di Lavinia Marchetti
In attesa della famosa lettera di Crosetto a Katz, che comincia a somigliare alla lettera del Ministro D. nel racconto di Edgar Allan Poe "La lettera rubata" e sperando di non dover attendere Dupin per svelare l'arcano, ovvero se sia una denuncia che permetta (per effetto dell'Art. 9) di recidere in 6 mesi il contratto, oppure un rimando al prossimo governo nel 2031 il boccone avvelenato, ritengo utile leggere assieme un articolo del Times of Israel di stamani, dove si parla, appunto, della sospensione degli accordi sulla difesa tra Italia e Israele.
Il ministero degli Esteri israeliano affida alla stampa una smentita dal sapore stantio. Tentano di sminuire la portata della decisione di Roma derubricandola ad una specie di accidente burocratico. Sostengono che il memorandum firmato ai tempi del governo Berlusconi fosse privo di sostanza materiale. Mentono sapendo di farlo. Senza ritegno. Sanno benissimo quanto pesi spegnere il pilota automatico di un trattato militare in corso da vent'anni.
Yair Lapid, dall'opposizione alla Knesset, infatti smaschera questa goffa operazione di facciata. Il leader dell'opposizione punta il dito contro un esecutivo incapace di preservare le alleanze acquisite. Ricorda a tutti l'appartenenza di Giorgia Meloni al campo conservatore europeo per evidenziare lo strappo. Perdere l'appoggio tacito delle destre occidentali certifica l'isolamento di Tel Aviv. Subito dopo si produce in una promessa grottesca. Si dice certo che basterà cambiare premier per far tornare Israele il Paese amato dalle cancellerie globali. Ovviamente non gli balena, neanche per un attimo, nella testa, che dopo uno, quasi due genocidi, una crisi energetica mai vista, difficilmente qualcuno in futuro vorrà avere a che fare con Israele.
Palazzo Chigi intanto si muove per puro calcolo contabile. La fedeltà a Netanyahu produce ormai un debito d'immagine politicamente insostenibile. Il milione di firme depositate per sospendere l'Accordo di associazione con l'Unione Europea spaventa i palazzi del potere continentale. La presidente del Consiglio capisce all'improvviso che le fiamme rischiano di lambire gli interessi nazionali attorno allo stretto di Hormuz. Decide di fare un passo indietro. S'inventa una mossa sovranista fuori tempo massimo per mascherare l'opportunismo elettorale.
Nel mezzo di questa ritirata incassa l'attacco frontale di Donald Trump. Il presidente americano la definisce inaccettabile dalle colonne del Corriere della Sera. La punisce pubblicamente per aver negato l'uso della base di Sigonella ai jet statunitensi. Lei si ripara lesta dietro i moniti del Papa. Finge un moto di coscienza superiore che copre a fatica la banale difesa del proprio tornaconto.
Mentre l'Italia frena bruscamente, il mercato degli armamenti israeliano cerca sbocchi alternativi. Il times of Israel mette sotto la notizia dell'Italia, un po' in stile "morto un Papa (che non dispiacerebbe troppo a Trump) se ne fa un altro) che Belgrado accelera. Aleksandar Vucic si offre di produrre droni da combattimento in società con l'azienda israeliana Elbit Systems. Il vuoto lasciato da un partner storico viene così colmato da alleanze periferiche. Israele rastrella sponde pur di alimentare la propria industria bellica. La retromarcia italiana traccia però una linea netta. Il capitale di credibilità di Netanyahu si sta esaurendo e trascina a fondo una rete di coperture diplomatiche che nessun esecutivo accetta più di pagare in prima persona.
Permane il mistero della lettera di Crosetto. Ai posteri l'ardua sentenza.

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