lunedì 31 agosto 2026
... fine mese ...
... un altro mese è passato ... hai un bel essere ottimista ma l'andamento dei mesi è più o meno sempre uguale ... e subentra un nuovo sentimento: l'apatia!!
... una rapina elogiata!! ...
𝐈𝐥 𝐩𝐞𝐭𝐫𝐨𝐥𝐢𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐕𝐞𝐧𝐞𝐳𝐮𝐞𝐥𝐚 𝐞 𝐥𝐚 𝐥𝐢𝐬𝐭𝐚 𝐝𝐢 𝐜𝐡𝐢 𝐜𝐡𝐢𝐚𝐦𝐨̀ 𝐝𝐞𝐦𝐨𝐜𝐫𝐚𝐳𝐢𝐚 𝐮𝐧𝐚 𝐫𝐚𝐩𝐢𝐧𝐚
Il #buongiorno di Giulio Cavalli
Sarebbe bastato ascoltarlo. «We're going to run the country», il Paese lo gestiamo noi, disse Donald Trump il 3 gennaio, poche ore dopo che i suoi avevano rapito Nicolás Maduro dal letto. Ora sappiamo che cosa voleva dire, perché venerdì Washington si è presa il controllo di maggioranza su oltre 65 miliardi di barili venezuelani, "il più grande accordo petrolifero della storia", dice sornione Trump: un quinto del greggio del Paese che ne ha più di tutti.
Usiamo bene le parole: rapina a mano armata con sequestro di persona, visto che il blitz ha lasciato 80 morti a Caracas secondo il New York Times, visto che il presidente sta in cella a Brooklyn e visto che dopo otto mesi manca la data delle elezioni. È il metodo Trump ma è anche il metodo Netanyahu e il metodo Putin, tutti convinti che il cortile del vicino sia casa loro. Così l'imperialismo criminale smette di nascondersi, anzi si intesta il bottino con tanto di firma.
E ricordiamoci stretti quelli che chiamavano tutto questo "democrazia". Il 4 gennaio Palazzo Chigi raccontava la telefonata di Giorgia Meloni con María Corina Machado: l'uscita di Maduro apriva "una nuova pagina di speranza" per i venezuelani che sarebbero tornati "a godere dei principi base della democrazia e dello Stato di diritto". Antonio Tajani a Rtl 102.5 spiegava che «è legittimo l'intervento statunitense», e Giuliano Ferrara sul Foglio la chiamava "amputazione chirurgica di un arto infetto".
Intanto anche Machado dal primo agosto sta fuori dal tavolo della transizione. I principi base dello Stato di diritto, insomma, sono il pieno che costa meno agli automobilisti americani.
E i difensori di quell'imperialismo sono qui, tra noi.
... una NON - SINISTRA!!! ...
C’è un’idea interessante, quasi estetica, nel fallimento della sinistra italiana. Qualcosa che ha la grazia di un suicidio assistito, ma fatto con il sorriso a trentadue denti e la cravatta sottile da rottamatore. Prendete la matita e appuntatevi due numeri. Anno 2014, Elezioni Europee: il Partito Democratico prende il 40,81%. Undici milioni e duecentomila voti. Un’estasi. Il popolo si inchina al giglio magico, all'uomo delle riforme bold e della modernità a chilometro zero. Ottanta euro in tasca e il mondo ai nostri piedi.
Poi succede la magia.
Arrivano le politiche del 2022. Quello stesso PD stacca un misero 19,07%. Cinque milioni e trecentomila voti. Tradotto in italiano corretto: 5.847.051 italiani hanno preso la porta e sono scappati. Più di cinque milioni e ottocentomila persone che avevano creduto alla narrazione del "nuovo corso" e che, dopo aver assaggiato il Jobs Act, le privatizzazioni felici, lo smantellamento delle tutele e il neoliberismo con la spilla d'ordinanza sulla giacca, si sono svegliate dal sogno con una solenne e sonora arrabbiatura. Un’intera regione d'Italia che dice: "Sapete cosa c’è? Andate a quel paese". L'intero schieramento di centrosinistra ha bruciato strada facendo oltre 5,2 milioni di voti, crollando dal 45,78% a un malinconico 26,13%.
E mentre a sinistra si celebrava la liturgia del disastro, il centrodestra cosa faceva? Stava alla finestra a raccogliere i premi. Da quei 8,6 milioni di voti del 2014 (32,32%), si è ritrovato a quota 12,3 milioni nel 2022 (43,79%). Più 3,65 milioni di voti guadagnati. Più undici punti e mezzo di percentuale presi di rimbalzo, senza manco doversi sforzare troppo. È bastato stare fermi e guardare la sinistra che si cannibalizzava in nome del mercato.
Ora, una persona comune, dotata del minimo sindacale di intelletto, di fronte a un simile disastro direbbe: "Forse abbiamo sbagliato analisi. Forse aver fatto la destra meglio della destra non è stata un'idea geniale".
E invece no. Loro cosa fanno? Si mettono a progettare il Campo Largo. E verso chi spalancano le braccia? Ma certo! Verso il padre nobile di questa disfatta. Il pifferaio magico che ha polverizzato sei milioni di consensi: Matteo Renzi. Se oggi non è ancora ufficialmente seduto al tavolo è solo perché c'è Conte che si oppone e fa muro, ma l'intenzione di aprirgli la porta è chiarissima.
E in tutto questo teatrino, dove sono i duri e puri della sinistra ecologista e radicale? Dove sta Alleanza Verdi e Sinistra? Stan lì. Con la testa ricurva, il cappello in mano e lo sguardo basso. Pronti ad aprire a Renzi pur di non scontentare il Nazareno, svolgendo con devozione francescana la loro storica e naturale funzione biologica: fare i portatori d’acqua al PD. Protestano un po' a favore di camera, fanno la smorfia, e poi si allineano. Obbedienti.
Ma allora la domanda sorge spontanea, quasi filosofica: Ma sono stupidi? O lo fanno apposta? Perché vedete, l'incapacità pura ha un limite. La stupidità prima o poi inciampa per sbaglio in una scelta giusta. Qui siamo oltre. Qui c'è una vocazione. L'ipotesi è che non siano affatto stupidi. Hanno un compito preciso, una missione quasi liturgica: la neutralizzazione preventiva dell'alternativa. Il loro ruolo sociale non è vincere, né tantomeno cambiare le cose. Il loro compito è recintare il dissenso. Occupare lo spazio a sinistra per impedire che nasca qualcosa di autenticamente rottamante e pericoloso per i salotti che contano. Servono a rassicurare i mercati, a dire: "Tranquilli, l'opposizione siamo noi, non faremo niente di male". Fanno finta di essere l'alternativa per garantire che nulla cambi mai davvero.
È la sinistra da passerella: severa nei principi, elegantissima nelle sconfitte, e rigorosamente servile nei fatti. Un capolavoro di masochismo programmatico.
Mauro David.
domenica 30 agosto 2026
... lobotomizzati!!! ...
Ma quando davanti alla sofferenza di un uomo, di un padre e di un marito, riesci a sorridere e a scrivere “meno uno”, allora non sei più davanti al semplice dissenso politico.
Sei davanti a qualcosa di molto più misero.
Perché puoi odiare le sue idee. Puoi detestare la sua politica. Puoi considerarlo un avversario, puoi criticarlo, attaccarlo, contestare ogni sua parola.
Ma gioire perché un essere umano sta male significa avere già perso qualcosa di fondamentale: la dignità, l'umanità, la coscienza.
E forse la cosa più triste è che nemmeno ve ne rendete conto.
Siete stati talmente riempiti di odio da non riuscire più a distinguere un avversario da un nemico. Un odio inculcato giorno dopo giorno da chi ha fatto dell'ignoranza uno strumento di consenso, trasformando il rancore in voti, i nemici in consenso e il consenso in poltrone.
E voi, lobotomizzati da questo odio, siete arrivati al punto di festeggiare davanti alla sofferenza.
Che miseria.
La miseria di chi non ha più nulla da perdere perché ha già perso tutto quello che conta davvero.
Ha perso la capacità di provare compassione.
Ha perso il rispetto per la vita.
Ha perso la dignità di distinguere la politica dalla barbarie.
E allora continuate pure a scrivere “meno uno”. Continuate a sorridere. Continuate a sentirvi superiori perché qualcuno che non la pensa come voi sta attraversando un momento drammatico.
Ma ricordatevi una cosa: quel “meno uno” non racconta nulla di Di Battista. Racconta tutto di voi.
Racconta chi siete diventati.
Perché una persona può essere ignorante, arrogante, presuntuosa, politicamente distante da noi quanto vogliamo. Ma davanti alla sofferenza rimane un essere umano.
E se questo concetto vi è diventato incomprensibile, allora il problema non è più politico.
È umano.
Si possono combattere le idee senza desiderare la morte di chi le sostiene.
Si può essere avversari senza diventare bestie.
Si può essere lontanissimi politicamente senza perdere la propria umanità.
Il vero dramma è che alcuni hanno talmente bisogno di sentirsi dalla parte giusta da non accorgersi di essere diventati esattamente ciò che dicono di combattere.
Non avete vinto nulla.
Non siete più forti.
Non siete più intelligenti.
Non siete più civili.
Siete soltanto diventati l'ennesima dimostrazione di quanto l'odio, quando viene coltivato abbastanza a lungo, riesca a svuotare una persona fino a lasciarle dentro soltanto il rancore.
E davanti alla sofferenza di un uomo, di un padre e di un marito, io non riesco a sorridere.
Voi sì.
E questa è la differenza.
