sabato 28 febbraio 2026

... fine mese!! ...

L’ULTIMO SPUTO DI TRUMP E NETANYAHU... PISCERANNO SULLE VOSTRE CENERI 



Prosegue il banchetto dei vermi oro e sangue. Guardateli bene, questi due aborti della storia, queste escrescenze purulente che chiamate leader. Trump e Netanyahu: un grumo di grasso dorato e un blocco di ghiaccio cinico, due facce della stessa sifilide globale. Non sono uomini, sono sacchi di bava razzista, di odio idrofobo vestito da democrazia. Hanno gli occhi di chi non fa più sesso con la vita, ma solo con la morte, con il possesso, con lo stupro sistematico di ogni terra che osi respirare senza il loro permesso. Hanno sventrato la Palestina, ne hanno fatto un trofeo di ossa calcinate e carne infantile, un deserto di urla che non disturba i loro aperitivi. E ora? Ora la bava cola verso l’Iran. Vogliono il botto finale, il grande falò atomico per scaldarsi le membra marce. È la danza dei pazzi, la dittatura del capitale che si fa carnefice, che non vede popoli ma solo carne da cannone e giacimenti da stuprare. 

E voi? Voi, l’Europa, questa vecchia baldracca rintronata che si trucca davanti allo specchio mentre la casa brucia. Siete lì, miseri falliti governanti senza dignità e onore con la spina dorsale spezzata, a fare i servi, a lucidare gli stivali di questi due psicopatici sperando di ricevere un avanzo dal trogolo del loro porcile.... questa carcassa di continente che si crede civile mentre tiene il sacco ai ladri. Siamo i camerieri del disastro. Aspettiamo gli ordini da Washington col colletto inamidato, mentre le fiamme che hanno acceso in Medio Oriente stanno già leccando i nostri confini. Siete i complici silenziosi, i ragionieri del massacro, quelli che "bisogna capire il contesto" mentre i bambini evaporano sotto il fosforo bianco. Sentitelo il puzzo di bruciato che arriva? Non è lontano, è già sotto le vostre lenzuola pulite. Quando il Medio Oriente sarà un cratere di cenere, credete che i vostri conti in banca o le vostre patetiche libertà da schiavi istruiti vi salveranno? Quando la loro follia razzista e dittatoriale avrà raso al suolo ogni equilibrio, resterà solo il silenzio di chi non ha avuto il coraggio di sputare in faccia ai propri padroni. State dormendo mentre vi scavano la fossa. Questi assassini non si fermeranno finché non avranno trasformato ogni goccia di sangue in dividendo azionario. Vi schiacceranno come scarafaggi sotto il tacco della loro follia bellica. Siete morti e non lo sapete. Siete già cadaveri che camminano, nutriti di propaganda e indifferenza borghese. Se non sentite il sangue ribollire, se non volete strappare a morsi questa finta realtà, allora meritate di affogare nel merda che questi assassini stanno preparando per tutti noi. Se non sentite il vomito risalire, se non sentite il bisogno di urlare fino a spaccarvi i polmoni contro questa democrazia da bordello, allora siete già cenere. Siete già complici. Siete già morti. Svegliatevi, maledetti, o preparatevi a crepare in silenzio nel vostro salotto bene. Maledetti loro, e maledetti voi che guardate dall'altra parte. 

La festa sta per finire. E il conto lo pagherete con la vostra misera pelle. 


Karima Angiolina Campanelli

... SVEGLIAAA GENTE!!! ...

LA RANA È BOLLITA: SVEGLIA, L’ITALIA STA DIVENTANDO UN’OLIGARCHIA! 


Il disegno eversivo della banda Meloni è ormai sotto gli occhi di tutti. Non è politica, è un assalto frontale alla Costituzione. Stanno smantellando la democrazia pezzo dopo pezzo, mentre noi restiamo a guardare. 

 IL ROGO DELLA GIUSTIZIA 

Il 22 e 23 marzo non si vota una riforma, si vota il funerale della legalità. Vogliono una magistratura sottomessa ai desiderata del Governo. Addio separazione dei poteri: sarà la politica a decidere chi indagare e, soprattutto, chi proteggere. Il principio "la legge è uguale per tutti"? Diventerà "la legge è uguale solo per i nemici dei potenti". 

 IL "MELONELLUM": LA TRUFFA È SERVITA 

Dopo anni a urlare contro le "nomine dall'alto", la Regina del Voltagabbana ci rifila il pacco definitivo: 

 LISTE BLOCCATE: 
La Meloni le chiamava "vergogna", oggi sono il suo strumento per piazzare i soliti noti. I cittadini non scelgono più nessuno. 

 SUPERPREMIO TRUFFA: 
Con solo il 40% dei voti (che col calo dell'affluenza significa una minoranza ridicola) si prendono il 55% dei parlamentari. 

 L'OBIETTIVO FINALE: LO "STRIKE" ISTITUZIONALE 
Hanno capito tutto: svuotano il Parlamento, si prendono la Magistratura e con i loro "nominati" si sceglieranno il prossimo Presidente della Repubblica e tutti gli organi di garanzia. È un colpo di stato silenzioso. 

 NON DIVENTARE UNA RANA BOLLITA! 

 L'unica arma che ci resta è il NO. Il 22 e 23 marzo dobbiamo andare a votare per azzoppare questo disegno criminale. Non cadranno oggi, ma devono uscirne distrutti. 

 Maurizio Moroni.

... la Storia si continua!! ...

105 anni fa, oggi, i fascisti entrarono nell'ufficio di un ferroviere e gli spararono quattro colpi a bruciapelo. Poi rimisero il cadavere sulla sedia. Con la sigaretta accesa in bocca. Si chiamava Spartaco Lavagnini. Aveva 31 anni. Era ragioniere alle Ferrovie dello Stato dal 1907. Era diventato segretario toscano del Sindacato Ferrovieri. Aveva appena fondato il Partito Comunista a Firenze — il congresso di Livorno era un mese prima. Via Taddea 2, Firenze. Al primo piano c'erano la sede del sindacato ferrovieri, la federazione comunista, la redazione dell'Azione Comunista. Lavagnini era alla scrivania, preparava il prossimo numero del giornale. Tre squadristi salirono le scale, aprirono la porta e spararono. Due colpi alla testa, uno al petto, uno alla schiena. A bruciapelo. Sapete cosa successe dopo? I ferrovieri bloccarono i treni. Rifredi, Campo di Marte, San Donnino: tutto fermo. Lo sciopero generale fu immediato, totale. A San Frediano, quartiere popolare, il proletariato alzò le barricate. Per due giorni gli operai furono padroni dei loro borghi. E lo Stato? Il prefetto di Firenze, Carlo Olivieri, fece arrestare i dirigenti operai "per precauzione". I fascisti? Mano libera. Due giorni dopo entrarono nella Camera del Lavoro e nella sede FIOM e le devastarono. Senza che le forze dell'ordine muovessero un dito. E il prefetto? Espresse — testuali parole — "soddisfazione per la severa lezione data agli estremisti grazie al sorgere potente e audace del fascismo." A Palazzo Chigi sedeva Giovanni Giolitti. Il grande statista liberale. Quello che i libri di scuola ti vendono come il "modernizzatore democratico". Salvemini lo chiamava il ministro della malavita — mafie al Sud per comprare voti, pallottole ai braccianti quando alzavano la testa. Bordiga lo definì "il sagace ed abile capo delle forze borghesi italiane": non un insulto, una diagnosi. Perché Giolitti fu il primo a capire che agli operai organizzati non si spara subito. Prima li si addomestica con le concessioni al Nord, li si lascia sfogare nelle fabbriche. Poi, quando non basta più, si lascia il campo a chi spara davvero. Da Giolitti a Mussolini non c'è rottura. C'è staffetta. Il parlamento liberale non fermò i fascisti. Li coprì. Il primo governo Mussolini includeva deputati giolittiani, popolari, liberali. Tutti a dare il voto di fiducia al capo delle squadracce. Non fu un colpo di stato: fu un passaggio di consegne tra soci. Questa è la democrazia parlamentare. Non è mai stata un argine contro la violenza di classe. È il suo travestimento elegante. Oggi, 27 febbraio 2026, i ferrovieri scioperano di nuovo. Non perché qualcuno li ha ammazzati con la pistola. Li stanno ammazzando con metodi più puliti: il contratto collettivo è scaduto da quattordici mesi. Gli organici tagliati. I turni allungati. Gli stipendi mangiati dall'inflazione. Chi guida il treno su cui ti lamenti del ritardo lo fa con meno colleghi, meno soldi e più ore di un anno fa. E il governo? Salvini ha precettato lo sciopero aereo del 16 febbraio perché cadeva durante le Olimpiadi invernali. La vetrina dei ricchi non si tocca. E adesso vuole aumentare le sanzioni per chi proclama scioperi. Rileggi: non sanzioni per chi non rinnova i contratti. Sanzioni per chi sciopera. Il prefetto Olivieri nel 1921 esprimeva "soddisfazione" per la lezione ai lavoratori. Salvini nel 2026 vuole punire chi osa fermarsi. Cambiano le cravatte, non la funzione. Lo sciopero non è un "disagio per i viaggiatori." Lo sciopero è l'unica arma che la classe operaia possiede contro chi la deruba — con le pallottole nel 1921, con i contratti scaduti nel 2026. La legge 146 del 1990 ti dice che hai diritto di scioperare, ma solo se non dai fastidio a nessuno. Uno sciopero che non dà fastidio non è uno sciopero. È una supplica in ginocchio. 105 anni fa Spartaco Lavagnini fu ammazzato alla scrivania per aver organizzato i ferrovieri. Il suo partito aveva un mese di vita. Oggi quel nome — Partito Comunista — fa ridere i cinici e tremare i borghesi. Ma i treni si fermano ancora. E si fermano per le stesse ragioni. La storia non si ripete. Si continua. 


 Sinistra Comunista Internazionalista — 27 febbraio 2026 #ScioperoTreni #Sciopero27Febbraio #Ferrovieri #SpartacoLavagnini #27Febbraio1921 #Salvini #Giolitti #DirittoDiSciopero #LottaDiClasse #SinistraComunista #Internazionalismo 

 Alessio Lamparelli.

venerdì 27 febbraio 2026

... ti chiami Paolo ...

