolo pure più importante di quello di segretario di Stato, perché ti garantisce una scrivania alla Casa Bianca. Rubio è riuscito evidentemente a imporre nei mesi il dossier venezuelano al centro dell’attenzione della squadra di politica estera dell’amministrazione, cosa che non sarebbe mai riuscito a fare se non avesse - lui che pure fu un feroce critico di Trump alle primarie repubblicane del 2016 - guadagnato la totale fiducia del presidente statunitense. Non darei per scontato che sia Vance il candidato in pectore del Partito repubblicano alle presidenziali del 2028. • Ho il sospetto che la reazione degli amici del Venezuela sarà poca cosa. Maduro è ormai andato. C’è da chiedersi, piuttosto, se la Cina non sia indotta ad accelerare i piani per l’invasione di Taiwan. Nell’ottica di Pechino non serve aspettare le mosse degli Stati Uniti per giustificare la conquista di quella che è considerata da sempre una provincia ribelle. Ma se gli Stati Uniti fanno fuoco e fiamme per mettere in sicurezza il proprio cortile di casa, la Cina ha buoni argomenti per rivendicare davanti alla comunità internazionale l’uso della forza come mezzo lecito per raggiungere la riunificazione. Taiwan, va pure detto, sarà un teatro di guerra ben più complesso del disastrato Venezuela e forse non è un caso che, poche settimane prima di entrare in azione a Caracas, l’amministrazione Trump abbia autorizzato la vendita di armamenti a Taipei per più di 11 miliardi di dollari. Ex post se ne è capita la ratio. 

 Gianmarco Volpe.

... Verona - Torino ...

... prossima partita mercoledì 7/1 ...

sabato 3 gennaio 2026

... 3/1/1925 ...

3.1.1925 – IL DUCE ASSASSINO DIVENTA DITTATORE: I NOSTALGICI FANNO ANCORA FESTA? 

Se mio zio avesse potuto processarlo… (e non è una battuta). 

Le indagini sull’omicidio di Giacomo Matteotti furono affidate al magistrato Mauro Del Giudice, fratello di mio nonno. Nonostante ostacoli continui e ripetuti tentativi di depistaggio, il giudice riuscì a individuare e a far arrestare gli esecutori materiali del delitto: la Banda Dumini, un gruppo di fascisti violenti utilizzati dal regime per mettere a tacere gli oppositori politici. Malgrado blandizie e pesanti intimidazioni, mio zio portò avanti l’istruttoria. Dalle indagini emersero elementi chiari che indicavano Mussolini stesso come mandante dell’assassinio. La notizia suscitò un’indignazione crescente in Italia e all’estero, tanto che Mussolini tentò l’ultima mossa: chiamare a raccolta, in sua difesa, fascisti, monarchici e liberali di destra. Lo fece con il discorso arrogante e terribile del 3 gennaio 1925, nel quale si assunse la “responsabilità politica, morale e storica” della morte di Matteotti. Quel giorno nefasto, con l’avallo del Re, ebbe inizio il ventennio fascista: soppressione delle libertà democratiche, della libertà di stampa e di pensiero, del diritto di manifestare, abolizione dei partiti politici. Il processo per il delitto Matteotti venne sottratto al suo giudice naturale. Mio zio fu allontanato da Roma e destinato ad altra sede; i membri della Banda Dumini subirono condanne lievissime e furono presto scarcerati. 

Chissà cosa starebbe provando oggi mio zio, sapendo che a oltre 80 anni dalla sconfitta del fascismo il Presidente del Senato espone sulla scrivania il busto del Duce e che l’attuale Premier è fondatrice di un partito che porta ancora nel simbolo la fiamma tricolore di fascista memoria. 

Sono sicuro che di mio zio le ossa 
Si stiano rivoltando nella fossa. 

 Mauro Del Giudice.

... il "Re" Petrolio! ...