Vincenzo San
Comitato di cittadini attivi e democratici in difesa della Costituzione
... una "poltiglia autoritaria" ...
Ormai non hanno più paura di niente. I sorci stanno uscendo dalle fogne.
E forse è arrivato il momento di smettere di considerare certi segnali come episodi isolati, folkloristici o semplicemente "folle nostalgiche". Perché, messi tutti insieme, quei segnali cominciano a delineare qualcosa di molto più inquietante.
La libertà e la democrazia non sono mai conquistate una volta per tutte. Vanno difese ogni giorno. E soprattutto vanno difese quando qualcuno comincia a considerarle un ostacolo da aggirare in nome dell'ordine, della sicurezza o di una presunta volontà popolare.
Noi siamo abituati a immaginare il cambio di regime come qualcosa che avviene improvvisamente: i carri armati nelle strade, il Parlamento chiuso, la sospensione della Costituzione, un colpo di Stato in piena regola.
Ma oggi, nel mondo occidentale, difficilmente funzionerebbe così.
Il nuovo autoritarismo è molto più subdolo. Non arriva necessariamente con i militari nelle piazze. Può avanzare lentamente, attraverso una poltiglia autoritaria, metodica e viscida, che si insinua progressivamente nelle istituzioni e nella società.
Si comincia con il controllo degli apparati dello Stato e con la collocazione di uomini considerati affidabili nei punti strategici. Si continua con il condizionamento dell'informazione, con la marginalizzazione delle voci scomode, con la progressiva trasformazione del pluralismo in una contrapposizione tra "patrioti" e "nemici".
Poi arrivano le leggi.
Leggi presentate come necessarie per la sicurezza, per il decoro, per difendere i cittadini, ma che possono finire per comprimere progressivamente gli spazi di libertà. E arrivano le modifiche delle regole elettorali, la delegittimazione degli avversari politici, l'attacco alla stampa, il tentativo di occupare culturalmente e mediaticamente ogni spazio possibile.
E soprattutto arriva la costruzione del nemico.
Il migrante. L'oppositore politico. L'attivista. Lo studente. Il sindacalista. Chi protesta. Chi non si adegua.
Bisogna convincere una parte della popolazione, soprattutto quella meno informata e più facilmente suggestionabile, che la libertà degli altri rappresenti una minaccia alla propria sicurezza.
Ed è proprio qui che alcuni episodi recenti dovrebbero farci riflettere.
Da una parte abbiamo visto una legislazione particolarmente severa nei confronti dei cosiddetti rave party: nel 2022 il Governo introdusse una specifica fattispecie penale per i raduni illegali, poi modificata durante l'iter parlamentare, prevedendo anche pene detentive e confisca dei mezzi utilizzati.
Dall'altra parte assistiamo periodicamente a raduni di gruppi neofascisti nei quali compaiono camicie nere, saluti romani, richiami al fascismo e commemorazioni di Mussolini e dei gerarchi fascisti. È un fenomeno talmente evidente da essere stato oggetto, ancora nell'aprile 2026, di una specifica interrogazione al Senato.
Ed è proprio questo il punto che non riesco a comprendere.
Perché nei confronti di un gruppo di ragazzi che organizza un rave si può intervenire con il pugno di ferro in nome dell'ordine pubblico, mentre nei confronti di chi celebra il fascismo, indossa la camicia nera, fa il saluto romano e commemora il regime si assiste troppo spesso a una sorta di normalizzazione, quando non addirittura a una tolleranza che lascia sconcertati?
La questione non è difendere i rave party.
La questione è molto più seria: è la coerenza con cui uno Stato democratico applica le proprie regole.
Se una manifestazione costituisce un pericolo concreto per l'ordine pubblico, la legge deve intervenire. Ma la stessa fermezza deve valere quando vengono esibiti simboli, rituali e comportamenti che richiamano esplicitamente l'ideologia fascista e la sua storia.
Perché non può esistere una democrazia nella quale la libertà viene difesa soltanto quando a essere colpiti sono "gli altri".
E attenzione: non sto dicendo che l'Italia sia già una dittatura. Sarebbe una forzatura.
Sto dicendo un'altra cosa, molto più semplice e, proprio per questo, molto più importante:
le democrazie non muoiono necessariamente con un colpo di Stato. Possono consumarsi lentamente, pezzo dopo pezzo, mentre la maggioranza dei cittadini continua a vivere come se nulla stesse accadendo.
Prima si tollera un piccolo abuso.
Poi si giustifica una limitazione.
Poi si delegittima un giornalista.
Poi si considera il dissenso un problema.
Poi si costruisce un nemico.
Poi si modificano le regole.
E quando finalmente qualcuno si accorge che il sistema è cambiato, può essere già troppo tardi.
Per questo non dobbiamo avere paura, ma dobbiamo stare con gli occhi aperti.
La risposta non è la violenza, non è lo scontro di piazza, non è il fanatismo di segno opposto.
La risposta è ancora una volta quella che ci hanno lasciato in eredità i padri della Repubblica: Costituzione, antifascismo, libertà di pensiero, pluralismo, indipendenza dell'informazione, separazione dei poteri e partecipazione democratica.
Perché la democrazia non si difende aspettando che qualcuno la abolisca.
Si difende impedendo che, giorno dopo giorno, qualcuno la svuoti dall'interno.
Raffaello Briguglio.
... Cuba dimenticata ...
CUBA DIMENTICATA...
QUESTO NON È IL MOMENTO PER LE
PREGHIERE COMODE.
Da ieri vedo il popolo della rete inginocchiarsi, versare lacrime digitali e battersi il petto per la salute di Alessandro Di Battista.
Lo ammiro e lo stimo profondamente, perché è un uomo che ha scelto di consumarsi nelle crepe del mondo anziché marcire nell'apatia. Ma guardatevi allo specchio: la vostra pietà istantanea è una truffa morale, un anestetico per liberarvi la coscienza.
Dov’era la vostra devozione in questi lunghi, vergognosi anni di embargo contro Cuba? Sono certa che molti non sapevano nemmeno perché Alessandro Di Battista era lì.
Mentre vi sperticate in genuflessioni da tastiera, un intero popolo, fatto di donne, vecchi e bambini, viene soffocato nell'ombra. Quella povertà, quella mancanza di medicinali essenziali, quella morte lenta non cadono dal cielo: portano la nostra firma. Siamo i servi compiacenti dell'imperialismo americano, gli alleati miseri e spudorati che voltano le spalle mentre un'intera nazione viene torturata per il solo delitto di non essersi piegata.
L'inconscio collettivo dell'Occidente è malato di un'ipocrisia profonda: proiettate la vostra bontà su un singolo uomo per non dover guardare il mostro che nutrite ogni giorno con il vostro silenzio. Alessandro è forse uno strumento, una crepa nella parete attraverso cui filtra una luce scomoda, per mostrarci la statura di un popolo che abbiamo cercato di cancellare.
Mentre l'Europa marciva nella sua arroganza, Cuba mandava i suoi medici in giro per il mondo, salvando vite durante le pandemie, dividendo il poco che aveva senza chiedere nulla in cambio. Ha mostrato una dignità ruvida, fatta di terra, fatica e resistenza contro la follia impietosa dell'Occidente. E noi, piccoli uomini comprati e venduti, abbiamo ripagato quella generosità con la complicità nel loro isolamento.
Spero che Alessandro torni presto, con più forza e più rabbia. Non per consolarvi, ma per piantarci in faccia la vergogna di ciò che siamo: servi complici dei peggiori misfatti contro l'umanità. Risparmiate le vostre preghiere per voi stessi. Ne avete molto più bisogno voi di quel popolo che continua a resistere con coraggio e con quella dignità che avete perso.
Ad Alessandro e al popolo di Cuba.... Ad Alessandro, perché possa tornare presto a far oscillare la scure della verità sul nostro torpore, a ricordarci con la solita furia necessaria da che parte sta la dignità. E a Cuba, a quel gigante fatto di scorte al lumicino, mani consumate e cuori smisurati, che continua a insegnare al mondo cosa significa restare in piedi quando intorno tutto chiede di strisciare.
Che la storia vi restituisca ogni briciolo della luce che ci avete regalato nell'oscurità. Noi restiamo qui, a fare la guardia alla vergogna, aspettando di vedervi vincere insieme.
Karima Angiolina Campanelli
... si va in Tribunale!! ...
RANUCCI CONTRO LA RAI: LA PARTITA ADESSO SI SPOSTA IN TRIBUNALE. E IO UNA PREVISIONE ME LA SENTO DI FARLA
La Rai ha deciso di togliere Sigfrido Ranucci dalla conduzione di Report.
La motivazione ufficiale parla di una nuova fase, del rafforzamento del giornalismo investigativo e della valorizzazione di nuove professionalità. Una formula elegante, istituzionale, apparentemente inattaccabile.
Ma dietro le formule ufficiali c'è una realtà molto più inquietante.
Ranucci ha annunciato battaglia e ha parlato senza mezzi termini della sua lotta per la libertà di stampa. E sul piano giudiziario la questione potrebbe diventare tutt'altro che semplice per la Rai.
Perché il problema non è soltanto stabilire se l'Azienda abbia il diritto di cambiare un conduttore.
Il problema è capire se dietro questa scelta editoriale ci sia realmente una legittima riorganizzazione, oppure una decisione che, per modalità e conseguenze, possa configurare un demansionamento o nascondere motivazioni diverse da quelle ufficialmente dichiarate.
La Rai ha cercato di mettere in sicurezza la propria posizione proponendo a Ranucci altre collocazioni professionali. Ma questo non cancella automaticamente la questione.
