sabato 29 agosto 2026

... ancora su Ranucci ...

Quindi alla fine ci sono riusciti… l’hanno fatto fuori ! - 


Sigfrido Ranucci lascia la conduzione di Report dopo nove anni, a seguito di una decisione ufficiale comunicata dalla Rai il 28 agosto 2026. La conduzione del programma d'inchiesta è affidata alla coppia formata da Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi. Come capi autori e punti di riferimento della redazione sono stati indicati Bernardo Iovene e Giulio Valesini i quali hanno già comunicato il loro rifiuto. La decisione ha provocato forti tensioni, con la redazione del programma che ha minacciato l'abbandono della trasmissione. Il cambio di guida arriva al culmine di un acceso caso politico e mediatico legato alle pressioni e alle richieste di rimozione avanzate da una parte della politica.Lo stesso Ranucci ha commentato l'allontanamento parlando di una battaglia per la libertà di stampa, mentre diverse forze di opposizione hanno criticato aspramente il provvedimento dell'azienda. 

Qui bisogna fare qualcosa, è inammissibile accettare tutto questo scempio. 


 Paolo Ranzani.
RANUCCI FUORI DA REPORT. QUANDO LA POLITICA SI SENTE PADRONA DELL'INFORMAZIONE 


Adesso è ufficiale. Sigfrido Ranucci non condurrà più Report. La Rai ha deciso di sostituirlo con Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi, motivando la scelta con esigenze aziendali ed editoriali e con la necessità di tutelare l'immagine e la credibilità del servizio pubblico. Una spiegazione che, personalmente, non mi convince affatto. E non perché ritenga Ranucci intoccabile o Report immune dalle critiche. Un giornalista può sbagliare e deve rispondere dei propri errori. Una trasmissione può essere criticata e contestata. Ma qui il punto è un altro. Da settimane abbiamo assistito a una pressione politica e mediatica nei confronti di Ranucci e di Report che non può essere liquidata come una normale critica giornalistica. Matteo Salvini aveva chiesto una «pausa» per Ranucci. Ignazio La Russa aveva detto che Report «va cambiato». E oggi, dopo l'annuncio della Rai, Salvini ha commentato: "Giusto così. Ora si faccia chiarezza". Fratelli d'Italia ha parlato della necessità che Report torni al "vero mestiere" del giornalismo d'inchiesta. Ora ditemi voi se tutto questo può essere considerato irrilevante. Da quando la politica deve stabilire chi conduce una trasmissione giornalistica del servizio pubblico? Ma c'è un passaggio di questa vicenda che trovo particolarmente grave. Ranucci ha raccontato di avere appreso della propria rimozione dall'ANSA, prima ancora di ricevere una comunicazione diretta dall'azienda. E la sua reazione è stata durissima. Ha scritto:"Sono venuto a conoscenza dall'Ansa che la Rai mi ha sospeso dalla conduzione di Report". Poi ha indicato quella che, secondo la sua ricostruzione, sarebbe stata la motivazione: "Avrei messo a repentaglio la credibilità di Report in seguito ai 2800 articoli in due mesi fatti dai giornali del gruppo Angelucci e comunque di governo, anche da parte del fuoco amico della Rai". E ha concluso con parole che, al di là di ogni giudizio personale su Ranucci, non possono lasciare indifferenti:"Il mio non è un addio, non condurrò Report ma condurrò la battaglia più importante della mia vita per la libertà di stampa". E ancora:"Mi rifiuto di lasciare alle future generazioni questo mondo mostruoso, governato da persone mostruose e vigliacche che non tollerano il giornalismo libero e i magistrati indipendenti". Ma la cosa ancora più significativa è che non è stato soltanto Ranucci a protestare. Anche gli inviati storici di Report hanno reagito con estrema durezza. In una nota hanno definito la decisione della Rai:"Completamente irricevibile". E hanno contestato innanzitutto il metodo, affermando che l'azienda avrebbe rifiutato qualsiasi interlocuzione con la squadra, facendo apprendere la decisione dalle agenzie. Ma soprattutto hanno contestato il