Quando lo dicevo io venivo insultato, deriso, chiamato “comunista di m***a”. Oggi invece lo dice Trump stesso, senza più nemmeno fingere: “Saremo finalmente coinvolti nell’industria petrolifera venezuelana.” Ecco la verità, nuda e cruda. Altro che “democrazia”, altro che “libertà del popolo venezuelano”. Si è sempre trattato di petrolio. Del più grande bottino energetico del pianeta. Gli Stati Uniti — una superpotenza militare ed economica — pretendono di mettere le mani sulle risorse di un altro Paese sovrano, e c’è ancora chi ha il coraggio di chiamarlo “aiuto”, “transizione”, “intervento necessario”. No: questo è colonialismo moderno, è rapina geopolitica, è il solito copione riscritto mille volte. E fanno ancora più schifo tutti i governi che applaudono, che si accodano, che giustificano. Governi servi, senza dignità, pronti a chiudere gli occhi davanti al furto purché arrivi una briciola di vantaggio politico o economico. Gli stessi che parlano di diritto internazionale solo quando conviene. Gli stessi che gridano allo scandalo se lo fa un nemico, ma tacciono quando lo fa Washington. Il Venezuela non è “malato”: è ricco di petrolio, ed è questo il suo vero crimine. E Trump, con la sua solita brutalità, ha fatto quello che gli altri facevano in silenzio: ha detto la verità. 
A chi mi insultava, a chi rideva, a chi difendeva l’indifendibile: non servono più spiegazioni. Servirebbero solo delle SCUSE. 

Comitato di cittadini attivi e democratici in difesa della Costituzione 

Vincenzo San.

... Giuseppe Conte ...

L’aggressione americana al Venezuela non ha nessuna base giuridica. Siamo di fronte a una palese violazione del diritto internazionale, che certifica il predominio del più forte e meglio equipaggiato militarmente. Il Governo Meloni condanni questi attacchi e tuteli i nostri connazionali. E spero che l’intera comunità internazionale si faccia sentire e che tutti comprendano che se le regole valgono solo per i nemici e non per gli amici, nessuno potrà sentirsi più al sicuro. Né può valere di per sé a giustificare l’attacco a uno Stato sovrano la natura illiberale del suo governo. Per noi il diritto internazionale non vale fino a un certo punto. 

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 Venezuela 

 Sarà interessante nei prossimi giorni leggere gli arrampicamenti sugli specchi di coloro che giustificano l'imperialismo. Quello "buono" degli Stati Uniti che fanno pulizie nel cortile di casa e bombardano il Venezuela rapendo Presidenti, nei confronti di quelli "cattivi" tipo quello di Putin sull'Ucraina o di Xi Jing Ping su Taiwan, che invece vanno contrastati perchè ostili al nostro imperialismo. O meglio: non al nostro imperialismo, ma a quello americano Nella realtà, comincia decisamente a prendere forma il nuovo mondo multipolare imperialista con la ridefinizione delle proprie rispettive "aree di influenza". Gli Stati Uniti arretrano consci di non poter più esercitare un potere di Dominio globale e quindi si arroccano prendendosi il "loro", a cominciare dall'area delle due Americhe, ripristinando così la dottrina Monroe. Alla Russia tocca l'Ucraina, e alla Cina come ribadito dal Presidente cinese nel discorso di Capodanno, tocca Taiwan. In queste aree nessuno deve cagare il cazzo agii altri, i conflitti scatteranno solo nelle zone ibride fuori dalle rispettive aree di influenza che saranno le nuove aree contese, dove si scateneranno scontri per interposti partiti politici, eserciti e supporter, golpe, nuove alleanze, tradimenti e accordi coi potenti utili al momento. L'Europa? Non pervenuta, continueranno a chiedersi come oche chi è l'aggredito e chi è l'aggressore? Meglio si farebbe a farsi una domanda: se non sei più considerato area di influenza strategica degli Stati Uniti, allora vuol dire che il soggetto "ibrido", il prossimo pollo nel piatto, sei tu... 

 Paolo Soglia,

venerdì 2 gennaio 2026

... il ritorno ... (sperato) ...

