lunedì 2 marzo 2026

... due anacronismi ...

ETNOCRAZIA E TEOCRAZIA: I DUE ANACRONISMI CHE GENERANO IL FANATISMO CONTEMPORANEO 


Condivido la mia riflessione pubblicata su il manifesto di domenica 1 marzo Osceno è lo sguardo suadente rivolto da Bibi Netanyahu al popolo iraniano –“non siamo nemici”, “non perdete questo appuntamento”- nel video con cui annuncia questa ennesima guerra “preventiva”, pianificata e scatenata d’intesa con l’alleato Trump. Non manca il richiamo blasfemo alla festività ebraica di Purim per santificare i bombardamenti e, di nuovo, promettere agli israeliani l’impossibile: cioè che sarà la volta buona, la svolta definitiva. Tanto più menzognere risuonano le parole d’amicizia dedicate agli iraniani per sollecitarli all’insurrezione se ricordiamo che mai ne furono rivolte di simili ai vicini di casa palestinesi, cui si nega perfino di essere una nazione. Sono appena tornato da Israele con uno degli ultimi aerei decollati prima del blocco dei voli, portandomi dietro l’immagine di uno striscione esposto nella piazza del quartiere ebraico della città vecchia di Gerusalemme, sovrastante il Muro del Pianto. C’è scritto: Make Gaza jewish again, cioè “Facciamo tornare Gaza di nuovo ebraica”. Altro che ricostruzione , altro che Board of peace. Il culto della forza su cui si fondano i nazionalismi, insieme all’autoproclamazione di essere il popolo-vittima, ha bisogno di uno stato di guerra permanente. Radicare nella società israeliana l’idea che l’antisemitismo è eterno -A olam kulò negdenu, ovvero “il mondo è tutto contro di noi”- funge da alibi morale, e con ciò rivendica l’esenzione dal rispetto del diritto internazionale. Fino a ieri Netanyahu era in svantaggio nei sondaggi per le elezioni dell’autunno prossimo. Ora calcola che una vittoria sull’Iran lo riscatterebbe conservandogli il potere. Ma è davvero possibile una vittoria definitiva? Quand’anche l’operazione militare israeloamericana provocasse la caduta degli ayatollah, non è forse già visibile in campo il prossimo nemico esistenziale con cui battersi? Lo ha raccontato Michele Giorgio su questo giornale: Naftali Bennett, il principale concorrente di Bibi, sostiene che il problema per Israele non sia tanto l’Iran quanto il “muro sunnita” fondato sull’asse della Turchia di Erdogan con il Qatar, l’Egitto e sullo sfondo l’Arabia Saudita, potenze amiche degli Usa ma aspiranti all’egemonia regionale, cominciando da Gaza. Il partner militare dell’aggressione all’Iran, l’affarista mitomane e ondivago che siede alla Casa Bianca, già più di una volta ha imposto a un Netanyahu recalcitrante la sua necessità di non inimicarsi le petromonarchie del Golfo e la Turchia. L’ammirazione per la brutalità d’Israele e il pseudosionismo delle estreme destre suprematiste, compresa quella italiana, sono soggetti a voltafaccia tutt’altro che impensabili. Certo, ripensandolo un anno dopo, fa impressione l’abbaglio di chi ha tifato Trump contro i democratici Usa in quanto un isolazionista punterebbe a chiudere le guerre anziché scatenarle. Ammettere di essersi sbagliati talvolta gioverebbe alla credibilità dell’informazione. Comunque vada a finire l’attacco all’Iran, ormai sappiamo che le guerre-lampo non esistono più. Se pure durasse pochi giorni, estende lo stato di guerra all’intera regione mediorientale e rende precarie alleanze considerate strategiche, come gli accordi di Abramo. I nodi vengono al pettine. Pur nella loro evidente diversità i due contendenti -la Repubblica islamica dell’Iran e lo Stato d’Israele- sono accomunati dall’essere due imprevisti storici del Novecento che degenerano rivelando il proprio anacronismo: l’uno come teocrazia, l’altro come etnocrazia. Nemici ideologici che non confinano ma si attaccano da duemila chilometri di distanza. Un assurdo generato dallo sconquasso della contemporaneità. 

Riprendo a scrivere su il Manifesto dopo più di quarant’anni, grato a chi mi accoglie. All’epoca, nel 1982, mi toccò fra l’altro raccontare il distacco degli ebrei italiani dalla sinistra avviatosi dopo l’attentato al Tempio Maggiore di Roma. Oggi è l’ebraismo stesso a doversi ripensare sviluppando pensiero critico, unico antidoto alla guerra continua. 

 Gad Lerner.

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