merito della scelta, sostenendo che i nuovi conduttori "non sono in alcun modo rappresentativi della storia e dei valori di Report". Poi è arrivata l'accusa politicamente più pesante:"L'intenzione dell'azienda sembra quella di voler distruggere la storia e l'integrità della trasmissione, su un evidente mandato politico". E hanno annunciato che, se la Rai non tornerà sui propri passi, abbandoneranno in blocco il programma. Queste parole, secondo me, meritano una riflessione. Perché qui non stiamo più parlando soltanto del destino professionale di un conduttore. Stiamo parlando della sorte di una delle trasmissioni di giornalismo d'inchiesta più conosciute del servizio pubblico. E soprattutto stiamo parlando del rapporto tra politica, Rai e informazione. Parallelamente alla pressione politica si è sviluppata una pesante offensiva mediatica contro Ranucci e Report, con numerosi articoli pubblicati da testate dell'area vicina alla maggioranza, tra cui Il Giornale, Libero, La Verità e Il Tempo. Ranucci parla addirittura di 2.800 articoli in due mesi e collega quella campagna alla decisione della Rai. È una sua ricostruzione, non un fatto che possa essere automaticamente considerato provato. Ma è un elemento della vicenda che non possiamo ignorare. E allora io mi pongo una domanda molto semplice. Quando una parte della politica chiede pubblicamente di cambiare una trasmissione, quando una parte della stampa conduce per settimane una campagna contro il suo conduttore e quando, alla fine, quel conduttore viene effettivamente sostituito, non abbiamo forse il dovere di interrogarci? Io credo di sì. Non sto dicendo che sia stato dimostrato un ordine diretto di Giorgia Meloni alla Rai. Non è questo il punto. Il punto è che esiste una coincidenza politica e temporale che sarebbe irresponsabile ignorare. La politica ha espresso giudizi pesantissimi su Ranucci e Report. Una parte della stampa vicina al Governo ha condotto una campagna durissima. E la Rai, alla fine, ha tolto Ranucci dalla conduzione. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. E proprio per questo sono preoccupato. Perché se un giornalista sbaglia, lo si deve dimostrare. Se un'inchiesta è falsa, la si deve smontare. Se vengono commessi illeciti, si deve intervenire con gli strumenti previsti dalla legge. Ma se il problema è che un giornalista è diventato troppo scomodo per il potere, allora la questione cambia completamente. Perché la libertà di stampa non consiste nel permettere ai giornalisti di raccontare ciò che piace a chi governa. Consiste nel permettere loro di raccontare anche ciò che il potere non vorrebbe sentirsi raccontare. E non mi interessa difendere Ranucci come persona. Difendo un principio. Oggi è Ranucci. Domani potrebbe essere un giornalista che la pensa diversamente da me. Ed è proprio per questo che mi preoccupa. Mi preoccupa perché una democrazia sana dovrebbe avere bisogno di giornalisti scomodi, non di giornalisti accomodanti. Mi preoccupa perché una Rai realmente servizio pubblico dovrebbe essere abbastanza forte da sopportare le inchieste che disturbano il Governo di turno. Mi preoccupa perché quando la politica comincia a stabilire quali giornalisti siano buoni e quali siano cattivi, il confine tra potere e informazione diventa pericolosamente sottile E soprattutto mi preoccupa il messaggio che rischia di passare. Se sei abbastanza scomodo, prima o poi qualcuno troverà il modo di farti fuori. Non voglio credere che questa sia la direzione nella quale stiamo andando. Ma proprio per questo penso che sia arrivato il momento di parlare, di riflettere e di non voltarsi dall'altra parte. Perché la libertà di stampa non appartiene a Ranucci. Non appartiene alla Rai, al Governo e nemmeno all'opposizione. Appartiene ai cittadini. E quando l'informazione perde la propria indipendenza, alla fine a perdere qualcosa siamo tutti noi. 


G.S.

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