IL RITORNO DEL PARTIGIANO: SE PERTINI TORNASSE OGGI 

Ho guardato "Sono tornato" di Luca Miniero, dove un Mussolini risorto trova un'Italia pronta a piegarsi ancora. Mi ha impressionato. Allora ho provato a immaginare il ritorno dell'unico uomo capace di fermare quella deriva: Sandro Pertini. Immaginate il "Presidente Partigiano" che cammina oggi per Roma. Vede i busti del Duce nelle case di chi governa, della seconda carica dello Stato, legge di ministri che esaltano Almirante, osserva i tagli feroci alla sanità mentre si spendono miliardi in armi. Quella sera Pertini non resterebbe a casa. Correrebbe al Quirinale. Si siederebbe nell'ombra, ascoltando l'ultimo discorso di Mattarella: parole misurate, felpate, "istituzionali". Appena spenta la luce rossa della diretta, Pertini balzerebbe in piedi. Non sarebbe solo deluso. Sarebbe furibondo. FACCIA A FACCIA: "SERGIO, QUESTA NON È PRUDENZA, È RESA!" Pertini: (urlando, sbattendo la pipa sul tavolo di rappresentanza) «Sergio, basta! Ho ascoltato mezz'ora di nebbia! "Auguri", "speranza", "coesione"... Ma quale coesione?! Fuori c'è un Paese che brucia e tu parli col velluto! Hai visto quei ragazzi nelle piazze? Manganellati perché chiedono un futuro! E tu, che sei il Capo dello Stato, non hai detto una parola ferma contro chi usa la forza per tappare la bocca ai giovani! Ti ricordi cosa dissi nel 1983? "Battetevi sempre per la libertà e la pace!" (31/12/1983). Oggi quei giovani sono soli, e lo Stato li tratta da criminali!» Mattarella: «Sandro, il mio ruolo impone equilibrio tra i poteri...» Pertini: «L'equilibrio con chi?! Con chi occupa la Rai e ne fa l'ufficio stampa del regime? Con chi vuole la Magistratura sottomessa alla politica? Io nel 1979 dissi che le istituzioni devono essere una "casa di vetro" (31/12/1979). Oggi quella casa è oscurata dalla propaganda! E vogliamo parlare della Costituzione? La stanno smontando pezzo per pezzo! Il Premierato per dare tutto il potere a uno solo, l'Autonomia per condannare il Sud alla fame. Io nel 1982 avvertivo: "Guai a chi cercherà di manometterla!" (31/12/1982). E tu stai lì, a firmare decreti che umiliano la nostra storia? Questa Carta è nata dal sangue di chi è morto in montagna, non nei salotti della diplomazia!» Mattarella: «La situazione internazionale è complessa, Sandro...» Pertini: (lo interrompe, la voce vibra di sdegno) «È complessa perché abbiamo smesso di avere coraggio! Ho visto i nipoti di chi mi ha torturato seduti al governo. Ho visto il revisionismo che vuole equiparare le vittime e i carnefici. E tu, Sergio, non gridi? Non urli che l'Italia è, e deve restare, visceralmente Antifascista? Le istituzioni non si difendono col silenzio cortese mentre il Paese scivola nel baratro. Si difendono facendo sentire il fiato sul collo a chiunque sogni di trasformare la nostra Repubblica in un feudo autoritario. Sergio, sveglia gli italiani! Digli che la libertà senza giustizia sociale è solo un'illusione per chi muore di fame. Esci da questo palazzo e vai a gridare la verità, prima che sia troppo tardi!» In sintesi, Il Mussolini di Miniero vince se restiamo indifferenti. Il Pertini che sogniamo vince se smettiamo di aver paura delle parole. Non chiamatela "prudenza istituzionale" quando è solo paura di disturbare il manovratore. Se Pertini tornasse oggi, ci chiederebbe una cosa sola: non fatevi rubare la dignità. Ribellatevi, in modo democratico.. fino a quando ne avrete la possibilità. 

 Mauro David.

... la strage ...

