giovedì 2 aprile 2026

... la Giusi "blindata"! ...

Non è tutela, è copertura: i partiti di maggioranza in parlamento contro i magistrati 


L’operazione è limpida nella sua logica politica, molto meno in quella istituzionale. Intorno alla figura di Giusi Bartolozzi si sta costruendo un perimetro di protezione che ricalca, quasi sovrapponendola, la tutela prevista per i membri del governo. Il passaggio chiave è arrivato dall’Ufficio di presidenza della Camera, che con uno scarto minimo ha deciso di proporre all’Aula un conflitto di attribuzione davanti alla Corte costituzionale contro la Procura di Roma. Il punto è semplice: per i magistrati, Bartolozzi avrebbe fornito dichiarazioni non veritiere nell’ambito dell’indagine sul caso Almasri. Per la maggioranza, invece, la sua posizione sarebbe inscindibilmente legata a quella del ministro della Giustizia Carlo Nordio e dunque meriterebbe lo stesso trattamento riservato ai reati ministeriali. Una forzatura interpretativa, più che un principio giuridico. L’argomento utilizzato dal centrodestra – la cosiddetta “attrazione” nell’ambito dei reati ministeriali – trasforma un’ipotesi accusatoria in uno scudo preventivo. Se Bartolozzi avrebbe agito per coprire presunte responsabilità governative, allora – sostengono – deve essere giudicata nello stesso perimetro dei ministri. Ma questa costruzione rovescia il senso del diritto: non si stabilisce prima la competenza e poi si accertano i fatti; si piega la competenza per impedire che i fatti emergano. Nel frattempo, il precedente è già scritto. L’indagine che coinvolgeva la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, insieme ai ministri Matteo Piantedosi e Nordio e al sottosegretario Alfredo Mantovano, è stata fermata dal Parlamento con il diniego dell’autorizzazione a procedere. Una scelta politica legittima nella forma, ma che ha già segnato un confine netto tra responsabilità politica e accertamento giudiziario. Ora quel confine viene ulteriormente spostato. Perché qui non si tratta più di proteggere chi esercita una funzione di governo, ma di estendere quella protezione a figure tecniche, trasformando l’immunità in una zona grigia sempre più ampia. È un salto qualitativo: non si difende un principio, si difende un sistema. E c’è un altro elemento che pesa. Se il procedimento dovesse andare avanti, emergerebbe inevitabilmente il nodo centrale della vicenda: il mancato arresto dell’ufficiale libico richiesto dalla Corte penale internazionale e il suo rientro in patria tramite un volo di Stato. Un passaggio che potrebbe portare in aula testimoni eccellenti, esponendo il governo a un contraddittorio pubblico difficilmente controllabile. Meglio allora fermare tutto. Il conflitto davanti alla Consulta congelerà l’indagine per mesi, forse un anno. Un tempo che non è neutro: coincide perfettamente con il calendario politico. E nel frattempo, non è affatto peregrina l’ipotesi di una candidatura “blindata”, utile a rafforzare ulteriormente quella cintura di protezione che oggi si tenta di costruire sul piano istituzionale. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: il Parlamento che dovrebbe garantire l’equilibrio tra i poteri diventa strumento per sottrarre alcuni soggetti al controllo della magistratura. Non è più una dialettica tra istituzioni, è una sovrapposizione. E quando la maggioranza usa i numeri per ridefinire le regole a proprio vantaggio, non sta difendendo la politica dalla giustizia: sta difendendo se stessa dalla verità. Perché qui non è in gioco una persona. È in gioco l’idea stessa di responsabilità. 
E quando la responsabilità viene sospesa, la democrazia smette di essere un sistema di regole… e diventa un sistema di protezioni. 

G.S.

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