sabato 11 aprile 2026

... Torino 2 - Verona 1 ...

Vince il Toro contro l’Hellas Verona per 2-1! 

 Dopo il gol lampo di Simeone (ex della gara) il Toro, come il Verona, si adagia in un primo tempo che non regala emozioni. Nel primo quarto d’ora della ripresa sono i granata ad imporsi, segnando il 2-1 e 3-1, quest’ultimo annullato ad Adams su fuorigioco di Simeone. 
 Il Toro trova coraggio e si allontana ancor di più dalla zona rossa, in attesa degli altri match, ma questa vittoria sa di salvezza. 

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commento del 10 aprile 2026.

Anche oggi la La Gazzetta dello Sport ci delizia con l’ennesima cronaca dall’universo parallelo granata, dove una manciata di risultati diventa epopea e la realtà viene accuratamente lasciata fuori dalla porta. Basta poco: cinque partite, di cui due peraltro perse, qualche titolo gonfiato, ed il gioco è fatto. È incredibilmente grottesco il modo in cui certi numeri vengono ignorati, piegati, stirati fino a diventare propaganda da quattro soldi. Perché i numeri, quelli veri, sono lì: una carriera che oscilla tra lo 0,87 e poco più di 1 punto a partita, con un’unica parentesi dignitosa ormai lontana nel tempo. Il resto è una lunga linea piatta, tendente verso il basso, come un elettrocardiogramma che ha smesso di lottare. Eppure bastano tre vittorie di numero per scatenare le solite iperboli imbarazzanti (a firma di Pagliara ed altri servi della gleba assortiti, ça va sans dire) pronti a raccontarti la rinascita, la svolta, il progetto. Parole vuote per teste vuote, buone solo a coprire il rumore di fondo: quello di un calcio che non evolve, che non rischia, che non vive. Storia vecchia. Stanno preparando il terreno per una conferma che suona come i rintocchi di una campana a morto. Perché confermare Roberto D’Aversa per la prossima stagione, in questo contesto, sarebbe quasi un crimine contro l’umanità. Sarebbe una scelta suicida. Non per cattiveria, ma per accanimento. Accanimento verso una tifoseria che da anni ingoia partite grigie, schemi prevedibili, lo stesso soporifero 3-5-2 con quel continuo ed ossessivo ricorso al retro passaggio al portiere (anche se si sta battendo un corner) che spegne anche l’ultimo barlume non di entusiamo, ma di speranza di vedere giocare a calcio. Un calcio che non attacca, non offende in campo, ma finisce per essere offensivo per il gusto estetico e l’intelligenza di chi lo osserva. E se davvero Urbano Cairo dovesse restare a dispetto dei santi, e l’ipotesi, inutile girarci attorno, attualmente è la più probabile con buona pace di sognatori e fantasticatori a stelle e strisce vari, allora il minimo sindacale sarebbe almeno cambiare aria in panchina. Non per rivoluzionare il mondo, ma per smettere di ristagnare. Servirebbe un tecnico giovane, uno che porti idee, che abbia il coraggio di sporcare la partita, di verticalizzare, di sbagliare persino, ma andando avanti. Uno che intenda il calcio offensivo come capacità di ferire l’avversario, non come una parola da usare nei titoli mentre in campo si sopravvive. Perché il popolo del Toro non chiede miracoli. Chiede di divertirsi. Chiede di poter sognare, anche solo per novanta minuti. Ed invece si ritrova intrappolato in un ciclo dove si aggiunge disperazione a disperazione, dove ogni partita sembra la replica sbiadita della precedente. Ed allora quei tre, e dico tre eh, risultati non contano niente, la media punti da Europa  conta ancora meno È una parentesi insignificante in una storia che parla chiaro. A cinquant’anni suonati, dopo una sequenza infinita di esoneri e ripartenze, non sei più una promessa: sei esattamente quello che dicono i numeri. Ed i numeri, a differenza delle narrazioni, non mentono. Parafrasando Mao, la situazione sotto il cielo di D’Aversa è incredibilmente comunque eccellente: si è giocato bene le sue carte, senza rischiare nulla. Miracolato in Piazza dei Miracoli dalle talpe che si spacciano per attaccanti del Pisa, a fine partita è riuscito pure ad elogiare il presidentissimo per la vicinanza alla squadra, pensate un po’. Adesso Verona e Cremonese come ostacoli da superare. Non certo l’Alpe d’Huez ed il Tourmalet. Se porterá a casa sei punti quasi certamente metterà la firma in calce alla sua riconferma, con buona pace di sogni ed illusioni, e qualche sciocco ne sarà pure felice. E poi l’anno prossimo ci ritroveremo ancora qui, a parlare di quanto sia triste e grigio buttare le nostre domeniche, di quando siamo stufi, e poi di quali allenatori siano liberi sul mercato. Forse è proprio questo il punto più amaro: non tanto quello che succede in campo, ma quello che accettiamo fuori. Perché alla fine non è solo una squadra che ristagna. È un’abitudine che si incrosta, una rassegnazione che diventa routine. E quando smetti di pretendere qualcosa di meglio, quando ti abitui al nulla e lo chiami normalità, allora sì che hai già perso, molto prima del fischio finale. 

 Ernesto Bronzelli 


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 Non è un fenomeno Fa il suo con quel poco che ha... Ma ci ha tolto dalla merda Complimenti!!

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