Il locale della strage di Capodanno a Crans-Montana, accettava l’ingresso dei sedicenni ma spesso sarebbe stato frequentato anche da ragazzi più piccoli. A raccontarlo un tredicenne all’emittente Bfm Tv, che rivela essere un cliente assiduo del bar. “La gran parte delle discoteche accetta solo maggiorenni e Le Constellation era l’unico locale in cui si poteva andare a 16 anni, anche se in realtà – racconta il ragazzo – di solito non c’erano solo sedicenni ma anche ragazzini più giovani che dicevano ‘tanto non controllano’. Per questo – conclude – la mia paura è che nel bilancio finale delle vittime ci saranno molti minorenni”. La proprietaria di un negozio che si trova a 150 metri dal bar, parlando a Sky News, ha inoltre aggiunto che il bar era noto per essere l’unico, nella zona, che consentiva l’ingresso ai minorenni. La donna, Celine, ha anche affermato che il bar aveva una sola uscita di emergenza. Intanto i due gestori del Le Constellation sono stati interrogati. Lo ha detto la procuratrice svizzera, Beatrice Pilloud, in conferenza stampa a Sion, aggiungendo che una volta individuati responsabili ancora in vita per la strage di Crans-Montana, “verranno avviate tutte le indagini per incendio colposo, omicidio colposo e lesioni colpose”.

... il redivivo Kapustin ...

Se confermato è un colpo durissimo per Putin e la sua intelligence (diciamo anche l'ennesimo considerando come è andata l'invasione su larga scala che avrebbe visto Kyiv crollare in tre giorni etc etc...). Uno sfregio spettacolare, una figura di merda globale devastante. Buon Anno Mr Putin a te e famiglia ❤️ (è confermato 🙈) "L’intelligence militare ucraina (HUR) ha inscenato la morte di Denis Kapustin, comandante del Corpo dei Volontari Russi (RDK), e ha incassato la taglia messa sulla sua testa dai servizi segreti russi, ha rivelato il capo dell’HUR Kyrylo Budanov il 1° gennaio. «Bentornato in vita», ha detto Budanov in un video pubblicato su Telegram, mentre si congratulava con Kapustin e con il team dell’intelligence coinvolto nell’operazione. L’annuncio arriva dopo notizie pubblicate il 27 dicembre secondo cui Kapustin, noto anche con il nome di battaglia “White Rex”, sarebbe stato ucciso durante una missione di combattimento nell’oblast di Zaporizhzhia. Nel comunicato del 1° gennaio, l’HUR ha affermato che quelle notizie facevano parte di una complessa operazione speciale volta a trarre in inganno i servizi di intelligence russi. I servizi segreti russi avevano ordinato la sua eliminazione e stanziato una taglia di 500.000 dollari per il successo dell’assassinio. «La nostra parte ha anche ottenuto i fondi stanziati dai servizi di intelligence russi per portare a termine questo crimine», ha riferito nel video a Budanov il comandante dell’unità speciale Timur. «Al momento, il comandante dell’RDK si trova sul territorio ucraino e si sta preparando a continuare a svolgere i compiti assegnati». Budanov ha accolto Kapustin durante il briefing. «Prima di tutto, signor Denis, congratulazioni per il suo ritorno in vita. È sempre un piacere. Sono lieto che il denaro stanziato per il suo assassinio sia stato utilizzato per sostenere la nostra lotta», ha dichiarato Budanov. Kapustin ha affermato che la sua assenza temporanea non ha influito sulle operazioni dell’unità e ha confermato la propria disponibilità a continuare a guidare il Corpo dei Volontari Russi. «La mia assenza temporanea non ha influito sulla qualità o sul successo delle missioni di combattimento. Sono pronto a spostarmi nell’area operativa e a continuare a comandare l’RDK», ha detto. Il Corpo dei Volontari Russi, guidato da Kapustin, ha condotto incursioni transfrontaliere nelle oblast russe di Belgorod e Kursk nel 2023 e nel 2024, operando insieme ad altre formazioni russe anti-Cremlino legate alle forze di difesa e sicurezza ucraine, come la Legione “Libertà della Russia” e il Battaglione Siberiano." Da The Kyiv Independent Grazie a Kateryna Sadilova per la segnalazione. Puntualizzazione necessaria: Visto che qualcuno qui si è precipitato a puntualizzare sulla figura di Kapustin, mettiamo un po' di cose in ordine. 1) Kapustin è un nazista russo. Sì lo sappiamo, è pieno di nazisti in giro in Europ, in Ucraina, in America non ne parliamo proprio. In Russia stanno al governo e hanno negli anni portato avanti il genocidio ceceno, invaso Georgia, annesso illegalmente Crimea, destabilizzato Donbas, invaso Ucraina. Rapito migliaia di bambini ucraini sottoponendoli a russificazione. Ucciso giornalisti come Anna Politkovskaya e oppositori politici come Nemtsov e Navalny. E cmq su Valigia Blu chi era Kapustin lo abbiamo scritto nel 2023, grazie a Giovanni Savino https://www.valigiablu.it/invasione-russia-belgorod-chi.../ 2) È una traduzione di un articolo di The Kyiv Independent non un mio approfondimento e ho riportato quello che c'è nell'articolo introdotto da un mio commento sul significato dell'operazione. Il punto del post non è chi è il risorto, ma eventualmente la capacità dei servizi intelligence ucraini di beffare i russi e la figura di merda globale di questi ultimi. Sempre se confermato. 3) Se vi precipitate qui (e vi vedo a quale area più o meno appartenete) per puntualizzare questo aspetto io non posso fare a meno di pensare che state rosicando perché in fondo gli ucraini vi stanno sul cazzo. Arianna Ciccone.