PAOLO 

Ti chiami Paolo. Paolo Mieli. 
E sei nato il 25 febbraio 1949 con un talento raro: sopravvivere a tutte le stagioni senza mai sporcarti davvero di fango. O, se ti sei sporcato, lo hai fatto con eleganza. Hai attraversato la sinistra movimentista quando essere rivoluzionari faceva curriculum morale. Poi hai attraversato i corridoi del potere editoriale quando essere moderati faceva curriculum professionale. Un’evoluzione? Forse. O forse un istinto impeccabile per il vento. Sei stato due volte direttore del Corriere della Sera. Non un dettaglio. Il Corriere non è un giornale: è un termometro del sistema. E tu sei sempre stato lì, con la mano sulla colonnina di mercurio, a regolare la temperatura. Mai troppo calda. Mai troppo fredda. Giusta per non ustionare nessuno che conti davvero. Ti si riconosce intelligenza, memoria, cultura. Sarebbe ridicolo negarlo. Ma la cultura può essere un bisturi o un cuscino. Tu l’hai usata spesso come cuscino: attutire, limare, contestualizzare fino a rendere ogni colpa un episodio, ogni scandalo una dinamica storica, ogni responsabilità una sfumatura. Nei talk show sei l’uomo della frase misurata, del “attenzione, però”, del “ricordiamoci che”. Funzioni come una nota a piè di pagina vivente. Il problema è che a volte le note a piè di pagina servono a non leggere il testo principale. Hai raccontato Tangentopoli, il berlusconismo, l’antiberlusconismo, le metamorfosi della Repubblica. Ma raramente hai scelto una trincea. Sei rimasto sempre un passo indietro rispetto al fronte. Posizione comodissima: vedi tutto, rischi poco. Qualcuno ti chiama garante dell’equilibrio. Altri, più maligni, ti considerano l’incarnazione perfetta del giornalismo che non rompe mai davvero il tavolo. Quello che analizza il potere con finezza, ma raramente lo mette con le spalle al muro. Non sei un urlatore, e questo è un merito. Ma non sei neppure un incendiario quando servirebbe accendere un fiammifero. Hai fatto della misura una cifra stilistica. Il punto è che la misura, in certi momenti storici, può diventare complicità involontaria. Perché mentre tu ricordi, spieghi, storicizzi, qualcun altro decide. Ti chiami Paolo. Sei l’uomo che ha sempre saputo come funziona il Palazzo. Il dubbio, legittimo, è se tu abbia mai davvero desiderato cambiarlo o se ti sia limitato a raccontarlo, con impeccabile educazione. E in Italia l’educazione, talvolta, è il modo più elegante per non disturbare.

... Fascismo!! ...

SULLA VOLGARITÀ E LA PREPOTENZA DEI NOSTRI GIORNI 


«Non sono pochi i segnali che mostrano il desiderio di fascismo che attraversa i nostri giorni: lo spregio della cultura e degli intellettuali; lo spregio ancora più rabbioso della bontà e dei miti; la volontà di potenza praticata come volontà di prepotenza; l’estetica della trasgressione; l’irrisione delle istituzioni; l’ideale volgare del maschio alfa (che avvince anche non poche donne); il desiderio del pericolo e di tutto ciò che è estremo e smodato; la violenza gratuita contro deboli e animali; la volgarità e la cattiveria del linguaggio. Ovunque imperversa uno stile che è l’opposto della mitezza, tanto elogiata da Norberto Bobbio in uno dei suoi saggi più belli, visto che persino tra i filosofi è diffusa la pratica sistematica della collera, di quel parlare rabbioso di chi sa che, alzando la voce nei dibattiti, soprattutto se televisivi, e interrompendo e persino insultando l’avversario, egli avrà emotivamente ragione perché si dimostrerà più forte, e la gente, soprattutto oggi quando è sempre meno dêmos e sempre più óchlos, adora i più forti (non i più giusti). Non possiamo vivere senza democrazia, ma questa democrazia, ridotta al populismo, produce oclocrazia, e da qui probabilmente, in un futuro non lontano, una nuova tirannide. Cosa fare allora? Superare la democrazia? Per andare dove? Una democrazia imperfetta e decadente come la nostra rimane sempre di gran lunga preferibile a una tirannide, fosse pure la più illuminata. Perché? Per il semplice motivo che la tirannide più illuminata, alla fine, inevitabilmente, si trasforma in tirannide e basta. Spegne la luce, getta la maschera, e inizia a divorare i suoi figli. Ogni posizione totalitaria, di destra o di sinistra, o anche di centro se si considera quella ecclesiastica che forse fu la prima con i suoi roghi di libri e di persone, è la negazione dello scopo primario dell’esistenza umana in quanto esperienza della libertà e della relativa responsabilità che ne discende». 


 #VitoMancuso #Nontimanchimailagioia #garzanti

... scuse di carta! ...

𝐒𝐜𝐮𝐬𝐞 𝐝𝐢 𝐜𝐚𝐫𝐭𝐚 𝐩𝐞𝐫 𝐮𝐧 𝐩𝐫𝐨𝐢𝐞𝐭𝐭𝐢𝐥𝐞 𝐯𝐞𝐫𝐨 

Il #buongiorno di Giulio Cavalli 


Arrivano le scuse. Arrivano per iscritto, su carta, dal carcere. Carmelo Cinturrino affida al suo avvocato una lettera: «Quel ragazzo doveva essere in prigione e non morto. Mi dispiace per la sua famiglia. Sono triste e pentito per ciò che ho fatto… Perdonatemi, pagherò per il mio errore». La parola scelta è “errore”. 𝐄𝐫𝐫𝐨𝐫𝐞 𝐬𝐚𝐫𝐞𝐛𝐛𝐞 𝐮𝐧 𝐯𝐞𝐫𝐛𝐚𝐥𝐞 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐢𝐥𝐚𝐭𝐨 𝐦𝐚𝐥𝐞, 𝐮𝐧𝐚 𝐩𝐫𝐨𝐜𝐞𝐝𝐮𝐫𝐚 𝐬𝐚𝐥𝐭𝐚𝐭𝐚, 𝐮𝐧𝐚 𝐯𝐚𝐥𝐮𝐭𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐟𝐫𝐞𝐭𝐭𝐨𝐥𝐨𝐬𝐚. 𝐐𝐮𝐢 𝐜’𝐞̀ 𝐮𝐧 𝐮𝐨𝐦𝐨 𝐜𝐨𝐥𝐩𝐢𝐭𝐨 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐭𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐦𝐞𝐧𝐭𝐫𝐞 𝐬𝐜𝐚𝐩𝐩𝐚, una pistola finta fatta portare da un collega e posata accanto al corpo per costruire la scena della legittima difesa, circostanza che l’indagine considera falsa. E infatti la famiglia di Abderrahim Mansouri risponde senza giri: «Gli errori si commettono a scuola, ammazzare una persona e dopo creare una messa in scena non è un errore». Nella lettera Cinturrino parla di paura, rivendica encomi, si definisce servitore dello Stato. La famiglia replica che, se ha un briciolo di coscienza, deve confessare «tutto il male» e chiarire il ruolo dei complici. In mezzo restano i tentativi di depistaggio contestati, i colleghi indagati per favoreggiamento e omissione, un commissariato sotto la lente della Procura. Si è scusato l’assassino primo del ministro Salvini, dei parlamentari meloniani, dei giornalisti con la bava alla bocca e dei leghisti infoiati. Quelli, no. Ma un agente dello Stato non chiede indulgenza pubblica. Un uomo di Stato denuncia, racconta, consegna ai magistrati ogni dettaglio, anche quello che lo riguarda. Le scuse appartengono alla sfera privata. La verità è un atto pubblico. I familiari lo dicono con chiazza: se davvero c’è coscienza, servono confessioni piene, nomi, responsabilità. Il resto è carta. E la carta, quando si parla di un proiettile alla testa e di una scena manipolata, pesa meno dei fatti.

giovedì 26 febbraio 2026

... Poveri Fascisti!!! ...

C’è un’aria strana, un’aria di sventura che perseguita il Potere. Avete notato? Non è sfortuna, no.. è una specie di accanimento terapeutico del destino. È il karma che ha deciso di dare un appuntamento collettivo a questa destra che fa la gara a chi fa la figuraccia più grossa, scatenando l'ilarità di chi ancora ha il coraggio di stare a guardare. C’è la seconda carica dello Stato, il presidente del Senato, che smette i panni istituzionali per farsi agente teatrale: lancia un appello video, si accalora, chiede a Conti il risarcimento per il comico Pucci. Perché si sa, le priorità della nazione oggi si risolvono così: tra un videomessaggio social e la difesa dello sketch. Ma è solo l'inizio. Perché poi arriva la realtà, quella che non risponde ai comandi. C’è il caso di Rogoredo, dove il destino - quel gran bastardo - fa confessare il poliziotto e sbriciola la narrazione dell'eroismo da copertina su cui la premier e il suo vice avevano giurato "senza se e senza ma". E mentre loro cantano l'inno dell'ordine, ecco che spuntano altri ventuno eroi, indagati per aver confuso la difesa della patria con uno shopping compulsivo alla Coin. Ma loro odiano le intercettazioni, lo sapete? Perché la verità registrata è un fastidio, è un rumore di fondo che rovina la propaganda. C’è un ministro Nordio che spara assurdità con la sicurezza di un filosofo del diritto, finché la Lega - proprio la Lega! - non lo strattona per la giacca dicendo: "Taci, che fai solo danni!".. praticamente figuraccia di Nordio e dell'esponente leghista. E il Presidente della Repubblica deve correre al CSM a chiedere il rispetto, come si chiede un po' di silenzio in un condominio troppo rumoroso. E mentre si giocano il tutto per tutto con una riforma che vorrebbe fare un lifting alla Costituzione per renderla più "comoda", i sondaggi gli dicono che il "NO" corre e i giovani rispondono con un "NO" che sembra un muro di cemento. Ma il tocco di classe, la sberla morale del destino, arriva sul palco di Sanremo. La serata della "Repupplica" con due P, la gaffe perfetta per un'estetica del refuso. E lì compare lei, Gianna Pratesi. Centocinque anni di lucidità contro un secolo di amnesie. Ti guarda e ti dice, con quella semplicità che fa tremare i palazzi: "Noi eravamo di sinistra. Abbiamo votato Repubblica". E poi, con quel gesto della mano che cancella decenni di retorica, fa un bel "ciao ciao" ai fascisti. Dalla platea una ovazione! Capite? Non è politica. È il bagnato su cui piove. È il karma che ti restituisce gli scontrini. È la storia che, quando provi a chiuderla in un cassetto, scappa fuori da un televisore a colori e ti fa la linguaccia. 
E' proprio il caso di dirlo: Piove, governo ladro! 

 Mauro David.

... Appello per il NO! ...

