
Voglio ringraziare e solidarizzare - con loro sì, totalmente - con tutte le giornaliste e i giornalisti de “L’Espresso” per aver fatto qualcosa che in Italia è sempre più raro e non scontato:
Del Giornalismo.
Di più. Del grande Giornalismo.
Perché ci vuole coraggio e anche grande intuito per pubblicare questa copertina di un colono armato che umilia e ridicolizza una donna palestinese in Cisgiordania.
Un’immagine talmente intollerabile che l’ambasciatore israeliano in Italia l’ha bollata come fake e frutto dell’intelligenza artificiale. Facendo una figura barbina.
Perché l’immagine non è soltanto verissimo - frutto del lavoro straordinario del fotografo Pietro Masturzo - ma anche drammaticamente vera. Potente. Attualissima. Necessaria.
Splendida - e direi definitiva - la risposta con cui il vicedirettore de “L’Espresso” Enrico Bellavia ha respinto al mittente le critiche e le accuse intollerabili di antisemitismo:
“In quella foto che ha fatto il giro del mondo c’è la sintesi e il grado zero del sopruso: lo scherno. Più di un corpo martoriato, stabilisce senza lambiccamenti il torto e la ragione. Documenta un surplus di prevaricazione nella sproporzione tra un maschio armato e una donna inerme, cacciata dal suolo che ha calpestato.
Se l’ambasciatore si fosse preso la briga di controllare – era in chiaro, sfogliando il settimanale dalla seconda pagina – si sarebbe evitato il corto circuito di impartire lezioni sull’uso della ‘responsabilità’ e della ‘correttezza’ che gli si sono ritorte contro da parte di chi non si è fermato alle figure, ma si è concesso l’ormai raro scrupolo di leggere.
Non siamo noi a promuovere ‘stereotipi’ e ‘odio’. Il genocidio si chiama con quel nome.
e non si fanno sconti a chi nasconde o mistifica la realtà.
Neppure in nome della Storia”.
Ecco una pagina di alto Giornalismo.
Ne avevamo bisogno.
Lorenzo Tosa.
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