giovedì 1 gennaio 2026

... Viva il dissenso! ...

𝐁𝐮𝐨𝐧 𝟐𝟎𝟐𝟔, 𝐝𝐢𝐬𝐬𝐞𝐧𝐬𝐨 

Il buongiorno di Giulio Cavalli per Left 

Se sei contro la guerra sei un pacifinto. Capita di venire circondato, letteralmente e metaforicamente, da guerriglieri da divano oppure da zimbelli retorici rimasti allo slogan dei fiori e dei cannoni. Irresistibili anche i presunti competenti: stanno in partiti che non vota quasi nessuno, scrivono su giornali che non legge nessuno, si stimano tra loro come fedelissimi massoni in fila indiana e hanno coniato l’equazione “guerra uguale serietà”. Sono rottami smentiti dalla storia, fermi sulle stesse posizioni che da mesi vengono smentite alla luce dei fatti. Se sei schifato dalle azioni del governo di Israele sei un amico dei terroristi. Se lecchi il deretano di Netanyahu sei un campione di antisemitismo. Se invece lecchi quello di Putin allora lì no, sei un nemico dell’Occidente. Se chiedi un Paese meno diseguale sei un invidioso, se rivendichi la priorità della sanità pubblica su quella privata sei un illiberale, se chiedi la patrimoniale sei un sabotatore del Pil nazionale, se ritieni indispensabile un salario minimo legale sei un fottutto sindacalista. Ma attenzione: i sindacati non funzionano perché si occupano dei poveri – dicono loro – perdendo di vista i problemi reali, come la nuova acconciatura di Santanché o la temperatura del Prosecco alle prossime Olimpiadi. Se chiedi il rispetto della laicità sei un nemico di dio ma se chiedi il rispetto delle vite umane per mare e per terra sei un buonista nemico della patria. Se dissenti sei un nemico delle Forze dell’ordine, se chiedi il rispetto della legge sei un manetta, per fortuna c’è il referendum. 

 Buon 2026, dissenso.
 Che l’anno nuovo ti preservi in questo Paese. 

 Foto di Marioluca Bariona

... calendario ...

... è ormai un rito scaramantico il mio: dar del bastardo al nuovo mese, salvo poi ricredersi - difficile! - e far marcia indietro ...