L’Anpi ha lanciato un importante appello pubblico per prendere ufficialmente posizione a favore del No al Referendum e difendere la Costituzione repubblicana e antifascista - per dirla con Gianna Pratesi. Tra i firmatari ci sono alcune delle persone che più stimo in questo Paese: Tomaso Montanari, Pif, Elio Germano, Maurizio De Giovanni, Ottavia Piccolo, Paolo Fresu, Daniele Silvestri, Gad Lerner e moltissimi altri. Altissime le parole con cui hanno motivato questo appello: 

“Noi voteremo NO al referendum perché la legge di riforma, che cambia la Costituzione, colpisce la divisione dei poteri, frammentando l’organo di autogoverno, cioè il Consiglio Superiore della Magistratura, sminuendone le funzioni e indebolendo di conseguenza l’autonomia e l’indipendenza della Magistratura. La riforma prevede la divisione in due del Consiglio Superiore della Magistratura, uno per la Magistratura giudicante e l’altro per i Pubblici Ministeri. Per di più i magistrati componenti di ciascun CSM sarebbero estratti a sorte, una scelta umiliante che prescinde dal consenso e dal merito, mentre la formazione dei rappresentanti politici del CSM avverrebbe attraverso un meccanismo di fatto pilotato dalla maggioranza di governo. Inoltre la riforma prevede anche un’Alta Corte, con analoghi meccanismi di formazione dei componenti, ancora più sbilanciati a favore del governo. Il risultato finale sarebbe, in sostanza, un colpo alla Magistratura e un aumento di potere del governo. Del resto è stata proprio la Presidente del Consiglio ad affermare che questa riforma è “la risposta più adeguata a una intollerabile invadenza che non fermerà l’azione di governo. (…) Così si metterebbe a rischio proprio la Costituzione quando dispone che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge. Insomma, vogliono cambiare la Costituzione per dare più potere al governo. Noi pensiamo invece che occorra riformare la giustizia per far rispettare la Costituzione e fornire a tutti i cittadini, soprattutto ai più deboli, la garanzia di una uguaglianza reale – e non solo formale – di fronte alla legge.“ 

Al di là delle parole (perfette), voglio ringraziare ognuno di loro per averci messo la faccia e la testa. 
 Di questi tempi non è affatto scontato. 

 Lorenzo Tosa

... sempre tutto uguale! ...

𝐂𝐚𝐩𝐢𝐭𝐚𝐥𝐢𝐬𝐦𝐨 𝐝𝐢𝐠𝐢𝐭𝐚𝐥𝐞, 𝐬𝐟𝐫𝐮𝐭𝐭𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐚𝐧𝐚𝐥𝐨𝐠𝐢𝐜𝐨 


Il buongiorno di Giulio Cavalli 

Dopo Foodinho, ora Deliveroo. Ancora la Procura di Milano. Ancora un fascicolo che scoperchia un settore raccontato per anni come laboratorio di modernità e che invece mostra crepe antiche. Il lavoro dei rider torna sotto indagine con un’accusa che pesa: sfruttamento sistemico, fino all’ipotesi di caporalato. Non è una sorpresa. Negli ultimi mesi un provvedimento analogo ha riguardato Glovo. Già nel 2020 la Procura milanese aveva aperto un fronte giudiziario sostenendo che quei lavoratori non potessero essere qualificati come autonomi quando turni, tempi, penalità e compensi erano di fatto eterodiretti dagli algoritmi. Quelle decisioni imposero il versamento dei contributi e una parziale ridefinizione dei diritti. Un argine, almeno sulla carta. La novità sta nel salto di qualità dell’impostazione accusatoria. Non più soltanto la qualificazione del rapporto di lavoro ma la contestazione di un sistema organizzato che avrebbe costruito margini e competitività comprimendo tutele e salari. Se le ipotesi troveranno conferma, il tema non sarà più la zona grigia tra autonomia e subordinazione bensì l’esistenza di una filiera che scarica rischi e costi su chi pedala. Ma in questa sequela di interventi giudiziari a colpire è il vuoto della politica. Il legislatore ha celebrato l’innovazione, ha evocato la gig economy come segno di progresso, ha affidato alle piattaforme la promessa di occupazione flessibile. Le prese di posizione sono arrivate quasi sempre solo dopo un incidente, dopo una morte sotto la pioggia, dopo una foto diventata simbolo. Poi il silenzio. Intanto qui sotto la società è cambiata, in peggio. Gli algoritmi hanno sostituito i capi reparto, le app hanno assegnato turni e punteggi, le valutazioni hanno deciso chi lavora e chi resta fermo. In assenza di regole chiare il capitalismo ha fatto quello che sa fare meglio: travestire l’antico sfruttamento con un velo di modernità.

mercoledì 25 febbraio 2026

... HOSTOMEL ...

Hostomel, il giorno in cui la Russia perse la guerra 


 La battaglia di Hostomel (24 febbraio – inizio marzo 2022) è considerata uno dei momenti decisivi dell’invasione russa dell’Ucraina. Combattuta attorno all’aeroporto Antonov, a pochi chilometri da Kyiv, segnò il fallimento del piano russo di prendere rapidamente la capitale. Il contesto strategico All’alba del 24 febbraio 2022, la Russia lanciò l’invasione su larga scala dell’Ucraina ordinata da Vladimir Putin. Il piano prevedeva una guerra lampo: decapitare il governo di Volodymyr Zelensky, occupare Kyiv in pochi giorni e imporre un esecutivo filorusso. L’aeroporto di Hostomel (Antonov), vicino a Kyiv, era la chiave. Se conquistato e reso operativo, avrebbe permesso l’atterraggio di aerei da trasporto con truppe aviotrasportate e mezzi pesanti, creando un “ponte aereo” diretto nel cuore politico dell’Ucraina. 24 febbraio: l’assalto aereo La mattina dell’invasione, elicotteri russi attraversarono il fiume Dnipro a bassa quota. Forze aviotrasportate (VDV) sbarcarono sull’aeroporto sotto copertura di attacchi missilistici. In un primo momento i russi riuscirono a prendere il controllo parziale dello scalo. Ma la resistenza ucraina fu immediata: unità della Guardia Nazionale e forze speciali contrattaccarono con artiglieria e droni, rendendo inutilizzabile la pista. Senza una pista integra, i grandi aerei da trasporto non poterono atterrare. Il contrattacco ucraino Nel pomeriggio e nei giorni successivi, l’esercito ucraino lanciò ripetuti contrattacchi. L’obiettivo non era solo riprendere il terreno, ma impedire che l’aeroporto diventasse operativo. L’artiglieria colpì sistematicamente la pista e le aree circostanti. La Russia riuscì a far arrivare rinforzi via terra dalla Bielorussia, ma il piano originario – un colpo rapido e decisivo su Kyiv – era già compromesso. Le colonne corazzate che avanzavano verso la capitale si trovarono impantanate, vulnerabili ad attacchi con missili anticarro e droni. Perché fu decisiva Hostomel mostrò tre errori chiave russi: 1. Sottovalutazione della resistenza ucraina – Mosca contava su un collasso rapido della difesa e del governo. 2. Eccessiva fiducia nelle operazioni aviotrasportate – Le VDV furono impiegate senza adeguato supporto immediato. 3. Problemi logistici – Le lunghe linee di rifornimento dal nord si rivelarono vulnerabili. Fallito il blitz su Kyiv, la guerra lampo si trasformò in conflitto prolungato. A fine marzo 2022 la Russia si ritirò dal nord dell’Ucraina, abbandonando l’obiettivo immediato di conquistare la capitale. “Il giorno in cui la Russia perse la guerra?” Molti analisti definiscono Hostomel il momento in cui la Russia perse la possibilità di vincere rapidamente. Non significò la fine del conflitto — che continuò con brutalità nell’est e nel sud — ma segnò il fallimento dell’obiettivo politico principale: rovesciare il governo ucraino in pochi giorni. Dal punto di vista simbolico, la battaglia rafforzò la narrativa della resistenza ucraina. La mancata caduta di Kyiv consolidò il sostegno internazionale a favore dell’Ucraina, portando a massicci aiuti militari occidentali. Conclusione La battaglia di Hostomel non fu la più lunga né la più sanguinosa del conflitto, ma fu strategicamente cruciale. Dimostrò che l’Ucraina non sarebbe crollata in 72 ore. Il fallimento del ponte aereo e la distruzione della pista cambiarono il corso della guerra, trasformando un’operazione pensata come rapida in una guerra d’attrito destinata a durare anni. 


 Franco Callegaro.

... la merda marcia!! ...

𝐋𝐚 𝐦𝐞𝐥𝐚 𝐦𝐚𝐫𝐜𝐢𝐚 


Il #buongiorno di Giulio Cavalli 


Il 21 luglio del 2021 Matteo Salvini era un altro Matteo Salvini. La sua Lega sembrava capace di essere il primo partito italiano. Il partito nei sondaggi veleggiava sopra al 20%, l’elettorato era diviso tra chi sosteneva la linea governata e la linea identitaria. All’orizzonte Fratelli d’Italia e Giorgia Meloni erano in crescita sulla scia del sovranismo. Niente di pericoloso: per il leader della Lega si trattava semplicemente di un partito satellite, nipote delle sue stesse intuizioni. Il giorno prima l’assessore leghista alla Sicurezza di Voghera, Massimo Adriatici, aveva ucciso Younes El Boussettaoui con un colpo di pistola  in piazza Meardi. «Altro che far west a Voghera si fa strada l’ipotesi della legittima difesa», disse il 21 luglio 2021 Matteo Salvini, con l’aggiunta della formula “la difesa è sempre legittima” e l’invito ad “aspettare la ricostruzione”, già incardinato però su una lettura assolutoria. E poi, aggiunse Salvini: «Un docente di diritto penale, ex funzionario di Polizia, avvocato penalista noto e stimato in città, in questa bella città in provincia di Pavia, vittima di un'aggressione, ha risposto, accidentalmente è partito un colpo che purtroppo ha ucciso un cittadino straniero». Quella brava persona di Adriatici ieri è stato condannato 12 anni di reclusione, oltre a provvisionali per 380 mila euro ai familiari della vittima. Siamo nel 2026 e Salvini non ha ancora imparato la lezione. L’impressionante serie di figure di palta intorno al ritornello della “legittima difesa” non ne rallenta la stupidità con cui approccia il tema. E alla fine sorge un dubbio: ma se fosse lui, la mela marcia?

martedì 24 febbraio 2026

... merdacce!! ...

𝐒𝐞𝐭𝐭𝐞𝐦𝐢𝐥𝐚 𝐟𝐢𝐫𝐦𝐞, 𝐮𝐧 𝐚𝐫𝐫𝐞𝐬𝐭𝐨 𝐞 𝐮𝐧𝐚 𝐟𝐢𝐠𝐮𝐫𝐚𝐜𝐜𝐢𝐚 


Il buongiorno di Giulio Cavalli 

Il 26 gennaio, a poche ore dall’uccisione di Abderrahim Mansouri nel boschetto di Rogoredo, Matteo Salvini aveva già emesso la sua sentenza. «Sto dalla parte del poliziotto», scriveva. Le indagini dovevano ancora cominciare. La procura oggi contesta l’omicidio volontario, parla di un colpo sparato mentre il ragazzo fuggiva e dispone l’arresto dell’agente. Nel frattempo emergono versioni discordanti, omissioni, colleghi indagati per favoreggiamento.La fretta, però, è tutta politica. Pochi minuti dopo la notizia diversi esponenti della destra parlavano già di legittima difesa «molto evidente», con il ministro dell’Interno Piantedosi allineato al vicepremier . La Lega Nord raccoglie 7.000 firme di solidarietà per l’agente. Si propone perfino un sostegno economico. L’accusa viene definita «gratuita ed eccessiva». Salvini aveva scelto la divisa prima dei fatti. Aveva blindato la narrazione prima dei rilievi balistici, prima delle perizie, prima delle testimonianze che ora incrinano la prima versione. Quando la procura cambia quadro, quando la scena ricostruita dagli inquirenti parla di un uomo colpito alla testa mentre scappava, la politica che aveva gridato alla legittima difesa resta nuda. La figuraccia è tutta qui: un vicepresidente del Consiglio che usa un’indagine in corso per fare campagna sullo scudo penale alle forze dell’ordine e che si scopre smentito dagli atti. La destra aveva bisogno di un caso esemplare: Rogoredo doveva servire a dimostrare che la polizia va liberata dai controlli, che le procure intralciano l’ordine naturale delle cose. Poi sono arrivate le carte. Adesso parlano di “mela marcia”. I post vengono cancellati. Ma le firme restano, le dichiarazioni restano. Resta soprattutto la scelta di stare con una versione prima ancora che con la verità. Per chi invoca legge e sicurezza a ogni comizio, è una lezione elementare: la presunzione di innocenza vale per tutti. Anche quando indossa una divisa, anche quando conviene il contrario.