E allora mi sento di fare una previsione.
Se Ranucci presenterà ricorso, credo che abbia argomenti seri per mettere in difficoltà la Rai e non mi sorprenderei affatto di fronte a una pronuncia favorevole almeno sul piano della tutela professionale.
Non significa necessariamente che il giudice ordinerà alla Rai di rimetterlo alla guida di Report. Questo sarebbe un automatismo che non possiamo dare per scontato.
Ma c'è un altro aspetto che considero persino più grave.
Report potrebbe essere distrutto prima ancora che un tribunale abbia il tempo di decidere.
Gli inviati e la redazione storica hanno definito la decisione della Rai "completamente irricevibile" e hanno prospettato dimissioni in blocco, contestando che la nuova conduzione rappresenti la storia e i valori della trasmissione.
E questo cambia completamente lo scenario.
Perché Report non è semplicemente un titolo depositato negli archivi Rai, non è un logo, non è uno studio televisivo e non sono due conduttori davanti a una telecamera.
Il patrimonio di Report è costituito soprattutto dalle persone che lo hanno costruito negli anni, dagli inviati, dagli autori, dai giornalisti, dalle fonti, dalle competenze investigative, dalla memoria delle inchieste e da quel patrimonio professionale che consente di affrontare una storia e trasformarla in un'inchiesta.
Se davvero tutta la redazione storica dovesse dimettersi, quel patrimonio rischierebbe di andare irrimediabilmente perduto.
E qui c'è il paradosso più clamoroso.
Anche se domani un giudice desse ragione a Ranucci e ordinasse il suo reintegro, potrebbe essere ormai troppo tardi per salvare Report.
Perché Ranucci da solo non è Report sebbene sia una sua parte fondamentale.
Ma Report è soprattutto una squadra.
Se quella squadra viene dispersa, se gli inviati storici se ne vanno, se il patrimonio di conoscenze e di fonti costruito in anni di lavoro viene perso, non basta riportare Ranucci davanti alle telecamere per ricostruire ciò che è stato distrutto.
Sarebbe come restituire il direttore a un'orchestra dopo aver mandato via tutti i musicisti. L'orchestra non esisterebbe più.
Ed è questo che, secondo me, la Rai dovrebbe spiegare agli italiani.
Non soltanto perché ha deciso di sostituire Ranucci. Ma soprattutto perché rischia di perdere, insieme a lui, una delle poche vere squadre di giornalismo investigativo rimaste nel servizio pubblico.
La Rai dice di voler "rafforzare il giornalismo investigativo".
Mi permetto di osservare che, se per rafforzarlo si finisse con il perdere proprio le persone che quel giornalismo investigativo lo hanno costruito, sarebbe una contraddizione difficile da spiegare.
E allora la mia previsione diventa ancora più netta. Ranucci potrebbe anche vincere la sua causa. Ma se nel frattempo la redazione storica dovesse andarsene, la Rai potrebbe aver già perso la partita più importante: quella di preservare il patrimonio professionale e investigativo di Report.
E a quel punto non basterebbe nessun reintegro.
Perché un conto è cambiare il conduttore di una trasmissione. Un altro conto è svuotare una squadra fino a renderla irriconoscibile e poi continuare a chiamarla con lo stesso nome. Io non so quale sarà la decisione di un giudice. Ma una cosa la so.
Il valore di Report non appartiene a un dirigente Rai, a un governo, a un consiglio di amministrazione o a un singolo conduttore. È un patrimonio del servizio pubblico e, quindi, dei cittadini che lo finanziano.
E se quel patrimonio venisse disperso per una scelta sbagliata, non sarebbe semplicemente Ranucci ad aver perso il suo programma.
Avremmo perso tutti qualcosa di molto più importante: un pezzo dell'informazione libera e indipendente del nostro Paese.
G.S.
sabato 29 agosto 2026
... il contrattacco!!! ...
È arrivato il contrattacco della redazione di Report. E per i vertici Rai è una gran brutta notizia.
Dopo l’allontanamento di Sigfrido Ranucci, giornalisti e inviati hanno preso posizione con un documento che manda in frantumi settimane di retroscena, indiscrezioni e raccontini interessati su una squadra ormai stanca del suo conduttore.
Scrivono:
“La decisione assunta dalla Rai è per noi completamente irricevibile.
È inaccettabile per il metodo, dal momento che l’azienda ha rifiutato qualsiasi interlocuzione con la squadra in queste settimane facendoci apprendere la scelta dalle agenzie, e nel merito, dal momento che le figure scelte non sono in alcun modo rappresentative della storia e dei valori di Report.
Dal momento che l’intenzione dell’azienda sembra quella di voler distruggere la storia e l’integrità della trasmissione, su un evidente mandato politico, annunciamo che:
NEL CASO IN CUI LA RAI NON INTENDA TORNARE SUI PROPRI PASSI, ABBANDONEREMO IN BLOCCO IL PROGRAMMA”.
Più chiaro di così servirebbe un cartellone luminoso davanti a viale Mazzini.
Per settimane una parte della destra ha provato a dipingere Ranucci come un generale rimasto senza esercito, un uomo solo che avrebbe perso perfino la fiducia dei suoi.
Poi parla l’esercito.
E annuncia che, se la Rai insiste, se ne va insieme a lui.
Altro che redazione pronta alla liberazione. Qui siamo davanti a professionisti disposti a lasciare una delle trasmissioni più importanti del servizio pubblico pur di non diventare le comparse di un Report svuotato, addomesticato e rimesso in palinsesto con lo stesso nome.
Perché il punto adesso è semplicissimo: puoi tenerti la sigla, lo studio, il marchio e magari pure la stessa grafica.
Se mandi via Ranucci e perdi anche la squadra che quelle inchieste le costruisce da anni, Report resta scritto soltanto sulla scatola. Dentro, hai fatto il trasloco.
E questa sarebbe la grande operazione di rilancio della Rai?
Complimenti.
Prima provano a togliere il direttore d’orchestra. Adesso rischiano di perdere pure tutti i musicisti.
Onore alla redazione di Report per la dignità e il coraggio.
Abolizione del suffragio universale
Paolo Ranzani.
... che buca, Stefano!!! ...
Il problema delle dichiarazioni di Stefano Bonaccini non è quello che ha detto.
È che l’abbia detto lui.
Perché se sei un sociologo, un politologo, un ricercatore dell’Istituto Cattaneo e spieghi che nelle democrazie occidentali il voto di destra è cresciuto tra gli elettori meno istruiti, nelle periferie e nelle fasce economicamente più fragili, benissimo.
Mostri i grafici. Incroci i dati. Pubblichi lo studio.
Se invece sei il presidente del Partito Democratico, forse prima di aprire bocca dovresti porti una domanda molto semplice: «Questa frase, domani mattina, sulla pagina Facebook di Giorgia Meloni come ci sta?»
Perché Stefano Bonaccini è riuscito nella considerevole impresa di voler dire: «La sinistra ha perso il proprio elettorato popolare» e di farsi capire: «A destra votano quelli che hanno studiato poco».
Applausi.
Una raffinatezza comunicativa che ricorda quello che inciampa e, per non cadere, si aggrappa alla tovaglia.
Naturalmente Giorgia Meloni non aspettava altro.
Credo abbia visto quelle dichiarazioni con la stessa espressione con cui mia nonna guardava arrivare il vassoio dei pasticcini la domenica.
Prego. Servitevi.
Perché da anni la destra costruisce una parte enorme della propria propaganda su un concetto semplicissimo: loro sono le élite, noi siamo il popolo.
Loro stanno nei salotti, noi nelle officine.
Loro hanno il master, noi abbiamo la partita IVA.
Loro bevono il vino naturale prodotto da una cooperativa ecosostenibile sulle colline umbre, noi la birra al bar.
È una caricatura?
Certo che lo è.
E allora magari non sarebbe indispensabile che il presidente del PD si presentasse spontaneamente con i colori e si mettesse a finirla.
La parte più comica è che Bonaccini stava facendo un ragionamento perfettamente difendibile.
Anzi, persino importante.
Se operai, periferie, piccoli redditi e persone con minori opportunità sociali non votano più a sinistra, la domanda gigantesca dovrebbe essere: come caxxo abbiamo fatto a perderli?
Perché quelli erano i vostri.
Non erano in comodato d’uso a Fratelli d’Italia.
Per decenni sono stati il cuore politico, sociale e sentimentale della sinistra italiana.
L’operaio di Mirafiori nel 1975 non usciva dal turno di notte con un dottorato in Scienze politiche alla Normale di Pisa.
Eppure al PCI andava benissimo.
Nessuno controllava il titolo di studio all’ingresso della sezione.
Poi, a un certo punto, quell’elettorato se n’è andato.
E questo sì che sarebbe un tema.
Enorme.
Potresti dire: «Se chi ha meno vota contro di noi, abbiamo fallito noi.»
Poche parole. Chiare. Forti. Persino umili.
Invece abbiamo scelto la versione con incorporato il comunicato stampa di Fratelli d’Italia.
Poi arriva inevitabilmente la spiegazione.
Sono stato frainteso. La frase è stata estrapolata. Il ragionamento era più complesso.
Ma certamente.
Il ragionamento è quasi sempre più complesso.
Il problema è che siamo nel 2026 e un dirigente politico nazionale che ancora si stupisce perché una frase viene estrapolata è come un bagnino che a fine agosto scopre con sincero stupore che il mare contiene acqua.
Stefano, ti estrapolano. È il mestiere.
Ti tagliano. Ti montano. Ti fanno il reel. Ci mettono il sottotitolo.
