domenica 30 agosto 2026

... una "poltiglia autoritaria" ...

Ormai non hanno più paura di niente. I sorci stanno uscendo dalle fogne. E forse è arrivato il momento di smettere di considerare certi segnali come episodi isolati, folkloristici o semplicemente "folle nostalgiche". Perché, messi tutti insieme, quei segnali cominciano a delineare qualcosa di molto più inquietante. La libertà e la democrazia non sono mai conquistate una volta per tutte. Vanno difese ogni giorno. E soprattutto vanno difese quando qualcuno comincia a considerarle un ostacolo da aggirare in nome dell'ordine, della sicurezza o di una presunta volontà popolare. Noi siamo abituati a immaginare il cambio di regime come qualcosa che avviene improvvisamente: i carri armati nelle strade, il Parlamento chiuso, la sospensione della Costituzione, un colpo di Stato in piena regola. Ma oggi, nel mondo occidentale, difficilmente funzionerebbe così. Il nuovo autoritarismo è molto più subdolo. Non arriva necessariamente con i militari nelle piazze. Può avanzare lentamente, attraverso una poltiglia autoritaria, metodica e viscida, che si insinua progressivamente nelle istituzioni e nella società. Si comincia con il controllo degli apparati dello Stato e con la collocazione di uomini considerati affidabili nei punti strategici. Si continua con il condizionamento dell'informazione, con la marginalizzazione delle voci scomode, con la progressiva trasformazione del pluralismo in una contrapposizione tra "patrioti" e "nemici". Poi arrivano le leggi. Leggi presentate come necessarie per la sicurezza, per il decoro, per difendere i cittadini, ma che possono finire per comprimere progressivamente gli spazi di libertà. E arrivano le modifiche delle regole elettorali, la delegittimazione degli avversari politici, l'attacco alla stampa, il tentativo di occupare culturalmente e mediaticamente ogni spazio possibile. E soprattutto arriva la costruzione del nemico. Il migrante. L'oppositore politico. L'attivista. Lo studente. Il sindacalista. Chi protesta. Chi non si adegua. Bisogna convincere una parte della popolazione, soprattutto quella meno informata e più facilmente suggestionabile, che la libertà degli altri rappresenti una minaccia alla propria sicurezza. Ed è proprio qui che alcuni episodi recenti dovrebbero farci riflettere. Da una parte abbiamo visto una legislazione particolarmente severa nei confronti dei cosiddetti rave party: nel 2022 il Governo introdusse una specifica fattispecie penale per i raduni illegali, poi modificata durante l'iter parlamentare, prevedendo anche pene detentive e confisca dei mezzi utilizzati. Dall'altra parte assistiamo periodicamente a raduni di gruppi neofascisti nei quali compaiono camicie nere, saluti romani, richiami al fascismo e commemorazioni di Mussolini e dei gerarchi fascisti. È un fenomeno talmente evidente da essere stato oggetto, ancora nell'aprile 2026, di una specifica interrogazione al Senato. Ed è proprio questo il punto che non riesco a comprendere. Perché nei confronti di un gruppo di ragazzi che organizza un rave si può intervenire con il pugno di ferro in nome dell'ordine pubblico, mentre nei confronti di chi celebra il fascismo, indossa la camicia nera, fa il saluto romano e commemora il regime si assiste troppo spesso a una sorta di normalizzazione, quando non addirittura a una tolleranza che lascia sconcertati? La questione non è difendere i rave party. La questione è molto più seria: è la coerenza con cui uno Stato democratico applica le proprie regole. Se una manifestazione costituisce un pericolo concreto per l'ordine pubblico, la legge deve intervenire. Ma la stessa fermezza deve valere quando vengono esibiti simboli, rituali e comportamenti che richiamano esplicitamente l'ideologia fascista e la sua storia. Perché non può esistere una democrazia nella quale la libertà viene difesa soltanto quando a essere colpiti sono "gli altri". E attenzione: non sto dicendo che l'Italia sia già una dittatura. Sarebbe una forzatura. Sto dicendo un'altra cosa, molto più semplice e, proprio per questo, molto più importante: le democrazie non muoiono necessariamente con un colpo di Stato. Possono consumarsi lentamente, pezzo dopo pezzo, mentre la maggioranza dei cittadini continua a vivere come se nulla stesse accadendo. Prima si tollera un piccolo abuso. Poi si giustifica una limitazione. Poi si delegittima un giornalista. Poi si considera il dissenso un problema. Poi si costruisce un nemico. Poi si modificano le regole. E quando finalmente qualcuno si accorge che il sistema è cambiato, può essere già troppo tardi. Per questo non dobbiamo avere paura, ma dobbiamo stare con gli occhi aperti. La risposta non è la violenza, non è lo scontro di piazza, non è il fanatismo di segno opposto. La risposta è ancora una volta quella che ci hanno lasciato in eredità i padri della Repubblica: Costituzione, antifascismo, libertà di pensiero, pluralismo, indipendenza dell'informazione, separazione dei poteri e partecipazione democratica. Perché la democrazia non si difende aspettando che qualcuno la abolisca. Si difende impedendo che, giorno dopo giorno, qualcuno la svuoti dall'interno. 


 Raffaello Briguglio.

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