... CAIRO MERDA!!! ...

Ventiquattro nomi buttati lì come ossa rosicchiate al cane, facce consumate e poi sputate via, una processione di allenatori che sembra una fila al patibolo: Stringara, De Biasi, Zaccheroni, ancora De Biasi, Novellino, poi di nuovo De Biasi, Novellino, Camolese, Colantuono, Beretta, Colantuono, Lerda, Papadopulo, Lerda, Ventura, Mihajlovic, Mazzarri, Longo, Giampaolo, Nicola, Juric, Vanoli, Baroni, D’Aversa. Un elenco che non è memoria ma usura, non è storia ma logoramento continuo. Ventitré cambi in vent’anni e mezzo che non raccontano evoluzione ma un eterno girare a vuoto, una porta che sbatte sempre nello stesso punto. In mezzo a questo girone dantesco che non ha nemmeno la dignità dell’inferno, sempre lui: Urbano Cairo, fermo, immobile, incollato alla poltrona come se fosse parte dell’arredamento, come se il tempo non potesse scalfirlo. Mentre tutto il resto cambia, si consuma, sparisce, e lui resta, parla, riempie l’aria di parole che suonano come latta vuota, sempre le stesse, sempre più leggere, sempre più lontane dalla realtà. Il decimo posto come scelta di vita, e lui lo chiama “buon campionato” e già qui basterebbe fermarsi, basterebbe il peso di questa bestemmia calcistica per capire tutto. Ma lui insiste, continua, si avvita nella sua stessa retorica, una litania da rosario consumato, frasi fatte ripetute con una pervicacia quasi offensiva, un ciarlare da pochi spicci che pretende di diventare verità solo perché ripetuto abbastanza volte, anche contro l’evidenza, anche contro la memoria, anche contro chi ha ancora la forza di ricordare cosa sia stato davvero il Toro. Parla di responsabilità, la sventola come una bandiera, ma è una parola che nelle sue mani si svuota, si piega, si sgretola, perché da quattro lustri quella responsabilità è stata disattesa, evitata, aggirata con la stessa abilità con cui si evitano gli specchi quando non si ha più il coraggio di guardarsi. Ed allora restano solo le bugie, le solite bugie storte, ripetute fino allo sfinimento, bugie pigre, senza nemmeno la capacità di reggersi in piedi da sole, e che eppure continuano ad uscire, una dietro l’altra, senza vergogna, senza esitazione da quella bocca da rana dalla bocca larga. La squadra, il progetto, l’Europa, lo stadio, il Robaldo: quintali di merda invasettata e venduta ai fessi. Aveva dichiarato che se ne sarebbe andato quando i tifosi non lo avrebbero più voluto. Lo aveva promesso con quella sicurezza da piazzista scaltro e consumato, ed oggi quella promessa giace lì, svuotata, calpestata. Mentre fuori monta una rabbia che non è più nemmeno rabbia ma stanchezza, una frustrazione che si è fatta abitudine, un dolore che ha perso perfino la voce per urlare davvero. E lui resta, impermeabile, sordo, ostinato, non per forza ma per inerzia, non per visione ma per un’incapacità cronica di farsi da parte. Ed è la dimostrazione più vera e plastica che lui del Toro non sa nulla e nemmeno gli frega. Perché se qualcosa non dico lo ami, ma per lo meno lo rispetti, e sai di essere la causa principale dell’infelicitá, della disperazione, del dramma di chi per quella cosa darebbe la vita, prendi e ti fai da parte. Invece no. Ha preso a costo zero un qualcosa che aveva peso, storia, sangue, e lo ha ridotto ad una lenta evaporazione. Non un crollo netto, che almeno avrebbe avuto una sua dignità, ma uno stillicidio continuo, una goccia di merda dopo l’altra, sempre uguale, sempre più opprimente, fino a trasformare tutto in un’abitudine grigia, senza scatti, senza orgoglio, senza più nemmeno la rabbia necessaria a ribellarsi davvero. E poi quel sette, quel voto che si assegna con leggerezza, come se fosse un bilancio qualsiasi, come se bastasse un numero a chiudere vent’anni e mezzo di mediocrità diluita. Non è un voto: è uno specchio deformante, è la misura di una distanza ormai incolmabile tra ciò che racconta e ciò che esiste, tra la narrazione e la realtà che si accumula fuori, nelle strade, tra la gente, davanti ai simboli veri. Perché mentre lui parla, mentre si autoassolve, mentre continua a raccontare successi invisibili, c’è chi non ha più voglia di urlare e passa ai gesti, rovesciando letame davanti al Fila sotto uno striscione che in tre parole dice tutto quanto. Ed in quell’odore acre, in quella materia gettata lì senza filtri, c’è senz’altro più verità di quanta ne sia uscita dalla sua bocca in vent’anni e mezzo. 

Vent’anni di niente, maledetto. 
Vent’anni di niente. 
Cairo merda. 


 Ernesto Bronzelli.

... D'Aversa dopo Baroni ...

Roberto D’Aversa si presenta in conferenza stampa: "C'è sempre rispetto per un collega esonerato. Scegliere me come soluzioni dei problemi, che il Toro ha bisogno essere realisti: siamo vicini alla zona retrocessione, è una posizione che non compete a questo club. Sono orgoglioso di rappresentare questo club, arrivo con grande entusiasmo perché non mi era mai successo di stare a casa così tanto tempo" Come mai ha firmato un contratto così breve? "Tutti vorrebbero iniziare la stagione d'estate per interpretare il gioco in base alle caratteristiche dei giocatori. Ma se a 4 mesi dalla fine del campionato ti chiama il Toro, devi rispondere presente. Il valore del Toro non merita questa classifica, non ho avuto alcun ripensamento: ho fatto subito le valigie. Parliamo di un club storico" Come si migliora? "Il Toro ha 9 clean sheet e la peggior difesa: è uno degli aspetti da migliorare, di solito la differenza reti corrisponde alla posizione di classifica. Cosa cambiare? Riportare entusiasmo, nel calcio bisogna capire che siamo fortunati: c'è stato uno scossone con questo cambio allenatore, devo dare certezze e migliorare vari aspetti" Pensa di cambiare modulo? Potete giocare a quattro dietro? "Sono valutazioni che si fanno direttamente in campo. Qui ci sono tanti difensori centrali e solo due terzini di ruolo, la disposizione più consona è quella di partire a tre. Ma non è il modulo che ti fa subire meno gol, è l'atteggiamento. Questo club ha messo sempre sul campo tutto ciò che aveva nelle gambe e nel cuore" Cosa si aspetta da Anjorin, Marianucci e Ismajli che ha già avuto ad Empoli? "Non ho parlato con loro, solo con Petrachi e Cairo. Non mi piace parlare con i miei ex giocatori quando non sono l'allenatore. L'anno scorso tanti ragazzi erano giovani, facevo un po' da padre e consigliere per loro. Anjorin veniva dal Chelsea, la sua storia parla di tanti infortuni ma l'anno scorso ha giocato tanto. Marianucci ha fatto un bel percorso, con il lavoro ha ribaltato le gerarchie e ha fatto un ottimo campionato. Ismajli ha fatto il miglior campionato suo, ma anche lui ha avuto problemi: è un guerriero, ha giocato con una mano fratturata. Difficilmente si ritrovano questi giocatori al giorno d'oggi con questo spirito" Come pensa di agire sulla testa dei giocatori? "Bisogna scendere in campo con coraggio. L'ultima gara ha dimostrato che la squadra perdeva subito palla una volta recuperata, forse è scesa in campo senza coraggio" Qual è il primo messaggio che darà al Toro? "La classifica va vista. Il potenziale della squadra non la rispecchia, ma se siamo a +3 dalla zona retrocessione serve essere realisti. Dobbiamo migliorare, l'errore sarebbe pensare di non essere risucchiati. La società ha già mandato un messaggio, non ho visto ancora i ragazzi ma si sentono responsabili quando accade questo. Bisogna trasmettere serenità ma anche cercare di migliorare gli aspetti" Ha sentito o sentirà Baroni? "Abbiamo lavorato insieme a Lanciano, ma non voglio essere influenzato dal passato. Lo chiamerò, ma adesso voglio vedere cosa ci sarà con il nostro lavoro. Voglio rimanere pulito, valuto in base a ciò che vedo" Vuole lanciare un appello ai tifosi perché il dodicesimo uomo in campo sia presente? "Qua ho fatto tante battaglie. E' diverso giocare con il pubblico o con lo stadio, la squadra ne ha bisogno ma deve anche dimostrare di invogliare di nuovo il pubblico: dobbiamo ragionare sull'obiettivo, che è la salvezza. In campo cerchiamo di rendere i tifosi orgogliosi, loro sono fondamentali e sono tra i più caldi d'Europa. A Genova c'è un pubblico che dà 6-7 punti, anche qui c'è un pubblico che porta punti. C'è disponibilità ad aprire il Filadelfia per gli allenamenti, in questo momento si ragiona solo sull'importanza del club" Può prendersi questa responsabilità sul Filadelfia e di aprire gli allenamenti? "Dobbiamo ragionare tutti con lo stesso pensiero, sull'importanza di preservare una categoria. Non porta vantaggi aprire vantaggi se ci sono contestazioni, ma il pubblico può supportare i ragazzi. Il risultato è sempre una conseguenza del lavoro: venire a vedere come i ragazzi si allenano, è un motivo che a volte le difficoltà dipendono da tanti fattori. Da parte mia, non ci sono preclusioni ad aprire. Le piazze non sono paragonabili, ma ad Empoli aprivo sempre. Poi c'è un aspetto tattico da considerare, ma i primi giorni della settimana siamo disponibili ad aprire il campo. Da oggi, si fanno i fatti: allontanarci da una classifica pericolante, serve compattezza da parte di tutti. Tutti insieme possiamo portare il Toro all'obiettivo" E' una squadra che segna poco "Lavoreremo per migliorare anche questo aspetto. La differenza reti corrisponde alla posizione di classifica: o migliori i gol subiti o quelli fatti, così migliori la squadra. E' sempre il campo che dirà come interpretare le gare" Dove farà giocare Vlasic? "Dal vivo ho visto due gare, le due partite di Roma. E Vlasic mi ha stupito: pensavo fosse forte, non così completo. Non sfigurerebbe in un grande club. E' uno che concretizza e che fa gol. Può giocare a destra o a sinistra, occupando quelle mattonelle perché ha facilitato nell'assist e nel gol"
Il Torino Football Club comunica di aver esonerato Marco Baroni dall’incarico di allenatore della Prima Squadra. La Società ringrazia il tecnico e il suo staff per l’attività fin qui svolta con impegno e correttezza e augura loro il meglio nel proseguimento della carriera.

lunedì 23 febbraio 2026

... Ucraina - Russia ...