Se possibile scelgono anche un fotogramma in cui sembri appena uscito dall’anestesia.
E lo fanno soprattutto gli avversari politici.
Bisogna tenerne conto prima.
Non spiegarlo dopo.
Ed è questo che rende la faccenda irresistibile.
Bonaccini voleva spiegare come la sinistra possa tornare a parlare al popolo e, nel tentativo, ha fornito alla destra un eccellente argomento per spiegare al popolo perché non dovrebbe votare a sinistra.
Non è politica. È beneficenza.
A questo punto Giorgia Meloni dovrebbe almeno mandargli un mazzo di fiori.
O una tessera sostenitore.
Perché l’opposizione, in teoria, dovrebbe cercare di mettere in difficoltà il governo.
Quella italiana ha sviluppato un modello più innovativo: prima prepara l’assist, poi passa il pallone e infine si sposta educatamente dalla porta.
E Meloni deve soltanto tirare.
Il problema, dunque, non è stabilire se Bonaccini abbia ragione sui flussi elettorali.
Può anche averne moltissima.
Il problema è che un politico non viene pagato per avere ragione durante un seminario.
Viene pagato anche per capire cosa succederà cinque minuti dopo che avrà pronunciato una frase.
E se sei il presidente del principale partito d’opposizione e riesci a trasformare un’autocritica sulla perdita del voto popolare in uno spot in cui Giorgia Meloni può presentarsi come Giovanna d’Arco dei diplomati alla terza media, qualche domanda sulla strategia comunicativa me la farei.
Possibilmente in silenzio.
Perché ultimamente, quando parlate, Giorgia prende voti.
... Sassuolo 2 - Torino 1 ...
“Moriremo: noi siamo stupidi”
Pris, la replicante punkettona e di facili costumi di Blade Runner, non tifava Toro, ma aveva già capito tutto più di quarant’anni fa.
Noi moriremo.
Perché siamo stupidi.
Perché da ventun anni viviamo con un piede che ci schiaccia il collo ed il massimo che sappiamo fare è organizzare scampagnate per pochi intimi, canticchiando due cori in rima baciata.
Quella non deve mai mancare, mi raccomando.
Noi moriremo.
Perché siamo stupidi.
Perché qualcuno esultava quando Vagnati veniva cacciato a calci in culo per far posto a uno che pochi anni prima volevamo a sua volta vedere cacciato a calci in culo, e che ad oggi in due sessioni di calciomercato ci ha tenuto a rimarcare con vigore di essere uno che non distingue un pallone da un goldone.
Noi moriremo.
Perchè siamo stupidi.
Perché qualcuno solo un mese fa parlava di “buone avvisaglie” come se le avvisaglie potessero essere in qualche misura buone.
Le avvisaglie di una tempesta, le avvisaglie di una crisi, le avvisaglie di un cancro.
Non conosciamo l’italiano, figuriamoci il resto.
Noi moriremo.
Perché siamo stupidi.
Perché siamo i più furbi di tutti, quelli che credono che vendendo a cento e sostituendo comprando a due il risultato non cambi.
Come se pescare il gratta e vinci buono fosse consuetudine e non eccezionalità.
Noi moriremo.
Perché siamo stupidi.
Perché una parte di ambiente sotto sotto ci spera ancora, ci crede ancora, fa finta di giocare alle anime disilluse ma poi accende un cero alla Madonna e prega anche se ateo.
Noi moriremo,
Perché siamo stupidi.
Perché un’altra parte di noi passa le giornate a beccarsi come i capponi di Renzo, fra wannabe, finti influencer, analisti di stocazzo e parassiti scrocca tartine da tribuna.
Pulci che litigano fra di loro per sostenere il diritto di proprietà del cane su cui stanno.
Noi moriremo
Perchè siamo stupidi.
Perché siamo già pronti con la corda nella mano sinistra ed il sapone in quella destra.
La forca per Abate è già stata attrezzata.
Abate che era la quarta scelta dopo De Rossi, Gattuso ed Aquilani, che è appena passato all’incasso e ci ha dato due scuffie.
Mentre Cairo ride ed incassa pure lui: ben 28 milioni da un mercato che lo vede uscire ancora una volta trionfatore.
Spesa ridotta all’osso, prestiti che non saranno mai riscattati ed incassi fiume.
La sua Cairese a nolo viaggia che è un piacere.
Ottiene il suo scopo, fa il suo interesse e chi s’è visto s’è visto: tanto nessuno gli chiederà mai conto di nulla.
Noi moriremo.
Perchè siamo stupidi.
Perché era chiaro sin dal principio che questa squadra che anno dopo anno viene sistematicamente depauperata sotto il piano tecnico, umano, morale, non avesse nè capo nè coda.
Con un centravanti che storicamente canna la sua seconda stagione dimezzando i gol e che in più aveva già le valigie pronte in direzione Baires.
Con una squadra in leasing o a parametro zero.
Con un portiere retrocesso in serie C arrivato qui dopo una trattativa estenuante e già relegato a secondo dopo 270 minuti ed un paio di gol evitabili.
Se c’è una cosa di cui i tifosi granata hanno bisogno come il pane è tornare, non dico a vincere, ma almeno a divertirsi.
Invece siamo qui a trangugiare antiacidi all’unisono dopo tre partite di una bruttezza rara.
Giocate con un modulo osceno, un atteggiamento remissivo e claudicante e la stessa voglia di vivere trascinante e rigenerante scatenata dalla visione dei funerali di Papa Bergoglio.
È una questione di qualità.
È una questione di qualità.
O una formalità.
Avrebbero detto i CCCP.
Ma non solo di qualità dentro il rettangolo verde, ma di qualità della vita.
Tifare Torino oggi significa vivere a Scampia tra siringhe, cessi rotti e zoccole che escono dalle fogne.
Noi moriremo.
Perché siamo stupidi.
Perché abbiamo passato un’estate a sperare che Don Urbano il focomelico non vendesse Cacciamani, mentre lui già progettava di intascare il doppio da altri due.
Diabolico…
E figlio di madre ignota viene da aggiungere.
Noi moriremo.
Perché siamo stupidi.
Mentre Cairo è furbo, intelligente, intoccabile.
Ciarla a ruota libera sostenendo che Oristanio sia un fenomeno mai visto da queste parti e che questa sarà la sua miglior stagione da quando è presidente.
Tutto intorno una pletora di leccapiedi, giullari di corte e tapini senza capacità di replica di fronte al potere costitutito, annuisce sorridente come Filippo al falò di confronto di Temptation Island, mentre davanti ai suoi occhi ha due ex innamorati che si sputano in faccia ed accusano le reciproche genitrici di copulare con i cani.
E la testolina va su e va giù, va su e va giù.
In loop.
Noi moriremo.
Perché siamo stupidi.
E viene da dire “meno male”, perché qui è tutto finito, tutto devastato.
È un Sahara di sentimenti, speranze, sogni, fede.
Siamo il remake del Titanic ma senza nemmeno Di Caprio che si fa una sana ed onesta chiavata.
Noi moriremo.
Perché siamo stupidi.
E forse è giusto così.
Perché alla fine non ci serve una rivoluzione.
Non ci serve un nuovo presidente.
Non ci serve un nuovo allenatore.
Non ci serve un nuovo direttore sportivo.
Ci serve soltanto una cosa.
Un miracolo.
Ma siccome anche Dio, ormai, quando sente parlare di Toro mette il telefono in modalità aereo, possiamo tranquillamente organizzarci da soli.
Ci vediamo al prossimo comunicato.
Ci sarà scritto che il progetto continua.
E qualcuno farà finita di crederci.
Poi perderemo una partita, poi due, poi tre.
Ricominceremo ad insultarci.
Qualcuno organizzerà una scampagnata.
Qualcuno farà un coro.
Qualcuno venderà una maglietta.
Cairo incasserà.
E noi moriremo.
Perché siamo stupidi.
Ma almeno, dirá qualcuno, avremo cantato e postato un paio di meme contro Cairo porca puttana!
Si, mentre lui conterà i milioni e noi le pasticche di maalox.
Beh, sono soddisfazioni.
Ernesto Bronzelli.
... ancora su Ranucci ...
Quindi alla fine ci sono riusciti… l’hanno fatto fuori !
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Sigfrido Ranucci lascia la conduzione di Report dopo nove anni, a seguito di una decisione ufficiale comunicata dalla Rai il 28 agosto 2026.
La conduzione del programma d'inchiesta è affidata alla coppia formata da Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi.
Come capi autori e punti di riferimento della redazione sono stati indicati Bernardo Iovene e Giulio Valesini i quali hanno già comunicato il loro rifiuto.
La decisione ha provocato forti tensioni, con la redazione del programma che ha minacciato l'abbandono della trasmissione.
Il cambio di guida arriva al culmine di un acceso caso politico e mediatico legato alle pressioni e alle richieste di rimozione avanzate da una parte della politica.Lo stesso Ranucci ha commentato l'allontanamento parlando di una battaglia per la libertà di stampa, mentre diverse forze di opposizione hanno criticato aspramente il provvedimento dell'azienda.
Qui bisogna fare qualcosa, è inammissibile accettare tutto questo scempio.
Paolo Ranzani.
RANUCCI FUORI DA REPORT. QUANDO LA POLITICA SI SENTE PADRONA DELL'INFORMAZIONE Adesso è ufficiale. Sigfrido Ranucci non condurrà più Report.
La Rai ha deciso di sostituirlo con Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi, motivando la scelta con esigenze aziendali ed editoriali e con la necessità di tutelare l'immagine e la credibilità del servizio pubblico.
