Mattarella dice che la ricostruzione va completata “nel più breve tempo possibile”.
Bella frase.
Peccato che Mattarella fosse già Presidente della Repubblica quando il terremoto ha distrutto Amatrice e devastato il Centro Italia.
Non stiamo parlando di un uomo arrivato ieri che osserva da fuori.
Non stiamo parlando di un testimone occasionale.
Stiamo parlando del Presidente che c’era allora e che c’è ancora oggi, mentre migliaia di persone non sono ancora tornate davvero a casa.
E allora il punto è tutto qui:
dopo dieci anni, sentirsi dire che bisogna fare presto non suona come una promessa.
Suona come una beffa.
Perché dieci anni non sono “il più breve tempo possibile”.
Sono un’eternità.
Sono un fallimento.
Sono la fotografia di uno Stato che riesce a trovare soldi, procedure, urgenze e velocità per tutto ciò che conviene al potere, ma quando si tratta di restituire una casa, una piazza, una vita normale ai propri cittadini, allora diventa lento, opaco, impacciato, infinito.
E la cosa più insopportabile è questa retorica da commemorazione permanente:
si va sul posto, si depone la corona, si pronunciano parole solenni, si parla di impegno, vicinanza, memoria.
Poi però la realtà resta lì, immobile, a smentire tutto.
Dieci anni dopo, la ricostruzione non dovrebbe essere “da ultimare”.
Dovrebbe essere già storia chiusa.
Giustizia compiuta.
Ferita almeno in parte rimarginata.
Invece no.
E allora il problema non è la frase di oggi.
Il problema è tutto quello che non è stato fatto in questi anni da chi governava, rappresentava, prometteva, visitava, rassicurava.
Mattarella oggi richiama alla rapidità.
Ma il punto politico e morale è che era già Presidente quando tutto è iniziato.
E se dopo tutto questo tempo siamo ancora qui a parlare di accelerare, vuol dire che qualcuno non ha semplicemente ritardato.
Ha fallito.
Don Chisciotte
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