𝐔𝐜𝐫𝐚𝐢𝐧𝐚 -𝐑𝐮𝐬𝐬𝐢𝐚, 𝐠𝐮𝐞𝐫𝐫𝐚, 𝐝𝐢𝐫𝐢𝐭𝐭𝐨 𝐞 𝐢𝐥 𝐫𝐢𝐭𝐨𝐫𝐧𝐨 𝐝𝐢 𝐍𝐨𝐫𝐢𝐦𝐛𝐞𝐫𝐠𝐚 

Articolo di Massimo Lensi 

 La guerra tra Russia e Ucraina non è soltanto un conflitto armato nel cuore dell’Europa. È, prima ancora, una crepa nel sistema giuridico internazionale costruito dopo il 1945. Se la Carta delle Nazioni Unite ha posto il divieto dell’uso della forza come architrave dell’ordine globale, l’invasione russa del 24 febbraio 2022 ha riportato al centro la domanda più radicale del diritto internazionale pubblico: cosa resta del divieto di aggressione quando uno Stato potente decide di violarlo apertamente? Il punto di partenza: il divieto dell’uso della forza L’articolo 2, paragrafo 4, della Carta Onu vieta l’uso della forza nelle relazioni internazionali, salvo due eccezioni: la legittima difesa (art. 51) e l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza. Nessuna delle due condizioni ricorre nel caso dell’invasione dell’Ucraina. Le giustificazioni russe – dalla protezione delle popolazioni russofone alla pretesa “autodifesa preventiva” rispetto all’espansione della Nato – non trovano fondamento nel diritto positivo vigente, che non ammette forme unilaterali di intervento armato al di fuori delle ipotesi espressamente previste. Sul piano del diritto internazionale pubblico, l’atto russo integra dunque una violazione grave del divieto di aggressione. La risoluzione dell’Assemblea generale Onu del marzo 2022 ha qualificato l’azione come aggressione, ribadendo un principio che sembrava consolidato: l’integrità territoriale degli Stati non è negoziabile.Eppure il diritto internazionale vive strutturalmente nella tensione tra norma e potere. La Russia è membro permanente del Consiglio di Sicurezza e dispone del diritto di veto. Può paralizzare ogni risposta coercitiva collettiva. Il sistema di sicurezza collettiva si inceppa esattamente nel punto in cui dovrebbe reagire. Dalla responsabilità dello Stato alla responsabilità penale individuale È qui che entra in gioco il diritto penale internazionale. Se il diritto internazionale classico sanziona lo Stato, l’eredità di Norimberga – recepita e sistematizzata dallo Statuto di Roma del 1998 – colpisce gli individui. Non “la Germania”, ma Göring. Non “lo Stato aggressore”, ma chi assume decisioni criminali. Nel marzo 2023, la Corte penale internazionale (Cpi) ha emesso un mandato di arresto contro Vladimir Putin, presidente della Federazione Russa, e contro Maria Lvova-Belova, Commissaria presidenziale per i diritti dell’infanzia. L’accusa riguarda il crimine di guerra di deportazione e trasferimento illecito di minori ucraini dai territori occupati verso la Federazione Russa, in violazione delle Convenzioni di Ginevra.Nel 2024 la Cpi ha richiesto ulteriori mandati nei confronti di alti responsabili militari russi, tra cui Sergei Shoigu, allora ministro della Difesa, e Valery Gerasimov, capo di Stato Maggiore, in relazione ad attacchi contro infrastrutture civili ed energetiche, qualificati come crimini di guerra.Il punto giuridicamente decisivo è questo: la Corte non processa “la guerra in sé”, ma specifici crimini previsti dallo Statuto di Roma – crimini di guerra, crimini contro l’umanità, genocidio e, in determinate condizioni, il crimine di aggressione. La competenza nel caso ucraino si fonda sulla dichiarazione di accettazione della giurisdizione presentata da Kiev ai sensi dell’articolo 12, paragrafo 3, dello Statuto, pur non essendo l’Ucraina Stato parte.La Russia non è parte della Cpi e ha reagito con durezza. Il Comitato Investigativo russo ha aperto procedimenti penali contro il Procuratore della Corte e contro i giudici che hanno emesso i mandati, inserendone alcuni nelle liste dei ricercati. Alla giustizia internazionale si è risposto con l’attivazione di una giurisdizione penale nazionale a fini di ritorsione politica. Una torsione che conferma quanto il diritto penale internazionale resti privo di un autonomo braccio esecutivo e dipenda, in ultima istanza, dalla cooperazione degli Stati. Il crimine di aggressione: il nodo irrisolto Resta però fuori dalla portata immediata della Cpi il crimine di aggressione, definito come la pianificazione, preparazione, inizio o esecuzione di un atto di aggressione che costituisca una manifesta violazione della Carta Onu. Dopo l’emendamento di Kampala del 2010, la Corte può esercitare giurisdizione su tale crimine solo nei confronti di Stati parte che abbiano accettato espressamente la relativa competenza. Né la Russia né l’Ucraina rientrano in questo meccanismo. Per questo motivo, l’Ucraina, con il sostegno dell’Unione europea e – almeno nella fase iniziale – degli Stati Uniti, ha promosso l’istituzione di un tribunale speciale per il crimine di aggressione contro l’Ucraina. Un tribunale ad hoc, sul modello di Norimberga, fondato su un accordo multilaterale o su un’iniziativa dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Qui il discorso diventa insieme tecnico e politico. Norimberga fu possibile perché la Germania era stata sconfitta militarmente e sottoposta a occupazione. Oggi si prospetta il giudizio nei confronti del capo di Stato in carica di una potenza nucleare. La questione delle immunità personali (ratione personae) torna centrale: un tribunale internazionale può superarle? La giurisprudenza tende a riconoscere che le corti internazionali propriamente dette possano derogare alle immunità dei capi di Stato in carica; più problematica è la posizione di un tribunale “ibrido” o “speciale”, la cui base giuridica potrebbe essere oggetto di contestazione. L’eredità di Norimberga e i suoi limiti Norimberga ha introdotto un principio rivoluzionario: l’aggressione è il “crimine supremo”, perché contiene in sé il seme di tutti gli altri. Ma la sua applicazione contemporanea incontra ostacoli strutturali. Il diritto internazionale penale è universale nelle aspirazioni, selettivo nella prassi. Dipende dalla cooperazione degli Stati. E la cooperazione si arresta dove comincia l’interesse geopolitico vitale. La guerra in Ucraina mostra in modo quasi paradigmatico questa tensione. Da un lato, un attivismo giudiziario senza precedenti nei confronti di un capo di Stato di una grande potenza; dall’altro, l’impossibilità concreta di eseguire i mandati fintanto che Putin rimane in territorio russo o si reca in Stati che non intendono cooperare. Considerazioni conclusive Dal punto di vista strettamente giuridico, il sistema ha reagito: ha qualificato l’aggressione, ha aperto indagini, ha emesso mandati. Dal punto di vista dell’effettività, resta sospeso tra dimensione simbolica e capacità coercitiva. E tuttavia la forza del diritto internazionale non risiede soltanto nella possibilità di arrestare. Risiede anche nella capacità di qualificare giuridicamente i fatti, di nominare le condotte, di costruire memoria normativa. Chiamare “deportazione” una deportazione, “crimine di guerra” un attacco contro civili, “aggressione” un’invasione. In questo senso, la guerra tra Russia e Ucraina segna un passaggio storico: il ritorno del conflitto interstatale su larga scala in Europa e, insieme, il tentativo di riaffermare l’idea che anche il potere sovrano più armato non sia sottratto, almeno in linea di principio, al giudizio del diritto. Se Norimberga aveva inaugurato la responsabilità penale dei leader, l’Ucraina ne rappresenta l’evoluzione incompiuta: un diritto che esiste, che osa, ma che non ha ancora realizzato una piena coincidenza tra legalità e forza. Ed è forse qui che si gioca la partita più decisiva: non soltanto sul terreno militare, ma nella credibilità futura dell’ordine giuridico internazionale.

... una sola LEGGE! ...