Una spiegazione che, personalmente, non mi convince affatto.
E non perché ritenga Ranucci intoccabile o Report immune dalle critiche. Un giornalista può sbagliare e deve rispondere dei propri errori. Una trasmissione può essere criticata e contestata.
Ma qui il punto è un altro.
Da settimane abbiamo assistito a una pressione politica e mediatica nei confronti di Ranucci e di Report che non può essere liquidata come una normale critica giornalistica.
Matteo Salvini aveva chiesto una «pausa» per Ranucci.
Ignazio La Russa aveva detto che Report «va cambiato».
E oggi, dopo l'annuncio della Rai, Salvini ha commentato: "Giusto così. Ora si faccia chiarezza".
Fratelli d'Italia ha parlato della necessità che Report torni al "vero mestiere" del giornalismo d'inchiesta.
Ora ditemi voi se tutto questo può essere considerato irrilevante.
Da quando la politica deve stabilire chi conduce una trasmissione giornalistica del servizio pubblico?
Ma c'è un passaggio di questa vicenda che trovo particolarmente grave.
Ranucci ha raccontato di avere appreso della propria rimozione dall'ANSA, prima ancora di ricevere una comunicazione diretta dall'azienda.
E la sua reazione è stata durissima.
Ha scritto:"Sono venuto a conoscenza dall'Ansa che la Rai mi ha sospeso dalla conduzione di Report".
Poi ha indicato quella che, secondo la sua ricostruzione, sarebbe stata la motivazione: "Avrei messo a repentaglio la credibilità di Report in seguito ai 2800 articoli in due mesi fatti dai giornali del gruppo Angelucci e comunque di governo, anche da parte del fuoco amico della Rai".
E ha concluso con parole che, al di là di ogni giudizio personale su Ranucci, non possono lasciare indifferenti:"Il mio non è un addio, non condurrò Report ma condurrò la battaglia più importante della mia vita per la libertà di stampa".
E ancora:"Mi rifiuto di lasciare alle future generazioni questo mondo mostruoso, governato da persone mostruose e vigliacche che non tollerano il giornalismo libero e i magistrati indipendenti".
Ma la cosa ancora più significativa è che non è stato soltanto Ranucci a protestare.
Anche gli inviati storici di Report hanno reagito con estrema durezza.
In una nota hanno definito la decisione della Rai:"Completamente irricevibile".
E hanno contestato innanzitutto il metodo, affermando che l'azienda avrebbe rifiutato qualsiasi interlocuzione con la squadra, facendo apprendere la decisione dalle agenzie.
Ma soprattutto hanno contestato il merito della scelta, sostenendo che i nuovi conduttori "non sono in alcun modo rappresentativi della storia e dei valori di Report".
Poi è arrivata l'accusa politicamente più pesante:"L'intenzione dell'azienda sembra quella di voler distruggere la storia e l'integrità della trasmissione, su un evidente mandato politico".
E hanno annunciato che, se la Rai non tornerà sui propri passi, abbandoneranno in blocco il programma.
Queste parole, secondo me, meritano una riflessione.
Perché qui non stiamo più parlando soltanto del destino professionale di un conduttore.
Stiamo parlando della sorte di una delle trasmissioni di giornalismo d'inchiesta più conosciute del servizio pubblico.
E soprattutto stiamo parlando del rapporto tra politica, Rai e informazione.
Parallelamente alla pressione politica si è sviluppata una pesante offensiva mediatica contro Ranucci e Report, con numerosi articoli pubblicati da testate dell'area vicina alla maggioranza, tra cui Il Giornale, Libero, La Verità e Il Tempo.
Ranucci parla addirittura di 2.800 articoli in due mesi e collega quella campagna alla decisione della Rai. È una sua ricostruzione, non un fatto che possa essere automaticamente considerato provato. Ma è un elemento della vicenda che non possiamo ignorare.
E allora io mi pongo una domanda molto semplice.
Quando una parte della politica chiede pubblicamente di cambiare una trasmissione, quando una parte della stampa conduce per settimane una campagna contro il suo conduttore e quando, alla fine, quel conduttore viene effettivamente sostituito, non abbiamo forse il dovere di interrogarci?
Io credo di sì.
Non sto dicendo che sia stato dimostrato un ordine diretto di Giorgia Meloni alla Rai.
Non è questo il punto.
Il punto è che esiste una coincidenza politica e temporale che sarebbe irresponsabile ignorare.
La politica ha espresso giudizi pesantissimi su Ranucci e Report.
Una parte della stampa vicina al Governo ha condotto una campagna durissima.
E la Rai, alla fine, ha tolto Ranucci dalla conduzione.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti.
E proprio per questo sono preoccupato.
Perché se un giornalista sbaglia, lo si deve dimostrare.
Se un'inchiesta è falsa, la si deve smontare.
Se vengono commessi illeciti, si deve intervenire con gli strumenti previsti dalla legge.
Ma se il problema è che un giornalista è diventato troppo scomodo per il potere, allora la questione cambia completamente.
Perché la libertà di stampa non consiste nel permettere ai giornalisti di raccontare ciò che piace a chi governa.
Consiste nel permettere loro di raccontare anche ciò che il potere non vorrebbe sentirsi raccontare.
E non mi interessa difendere Ranucci come persona.
Difendo un principio.
Oggi è Ranucci. Domani potrebbe essere un giornalista che la pensa diversamente da me.
Ed è proprio per questo che mi preoccupa.
Mi preoccupa perché una democrazia sana dovrebbe avere bisogno di giornalisti scomodi, non di giornalisti accomodanti.
Mi preoccupa perché una Rai realmente servizio pubblico dovrebbe essere abbastanza forte da sopportare le inchieste che disturbano il Governo di turno.
Mi preoccupa perché quando la politica comincia a stabilire quali giornalisti siano buoni e quali siano cattivi, il confine tra potere e informazione diventa pericolosamente sottile
E soprattutto mi preoccupa il messaggio che rischia di passare. Se sei abbastanza scomodo, prima o poi qualcuno troverà il modo di farti fuori.
Non voglio credere che questa sia la direzione nella quale stiamo andando.
Ma proprio per questo penso che sia arrivato il momento di parlare, di riflettere e di non voltarsi dall'altra parte.
Perché la libertà di stampa non appartiene a Ranucci.
Non appartiene alla Rai, al Governo e nemmeno all'opposizione. Appartiene ai cittadini.
E quando l'informazione perde la propria indipendenza, alla fine a perdere qualcosa siamo tutti noi.
G.S.
venerdì 28 agosto 2026
... ci sono riusciti, infine!!! ...
Sono venuto a conoscenza dall'Ansa che la Rai mi ha sospeso dalla conduzione di Report. Il motivo è che avrei messo a repentaglio la credibilità di Report in seguito ai 2800 articoli in due mesi fatti dai giornali del gruppo Angelucci e comunque di governo, anche da parte del fuoco amico della Rai. Cioe' da coloro che sono stati ringraziati ieri da Mollicone per aver sollevato "cunei d'ombra" sul sottoscritto. Il gioco è fatto. Al mio posto sono state scelte due persone che mortificano le professionalità che per 30 anni hanno fatto la storia di Report e del servizio pubblico. Il mio non è un addio, non condurro' Report ma condurro' la battaglia più importante della mia vita per la libertà di stampa, lo farò per i miei figli e per i vostri, mi rifiuto di lasciare alle future generazioni questo mondo mostruoso, governato da persone mostruose e vigliacche che non tollerano il giornalismo libero e i magistrati indipendenti.
Vi voglio bene, grazie per la vostra passione e dedizione che mi ha accompagnato per 30 anni.
Stasera sarò a Favignana domani ad Agrigento al teatro Efebo, e il 30 a Folrinas vicino Alghero per Diario di un Trapezista.
RANUCCI C’È! Sigfrido Ranucci.
Non tutti i mali vengono per nuocere: Sigfrido, trovati un’altra ‘casa’ e riprendi il tuo cammino! Noi ci saremo e saremo in molti di più! Questo episodio ha contribuito a far capire alla gente la tua importanza come giornalista e come uomo e la protervia dei tuoi nemici delatori che saltano dalla gioia:
DAI, FORZA, ANDIAMO AVANTI, SIAMO SOLO ALL’INIZIO!
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Quello che sta accadendo in Rai con Sigfrido Ranucci e Report è una vicenda che riguarda tutti.
La decisione di togliere a Ranucci la conduzione di Report arriva dopo mesi di attacchi, polemiche e macchina del fango nei confronti di uno dei programmi di giornalismo d'inchiesta più importanti del servizio pubblico.
La Rai non appartiene al Governo di turno e non può diventare uno strumento nelle mani della maggioranza. Il servizio pubblico appartiene ai cittadini e deve garantire pluralismo, autonomia e libertà dell'informazione. Sono principi essenziali di una democrazia costituzionale.
Quando una voce critica viene isolata e allontanata, il problema non riguarda soltanto quella voce. Riguarda la qualità della nostra democrazia e il diritto dei cittadini a essere informati senza condizionamenti politici.
A Sigfrido Ranucci e a tutta la redazione di Report va la mia piena solidarietà.
Leonardo Gallo
INVIATI DI REPORT: PROPOSTA IRRICEVIBILE, PRONTI AD ANDARCENE La decisione assunta dalla Rai è per noi completamente irricevibile. È inaccettabile per il metodo, dal momento che l’azienda ha rifiutato qualsiasi interlocuzione con la squadra in queste settimane facendoci apprendere la scelta dalle agenzie, e nel merito, dal momento che le figure scelte non sono in alcun modo rappresentative della storia e dei valori di Report. Dal momento che l’intenzione dell’azienda sembra quella di voler distruggere la storia e l’integrità della trasmissione, su un evidente mandato politico, annunciamo che, nel caso in cui la Rai non intenda tornare sui propri passi, abbandoneremo in blocco il programma.
