È che l’abbia detto lui.
Perché se sei un sociologo, un politologo, un ricercatore dell’Istituto Cattaneo e spieghi che nelle democrazie occidentali il voto di destra è cresciuto tra gli elettori meno istruiti, nelle periferie e nelle fasce economicamente più fragili, benissimo.
Mostri i grafici. Incroci i dati. Pubblichi lo studio.
Se invece sei il presidente del Partito Democratico, forse prima di aprire bocca dovresti porti una domanda molto semplice: «Questa frase, domani mattina, sulla pagina Facebook di Giorgia Meloni come ci sta?»
Perché Stefano Bonaccini è riuscito nella considerevole impresa di voler dire: «La sinistra ha perso il proprio elettorato popolare» e di farsi capire: «A destra votano quelli che hanno studiato poco».
Applausi.
Una raffinatezza comunicativa che ricorda quello che inciampa e, per non cadere, si aggrappa alla tovaglia.
Naturalmente Giorgia Meloni non aspettava altro.
Credo abbia visto quelle dichiarazioni con la stessa espressione con cui mia nonna guardava arrivare il vassoio dei pasticcini la domenica.
Prego. Servitevi.
Perché da anni la destra costruisce una parte enorme della propria propaganda su un concetto semplicissimo: loro sono le élite, noi siamo il popolo.
Loro stanno nei salotti, noi nelle officine.
Loro hanno il master, noi abbiamo la partita IVA.
Loro bevono il vino naturale prodotto da una cooperativa ecosostenibile sulle colline umbre, noi la birra al bar.
È una caricatura?
Certo che lo è.
E allora magari non sarebbe indispensabile che il presidente del PD si presentasse spontaneamente con i colori e si mettesse a finirla.
La parte più comica è che Bonaccini stava facendo un ragionamento perfettamente difendibile.
Anzi, persino importante.
Se operai, periferie, piccoli redditi e persone con minori opportunità sociali non votano più a sinistra, la domanda gigantesca dovrebbe essere: come caxxo abbiamo fatto a perderli?
Perché quelli erano i vostri.
Non erano in comodato d’uso a Fratelli d’Italia.
Per decenni sono stati il cuore politico, sociale e sentimentale della sinistra italiana.
L’operaio di Mirafiori nel 1975 non usciva dal turno di notte con un dottorato in Scienze politiche alla Normale di Pisa.
Eppure al PCI andava benissimo.
Nessuno controllava il titolo di studio all’ingresso della sezione.
Poi, a un certo punto, quell’elettorato se n’è andato.
E questo sì che sarebbe un tema.
Enorme.
Potresti dire: «Se chi ha meno vota contro di noi, abbiamo fallito noi.»
Poche parole. Chiare. Forti. Persino umili.
Invece abbiamo scelto la versione con incorporato il comunicato stampa di Fratelli d’Italia.
Poi arriva inevitabilmente la spiegazione.
Sono stato frainteso. La frase è stata estrapolata. Il ragionamento era più complesso.
Ma certamente.
Il ragionamento è quasi sempre più complesso.
Il problema è che siamo nel 2026 e un dirigente politico nazionale che ancora si stupisce perché una frase viene estrapolata è come un bagnino che a fine agosto scopre con sincero stupore che il mare contiene acqua.
Stefano, ti estrapolano. È il mestiere.
Ti tagliano. Ti montano. Ti fanno il reel. Ci mettono il sottotitolo.
Se possibile scelgono anche un fotogramma in cui sembri appena uscito dall’anestesia.
E lo fanno soprattutto gli avversari politici.
Bisogna tenerne conto prima.
Non spiegarlo dopo.
Ed è questo che rende la faccenda irresistibile.
Bonaccini voleva spiegare come la sinistra possa tornare a parlare al popolo e, nel tentativo, ha fornito alla destra un eccellente argomento per spiegare al popolo perché non dovrebbe votare a sinistra.
Non è politica. È beneficenza.
A questo punto Giorgia Meloni dovrebbe almeno mandargli un mazzo di fiori.
O una tessera sostenitore.
Perché l’opposizione, in teoria, dovrebbe cercare di mettere in difficoltà il governo.
Quella italiana ha sviluppato un modello più innovativo: prima prepara l’assist, poi passa il pallone e infine si sposta educatamente dalla porta.
E Meloni deve soltanto tirare.
Il problema, dunque, non è stabilire se Bonaccini abbia ragione sui flussi elettorali.
Può anche averne moltissima.
Il problema è che un politico non viene pagato per avere ragione durante un seminario.
Viene pagato anche per capire cosa succederà cinque minuti dopo che avrà pronunciato una frase.
E se sei il presidente del principale partito d’opposizione e riesci a trasformare un’autocritica sulla perdita del voto popolare in uno spot in cui Giorgia Meloni può presentarsi come Giovanna d’Arco dei diplomati alla terza media, qualche domanda sulla strategia comunicativa me la farei.
Possibilmente in silenzio.
Perché ultimamente, quando parlate, Giorgia prende voti.
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