"𝘊’𝘦̀ 𝘶𝘯𝘢 𝘤𝘰𝘴𝘢 𝘴𝘦𝘮𝘱𝘭𝘪𝘤𝘦, 𝘢𝘯𝘵𝘪𝘤𝘢 𝘤𝘰𝘮𝘦 𝘪𝘭 𝘥𝘪𝘳𝘪𝘵𝘵𝘰 𝘳𝘰𝘮𝘢𝘯𝘰, 𝘤𝘩𝘪 𝘨𝘰𝘷𝘦𝘳𝘯𝘢 𝘯𝘰𝘯 𝘦̀ 𝘴𝘰𝘱𝘳𝘢 𝘭𝘢 𝘭𝘦𝘨𝘨𝘦. 𝘌̀ 𝘥𝘦𝘯𝘵𝘳𝘰 𝘭𝘢 𝘭𝘦𝘨𝘨𝘦. 𝘌 𝘴𝘦 𝘯𝘦 𝘴𝘵𝘢 𝘭𝘪̀, 𝘤𝘰𝘮𝘦 𝘵𝘶𝘵𝘵𝘪 𝘨𝘭𝘪 𝘢𝘭𝘵𝘳𝘪. 𝘗𝘦𝘳 𝘤𝘦𝘳𝘵𝘢 𝘥𝘦𝘴𝘵𝘳𝘢 𝘰𝘨𝘨𝘪 𝘢𝘭 𝘨𝘰𝘷𝘦𝘳𝘯𝘰 𝘴𝘦𝘮𝘣𝘳𝘢 𝘶𝘯 𝘤𝘰𝘯𝘤𝘦𝘵𝘵𝘰 𝘪𝘯𝘥𝘪𝘨𝘦𝘴𝘵𝘰. 𝘚𝘪 𝘱𝘢𝘳𝘭𝘢 𝘥𝘪 “𝘮𝘢𝘯𝘥𝘢𝘵𝘰 𝘱𝘰𝘱𝘰𝘭𝘢𝘳𝘦” 𝘤𝘰𝘮𝘦 𝘧𝘰𝘴𝘴𝘦 𝘶𝘯𝘰 𝘴𝘤𝘶𝘥𝘰. 𝘔𝘢 𝘪𝘭 𝘷𝘰𝘵𝘰 𝘯𝘰𝘯 𝘦̀ 𝘶𝘯 𝘭𝘢𝘴𝘤𝘪𝘢𝘱𝘢𝘴𝘴𝘢𝘳𝘦 𝘱𝘦𝘳 𝘱𝘪𝘦𝘨𝘢𝘳𝘦 𝘭𝘦 𝘳𝘦𝘨𝘰𝘭𝘦. 𝘌̀ 𝘶𝘯𝘢 𝘳𝘦𝘴𝘱𝘰𝘯𝘴𝘢𝘣𝘪𝘭𝘪𝘵𝘢̀ 𝘪𝘯 𝘱𝘪𝘶̀. 𝘓𝘢 𝘥𝘦𝘮𝘰𝘤𝘳𝘢𝘻𝘪𝘢 𝘯𝘰𝘯 𝘦̀ 𝘪𝘭 𝘱𝘰𝘵𝘦𝘳𝘦 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘮𝘢𝘨𝘨𝘪𝘰𝘳𝘢𝘯𝘻𝘢 𝘴𝘦𝘯𝘻𝘢 𝘭𝘪𝘮𝘪𝘵𝘪, 𝘦̀ 𝘪𝘭 𝘱𝘰𝘵𝘦𝘳𝘦 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘮𝘢𝘨𝘨𝘪𝘰𝘳𝘢𝘯𝘻𝘢 𝘥𝘦𝘯𝘵𝘳𝘰 𝘪 𝘭𝘪𝘮𝘪𝘵𝘪 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘭𝘦𝘨𝘨𝘦. 𝘓𝘢 𝘯𝘰𝘴𝘵𝘳𝘢 𝘊𝘰𝘳𝘵𝘦 𝘊𝘰𝘴𝘵𝘪𝘵𝘶𝘻𝘪𝘰𝘯𝘢𝘭𝘦 𝘯𝘰𝘯 𝘦̀ 𝘶𝘯 𝘧𝘢𝘴𝘵𝘪𝘥𝘪𝘰. 𝘌̀ 𝘶𝘯𝘢 𝘨𝘢𝘳𝘢𝘯𝘻𝘪𝘢. 𝘓𝘢 𝘔𝘢𝘨𝘪𝘴𝘵𝘳𝘢𝘵𝘶𝘳𝘢 𝘪𝘵𝘢𝘭𝘪𝘢𝘯𝘢 𝘯𝘰𝘯 𝘦̀ 𝘶𝘯 𝘯𝘦𝘮𝘪𝘤𝘰 𝘱𝘰𝘭𝘪𝘵𝘪𝘤𝘰. 𝘌̀ 𝘶𝘯 𝘱𝘪𝘭𝘢𝘴𝘵𝘳𝘰. 𝘌 𝘭𝘢 𝘊𝘰𝘴𝘵𝘪𝘵𝘶𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘥𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘙𝘦𝘱𝘶𝘣𝘣𝘭𝘪𝘤𝘢 𝘐𝘵𝘢𝘭𝘪𝘢𝘯𝘢 𝘯𝘰𝘯 𝘦̀ 𝘶𝘯 𝘭𝘪𝘣𝘳𝘰 𝘪𝘯𝘨𝘪𝘢𝘭𝘭𝘪𝘵𝘰 𝘥𝘢 𝘴𝘷𝘦𝘯𝘵𝘰𝘭𝘢𝘳𝘦 𝘴𝘰𝘭𝘰 𝘪𝘭 2 𝘨𝘪𝘶𝘨𝘯𝘰, 𝘦̀ 𝘪𝘭 𝘱𝘢𝘵𝘵𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘵𝘪𝘦𝘯𝘦 𝘪𝘯𝘴𝘪𝘦𝘮𝘦 𝘭𝘢 𝘤𝘢𝘴𝘢 𝘤𝘰𝘮𝘶𝘯𝘦. 𝘊𝘩𝘪 𝘨𝘰𝘷𝘦𝘳𝘯𝘢 𝘥𝘦𝘷𝘦 𝘥𝘢𝘳𝘦 𝘭’𝘦𝘴𝘦𝘮𝘱𝘪𝘰. 𝘚𝘦𝘮𝘱𝘳𝘦. 𝘚𝘰𝘱𝘳𝘢𝘵𝘵𝘶𝘵𝘵𝘰 𝘲𝘶𝘢𝘯𝘥𝘰 𝘭𝘦 𝘥𝘦𝘤𝘪𝘴𝘪𝘰𝘯𝘪 𝘴𝘰𝘯𝘰 𝘪𝘮𝘱𝘰𝘱𝘰𝘭𝘢𝘳𝘪 𝘰 𝘤𝘰𝘯𝘵𝘦𝘴𝘵𝘢𝘵𝘦. 

𝘗𝘦𝘳𝘤𝘩𝘦́ 𝘭𝘰 𝘚𝘵𝘢𝘵𝘰 𝘥𝘪 𝘥𝘪𝘳𝘪𝘵𝘵𝘰 𝘯𝘰𝘯 𝘦̀ 𝘶𝘯’𝘰𝘱𝘪𝘯𝘪𝘰𝘯𝘦, 𝘦̀ 𝘪𝘭 𝘤𝘰𝘯𝘧𝘪𝘯𝘦 𝘤𝘩𝘦 𝘪𝘮𝘱𝘦𝘥𝘪𝘴𝘤𝘦 𝘢𝘭 𝘱𝘰𝘵𝘦𝘳𝘦 𝘥𝘪 𝘥𝘪𝘷𝘦𝘯𝘵𝘢𝘳𝘦 𝘢𝘳𝘣𝘪𝘵𝘳𝘪𝘰. 𝘌 𝘴𝘦 𝘲𝘶𝘢𝘭𝘤𝘶𝘯𝘰 𝘧𝘢𝘵𝘪𝘤𝘢 𝘢 𝘤𝘢𝘱𝘪𝘳𝘭𝘰, 𝘨𝘭𝘪𝘦𝘭𝘰 𝘴𝘪 𝘳𝘪𝘤𝘰𝘳𝘥𝘢 𝘤𝘰𝘯 𝘤𝘢𝘭𝘮𝘢 𝘮𝘢 𝘤𝘰𝘯 𝘧𝘦𝘳𝘮𝘦𝘻𝘻𝘢, 𝘭𝘢 𝘭𝘦𝘨𝘨𝘦 𝘷𝘢𝘭𝘦 𝘱𝘦𝘳 𝘵𝘶𝘵𝘵𝘪. 𝘈𝘯𝘤𝘩𝘦 𝘱𝘦𝘳 𝘤𝘩𝘪 𝘴𝘪𝘦𝘥𝘦 𝘢 𝘗𝘢𝘭𝘢𝘻𝘻𝘰. 𝘚𝘰𝘱𝘳𝘢𝘵𝘵𝘶𝘵𝘵𝘰 𝘱𝘦𝘳 𝘤𝘩𝘪 𝘴𝘪𝘦𝘥𝘦 𝘢 𝘗𝘢𝘭𝘢𝘻𝘻𝘰.𝘰 𝘧𝘢𝘵𝘪𝘤𝘢 𝘢 𝘤𝘢𝘱𝘪𝘳𝘭𝘰, 𝘨𝘭𝘪𝘦𝘭𝘰 𝘴𝘪 𝘳𝘪𝘤𝘰𝘳𝘥𝘢 𝘤𝘰𝘯 𝘤𝘢𝘭𝘮𝘢 𝘮𝘢 𝘤𝘰𝘯 𝘧𝘦𝘳𝘮𝘦𝘻𝘻𝘢, 𝘭𝘢 𝘭𝘦𝘨𝘨𝘦 𝘷𝘢𝘭𝘦 𝘱𝘦𝘳 𝘵𝘶𝘵𝘵𝘪. 𝘈𝘯𝘤𝘩𝘦 𝘱𝘦𝘳 𝘤𝘩𝘪 𝘴𝘪𝘦𝘥𝘦 𝘢 𝘗𝘢𝘭𝘢𝘻𝘻𝘰. 𝘚𝘰𝘱𝘳𝘢𝘵𝘵𝘶𝘵𝘵𝘰 𝘱𝘦𝘳 𝘤𝘩𝘪 𝘴𝘪𝘦𝘥𝘦 𝘢 𝘗𝘢𝘭𝘢𝘻𝘻𝘰." 

(𝗚𝘂𝘀𝘁𝗮𝘃𝗼 𝗭𝗮𝗴𝗵𝗲𝗯𝗿𝗲𝘀𝗸𝗶, 𝐏𝐫𝐞𝐬𝐢𝐝𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐄𝐦𝐞𝐫𝐢𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐂𝐨𝐫𝐭𝐞 𝐂𝐨𝐬𝐭𝐢𝐭𝐮𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞)

... Toro in serie B? ...

IL TORO ANDRÀ IN SERIE B? 

 A volte non ci si accorge di quello che sta per capitare fino a quando non succede. sulle nostre pagine, fino a qualche settimana fa, molti tifosi ritenevano impossibile una retrocessione in serie b, in virtù del fatto che due squadre (Verona e Pisa) erano spacciate, mentre Fiorentina e Lecce erano distanti e messe male. Ma arrivati quasi a marzo la situazione è cambiata, e la squadra di Baroni è allo sbando. Avevamo scritto che a Marassi sarebbe stata una sicura debacle, e così è stato, e la cosa brutta è che la previsione era scontata. Questo Toro retrocederá? Questa è la domanda che possiamo farci. E no...a nostro avviso in caso di serie B, Cairo non venderebbe e resterebbe al timone per altri anni, ne siamo certi, perché del resto questa situazione è già avvenuta al termine della stagione 2009 senza reazioni veementi da parte dei tifosi granata. Noi ripetiamo da mesi che una squadra che prende tutti questi gol retrocede sempre. Il Verona ha preso un gol in meno ed è già spacciato. La fortuna di Cairo e Baroni è stata quella di avere vinto due o tre partite grazie a una discreta dose di fortuna, ma i numeri non mentono mai. Bisogna sperare che D'Aversa sia in grado di sistemare la difesa (ma sarà difficilissimo) e servirà una discreta dose di fortuna. Sarà serie B? Esiste una cosa peggiore della cadetteria: Andare in serie B perdendo l'ultima contro la Juve, con Cairo che rimane al timone del Toro.
Se Agonia Baroni più che un tecnico è stato un necroforo, il suo successore designato, D’Aversa è uno di quelli che non sfondano mai davvero, ma restano lì, appesi al sistema come una giacca dimenticata in uno spogliatoio umido di terza categoria. Una carriera da allenatore che non decolla: Parma lo esonera, lo riprende, lo riesonera. Alla Sampdoria dura meno di una stagione. A Lecce parte bene e poi si sbriciola, come certi castelli (non quelli difensivi di cui vaneggiava Mortimer) fatti con la sabbia bagnata male. E poi c’è quel passato che non profuma: sei mesi di squalifica per le scommesse quando ancora correva in campo. Non un crimine da romanzo nero, ma abbastanza per lasciare una macchia, una crepa nella parola “probità” che nel calcio suona già come una barzelletta raccontata male. Il presente è pure peggio. L’episodio Henry non è rabbia, è perdita di controllo. Una testata, mesi di squalifica, e la sensazione che la panchina gli scivoli via dalle mani come una bottiglia vuota. E allora lo guardi e capisci: non è l’uomo delle svolte, è quello delle transizioni sbagliate. Uno che oggi appare disperato, pronto ad aggrapparsi a qualsiasi panchina pur di restare dentro al giro. Uno che, per dire, accetterebbe di allenare pure i galeotti di San Vittore in terza categoria, purché qualcuno gli dia ancora una lavagnetta ed undici maglie da distribuire. Se arriva alla Cairese non è una scelta, è una resa. Perché chi mendica non può scegliere ed ancora una volta Cairo ha sbagliato tutto l’umanamente sbagliabile, e personalmente ritengo sbagli anche questa volta. Gotti non è un drago, ma almeno è una persona decente. Invece no: se si sbaglia sbagliamo fino in fondo. Beviamo l’amaro calice di piscio invecchiato con D’Aversa esclamando “buona annata il 2026!”. Si passa dalla diarrea ematica di Agonia Baroni alla diarrea liquida di D’Aversa. Cambia la consistenza, non la sostanza. Sempre mal di pancia, sempre lo stesso odore nell’aria, un’eau de toilette di sottomarca. 
Afrore di Cairo: per il presidente che non deve chiedere scusa…mai. 

