mercoledì 22 aprile 2026

... Parificazione? NO!!! ...

C'è un’aria nuova, la sentite? È quell'aria di chi vuole mettere tutto in un unico sacco, scuoterlo bene e dire che, in fondo, siamo tutti uguali. È la democrazia del livellamento, dove un’idea vale l’altra, un morto vale l’altro, e la Storia diventa una questione di galateo funebre. Il presidente del Senato, con quel suo fare da nostalgico che ha finalmente trovato le chiavi di casa, ci parla di pacificazione. Ma attenzione, perché la parola è un trucco: lui non vuole la pace, lui vuole la parificazione. Vuole che la matematica sostituisca la coscienza. Se uno è morto di qua e l'altro è morto di là, facciamo due morti, dividiamo per due e il risultato è un bel niente. Ma il 25 Aprile non è una cena di gala dove si stringono le mani agli spettri del passato per educazione. Non è una giornata di "volemose bene". È, per sua natura e per fortuna, una festa divisiva. È quel momento in cui si traccia una riga per terra, non per cattiveria, ma per igiene mentale. Da una parte c'era chi voleva la libertà (magari senza sapere bene cos'era), dall'altra chi voleva il manganello (sapendo benissimo cos'era). Da una parte la Resistenza, dall'altra la Repubblica di Salò. Non è un derby sportivo, è una scelta di campo tra il respiro e l'asfissia. E invece oggi, con questo vento che soffia da Palazzo Chigi, assistiamo a questa strana vivacità dei "rigurgiti". È un’Italia che ha mangiato pesante e ora cerca di digerire il fascismo trasformandolo in una vaga "scelta sentimentale". Come se aderire a un regime che deportava e torturava fosse solo un eccesso di romanticismo, una sbandata di gioventù da ricordare con un mazzo di fiori "equanime". Ma la memoria non è un’operazione di contabilità. Se parifichiamo tutto, se rendiamo tutto grigio, alla fine non resterà che il nulla. E nel nulla, si sa, ci sguazzano sempre i soliti. Il 25 Aprile è la festa di chi ha detto "no". E un "no" non si pacifica. Un "no" divide. Ed è l'unica divisione che ci permette, ancora oggi, di parlare senza dover prima chiedere il permesso a un gerarca in orbace. 

 Mauro David.

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