... le armi si usano!!! ...
Il #buongiorno di Giulio Cavalli
Un concetto facile facile: le armi si fabbricano per essere usate, e lo sanno meglio di tutti quelli che le fabbricano. Al porto di Bari un furgone con targa francese scende dal traghetto di Patrasso, la Guardia di finanza apre i cinque contenitori per sistemi anticarro che ci trova e in tre ci sono i missili Akeron, che per la perizia dell'Esercito sono armi da guerra. Sui tubi c'erano le bande blu che negli standard Nato segnalano l'addestramento. Era nastro adesivo. Sotto c'era il giallo e nero che segnala l'alto esplosivo.
L'autista, 46 anni, dice di lavorare per MBDA France e mostra un'autorizzazione della Difesa francese, ma la gip Valeria Isabella Valenzi ci ha trovato timbri difformi e date che non tornano, e nessuna autorizzazione italiana al transito. Il fermo è di giugno, la notizia è di adesso. Del resto Giovanni Ceraolo, del coordinamento Porti dell'USB, l'ha spiegato a Fanpage: «Quasi ogni giorno ci arrivano segnalazioni di piccoli trasporti di armi nei nostri porti».
Nel frattempo l'Unione ha messo in campo i 150 miliardi di Safe, primo pezzo di un riarmo da 800, la spesa militare del continente è salita a 864 miliardi di dollari in un anno secondo il Sipri, e la stessa Commissione europea conta 620mila armi da fuoco smarrite o rubate già in circolazione qui dentro, ammettendo per iscritto che senza dati armonizzati il fenomeno non si riesce nemmeno a misurare.
Le armi non hanno bisogno soltanto di essere prodotte, hanno bisogno soprattutto di essere usate. Provate a bisbigliarlo e diventate pacifisti sabotatori. Poi la fotografia è quella di un furgone al porto, ed è quello che siamo.
... due pesi, due misure ...
𝐒𝐨𝐬𝐩𝐞𝐭𝐭𝐚𝐧𝐨 𝐢 𝐩𝐨𝐯𝐞𝐫𝐢, 𝐚𝐦𝐦𝐢𝐧𝐢𝐬𝐭𝐫𝐚𝐧𝐨 𝐠𝐥𝐢 𝐞𝐯𝐚𝐬𝐨𝐫𝐢
Il #buongiorno di
Giulio Cavalli
Ricordatevelo bene: il ministero dell'Economia è della Lega dal 2022 e oggi nel 2026 la Lega ci spiega che lo Stato deve imparare a diventare insensibile di fronte alle differenze di reddito. Claudio Borghi, senatore del partito, ha liquidato così gli aiuti sui carburanti legati al reddito: «C'è in Italia una marea di bonus, e vanno per la maggior parte a stranieri ed evasori». Attenti, sono parole premuniate da chi tiene la cassa.
Gli evasori, la Relazione del Mef, li ha già contati: fra 89,7 e 90,9 miliardi di imposte mancanti nel 2022, e la voce peggiore è l'Irpef di lavoro autonomo e impresa, dove manca il 59,8 per cento dell'imposta potenziale, mentre sul lavoro dipendente la ritenuta parte dalla busta paga e non sbaglia un colpo. Gli stranieri, intanto, di Irpef ne hanno versata 12,6 miliardi, secondo i calcoli della Fondazione Leone Moressa.
Poi c'è l'Isee, e il termometro l'hanno rotto proprio loro al governo: la franchigia sulla prima casa è salita da 52.500 a 91.500 euro con la legge di bilancio, i titoli di Stato ne escono fino a 50.000, e l'Ufficio parlamentare di bilancio stima che a guadagnarne sia il 64,5 per cento dei lavoratori autonomi. Quindi prima si rompe il termometro e poi ci si lamenta che la febbre non si riesce a misurare.
Solo che qui non si sta semplicemente litigando sul gasolio. L'articolo 53 della Costituzione vuole un sistema tributario progressivo, l'articolo 3 impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli economici, l'articolo 54 chiede a chi ha funzioni pubbliche di adempierle "con disciplina ed onore".
Un partito che sospetta dei redditi ogni volta che c'è da dare a chi ha meno rinuncia all'uguaglianza per scelta, con le chiavi dell'Agenzia delle entrate nel cassetto e la faccia di chi le ha perse.
... Ratko Mladic ...
L’uomo che scontava l’ergastolo per il genocidio di Srebrenica, il peggior massacro avvenuto in Europa dalla Seconda guerra mondiale, verrà celebrato come un eroe nazionale in patria. Morto ieri all’Aia all’età di 84 anni, l’ex leader militare serbo-bosniaco Ratko Mladic avrà i funerali con “tutti gli onori militari e di Stato a cui ha diritto”.
Lo ha annunciato il ministro della Giustizia della Repubblica di Serbia, Nenad Vujic. Il quale ha aggiunto che invierà una lettera al Meccanismo residuale dell’Aja, che sostituisce il disciolto Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia che condannò Vladic, “con l’aspettativa che non solo venga accertata la causa della sua morte, ma anche se abbia ricevuto cure adeguate”.
Già nelle ore immediatamente successive alla scomparsa, la giudice Graciela Gatti Santana, presidente del Meccanismo Internazionale Residuale per i Tribunali Penali delle Nazioni Unite, ha fatto sapere di aver ordinato “un’indagine completa sulle circostanze” della morte.
https://www.ilfattoquotidiano.it/.../genocidio.../8490436/
giovedì 27 agosto 2026
... 27 agosto 1950 ...
Il 27 agosto 1950, Cesare Pavese sceglieva di congedarsi dal mondo nella stanza di un hotel torinese, lasciando scritte le celebri parole: «Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi».
Oggi ricordiamo una delle voci più profonde e tormentate del Novecento italiano. Poeta delle langhe, della solitudine, del mito e del dolore d'oltremare, Pavese ha saputo trasformare l'inquietudine e la ricerca d'identità in una letteratura immortale. «Verrà la morte e avrà i tuoi occhi»: il suo sguardo sul mondo resta un faro indelebile per chiunque cerchi la verità nelle parole.
***
Da VERRA' LA MORTE E AVRA' I TUOI OCCHI (11 marzo - 11 aprile ’50)
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi –
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.
Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.
22 marzo 1950.
mercoledì 26 agosto 2026
... il woke è morto!!! ...
𝐌𝐨𝐫𝐭𝐨 𝐢𝐥 𝐰𝐨𝐤𝐞, 𝐥𝐞 𝐛𝐞𝐬𝐭𝐢𝐞 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐟𝐢𝐧𝐚𝐥𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐛𝐞𝐬𝐭𝐢𝐚𝐥𝐢
Il #buongiorno di Giulio Cavalli
Grazie al cielo hanno seppellito il woke, che in Italia nessuno ha mai visto, e da quando Giuseppe Conte ha scritto a Repubblica che sarebbe "una sorta di religione morale autoreferenziale" mi sento autorizzato anch'io alla schiettezza, e ne approfitto. Eccola qui, la convinzione: sotto i panegirici sulla libertà di espressione e sul "non si può più dire niente" c'è dell'altro. E non è nemmeno ben nascosto.
Sono convinto che questa manfrina serva ai razzisti per dichiararsi finalmente razzisti. Poveretti, per anni hanno vissuto la propria bestialità come una malattia, una stortura da tenere in cantina, e per un razzista non esiste niente di più liberatorio che fare schifo in pubblico, meglio ancora se ha l'illusione di un partito che lo rappresenta, tipo quello di Roberto Vannacci, che il piano di remigrazione se lo è scritto in programma in 22 punti, dentro quella che chiama emergenza nazionale.
Sono convinto che serva agli scarsi per vomitare l'invidia. Ho letto una giornalista prendersela con la scrittura di Michela Murgia in un post senza italiano corretto, e Murgia è morta da tre anni, ma chi se ne frega, tanto il woke l'abbiamo ammazzato. Sono convinto che serva ai riformisti per sculettare a destra come sognavano da sempre, ai criptocattolici per fare pure loro i pasdaran, ai vigliacchi per sentirsi eroi, agli oppressori per trovare fragili nuovi da opprimere, ai privilegiati per additare gli oppressi come falliti.
Insomma, serve alle bestie per essere più bestiali, ed è l'unico servizio di questa estate.
Contenti voi, oh, contenti tutti.
𝐵𝑎𝑛𝑘𝑠𝑦, 𝑆𝑡𝑒𝑛𝑐𝑖𝑙 𝑎𝑟𝑡, 𝑃𝑎𝑟𝑖𝑠 2018. 𝑃ℎ𝑜𝑡𝑜 𝑐𝑟𝑒𝑑𝑖𝑡 𝐵𝑎𝑛𝑘𝑠𝑦
... quanti schiavi!!! ...
Mentana ha detto che La7 è diventata "la nuova Rai 3", una rete anti-Meloni, e che è un problema. Ha anche detto che o cambia rotta o lui può fare altro. Il contratto scade a dicembre 2026 e non è stato rinnovato.
Nel frattempo dall'altra parte ci sono sei canali tra Rai e Mediaset che trasmettono il libro di Meloni con le frasi sottolineate, i servizi del Tg1 che presentano la premier come fosse un comunicato stampa, Porro e Cruciani che ogni sera spiegano agli italiani cosa pensare.
