domenica 9 agosto 2026

... Enzo Biagi ...

Questo grande Signore del Giornalismo si chiamava Enzo Biagi. E non ha bisogno di presentazioni. Però, nel giorno della sua nascita, il 9 agosto, bisogna che qualcuno racconti la sua vita, e la racconti tutta dall’inizio, perché Enzo Biagi da Lizzano in Belvedere di vite ne ha vissute almeno quattro o cinque, e tutte hanno qualcosa da insegnare a questo Paese senza dignità, memoria né cultura. Aveva 23 anni, Enzo, quando dopo l’8 settembre 1943 si è ritrovato a scegliere da che parte stare. E lui non ha avuto un attimo di esitazione a scegliere la parte giusta. È stato partigiano nelle Brigate di Giustizia e libertà, sulle montagne dell’Appennino. Ma la guerra non l’ha mai combattuta col corpo, non faceva per lui, gracile e di salute malferma. Lui la Resistenza l’ha fatta a suo modo, come l’avrebbe fatto per tutta la vita: con le parole. Gli affidarono un giornale partigiano, si intitolava “Patrioti”. Solo che erano i “patrioti” veri. I partigiani. Enzo ne fu l’unico redattore: dirigeva, scriveva, teneva reportage lungo la Linea Gotica fornendo ai cittadini in tempo reale una controinformazione alla propaganda nazifascista. Quando i tedeschi lo scoprirono, gli fecero a pezzi la tipografia, ma lui tirò dritto per la sua strada, non smise mai di fare il giornalista. E il 21 aprile del 1945, quando le truppe alleate entrarono a Bologna, fu proprio lui, dai microfoni della radio, ad annunciare la Liberazione della sua città. Fu l’inizio di una carriera tra le più folgoranti e longeve della Storia del giornalismo italiano. Lavorò per “Epoca”, “La Stampa”, “Il Corriere della Sera”, “la Repubblica”, una vita alla Rai, di cui finì per diventare uno dei volti più familiari e credibili, con un garbo e una signorilità che malcelava il rigore assoluto e inflessibile dell’uomo di inchiesta. Quando nel 1970 fu nominato direttore del “Resto del Carlino”, diede una definizione lucida e attualissima di cosa significhi il mestiere di giornalista: “Considero il giornale un servizio pubblico come i trasporti pubblici e l’acquedotto. Non manderò nelle vostre case acqua inquinata”. Molti anni dopo, quella libertà l’avrebbe pagata a caro prezzo. Il 18 aprile 2002, da Sofia, l’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi accusò Biagi, Santoro e Luttazzi di aver fatto un “uso criminoso” della televisione pubblica e in pratica ne ordinò l’epurazione dalla Rai, in quello che sarebbe passato alla Storia come l’“Editto bulgaro”. Puntualmente, poco tempo dopo “Il Fatto”, il programma che conduceva, sparì dai palinsesti e Biagi fu allontanato dalla Rai, dopo 41 anni di onorato Servizio pubblico. Aveva 82 anni. Continuò a scrivere, a raccontare, a fare il suo mestiere. Ma da quell’agguato da regime, da quella censura, da quell’ingiustizia palese non si riprese mai fino in fondo. Tornò anche in televisione, per una breve parentesi, ma le sue condizioni di salute erano ormai peggiorate irrimediabilmente. Il 6 novembre 2007 Enzo Biagi se ne andò a Milano, a 87 anni, lasciando un vuoto che negli ultimi vent’anni non è mai stato del tutto colmato. Al suo funerale cantarono “Bella ciao”, come aveva espressamente richiesto. L’ultimo saluto a un uomo che ha attraversato la Resistenza, la Liberazione, la Prima e la Seconda Repubblica, senza mai cambiare l’idea testarda e radicale che aveva del proprio mestiere: sempre e orgogliosamente al servizio dei propri lettori, ascoltatori o telespettatori. 

 Il minimo che possiamo fare oggi, nel giorno dell’anniversario, è ricordare Enzo Biagi, un gigante del giornalismo e un uomo perbene. 

 Lorenzo Tosa.

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