 Ernesto Bronzelli.

domenica 22 febbraio 2026

... la Ducetta!! ...

4Sono sempre più forti i pericoli per la democrazia costituzionale nel nostro Paese. Siamo in momento di mutazione nell'azione di governo di Giorgia Meloni, dove la distinzione tra ruolo istituzionale e militanza di parte è definitivamente saltata. Nelle ultime quarantotto ore Palazzo Chigi è entrato in rotta di collisione su più fronti, interni ed esterni. C’è nervosismo nella linea della Presidente del Consiglio che appare sempre più radicale e identitaria, finalizzata a consolidare il consenso, anche a costo di accrescere le tensioni istituzionali all’interno e con i partner europei. Il governo ha aderito come “osservatore” al Board for Peace promosso da Donald Trump. L’organismo privato esterno in conflitto con le istituzioni internazionali come l’ONU. È una scelta di sudditanza che solleva interrogativi pesanti sulla coerenza con la Carta Costituzionale dell’Italia e con la sua collocazione internazionale. Sul piano europeo le dichiarazioni strumentali di Giorgia Meloni sull’uccisione dell’attivista fascista francese, Quentin Deranque, a Lione, hanno aperto uno scontro con Emmanuel Macron che ha replicato con fermezza, invitando la premier a non interferire nelle vicende francesi. Uno schiaffo ben assestato contro chi si proponeva di utilizzare una tragedia per diventare la paladina del movimento neofascista europeo. Sul versante interno, nonostante il richiamo di Sergio Mattarella al rispetto reciproco tra i poteri dello Stato e la richiesta di non attaccare il CSM come violentemente aveva fatto Nordio, la presidente del Consiglio ha rilanciato l’opera di deligittimazione della magistratura e criticato duramente la decisione dei giudici di Palermo che hanno riconosciuto un risarcimento alla Ong Sea Watch. L’insieme di questi episodi delinea tre direttrici. In primo luogo, una scelta di campo internazionale netta, che punta a rafforzare l’asse con la destra americana, anche a costo di incrinare l’equilibrio multilaterale europeo. Secondo: l’uso del conflitto con la Francia per alimentare una narrazione di contrapposizione politica e culturale, utile a consolidare la base interna. E infine, la riproposizione dello scontro con la magistratura come leva di mobilitazione, in particolare sui temi di immigrazione e sicurezza, in vista dei prossimi appuntamenti referendari. Il risultato è un innalzamento deliberato del livello di tensione: ogni passaggio politico viene trasformato in uno scontro frontale. È una strategia che privilegia la polarizzazione rispetto alla ricerca di mediazioni e che sposta il baricentro del confronto pubblico dal merito delle soluzioni alla costruzione del conflitto. Meloni non si comporta come una presidente del consiglio, con senso di responsabilità e rispetto per le istituzioni e il ruolo che temporaneamente ricopre, ma come la capopartito di una forza di estrema destra che vuole imporre le sue scelte e la sua politica a tutto il resto del Paese. Ieri, ha dichiarato anche che per “mandarmi via ci vogliono le elezioni”, riferendosi al referendum sulla giustizia. È il segno che teme di perderlo ma se dovesse malauguratamente vincerlo si sentirebbe ancor più in diritto di esercitare un comando assoluto, che pretende di essere privo di vincoli, sciolto dal rispetto e dal controllo della legge, insofferente alla critica. Qualche sciocco o qualche opportunista sui grandi giornali nazionali si chiede se Meloni scenderà in campo oppure no per il referendum. In realtà, Meloni , senza dirlo, con la sua solita furbizia, sta trasformando il referendum in un plebiscito su se stessa, per imprimere un’accelerazione autoritaria e concentrare il potere nelle sue mani. Questa è la vera posta in gioco per il referendum sulla giustizia, cioè la qualità della nostra democrazia. Dobbiamo impedire che si compia una trasformazione definitiva verso un regime illiberale di destra. 

 Enrico Rossi.

... Genoa 3 - Torino 0 ...

𝐒𝐞𝐜𝐨𝐧𝐝𝐨 𝐯𝐨𝐢 𝐌𝐚𝐫𝐜𝐨 𝐁𝐚𝐫𝐨𝐧𝐢 𝐞̀ 𝐝𝐚 𝐞𝐬𝐨𝐧𝐞𝐫𝐚𝐫𝐞❓❓❓
Vittoria rotonda per il Genoa grazie alle reti nel primo tempo di Norton-Cuffy (21°) e di Ekuban (40°). Nel secondo tempo, al minuto 83, arriva la rete di Junior Messias a fissare il risultato sul 3-0. Torino assente nel corso della prima frazione, meglio nel secondo tempo nonostante l'inferiorità numerica. Torna alla vittoria il Grifone dopo tre giornate a secco. I rossoblu si allontanano dalla zona retrocessione agganciando proprio il Torino a 27 punti. Nel prossimo turno di campionato, il Genoa andrà in scena a San Siro contro la capolista Inter. Un solo punto per il Torino nelle ultime quattro partite disputate. I granata ospiteranno la Lazio nel corso della 27° giornata di campionato.
Il Torino cammina lento, con quella grazia stanca di chi ha già capito come va a finire. Non corre, non suda, non lotta davvero: scivola. Scivola verso il basso con un’eleganza quasi irritante, come se la caduta fosse stata provata e riprovata, come se ogni passo fosse già scritto. Entra in campo con la serenità di un condannato che ha smesso di opporsi, che guarda avanti nel miglio verde e sa che non c’è più nulla da salvare. È un agnello, sì, ma non quello innocente: uno che ha smesso di credere nel recinto, nel pastore, nel senso stesso di restare in piedi. Va incontro al colpo senza nemmeno provare a schivarlo, ed intorno, silenzio, o peggio: abitudine. Abitudine alla sconfitta, all’umiliazione, a non essere più una bestia feroce ma un animale da cortile. 
Che Marco Baroni, con quella faccia da chi ha perennemente la mamma morta in braccio, fosse un fallito lo sapevano TUTTI. Non era un mistero, non era una scommessa geniale, non era nemmeno un azzardo romantico: era una resa travestita da scelta. Eppure è stato preso, difeso, accarezzato come si fa con gli errori a cui non si vuole rinunciare. Come se l’ostinazione potesse diventare progetto. Come se chiudere gli occhi rendesse tutto meno evidente. E chi lo ha scelto, voluto, protetto, titillato? Urbano Cairo. Vent’anni di decisioni sbagliate, di occasioni buttate, di idee corte e memoria ancora più corta che portano il suo fottuto nome ed ancor più fottuto cognome. Venti anni a galleggiare senza mai costruire, senza mai avere il coraggio di sbagliare davvero per poi ricominciare. Sempre a metà se non più giù, sempre a rincorrere qualcosa che non si sa nemmeno nominare. Il presidente lì, fermo, a difendere l’indifendibile, a proteggere scelte che crollano da sole. Non è sfortuna, non è un ciclo negativo: è una direzione precisa, anche se nessuno ha il coraggio di dirlo ad alta voce. Ed in questo teatro stanco ed osceno c’è anche chi continua a raccontare che va tutto bene, o che potrebbe andare peggio, o che in fondo c’è una logica. Mario Pagliara e Simone Battaggia, perché è doveroso fare nomi e cognomi, dalle colonne della La Gazzetta dello Sport, si arrampicano sull’assurdo con una disciplina quasi devota, piegando la realtà per compiacere il loro signore e padrone. Parole che non spiegano, ma coprono. Analisi che non illuminano, ma anestetizzano. Tutti fortissimi, tutti fenomeni, tutti campioni, tutti leader. Simeone, Paleari, il muro Coco, il genietto Vlasic. Il caso recente più eclatante è senza dubbio quello del turco Ilkhan, che dipinto novello Modric, si rivela per ciò che è: un povero stronzo senza arte né parte. 
Anche per questa gente, la cadetteria sarebbe un bagno di umiltà: una crepa necessaria in quella narrazione liscia, senza attrito, dove tutto trova sempre una giustificazione. Ed allora forse a ben vedere la Serie B non sarebbe una tragedia. Sarebbe pulizia, sarebbe aria fredda nei polmoni dopo anni di stanze chiuse. Sarebbe la fine di una lunga, inutile agonia. Una retrocessione benedetta, desiderata, quasi giusta. Una caduta che, per una volta, avrebbe senso, perché a volte bisogna toccare il fondo non per risalire subito, ma per smettere di mentire. 
Pietà. 

 Ernesto Bronzelli.
La situazione è drammatica. E non mi riferisco soltanto all’ennesima, oscena prestazione di questo campionato. Mi riferisco soprattutto all’aria che si respira intorno al Toro. Un’aria di stanchezza, di rassegnazione, di incapacità di reagire. Un’aria da lotta per non retrocedere che, se affrontata così, diventa davvero durissima. Serve un finale di campionato con il coltello tra i denti, con quella garra e quella grinta che oggi mancano completamente a questa squadra e a questo allenatore. La squadra non si può cambiare. L’allenatore sì. Ed è necessario farlo — lo era già da un po’. Sapendo che non basta, ma che è l’unica cosa concreta che si può fare adesso. A questo punto credo sia indispensabile sostenere la squadra (no, non lo merita, lo so bene), ma non possiamo permetterci di rischiare la Serie B. Andare in B significherebbe perdere quel poco di appeal rimasto per un eventuale compratore. Vorrebbe dire tenersi Cairo per altri vent’anni: perché non ha interesse a vendere, ma di certo non lo farebbe con una retrocessione sulle spalle — anche solo per una questione di ego smisurato. Andare in B significherebbe quasi scomparire, perché la Serie B di oggi non ha alcuna visibilità. Per fortuna il campionato è ancora lungo: c’è tempo per pianificare — parola sconosciuta — qualcosa per raddrizzare la situazione. A cominciare da oggi. 
Via Baroni. Testa bassa e pedalare.