Sei canali filo-governativi e qualcuno si preoccupa che La7 non sia abbastanza equilibrata.
La domanda di Riccardo Cucchi è legittima: chi ha ancora a cuore l'indipendenza dell'informazione in questo paese? Sempre meno, e sempre più soli.
... cultura generale ...
Per chi non se ne fosse accorto, siamo sull'orlo della terza guerra mondiale.
E molti non hanno superato nemmeno gli esami di seconda elementare.
Ecco un minimo di cultura generale.
- Le zecche sono artropodi del gruppo degli aracnidi, più precisamente del sottordine Ixodida; quindi non sono insetti ma parenti di ragni e acari. Possono avere un colore rossastro, ma non sono comuniste.
Destra e sinistra: in origine destra e sinistra indicavano i posti in parlamento: i deputati sedevano alla destra o alla sinistra del presidente dell’assemblea. Oggi sono diventate correnti ideologiche.
Il fascismo in Italia è esistito ed esiste ancora, dopo aver fatto centinaia di migliaia di morti.
Il comunismo, quello vero, in Italia non è mai esistito.
Per quanto riguarda la migrazione l'Italia ha fatto scuola con 5 -6 milioni di Italiani che hanno invaso l'America.
Oggi vivono in America più di 17 milioni di persone di origine italiana.
La sinistra nasce in Francia durante la Rivoluzione francese.
Una persona di sinistra è una persona con una certa visione della politica.
Un sinistro invece è riferibile per esempio ad un incidente stradale.
La pandemia da Covid è esistita non è stata un'invenzione di misteriosi poteri forti.
I vaccini non possono essere definiti sieri magici.
Un vaccino è un preparato biologico somministrato per indurre nell’organismo un’immunità acquisita attiva contro uno specifico agente infettivo.
L’mRNA del vaccino NON entra nel nucleo della cellula e NON modifica il DNA: rimane nel citoplasma, viene usato per produrre temporaneamente la proteina antigenica, poi viene degradato normalmente dalla cellula.
I vaccini anti Covid hanno completato le tre fasi classiche di sperimentazione clinica prima dell’autorizzazione e, da allora, sono stati monitorati su miliardi di dosi. Non si può dire che siano farmaci sperimentali.
La terra non è piatta.
È un globo terracqueo.
Lo sbarco sulla luna c'è stato, cercate le informazioni corrette.
Le scie chimiche non si chiamano scie chimiche, ma scie di condensazione, spiegate molto bene da coloro che hanno fatto gli studi necessari.
Occhio che più stupidità circola nella società, più diventa facile condurre quella società in guerra.
Su certe posizioni sarebbe meglio cambiare presto idea a costo di doversi dare del coglione, piuttosto che perseverare nella stupidità e pagarne le conseguenze.
Tenete a mente queste parole perché tra non molto ne capirete il significato.
PS: a seguito di diversi commenti da voltastomaco, che ho rimosso, avviso chiunque legga che qualsiasi offesa verrà perseguita tramite querela.
E che non sono interessato a ricevere pareri su quanto scrivo.
(Rappresentazione del Conte Ugolino - Inferno di Dante)
Gabriella Bernardini.
martedì 25 agosto 2026
... dieci anni dopo!!! ...
DIECI ANNI DOPO, ANCORA FUORI CASA
Mattarella dice che la ricostruzione va completata “nel più breve tempo possibile”.
Bella frase.
Peccato che Mattarella fosse già Presidente della Repubblica quando il terremoto ha distrutto Amatrice e devastato il Centro Italia.
Non stiamo parlando di un uomo arrivato ieri che osserva da fuori.
Non stiamo parlando di un testimone occasionale.
Stiamo parlando del Presidente che c’era allora e che c’è ancora oggi, mentre migliaia di persone non sono ancora tornate davvero a casa.
E allora il punto è tutto qui:
dopo dieci anni, sentirsi dire che bisogna fare presto non suona come una promessa.
Suona come una beffa.
Perché dieci anni non sono “il più breve tempo possibile”.
Sono un’eternità.
Sono un fallimento.
Sono la fotografia di uno Stato che riesce a trovare soldi, procedure, urgenze e velocità per tutto ciò che conviene al potere, ma quando si tratta di restituire una casa, una piazza, una vita normale ai propri cittadini, allora diventa lento, opaco, impacciato, infinito.
E la cosa più insopportabile è questa retorica da commemorazione permanente:
si va sul posto, si depone la corona, si pronunciano parole solenni, si parla di impegno, vicinanza, memoria.
Poi però la realtà resta lì, immobile, a smentire tutto.
Dieci anni dopo, la ricostruzione non dovrebbe essere “da ultimare”.
Dovrebbe essere già storia chiusa.
Giustizia compiuta.
Ferita almeno in parte rimarginata.
Invece no.
E allora il problema non è la frase di oggi.
Il problema è tutto quello che non è stato fatto in questi anni da chi governava, rappresentava, prometteva, visitava, rassicurava.
Mattarella oggi richiama alla rapidità.
Ma il punto politico e morale è che era già Presidente quando tutto è iniziato.
E se dopo tutto questo tempo siamo ancora qui a parlare di accelerare, vuol dire che qualcuno non ha semplicemente ritardato.
Ha fallito.
Don Chisciotte
https://t.me/donchisciotte667
#Amatrice #Terremoto #Ricostruzione #Mattarella #CentroItalia #DonChisciotte
... il femminicidio ...
Fateci caso, ogni volta che si parla di femminicidio, nei TG, nei talk show e nei dibattiti pubblici, sentiamo spesso la stessa lista di consigli rivolti alle donne:
«Non andare all'ultimo appuntamento.»
«Se ti minaccia, denuncia.»
«Non sottovalutare i segnali.»
«Non tornare da lui.»
«Chiedi aiuto.»
Tutto giusto. Tutto necessario.
Ma c'è una domanda che mi pongo da tempo:
Quando inizieremo a parlare anche agli uomini?
Quando sentiremo dire con la stessa forza:
Non accettare un "no" come un'umiliazione.
Non confondere l'amore con il possesso.
Non controllare una donna per gelosia.
Non perseguitarla quando decide di lasciarti.
Non trasformare la rabbia in minacce.
Non pensare che una separazione sia un affronto al tuo orgoglio.
E, soprattutto, se senti di non riuscire a controllare la tua rabbia o la tua aggressività, chiedi aiuto prima di fare del male a qualcuno.
Perché c'è una differenza enorme tra prevenire e spostare, anche involontariamente, il peso della prevenzione sulla vittima.
Una donna deve certamente essere messa nelle condizioni di riconoscere il pericolo e proteggersi.
Ma un uomo deve essere educato a non diventare quel pericolo.
E forse dovremmo smettere di chiederci soltanto:
«Come deve comportarsi una donna per salvarsi?»
E cominciare a chiederci anche:
«Come deve comportarsi un uomo perché una donna non debba avere bisogno di salvarsi da lui?»
Questa domanda, nei nostri dibattiti, la sentiamo abbastanza?
Io, sinceramente, penso di no.
Vincenzo San
Comitato di cittadini attivi e democratici in difesa della Costituzione
... la vergogna l'hanno estinta!!
𝐈𝐥 𝐝𝐞𝐛𝐢𝐭𝐨 𝐜𝐫𝐞𝐬𝐜𝐞, 𝐥𝐚 𝐯𝐞𝐫𝐠𝐨𝐠𝐧𝐚 𝐢𝐧𝐯𝐞𝐜𝐞 𝐥'𝐡𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐞𝐬𝐭𝐢𝐧𝐭𝐚 𝐢𝐧 𝐚𝐧𝐭𝐢𝐜𝐢𝐩𝐨
𝐴𝑚𝑚𝑖𝑛𝑖𝑠𝑡𝑟𝑎𝑛𝑜 𝑎 𝑞𝑢𝑎𝑟𝑎𝑛𝑡𝑜𝑡𝑡𝑜 𝑜𝑟𝑒 𝑝𝑒𝑟 𝑣𝑜𝑙𝑡𝑎 𝑢𝑛 𝑃𝑎𝑒𝑠𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑖 𝑖𝑛𝑑𝑒𝑏𝑖𝑡𝑎 𝑑𝑖 26 𝑚𝑖𝑙𝑖𝑎𝑟𝑑𝑖 𝑎𝑙 𝑚𝑒𝑠𝑒
Il #buongiorno di Giulio Cavalli
Io lo so che a parlare di debito pubblico sembra di ripiombare nella Prima Repubblica, quando quello era un fardello scaricato sui figli e sui nipoti e ce ne vergognavamo. Poi la vergogna è passata e il debito è rimasto. Anzi, si è fatto adulto, si irrobustisce ogni anno e sparisce dai radar di un dibattito infestato dalle vannacciate del programma di Roberto Vannacci, più pasdaran lui di quelli che vorrebbe remigrare, o dai contorcimenti woke di alcuni nel centrosinistra che non trovano parole nuove per la loro voglia di essere di destra.
E il debito sta lì, con numeri che fanno impressione. A giugno la Banca d'Italia l'ha contato in 3.207,2 miliardi: 26,2 in più di maggio e 136 sopra il livello di dodici mesi fa. Nel Documento di finanza pubblica il rapporto col prodotto interno lordo sale dal 137,1 al 138,6 per cento e ci porta davanti alla Grecia che scende al 136,8, mentre il sorpasso era atteso per il 2028. Il primato che mancava. Gli interessi valgono il 4,1 per cento del PIL e sono attesi al 4,5 nel 2029, calcola l'Ufficio parlamentare di bilancio. La sanità pubblica resta congelata al 6,4 e alle Regioni mancheranno 30,6 miliardi, stima la Fondazione Gimbe. Ai creditori paghiamo due terzi di quello che spendiamo per curarci.
