Il #buongiorno di Giulio Cavalli
«Il risultato delle elezioni è chiaro e doloroso». Viktor Orbán lo ha detto ieri sera ai suoi sostenitori a Budapest, sedici anni dopo aver vinto il potere e averlo blindato pezzo per pezzo. Péter Magyar ha conquistato i due terzi del parlamento, la supermaggioranza che permette di riscrivere la Costituzione. Orbán fuori.
Con lui fuori, anche chi lo aveva scelto.
Donald Trump su Truth Social aveva scritto agli ungheresi: «Il 12 aprile votate per lui. È un vero amico e ha il mio totale sostegno». JD Vance era andato a Budapest per salire sul palco di un comizio di Orbán. Washington aveva messo la faccia su un'elezione europea come non faceva da decenni. Ha perso. Intanto i sondaggi americani collocano Trump al 36% di approvazione, minimo storico dall'inizio del secondo mandato. I midterm di novembre si avvicinano, i Democratici sono avanti nel dato nazionale. Il re Mida al contrario funziona in entrambe le direzioni.
A gennaio, nel video elettorale di Orbán, comparivano anche Giorgia Meloni (Fratelli d'Italia) e Matteo Salvini (Lega). Lei: «Insieme difendiamo un'Europa che rispetta la sovranità nazionale. Dio vi benedica tutti». Lui: «Se vuoi la pace, vota Fidesz». Tre mesi dopo, Fidesz ha 57 seggi su 199.
Meloni ha sostenuto i sovranisti in Polonia, in Spagna, ora in Ungheria: tre volte. Tre sconfitte. Intanto si presenta come mediatrice credibile tra Washington e Bruxelles, interlocutrice affidabile dell'Europa che conta. Gli ungheresi, con un'affluenza record del 78%, hanno risposto. Da Budapest, ieri sera, è arrivato un messaggio semplice: i capoclan tramontano. E la credibilità dei loro amici italiani langue sullo sfondo.

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