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C’è qualcosa di profondamente inquietante in quello che sta accadendo. Ogni volta che il potere vacilla, ecco che spunta una nuova “emergenza”, una nuova minaccia, un nuovo nemico da agitare davanti all’opinione pubblica. È un copione logoro, eppure sempre efficace. È lo stesso metodo che abbiamo visto applicare da Viktor Orbán: alimentare la paura, dividere, distrarre, pur di restare aggrappati al potere.
E allora questi pacchi esplosivi arrivano proprio ora? Proprio alla vigilia di un voto? Davvero dovremmo credere che sia solo una coincidenza? O piuttosto siamo davanti all’ennesimo tentativo di spostare l’attenzione, di avvelenare il clima, di trasformare una campagna elettorale in una guerra emotiva?
Il parallelo con quanto accaduto a Donald Trump è inevitabile: eventi drammatici che diventano subito strumenti politici, benzina per polarizzare, per rafforzare una narrativa fatta di assedio e nemici. Ma la democrazia non può vivere di paura. Non può essere ostaggio di chi usa la tensione come leva elettorale.
Da elettore di sinistra, tutto questo provoca rabbia e amarezza. Perché mentre si costruiscono fantasmi, i problemi reali restano lì: salari, diritti, sanità, futuro. E invece di affrontarli, si preferisce giocare con il fuoco della paura.
La verità è semplice: quando la politica smette di parlare alle speranze e comincia a nutrirsi delle paure, non sta più governando. Sta manipolando.
E noi non possiamo accettarlo.
Comitato di cittadini attivi e democratici in difesa della Costituzione

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