... La Sfida Globale ...

LA SFIDA GLOBALE 

L’universo maga e le scelte dell’Italia 

Sergio Fabbrini ( Il Sole 24 Ore) 

Maga (Make America Great Again) è una coalizione politica che, si ritiene, rappresenta circa il 60% dei 77 milioni di elettori che hanno votato Trump nel 2024. Si è formata nel corso del 2016, ma era in gestazione da tempo (come ha mostrato Laura Field), con lo scopo di rivoluzionare il sistema americano e i suoi rapporti con il mondo. Trump è stato il catalizzatore delle correnti della destra americana desiderose di andare oltre il tradizionale conservatorismo repubblicano (il Reagan-Buckley Consensus). Un conservatorismo che era rimasto prigioniero dell’illuminismo liberale dei Padri fondatori, oltre che dell’idea multirazziale della «nazione di tante nazioni». Maga rappresenta una visione nativista di America, un’America etnica a supremazia bianca. La lotta all’immigrazione è una questione identitaria, non di politica pubblica. Gli immigrati (non solamente quelli entrati illegalmente) debbono essere deportati proprio per evitare che inquinino il sangue dell’America. Per Maga, Trump è il «Cesare» che può finalmente scardinare il predominio dell’establishment liberale. L’autoritarismo è lo strumento con cui svuotare la separazione dei poteri all’interno e con cui imporre il potere dell’America all’esterno. Per esponenti Maga (come Curtis Yarvin), il potere decisionale deve essere concentrato nel presidente, liberandolo dai vincoli congressuali e giudiziari. Il presidente è il Ceo dell’America. L’occupazione militare delle città, l’uso della forza contro i dimostranti, l’attacco ai media o alle università, sono necessari per scardinare le casematte liberali. All’esterno, per esponenti Maga (come Michael Anton), l’America deve usare il suo potere imperiale per scardinare le Nazioni Unite, sostituendole con un’organizzazione da lei dominata. Il Board of Peace non è nato per caso. L’imposizione unilaterale dei dazi ad altri Paesi collega l’autoritarismo interno con quello esterno. Il primo è stato appena contenuto dalla Corte Suprema, il secondo continua ad essere accettato da molti (come la Commissione europea). Il nazionalismo nativista è caratterizzato dal rifiuto della democrazia liberale e del diritto internazionale. Tale rifiuto ha caratteristiche illiberali (come nel caso di Yoram Hazony) o post-liberali (come nel caso di Patrick Deneen), ma è comunque caratterizzato dall’idea che la democrazia capitalistica e il multilateralismo internazionale costituiscono regimi del passato. Tra le due correnti si collocano gli apologeti del potere (come Stephen Miller) o gli oligarchi della Silicon Valey (come Peter Thiel), e il loro portavoce, J.D. Vance. In Maga è confluito anche il nazionalismo cristiano promosso dalla costellazione di congregazioni neo-protestanti e neo-evangeliche. Per i nazionalisti cristiani (come i protestanti e cattolici di Project 2025), Trump è il Mosè finalmente arrivato per liberare la «nazione bianca» dal gioco laicista. Per i nazionalisti cristiani, se si vuole arrestare il declino americano, occorre rifondare religiosamente lo stato. Essi rifiutano il Primo Emendamento (1791) della Costituzione, elaborato nel 1787, il quale proibisce al Congresso di costituire una religione o di previlegiarne una sulle altre. L’America è stata periodicamente attraversata da religious revivals, come ha mostrato, tra gli altri, lo storico Richard Hofstadter. L’attuale nazionalismo cristiano non è però uno di questi. Esso è interessato alla politica più che alla fede. Di qui, la critica feroce all’Europa, considerata un continente secolarizzato, che sta cancellando la propria civiltà. Di qui anche il sostegno ai partiti della destra europea (come la tedesca Alternative für Deutschland) che dichiarano di volere ricristianizzare l’Europa, espellendo gli immigrati non-bianchi (la cosiddetta «remigrazione») e proibendo la pratica di fedi religiose non-cristiane. L’Europa integrata è stata costruita in opposizione al nazionalismo etnico, all’illiberalismo autoritario e al fondamentalismo religioso, di cui Maga è espressione. Abbiamo messo le nostre democrazie dentro involucri (costituzionali e sovranazionali) finalizzati a prevenire il ritorno del primo. Abbiamo costruito stati di diritto che proteggessero i diritti individuali attraverso una limitazione del potere politico, per evitare il ritorno del secondo. Abbiamo dato vita a economie e società pluraliste, per evitare il ritorno del terzo. Maga rappresenta una minaccia per noi. Se così è, come può Giorgia Meloni difendere il nazionalismo antiimmigrati di Trump, la sua politica incostituzionale dei dazi, la farsa del Board of Peace? Il 14 febbraio scorso, parlando alla Conferenza internazionale di Monaco, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha detto: «La battaglia (…) di Maga negli Stati Uniti non è la nostra. (Da noi) la libertà di parola finisce quando la si usa contro la dignità umana e contro la nostra legge fondamentale. Noi non crediamo nelle tariffe e nel protezionismo, ma nel libero commercio. Noi difendiamo gli accordi sul clima e l’Organizzazione mondiale della sanità perché siamo convinti che le sfide globali possono essere risolte solamente insieme». Il giorno dopo, la premier italiana Giorgia Meloni ha dichiarato di non condividere le opinioni «politiche» del cancelliere tedesco, aggiungendo che Maga «non è un tema di competenza dell’Unione Europea». In realtà, Maga rappresenta una sfida esistenziale per l’Europa integrata. Sostenerla, vuol dire essere contro quest’ultima.

sabato 21 febbraio 2026

... TSO per tutti!! ...

TSO PLANETARIO 

di Lavinia Marchetti 

 Oggi avevo una giornata libera e oltre a studiare ho deciso di mettermi in pari col mondo, non solo delle cose di cui mi occupo quotidianamente. Ho appreso molte cose, Freud le collocherebbe nell'ordine del "Perturbante", ma forse è poco.

 DUNQUE, HO APPRESO CHE: 

- abbiamo Luigi Di Maio, sì, proprio lui, l’uomo che ha trasformato il "non sapere cosa fare" in una luminosa carriera internazionale, che oggi officia come professore in un prestigioso college londinese. Me lo immagino mentre spiega la geopolitica dimenandosi tra un congiuntivo e un'espressione zen da: dove sono? Lui ce l'ha fatta. Un mio amico di scienze politiche con due dottorati insegna in un paesino della Sardegna storia e filosofia...Onore a Di Maio. - mentre Gigino insegna il mondo al mondo, il mondo reale si dà da fare, scopriamo che un poliziotto, quelli a cui vorrebbero dare lo scudo penale, invece di pattugliare, decide di fare consulenza esterna e sparare in testa a uno spacciatore e manomettere la scena. Sembra The Shield in salsa italica. - Antonio Tajani. Lo vedi lì, imbalsamato, impacciato come una mummia a cui hanno appena spiegato che deve fare la breakdance. Non sciolto come quando si tratta di denigrane i cattivoni "comunisti" davanti alla sua platea. Si muove nel fumo della diplomazia con la scioltezza di un termosifone in ghisa, "osservando" un fantomatico "Board of Peace" che potrebbe diventare una delle cose più criminali e vergognose di questo secolo. - Sì, il Board of peace. Avete presente la mafia? Ecco...la differenza è che hanno più soldi e potere e nessuno può arrestarli e che tutti insieme hanno fatto i morti che la mafia potrebbe fare forse in mille anni. La pace... - Sullo sfondo, quasi come un rumore bianco fastidioso, il genocidio a Gaza continua in diretta streaming, ma fa meno notizia di quel piccolissimo evento epocale che sono i file di Epstein, inizia Sanremo, c'è la serie A, ci sono priorità. Nel frattempo i motori per la guerra all'Iran vengono scaldati con la nonchalance di chi sta preparando una grigliata di Pasquetta. - L'Europa collassa piano piano, la Germania da 3 anni non performa, 0,2 di crescita, senza gas Russo non funziona. Spiegatelo anche alla Grecia. Kaja Kallas osserva il crollo dell'Europa con quel gelo baltico di chi sa che la casa brucia, ma ha già deciso che colore dare alle ceneri. 

Questo è quello che ho visto oggi. 20 febbraio 2026. 

 Auguri a noi!

... una fiamma eterna!! ...

L'ULTIMA FIAMMA: PERCHÉ LA PREMIER HA PERSO IL TRENO DEL MODERATISMO 


L'errore fatale di Giorgia Meloni non risiede tanto nei numeri dell'economia, quanto in un peccato originale di natura strategica: la pretesa di governare una nazione moderna restando prigioniera di un passato che non ha mai voluto davvero rinnegare. Giunta a Palazzo Chigi con l'aura della "ribelle" pronta a rompere gli schemi di Bruxelles e a dare battaglia su accise, tasse e malaffare, la premier si è presto ritrovata impantanata in un paradosso insolubile. Da una parte ha cercato di indossare l'abito rassicurante del moderatismo internazionale, tentando di accreditarsi come interlocutrice affidabile per le cancellerie europee e i mercati; dall'altra, non ha mai avuto il coraggio politico di recidere il cordone ombelicale con la propria base neofascista e con quella simbologia della fiamma tricolore che continua a proiettare ombre inquietanti sul suo operato. Questa scelta di non scegliere ha generato un mostro politico a due teste che oggi sta mostrando il suo volto più aggressivo. Invece di compiere quella virata decisa verso il centro che avrebbe potuto trasformare Fratelli d'Italia in un moderno partito conservatore di stampo europeo, Meloni ha preferito restare arroccata in una destra identitaria e reazionaria. Il risultato è una parvenza di moderatismo ormai logora, una maschera che cade definitivamente di fronte all'attuale e durissimo attacco frontale alla magistratura. Questo scontro istituzionale, unito agli evidenti e crescenti attriti con il Presidente Mattarella, dimostra che il treno del moderatismo è ormai passato e che la premier lo ha perso deliberatamente. Oggi, stretta tra le promesse tradite e l'incapacità di evolversi, Meloni si ritrova costretta a rifugiarsi in un approccio estremista per sopravvivere politicamente. Quella rottura degli schemi che doveva liberare l'Italia dai vecchi vizi si è risolta in una gestione del potere che ricalca i peggiori schemi del passato, tra familismo e difesa degli interessi di casta. Arrivata a un punto di rottura con i garanti della Costituzione e con l'equilibrio dei poteri, la sua "rivoluzione" appare ormai come un puro esercizio di conservazione del potere, condannandola a essere una leader di parte che ha preferito i fantasmi del passato alla costruzione di un futuro credibile per l'intera nazione. 

 Mauro David.

... dai nostri inviati ...

... dai nostri inviati a Mattie giungono queste belle foto del nostro "buen retiro". Maria Rosa ed Antonio hanno fatto un blitz di controllo ed il risultato è OK!!