Domenica Giancarlo Giorgetti ha prorogato il taglio delle accise sul gasolio: 20,8 milioni, due giorni. Amministrano a quarantotto ore per volta un Paese che si indebita di 26 miliardi al mese, e a giugno Francesco Filini, di Fratelli d'Italia, ci vedeva "un vero e proprio miracolo economico". Il debito è cresciuto, la vergogna no: quella l'hanno estinta in anticipo.
lunedì 24 agosto 2026
... sdogana, sdogana!!! ...
𝐌𝐞𝐥𝐨𝐧𝐢 𝐬𝐝𝐨𝐠𝐚𝐧𝐚 (𝐚𝐧𝐜𝐨𝐫𝐚) 𝐢𝐥 𝐕𝐞𝐧𝐭𝐞𝐧𝐧𝐢𝐨 𝐦𝐞𝐧𝐭𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐬𝐢𝐧𝐢𝐬𝐭𝐫𝐚 𝐥𝐢𝐭𝐢𝐠𝐚 𝐬𝐮𝐥 𝐰𝐨𝐤𝐞
Il #buongiorno di Giulio Cavalli
«Particolarmente complessa». Così Giorgia Meloni ha liquidato l'epoca fascista con Roger Cohen sul New York Times del 21 agosto. Ovviamente di queste cose parla con i giornali stranieri, perché con gli italiani non parla se non dai suoi giornalisti scendiletto. E intanto il centrosinistra si incartava da solo sul woke, per una frase che Alexandria Ocasio-Cortez non ha mai detto come sua, «Woke 1 was crazy», battuta di un consigliere comunale che lei citava in tv, arrivata qui tagliata e tradotta male, e qualcuno ci ha subito costruito sopra un posizionamento.
Sarebbe bastato leggere tutta l'intervista di Meloni, perché poche righe più giù, nello stesso pezzo, c'è Roberto Vannacci che spiega allo stesso Cohen come il nazismo abbia avuto «alcuni aspetti negativi», al pari di tanti altri periodi storici. E la grammatica è identica: il crimine diventa un'epoca, l'epoca diventa una sfumatura, e chi c'era dentro, poverino, non poteva mica capire.
Tutti addosso al generale per la feccia che vomita ogni giorno, e ci mancherebbe. Solo che quei concetti stanno nella pancia di Fratelli d'Italia da sempre, imbellettati e truccati per farsi vedere meno. Ora che Futuro Nazionale sta al 7,1 per cento nella Supermedia Youtrend per SkyTg24 e che il 53 per cento degli elettori meloniani lo vuole in coalizione, Meloni torna alle origini.
Anzi, non torna: cala la maschera, per paura di non rassicurare più i nostalgici in casa. Il 22 maggio aveva già celebrato su Instagram Giorgio Almirante, che sulla "Difesa della Razza" teorizzava il razzismo del sangue nelle vene, e in Fratelli d'Italia nessuno ha trovato la cosa particolarmente complessa.
... un'altra puntura!! ...
... lo confesso: ho perso il conto! Tante monetine negli occhi, sperando che se ne vadano in fretta!!!
domenica 23 agosto 2026
... un "vuoto politico" !!! ...
L’ostilità della quasi totalità degli “intellettuali organici” di area PD verso Giuseppe Conte ha origini sostanzialmente pre-politiche.
Da anni, tanti anni, questi intellettuali (spesso professori e professoresse universitari pluri-titolati, spesso appartenenti proprio a quella “sinistra ZTL” che non è affatto una parodia ma una realtà ben reale) dibattono quotidianamente su come “tornare ad essere sinistra vera”, su come “recuperare il rapporto con le classi popolari”, e via dicendo. Mancando un partito serio, e non essendolo più il PD, Facebook è diventato il luogo del dibattito; i più famosi, titolati e relazionati trovano ospitalità anche su qualche giornale di rilevanza nazionale (e spesso sono invidiati dagli altri, e corteggiati dai “codazzi”). È un grande onanismo collettivo, talvolta perfino annoiato; c’è spesso tanta autocritica verso il PD, anch’essa spesso molto annoiata come lo sono i dibattiti e le autocritiche di quei pezzi di società intellettualmente attiva che si rendono conto della situazione, ma che sono sufficientemente benestanti da non aver davvero bisogno della politica.
È un teatrino, in cui sostanzialmente la stessa gente si parla addosso e si scambia i likes, che va avanti da anni. Anche grazie a questo teatrino viene tenuta in piedi la parvenza che il PD abbia ancora una attività politica ed intellettuale reale, e che non sia quindi semplicemente un vuoto involucro organizzativo preda delle correnti e dei centri di potere privati che stanno dietro alle correnti. Quando uso la parola “teatrino”, non lo faccio in modo dispregiativo: è proprio una messinscena funzionale a mostrare una attività partitica, una vitalità politica che non esiste più, e che pur si deve tenere in piedi per continuare ad attirare i voti della comunità di militanti / elettori più ampia che la osserva. Ad onor del vero, va detto che molti non si rendono conto di essere attori di questa messinscena: molti, credo la maggior parte, vi partecipano in modo sincero e genuino, con l’intenzione e la sincera credenza di tenere in vita l’attività intellettuale erede della tradizione del comunismo italiano.
Questa attività autoreferenziale collettiva è una delle ragioni della incredibile presunzione di questo pezzo di classe intellettuale. Non c’è “vera sinistra” che non passi attraverso questa classe intellettuale e che non riceva il timbro di autenticità di questa classe intellettuale, che si sente erede del nobile pensiero comunista e democratico; chi non vi appartiene, o decide di non avere alcuna intermediazione con essa, anche semplicemente per dargli credito e riconoscimento, riceve il marchio dell’ignominia. Pensare di poter fare politica a sinistra, con temi di sinistra, senza interfacciarsi con questa classe intellettuale, è considerato - consapevolmente e inconsapevolmente - come un atto di vera e propria blasfemia.
Giuseppe Conte ha tutte queste colpe. Non è un membro e un’espressione di questa classe intellettuale e di questo dibattito pluriennale sulla necessità di “ricostruire la sinistra” e “riconnettersi con il popolo”; ed è riuscito davvero, lui sì - colpa delle colpe! - a riconnettersi politicamente ed emotivamente con le classi popolari. Ma come, caro Conte, loro stanno lì da anni a disquisire in modo dotto e pacato sul popolo e sulle connessioni politico-emotive col popolo, e tu ci riesci? E neanche li consideri? Ma come ti permetti? Hai un bidone dell’immondizia al posto del cuore!
Tutto il rancore, l’odio, la stizza, lo scandalo che questa classe intellettuale del PD prova per Conte ha origine da tutto questo, ed è un’origine sostanzialmente prepolitica. Conte gli sta rubando il pallone da tempo, e glielo sta mettendo in saccoccia con una capacità politica inedita. Gli ha pure soffiato il riferimento alla Ocasio Cortez, anticipandoli tutti! Non si fa, proprio non si fa.
Giuseppe Conte potrebbe pure tatuarsi la faccia di Draghi e Mattarella sul petto, mettersi a cucinare una bella pastasciutta antifascista con il grembiule dell’Anpi, e scrivere il menù con la schwa, ma finirebbe comunque sotterrato di insulti e rancori da parte dei nostri intellettuali di area PD per aver sbagliato qualche ingrediente.
E sarebbero pure quelli che, nella loro testa, costituiscono la speranza della sinistra del nostro Paese. Gli chiudessero i profili social nei sei mesi prima delle elezioni, il campo largo avrebbe qualche speranza di vincere le elezioni.
... la "ducetta" schifosetta! ...
Nell'intervista rilasciata al New York Times Meloni sostiene che le femministe avrebbero combattuto "le battaglie sbagliate", per esempio sulle quote di genere. E ha difeso la scelta di utilizzare per sé il maschile e poi precisa: "Quello che mi interessa è se sono libera di diventare presidente del Consiglio dei ministri".
"Questa è uguaglianza, non essere chiamata 'la presidenta'". Alla domanda successiva però se sia femminista, invece, non risponde. Ecco io ora su questo breve stralcio vorrei riflettessimo tutti. Quali erano, e quali sono, le battaglie delle femmiste, beh non certo e non quelle di rivendicare una dimensione femminile per ogni ruolo sociale. Quella al più è una battaglia simbolica, ma accessoria. La battaglia principale delle femministe era una e una sola avere gli stessi diritti degli uomini indipendentemente dal genere. Non può essere il genere un elemento di discriminazione.
Una battaglia per tutte le donne. Più diritti per tutte. Parità salariale per tutte, diritto al lavoro per tutte (anche se la natura assegna alla donna parto, allattamento etc...). E invece significativamente come la declina la Meloni la parità di genere? "Diventare Presidente del Consiglio". Ovvio che una donna abbia diritto a ricoprire qualunque ruolo apicale ed ovviamente senza in questo esser sfavorita.
Ma questa declinazione è esattamente una declinazione di destra. Una declinazione carrierista e classista. E le altre? Tutte le altre che non scmmiottando le dinamiche di comando maschili non ci arrivano a ruoli apicali? S'attaccano? In tutta evidenza sì.
Più simile ad una sorta di Berlusconi al femminile che non invece ad una "ducetta". Per questo forse se esiste una citazione che più di tutte descrive il suo modo di vedere la vita è la famosa battuta di Sordi ne "Il Marchese del Grillo "Io sono io e voi non siete un c@z*o
Mario Imbimbo.
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